Dic 31

Giuha è un personaggio di cui l’immaginazione popolare araba ha fatto l’eroe di qualche centinaio di facezie, aneddoti e storielle scherzose. Una di queste storielle racconta di quando Giuha decise di vendere la propria casa. Prima di annunciare questa sua volontà, però, Giuha fissò un chiodo nel muro della sala da pranzo. Ai potenziali acquirenti spiegava: “sono molto affezionato a questo chiodo, e non me la sento né di toglierlo né tanto meno di vendere la casa sapendo che il nuovo proprietario l’avrebbe tolto”. Giuha era quindi disposto a vendere la casa solo a colui che avrebbe garantito di lasciare il chiodo al suo posto, permettendogli di visitarlo una o due volte al giorno. Ad un certo punto un commerciante compra la casa: “Che vuoi che sia un chiodo?” - pensò - “E poi Giuha non potrebbe darmi fastidio più di tanto”. Il problema era che Giuha si presentava, puntualmente (e regolarmente a mani vuote), in orario di pranzo e cena. Ufficialmente per visