Dic 31

Giuha è un personaggio di cui l’immaginazione popolare araba ha fatto l’eroe di qualche centinaio di facezie, aneddoti e storielle scherzose. Una di queste storielle racconta di quando Giuha decise di vendere la propria casa. Prima di annunciare questa sua volontà, però, Giuha fissò un chiodo nel muro della sala da pranzo. Ai potenziali acquirenti spiegava: “sono molto affezionato a questo chiodo, e non me la sento né di toglierlo né tanto meno di vendere la casa sapendo che il nuovo proprietario l’avrebbe tolto”. Giuha era quindi disposto a vendere la casa solo a colui che avrebbe garantito di lasciare il chiodo al suo posto, permettendogli di visitarlo una o due volte al giorno. Ad un certo punto un commerciante compra la casa: “Che vuoi che sia un chiodo?” - pensò - “E poi Giuha non potrebbe darmi fastidio più di tanto”. Il problema era che Giuha si presentava, puntualmente (e regolarmente a mani vuote), in orario di pranzo e cena. Ufficialmente per visitare il suo chiodo. In realtà sapeva benissimo che l’ospitalità araba imponeva al nuovo proprietario di invitarlo altrettanto regolarmente a tavola. Da quel giorno, gli arabi - e in particolare gli egiziani - sono soliti indicare con “il chiodo di Giuha” qualsiasi cosa possa essere usata come una scusa per intromettersi abusivamente nel privato altrui.

Ebbene, Gaza rischia di essere il “Chiodo di Giuha” martellato sul suolo egiziano. Un regolare invito a pranzo e cena per Israele. Che certamente non si presenterà a mani vuote, ma con un sacco di doni poco graditi, come quelli che piovono in questi giorni di festività su Gaza. Sulle modalità con cui la Striscia rischia di trascinare l’Egitto nell’ennesimo conflitto armato, ho già scritto un articolo (segnalato anche su Nazione Indiana) che ha suscitato non poche reazioni. Apriti cielo: accuse di cinismo, freddezza, ipocrisia, vigliaccheria, sostegno a regimi corrotti e chi più ne ha più ne metta. Tali accuse denotano una conoscenza sommaria della questione arabo-israeliana sia come origini che come prospettive. Pensate che c’è stato persino chi è arrivato al punto di affermare che “Le possibilità che Israele sganci le testate atomiche in testa a qualcuno sono le stesse, per italiani ed egiziani”. Quante guerre l’Italia ha combattuto contro Israele? Zero. Quante ne ha combattuto l’Egitto? Quattro oltre una guerra di attrito lunga 6 anni. Questa visione semplificata e oserei dire retorica del conflitto è tipica di chi segue a distanza, con le terga al caldo. E non mi riferisco solo a chi lo sta seguendo in Occidente, ma anche a quelli che manifestano nelle capitali arabe ed islamiche. Il giorno in cui saranno trascinati in un altro conflitto con Israele, saranno i primi a chiedersi: “E noi che c’entravamo?”.

Ma le masse arabe sono giustificate: le cocenti e continue sconfitte subite nei conflitti arabo-israeliani e l’incapacità dei propri governi sul piano interno ancor prima che in politica estera spiegano le manifestazioni di rabbia. Quegli stessi governi che, insieme ai trafficanti di religione, li hanno convinti che esista davvero “la fratellanza araba” e “La solidarietà musulmana” che qualcuno ancora ieri invocava nei commenti. Spiacente di deludervi: non esiste e non è mai esistita né l’una né l’altra. Noi arabi siamo sempre stati divisi e litigiosi. Basta ritrovarsi a cena e discutere di Palestina ed ecco la ripoduzione miniaturizzata di una seduta della Lega Araba. Insulti e accuse di tradimento incluse. Se fosse stato diversamente, oggi avremmo avuto un’unione politica ed economica mille volte più forte di quella europea. E i palestinesi avrebbero avuto un loro stato. Per quale motivo l’Egitto dovrebbe sacrificarsi da solo? Abbiamo già dato. Ora basta. Che se scoppia un’altra guerra con Israele, l’Egitto non sarà mai più in grado di ricostruire quanto distrutto.

Qualcuno invece vuole strumentalizzare le mie affermazioni per sostenere che “i palestinesi puzzano e neanche gli arabi li vogliono”, facendo paragoni che non stanno né in cielo né in terra con gli immigrati musulmani che vengono a lavorare in Italia. Non mi risulta che gli immigrati presenti in Italia stiano sparando missili - che ne so - sulla Francia, né che la Francia stia minacciando rappresaglie. I palestinesi non puzzano affatto: ambiscono legittimamente ad uno stato e a migliori condizioni di vita. Vogliono l’autodeterminazione e cercano di conseguirla con i mezzi che hanno. Solo che non hanno capito che applicando questi mezzi non otterranno nulla se non la loro totale distruzione. E’ la loro leadership che puzza. Se ne sente l’odore persino a Torino: in Giordania ha agito come uno Stato nello Stato estorcendo a mano armata soldi persino ai commercianti, con la pretesa che si trattassero di donazioni alla causa palestinese, ha trascinato il Libano nella guerra civile ancor prima che nella guerra con Israele, ha perso l’occasione storica di sedere al tavolo di negoziato aperto da Sadat, si è rovinosamente schierata dalla parte di Saddam durante la guerra del Golfo. Questi esponenti palestinesi sono stati persino capaci di dividersi e architettare reciproci colpi di stato. Questa è la leadership di cui parliamo: una leadership corrotta che ha fatto dell’Islam e del laicismo uno stratagemma con cui racattare soldi e privilegi, con cui fare gli interessi di stati terzi senza badare alle conseguenze sul proprio popolo.

Mi sia poi permesso di aggiungere che le masse arabe, onnubilate dalla retorica islamista e panaraba, sono solitamente incapaci di pensare alle conseguenze insite nelle proprie rivendicazioni. Pensano anche loro che “Ciò che gli abitanti di Gaza esigono è di poter fare acquisti, pagandoli, in Egitto e che possano entrare liberamente gli aiuti umanitari e i beni di prima necessità”. Ma l’Egitto non è un supermercato, in cui chiunque può entrare e uscire per fare acquisti. E non lo è per il semplice motivo che non appena sarà permesso ai palestinesi di farlo, non solo l’Egitto si troverà nella scomoda situazione di chi ha infranto un embargo internazionale, ma dovrà anche garantire ad Israele che nel carrello di spesa non ci sono i componenti dei missili fatti in casa. I filo-palestinesi da strapazzo che risiedono in occidente davanti ai propri computer e televisori, invece, non hanno nessuna scusa. Non solo non hanno fatto niente quando i loro governi esercitavano protettorati e tracciavano confini promettendo stati a destra e a manca, ma per 60 anni sono stati assolutamente incapaci di cambiare alcunchè. Ora si vuole che l’Egitto entri in guerra con Israele, vengano rase al suolo le sue infrastrutture, distrutto il suo patrimonio, ucciso il suo popolo mentre loro sono incapaci di imporre ad un solo telegiornale di raccontare il conflitto arabo-israeliano con un minimio di obiettività. Ma per favore…
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Dic 31

Non voglio entrare, ancora una volta, nel merito del conflitto arabo-israeliano: sono fermamente convinto che 60 anni di accuse, insulti, recriminazioni, attacchi, guerre, ecc da ambo le parti coinvolte bastino ed avanzino - a chi ne ha la voglia - per capire origini, sviluppi e prospettive della situazione in quel piccolo e travagliato lembo di terra. Ma dal momento che, nelle stesse ore in cui Gaza viene sottoposta ad un durissimo attacco israeliano, anche l’Egitto viene “tirato per la giacca” nel circolo vizioso di accuse e contro-accuse, mi trovo costretto ad intervenire. Sappiamo tutti che mentre le bombe continuano a piovere sui palestinesi, la protesta dei simpatizzanti di questi ultimi monta: è una cosa del tutto comprensibile. Ciò che non lo è affatto è che nelle loro invettive l’Egitto venga accusato, se non equiparato, ad Israele. Le accuse che vengono rivolte al mio paese sono, nell’ordine: l’Egitto sostiene l’embargo su Gaza, l’Egitto respinge i palestinesi che vogliono attraversare il confine, l’Egitto accoglie i rappresentanti dello stato di Israele alla vigilia dell’attacco israeliano. Secondo i simpatizzanti della Palestina, in effetti, l’Egitto dovrebbe violare l’embargo imposto a Gaza, accogliere i palestinesi, aprire le frontiere e magari stracciare anche gli accordi di pace sottoscritti con Israele dopo la guerra del 6 ottobre (Yom Kippur).

Ebbene, evidentemente chi sostiene queste irragionevoli richieste non si rende conto di essere totalmente in sintonia con Daniel Pipes. E chi è costui? Un neoconservatore incallito, nominato da Bush - il che è tutto dire - componente del “Consiglio dell’Istituto per la Pace. Membro di vari think-tank filoisraeliani, è inoltre uno dei più furiosi agitatori anti-musulmani negli Stati Uniti. La summa del suo pensiero è riassunta in alcune citazioni raccolte dal sottoscritto nell’ambito di una serie di articoli pubblicati in passato su questo blog. Ora, se fossi al posto di coloro che sostengono la causa palestinese, mi preoccuperebbe non poco il fatto che le mie posizioni e le mie volontà coincidano con quelle di un simile figuro. Cito da un suo editoriale, significativamente intitolato “Dare Gaza all’Egitto” e datato 30 gennaio 2008: “Washington e le altre capitali dovrebbero considerare un fallimento l’esperimento dell’autogoverno di Gaza e dovrebbero esercitare pressioni sul presidente egiziano Husni Mubarak affinché egli offra un contributo, magari assegnando a Gaza ulteriore territorio o perfino annettendola all’Egitto come provincia”. Il 7 febbraio 2008, invece, Pipes è già operativo e pubblica un editoriale intitolato “Come cedere Gaza all’Egitto”. Cito: “Alcuni israeliani desiderano soddisfare tali richieste. Il vice-ministro della Difesa israeliano Matan Vilnai, ad esempio, ritiene che il Cairo dovrebbe assumere il potere a livello economico. “(…) Desideriamo staccarci da Gaza. Non vogliamo più erogarle elettricità. Né vogliamo più rifornirla di acqua e medicinali”. Il fatto che la Suprema Corte israeliana abbia sentenziato il 30 gennaio che il governo può ridurre le forniture di carburante ed energia elettrica a Gaza rende possibile una scorciatoia.”

Chi è interessato può leggersi gli editoriali nella loro interezza. Se Pipes ha un pregio, è quello della trasparenza: non usa inutili giri di parole per spiegarsi: “Queste iniziative israeliane forzerebbero la mano all’Egitto. Indubbiamente, gli egiziani con l’aiuto di Fatah e perfino di Hamas, cercheranno di risuscitare il confine e di re-imporre l’obbligo a Israele. Ma alla fine, la solidarietà araba esige che i “fratelli” egiziani rimpiazzino il nemico israeliano. Una volta che Gerusalemme taglierà i rifornimenti, il Cairo non avrà altra scelta se non quella di approvvigionare gli abitanti di Gaza. E poi, la dipendenza economica coinvolgerebbe ancor più l’Egitto, il che ha ulteriori conseguenze”. Quanti abitanti ha l’Egitto? Quasi 80 milioni. E quanti abitanti ci vorrebbe “regalare” Israele? Un milione e mezzo, con un alto tasso demografico e una densità abitativa unica al mondo. Quindi come dice Pipes, nulla vieta che l’Egitto - oltre ad assumersi i costi del rifornimento in elettricità, gas, acqua, medicinali e tutto il resto - assegni “a Gaza ulteriore territorio”, ovvero terra del Sinai. Attenzione però: l’Egitto dovrà, ovviamente, impedire che lancino dei missili su Israele. Su questo Pipes è chiarissimo. I precedenti del Libano e della Giordania ci insegnano, però, che i palestinesi non rinunceranno alla resistenza. Quindi chi dovrà beccarsi le prossime tonnellate di cluster-bombs e magari una bella invasione difensiva? L’Egitto.

Ora, chi segue l’attuale politica israeliana e il pensiero neoconservatore che la supporta oltreoceano, sa benissimo che Israele teme un solo nemico, anche se non lo dichiara apertamente. Daniel Pipes ci risparmia la fatica di cercarlo quando scrive, in un editoriale del 2006: “L’Egitto rappresenta sempre più un pericolo con le sue potenti armi convenzionali”. E’ un dato di fatto che Israele non ha mai mandato giù il boccone amaro della guerra del Kippur: l’umiliazione dell’esercito israeliano che in poche ore perde migliaia di soldati e deve dipendere da un ponte aereo statunitense per rovesciare le sorti della guerra, la distruzione del mito dell’invalicabilità della Linea Bar Lev in meno di due ore, lo choc della proposta di pace del Presidente Sadat e i conseguenti accordi - che oltre a fruttare all’Egitto la restituzione totale del Sinai, quasi due miliardi di dollari all’anno e armi delle ultime generazioni - garantiscono stabilità politica ed economica per il paese, già attanagliato da mille altri problemi. Ci manca solo la guerra con Israele (ancora!). E’ un dato di fatto che Israele non vede l’ora di creare il casus belli con l’Egitto. Gaza è un ottimo espediente in questa direzione. Per neutralizzare la possibile minaccia egiziana. E magari per riprendersi il Sinai. Chi grida allo scandalo, dovrebbe pensarci due volte, prima di pretendere che l’Egitto si prenda questa mela avvelenata. E non sarò di certo io ad accodarmi al coro - legittimo - di chi, anche in Egitto, vorrebbe aprire le frontiere a Gaza. Non si era forse rivelato vero l’avvertimento di Laocoonte ai Troiani quando disse “Temo i greci e i doni che portano”?

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Dic 31


la cosa è molto semplice: domani, invece di inserire il solito post di auguri e ringraziamenti, ciascuno di noi potrebbe reinserire l’articolo che ha ottenuto più consensi nel corso dell’anno, come viatico per quello che arriva.

La scelta dovrebbe cadere sull’articolo che ha ottenuto più commenti e ha portato più accessi al vostro blog: quindi non quello più condiviso, ma quello più stimolante e discusso.

I vantaggi saranno duplici: oltre a garantire un’ottima qualità ai post dell’ultimo dell’anno, ci libereremo da incombenze di tastiera, rendendo ipotizzabile un blitz in bagno per espropriarlo a mogli, compagne o fidanzate. E per moglie, compagne e fidanzate, la possibilità di evitare l’esproprio medesimo (ma quant’è dura evitare il sessimo!)

Quindi si tratterà di inserire domani l’articolo scelto proprio col titolo “ Il migliore del 2008, per un miglior 2009”, eventualmente inserirlo su OKNOtizie, e a fine articolo linkare a questo post in modo che possa diventare un indice per chi voglia leggerli tutti.

Vi prego anche di darmi un cenno di adesione nei commenti, qui o su oknotizie, in modo che possa indicizzare il blog che aderiscono e, se potete, comunicare l’iniziativa almeno a tre blog che sono tra i vostri preferiti. Se il numero di adesioni dovesse essere come lo scorso anno intorno ai 50 post, prometto di impaginarli e creare un libro che potrà poi essere acquistato in rete e rappresentare un ricordo spero gradevole per ognuno di noi.

Un grazie di cuore a chi aderirà, e a tutti i miei Auguri per un 2009 esattamente come lo state immaginando.

Riccardo

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Dic 31



Un Popolo dovrebbe aver imparato il valore di una vita umana,
specie se gli è stata rubata sei milioni di volte.

Un Popolo dovrebbe aver imparato il peso dell’ingiustizia,
specie se lo ha dovuto portare per una decina d’anni.

Un Popolo dovrebbe aver imparato il valore della tolleranza,
specie se ha conosciuto per secoli il suo opposto.

(sono solo sei righe, ma susciteranno molte polemiche. Io non credo che le vittime di ieri siano i carnefici di oggi: le vittime di ieri volano nel vento. Ma credo che i carnefici di oggi non abbiano imparato nulla dalle vittime di ieri. E il mio blog, da sempre sta con le vittime, non con i carnefici. Per questo v’invito a leggere queste sei righe, e non in mezzo a queste sei righe)

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Sep 03

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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Dic 31

Ciao a tutti e bentornati al nostro ormai consueto appuntamento sugli strumenti per webmaster.

Per chi ancora non ne sapesse nulla, abbiamo realizzato una serie di video di approfondimento sugli Strumenti per webmaster di Google toccando diversi temi, in particolare come attivare un account e verificare il proprio sito (primo video), come impostare le preferenze per indicizzare al meglio il vostro dominio, scegliere il vostro target geografico di riferimento e impostare la frequenza di scansione del vostro sito (secondo video), e come creare e caricare una sitemap (terzo video).

Oltre a trattare un nuovo argomento, questa settimana abbiamo anche un nuovo speaker: dopo Luisella, ecco Stefano, la cui voce vi accompagnerà per i prossimi tre video.
Il tema di oggi riguarda l’esclusione dei dati privati dal processo di indicizzazione di Google e l’eventuale rimozione di dati, se già indicizzati.
Uno dei metodi più semplici per escludere un determinato contenuto dal processo di indicizzazione consiste nell’inserirlo in una directory protetta da password: così facendo il contenuto non sarà accessibile ne’ ai bot ne’ ai visitatori. Un secondo metodo, particolarmente indicato se avete un sito di piccole dimensioni o se volete proteggere soltanto delle singole pagine del sito, è l’utilizzo dei metatag. Nel video troverete ulteriori informazioni sulle operazioni da compiere e sui parametri da indicare.

Nel caso in cui vi foste persi i primi tre video, potete consultare i post precedenti, “Strumenti per Webmaster? Da oggi anche in video“, “Strumenti per webmaster: è live il secondo video” e “Terzo appuntamento con gli Strumenti per Webmaster: creazione e caricamento di una sitemap“, o guardare la playlist “Webmaster” direttamente su YouTube.

Vi ricordo inoltre i prossimi appuntamenti:

Strumenti per webmaster 5: Diagnostica, statistiche e link
Strumenti per webmaster 6: La comunicazione tra Google e i webmaster

Se avete domande relative agli strumenti per webmaster o volete saperne di più sui temi trattati nel video, non esitate a scriverci sul Gruppo di Assistenza Webmaster.

Buona visione!

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Associate



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Dic 31

Enza Cusmai intervista Maurizio Benato, vice presidente della Federazione dell’ordine dei medici, sul caso della donna che ha preferito lasciarsi morire piuttosto che subire l’amputazione di una mano e di un piede (i particolari del caso su Repubblica). Dalle risposte – se correttamente riportate – sembra emergere una malcelata insofferenza per i limiti imposti al medico dall’art. 32 della Costituzione («“Noi camici bianchi abbiamo le mani legate: dobbiamo rispettare le volontà del malato”», Il Giornale, 29 dicembre 2008, p. 20; i corsivi sono miei):
Maurizio Benato, vice presidente della Federazione dell’ordine dei medici, è possibile lasciarsi morire per non farsi amputare mano e piede?
«Purtroppo è possibile. Il medico deve tenere conto delle volontà espresse dal paziente. In Italia valgono le convenzioni internazionali, compresa quella di Orvieto [sic! È «Oviedo», naturalmente], che fanno riferimento a ciò che decide il malato. E mi pare che nel caso di cui si parla la dichiarazione di non farsi curare sia stata espressa in maniera chiara, di fronte a magistrati».
Però la paziente era ricoverata in un reparto psichiatrico.
«Dove c’erano medici che avranno confermato la sua capacità di intendere e di volere. E se per i giudici non era necessaria la nomina di un tutore, non c’è nulla da obiettare».
Anche se c’è sproporzione tra la cura e le sue conseguenze?
«Il medico può intervenire solo in caso di urgenza. Altrimenti va rispettato il volere del paziente».
Ma non vi sentite le mani legate?
«Il medico è il ventre molle della situazione. Dobbiamo trovare una mediazione rispettosa tra il volere del malato e la nostra deontologia. Insomma, se una situazione contrasta con la nostra coscienza, possiamo obiettare».
In un caso tragico come questo, lei come si sarebbe comportato?
«Avrei tentato fino all’ultimo di convincerla a curarsi. Ma fino a che non c’è una legge nazionale che pone dei paletti non possiamo fare molto altro». Passi per quel «purtroppo» all’inizio dell’intervista, che si può attribuire alla compassione per la sorte della donna. Ma già il riferimento all’obiezione di coscienza è del tutto fuori luogo in un caso come questo. Il medico può obiettare quando gli viene richiesto di praticare un intervento che contrasti con la sua scienza e la sua coscienza; ma per lo stesso principio non può rifiutare di astenersi dal fare qualcosa che contrasta con la coscienza del paziente. Il medico possiede un sapere tecnico superiore, ma non anche valori superiori.
Il peggio viene raggiunto alla fine dell’intervista. Ti aspetteresti una difesa convinta del principio del consenso informato, che dovrebbe ormai essere patrimonio acquisito dell’intera classe medica, e invece Benato pare strizzare l’occhio alla possibilità di una legge restrittiva (e incostituzionale). Sì, il paternalismo medico – che è potere di un uomo su un altro uomo – è duro a morire.
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Dic 31

Lucia Bellaspiga intervista per il giornale dei vescovi l’oncologa Carla Ripamonti, tra i firmatari di un appello contro le sentenze dei tribunali sul caso Englaro («“Vivo con i malati terminali. Su Eluana dico: fermiamoci”», Avvenire, 28 dicembre 2008, p. 11):
[Beppino] Englaro è una figura estremamente sofferente, estremamente da comprendere e da rispettare, soprattutto da tenere fuori dal giro dei media. Soprattutto.
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Dic 31

Luca Volontè, «Aborto e pedofilia, i “re Erode” dei nostri tempi» (Libero, 28 dicembre 2008, p. 14):
Ancora quei piccoli di casa nostra, violentati da maniaci e depravati sessuali in colletto bianco, quei nostri piccoli uccisi nei sentimenti da insegnanti che odiano il Presepe, il Natale e lo stesso Gesù bambino.
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Dic 29

In una chiesa di Bergamo il parroco si è rifiutato di mettere la statuetta di Gesù Bambino nel presepe (come accade, per tradizione, il 24 dicembre), perché la gente “non è pronta”. E ora fa discutere la scelta di monsignor Attilio Bianchi, parroco della chiesa di Santa Lucia, il Tempio votivo di Bergamo, annunciata nel corso dell’omelia, alla Messa di Mezzanotte. Il sacerdote, che durante le omelie domenicali invita i fedeli a curarsi dei poveri e degli emarginati, ha deciso di comportarsi di conseguenza. E durante l’omelia ha proclamato: “Questa notte non è Natale. Non siete pronti. Se non sapete accogliere lo straniero, il diverso, non potete accogliere il Bambin Gesù. Perciò Gesù non nasce”. (La Repubblica)

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Dic 29


Niccolò Ghedini non comprende le perplessità suscitate dalla proposta del “carcere leggero” che il governo intende varare al più presto:

“Da sempre siamo in prima fila per depenalizzarlo!”

(nella foto in alto, la testimonial della nuova campagna di sensibilizzazione)

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Dic 29


Di internazionali oggi a Gaza ce ne sono pochini.

Sono dovuto tornare.
Siamo necessari quantomeno come testimoni, se non come scudi umani,
della mattanza che Israele a intenzione di regalare ai palestinesi per l’anno nuovo.
Si prevedono stragi senza precedenti.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire.
Speriamo non sia l’unica a sopravvivere.

questo è quello che scriveva ieri da Gaza, Vik Vittorio Arrigoni. E la mattanza è puntualmente arrivata a inzuppare di sangue i giorni che dovrebbero essere della pace nella terra che dovrebbe essere della pace.
La storia la stuprano gli addetti al mattatoio, ma la Verità resta affidata agli uomini, a quelli grandi come l’amico Vittorio.
Noi siamo con lui, e speriamo di avere al più presto su notizie dal suo blog.

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Dic 29

Di Guido Ceronetti (da Repubblica).
Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace

Diciassette di coma che m’impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna

Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita

Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto

Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l’oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama

Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola

Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d’innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente

Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c’è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura

E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro
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Dic 29

Grazia Maria Mottola, «Lettera choc di un prete: “Ho cercato di portare via Eluana per salvarla”», Corriere della Sera, 28 dicembre 2008, p. 21:
MILANO — «Un po’ di giorni fa sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via di lì e a metterla in un luogo dove nessuno la faccia morire». Chi scrive è un prete, don Paolo Zaccaria; la persona che avrebbe voluto «portare via» è Eluana Englaro.
Un piano assurdo, forse solo un pensiero folle, raccontato in una lettera indirizzata a papa Benedetto XVI, mai spedita, ma finita nelle mani del vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli, che ne ha confermato autore e contenuti: «L’ho letta e ne ho parlato con don Paolo, so che lui ci tiene molto ad Eluana, non dorme di notte nella prospettiva di quello che le faranno. Ma non credo che volesse davvero portarla via: si sarà trattato di un desiderio».
È il 3 dicembre scorso, meno di due settimane dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato l’autorizzazione a sospendere idratazione e alimentazione artificiali a Eluana. Don Paolo Zaccaria, sacerdote della Diocesi di Taranto, specializzando in biologia evolutiva all’Università di Bologna (per questo vive a Imola) scrive rivolgendosi al Papa per confidargli il suo tormento: «Carissima Santità, sono un suo prete, le scrivo per scongiurarla di non lasciare che Eluana muoia. È da questa estate che dico la Messa perché Dio la svegli e tutti i miei amici pregano per questo». Poi la «confessione»: «Le confesso che sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via (alle leggi ingiuste si può disobbedire!).
Non siamo riusciti a metter neanche il naso nella clinica né nella casa delle suore. Abbiamo dovuto decidere se fare del gran chiasso lì, ma non sarebbe servito a non farla morire, anzi, magari avrebbero accelerato tutto. Abbiamo pregato e basta». Il testo continua, descrivendo un tentativo di bloccare la sentenza per vie legali, affidandosi a un avvocato, e la sofferta promessa «di pregare e basta» fatta al suo vescovo (quello di Taranto). La lettera, mai imbucata, viene discussa invece da don Paolo con il vescovo di Imola, poi arriva a Taranto e diventa fonte di ispirazione di una neonata associazione, la «Compagnia degli uomini vivi», fondata proprio dagli «amici» di don Zaccaria: un gruppo fortemente motivato a non «lasciar morire Eluana», attualmente alle ricerca di un «modo» per impedire che la ragazza venga spostata dalla clinica di Lecco.
Aggiornamento: in un esempio piuttosto impressionante di preveggenza, Malvino aveva anticipato il tentato rapimento pochi giorni prima che ne fosse data notizia.
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Dic 29

Ricevo da Miriam Della Croce copia della risposta a ciò che Nerella Buggio, don Ferdinando Dell’Amore e padre Aldo Trento («Le follie di un missionario?», CulturaCattolica.it, 23 dicembre 2008) hanno scritto a proposito della sua lettera apparsa sul Manifesto qualche giorno prima, di cui ci siamo occupati su Bioetica. Trascrivo una delle parti a mio parere più significative della risposta di Miriam Della Croce:
[Nerella Buggio] dice: «Io comprendo il suo scandalo, perché stare di fronte a chi soffre non è facile né scontato, ma la vera domanda è chi siamo noi per decidere che Victor muoia? La pietà consiste nell’accudirlo sino a quando morirà, o nel farlo morire per non vederlo soffrire?»
Io non mi sono scandalizzata per la creatura sofferente, ma per le parole e l’atteggiamento di padre Aldo. Il bimbo malato non scandalizza; fa solo una gran pena; è angosciante. Poi chiede: «chi siamo noi per decidere che Victor muoia?». Posso risponderle così: per l’appunto, chi siamo noi per decidere che Victor resti sulla croce più di quanto ci restò il Signore? Chi siamo noi per decidere di impedirgli di volare subito in cielo, riempiendolo di «cannucce che entrano ed escono dal corpo» (cito le parole di padre Aldo), nonché di medicinali, se non servono per farlo guarire? L’ultima domanda, invece, è posta male. Quella corretta è questa: la pietà consiste nel protrarre la sua vita di sofferenza, o nel permettere che muoia affinché non soffra ulteriormente?
Capisce a quali aberrazioni può portare la visione del mondo attraverso la lente deformante di un falso cristianesimo, di un concetto sbagliato di Dio? Se siamo persuasi che il «non senso» di una malattia gravissima, abbia un senso, se siamo persuasi che la sofferenza di quella creatura sia addirittura chiesta da Dio, se vediamo in quel lettino un «piccolo Gesù deforme» anziché un bambino, allora alteriamo la realtà, e possiamo anche protrarre per settimane, o mesi, o qualche anno la sua esistenza, senza porci il problema se lui voglia vivere in quelle condizioni. Non è lui, Victor, che conta, ma il presunto assurdo significato della sua sofferenza; non è Victor che conta, ma il «Gesù deforme», da baciare e accarezzare. Ed allora possiamo anche permetterci tranquillamente di fotografarlo, dopo averlo preparato con cura tra due bei cuscini azzurri; e possiamo permetterci di diffondere la sua immagine, senza chiederci se non significhi mancargli di rispetto. Ecco perché ho trovato sconcertante la fotografia.
Se lei legge attentamente la lettera di padre Aldo, si renderà conto che il missionario parla del bimbo come nessun padre amorevole riuscirebbe mai a parlare di un figlio malato. Il missionario è davvero un cristiano fortunato: anziché inginocchiarsi davanti ad un crocifisso di legno o di marmo, può genuflettersi davanti ad un «piccolo Gesù deforme che agonizza e geme», in carne e ossa. Ma in quel lettino c’è solo un bimbo gravemente malato che non ha bisogno di adoratori genuflessi.
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Dic 27


Il cattivo tempo che nelle ultime settimane ha flagellato la Capitale ha creato enormi disagi anche alla comunità di darfuriani. Infatti la sede di via Scorticabove e’ stata completamente allagata.
Alle 10 del mattino dell’11 dicembre l’acqua è entrata nei locali in quantità impressionante, raggiungendo in breve l’altezza di 1 metro.
Subito le persone sono state costrette a salire al primo piano, dove sono rimaste fino alle 4 del pomeriggio Imponenti i soccorsi: tre elicotteri (due dei carabinieri e uno della Finanza), poi un canotto di grandi dimensioni ed infine un mezzo più idoneo, un anfibio capace di ospitare fino a circa cento persone.
I Darfuriani sono stati provvisoriamente trasferiti nei locali della ex Fiera di Roma, in via Cristoforo Colombo. Purtroppo in questi locali non sono previsti locali doccia, per cui l’igiene è più precaria.

Nella foto in alto acqua anche nei viali interni della sede di via Scorticabove. Sotto, il segno dell’acqua sul muro.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Dic 27

Possibilità cortei funebri
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Dic 27

Così dice Angelo Bagnasco. E, viene da aggiungere, soprattutto a natale una buona bottiglia e una bella mangiata sono davvero irrinunciabili.
Ma viene il dubbio che Bagnasco, più che irrinunciabili, intenda obbligatori.
Cioè non puoi decidere tu, te li prendi e basta. E non protestare, tanto non serve. Beccati senza fiatare idratazione e nutrizione (artificiale o naturale, fa poca differenza).
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Dic 27

Dal Corriere della Sera del 24 dicembre, p. 22, due articoli a cura di Grazia Maria Mottola a proposito della «scoperta» del professor Giuliano Dolce sul fatto che Eluana Englaro sarebbe ancora in grado di deglutire il cibo da sola. «“No, le verrebbe la polmonite”»:
«Che Eluana deglutisca non è una cosa sconvolgente, assolutamente non in grado di cambiare le condizioni in cui si trova». Mauro Zampolini, responsabile del Dipartimento Riabilitazione Asl 3 in Umbria, e direttore del «Giscar», gruppo italiano per lo studio delle gravi cerebrolesioni acquisite, parla alla luce della sua esperienza tra i pazienti in stato vegetativo: «È ricorrente che questi malati conservino in parte la capacità di deglutire, ma si tratta di un’attività incosciente, quindi rischiosa. Per questo motivo si usa alimentarli con il sondino. Non bisogna stupirsi, però, che provando a nutrirli per bocca, li si veda deglutire. Il problema è che parte del cibo potrebbe finire in trachea. Che cosa succederebbe a Eluana? Se la si alimentasse per via naturale, morirebbe di polmonite». «“Eluana può mangiare”. “No, serve il sondino”. È scontro tra i medici»:
Non perde la calma Carlo Alberto Defanti, neurologo, che da 12 anni cura Eluana: «Dolce ha visto la ragazza solo una volta. Io posso dire che spesso ha un ingombro delle vie aeree alte a causa di problemi alla deglutizione: se la alimentassimo per bocca, parte del cibo le finirebbe in trachea, rischiando la broncopolmonite. Ecco il perché del sondino». Linea confermata anche dal presidente della Società italiana di nutrizione artificiale, Maurizio Muscaritoli.
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Dic 27

Ognuno, inevitabilmente, ha le proprie idiosincrasie linguistiche: parole, modi di dire che si trovano insopportabili, che ti fanno raggricciare al solo sentirli o vederli scritti. Per qualcuno può essere «un attimino», o l’atroce «piuttosto» usato come congiunzione disgiuntiva; nel mio caso – tra le altre cose – è l’espressione «ciurlare nel manico». Non so spiegare bene perché: forse è per quell’aria di desuetudine, di modo di dire sopravvissuto al suo tempo, che non si intende più tanto bene (non è un caso, credo, che si trovi spesso usato apparentemente col significato di «prendersi in giro», «dire intenzionalmente fregnacce», mentre il redivivo De Mauro ci informa che vuol dire invece «temporeggiare per sottrarsi a un impegno o a un dovere», «non essere saldo nelle proprie idee»); forse è per una certa goffagine equivoca che ne traspira, come se nascondesse qualche grassoccio doppio senso. Fatto sta, in ogni caso, che la detesto vivamente. Figuratevi quindi quando leggendo l’ultimo articolo del professor Francesco D’Agostino («Non ciurliamo, l’indisponibilità della vita è un argine antropologico», Il Foglio, 23 dicembre 2008, p. III) me la ritrovo ripetuta ben cinque volte, senza contare l’attestazione monca nel titolo (e con un senso che, qualunque sia, non sembra corrispondere tanto a quello del De Mauro o di altri dizionari). Ma noi di Bioetica siamo ossi duri – e poi nel brano che vado qui a commentare l’orrenda espressione misericordiosamente non compare.
Se […] ritenessi che ogni cittadino può (come l’unico vero giudice della qualità della sua vita, quindi per ragioni insindacabili) non solo disporne [della propria vita], ma esigere che lo stato lo “assista” a realizzare il suo eventuale desiderio di essere soppresso, perché mai dovrei ritenere quella stessa vita indisponibile da parte dello stato? A differenza del singolo, che sostiene che “nessuno lo può giudicare”, lo stato, almeno quello democratico, si lascia senza alcuna difficoltà giudicare dai propri cittadini. Non è vero forse che esso ha come proprio compito primario quello di garantire il bene comune?
E se il bene comune esigesse la soppressione di alcuni cittadini? Pensiamo ai costi per il servizio sanitario nazionale che implicano il far sopravvivere un neonato disabile o l’assistere tanti malati e anziani; pensiamo al rischio di contagio anche mortale che alcuni, pochi cittadini fanno inutilmente correre a tutti gli altri, ai “sani”; pensiamo all’efferatezza di alcuni delitti, che rendono i colpevoli non solo umanamente disgustosi, ma anche socialmente pericolosissimi e meritevoli di essere tolti definitivamente di mezzo… non sono questi buoni argomenti per sostenere che lo stato (lo stato democratico, che si prefigge un solo obiettivo, quello di garantire il bene comune!) può legittimamente disporre della vita dei suoi cittadini? Sarei stato tentato di rispondere alla domanda di D’Agostino – «Se ritenessi che ogni cittadino può disporre della propria vita, perché mai dovrei ritenere quella stessa vita indisponibile da parte dello Stato?» – in modo un po’ brusco: «Perché altrimenti, gentile professore, riterrebbe vere due proposizioni contraddittorie: che la sua vita le appartiene (e con questo si intende comunemente che appartiene solo a lei), e che la sua vita appartiene allo Stato»; dopodiché avrei pubblicato il post, chiuso il portatile e sarei andato a farmi una passeggiata a mare. Ma il professor D’Agostino, immagino, potrebbe replicare in questo modo: «Non ciurliamo nel manico. Quello che volevo dire è che nel momento in cui si abbandona l’assolutezza di un principio – nel nostro caso, l’indisponibilità della vita umana – per sottometterlo a qualche convenienza più o meno contingente, tutto diventa possibile: anche derogare a quello stesso principio in un’altra direzione». E questo, bisogna convenirne, richiede una risposta un po’ più articolata.
Quando il tuo sistema di coordinate mentali ha origine da un punto prefissato, è facile prendere ogni spostamento a un altro punto di quello spazio come un allontanamento, un venir meno al principio. Ma può capitare che quel punto diverso sia in realtà l’origine a sua volta di un altro sistema di coordinate… Consideriamo il principio di non aggressione: nessuno può interferire con le libere scelte di un altro. Certo, è un principio che dispiace a chi, come il professor D’Agostino, sostiene che sia la vita ad essere indisponibile, e non la libertà dalle interferenze altrui: se nessuno mi può aggredire allora nessuno mi può neppure imporre terapie che non ho richiesto, nessuno può interferire col mio libero accordo con un medico che mi pratichi l’eutanasia, etc. Questo però non vuol dire che tutto diventa possibile – proprio perché anche qui abbiamo un principio assoluto. Lo Stato non mi può sopprimere appena finisco su una sedia a rotelle o perché sono sieropositivo, per la buonissima ragione che io non voglio essere soppresso.
Immagino che il professor D’Agostino protesterebbe ancora: «Ma questo è ciurlare nel manico! Anzi peggio: è relativismo! Tanti principi morali diversi, tutti validi!». Si tranquillizzi, professore: a differenza di quello che succede nello spazio fisico, nello spazio dell’etica non tutti i sistemi di coordinate si equivalgono. Da un lato abbiamo un principio che ci costringe ad assistere senza poter fare nulla alle torture inenarrabili di un bambino perché qualcuno ha deciso che la sua vita è sacra e che ricorda in modo tanto edificante le torture di Cristo; a calpestare le sentenze dei tribunali, la pietà di un padre e volontà espresse a chiare lettere, per il solo scopo di far sì che l’involucro fisico di quella che una volta era una persona possa continuare a svolgere le proprie funzioni biologiche. Dall’altro lato abbiamo invece un principio che avrà pure qualche conseguenza più o meno paradossale, ma che per definizione non costringe nessuno a qualcosa che non vorrebbe, e che riconosce – in accordo con una saggezza plurimillenaria – che la libertà è talmente cara che per essa si può a volte arrivare a sacrificare persino la propria vita. Anche solo esitare a scegliere fra questi due principi significherebbe – uhm, come dirlo? Oh, beh, al diavolo, d’accordo: significherebbe, uff, ciurlare nel manico (argghh!).
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Dic 25

Ringrazio tutti voi che con affetto seguite questo blog.
Il mio più sincero augurio di buone feste.

Luce e Amore

Freenfo


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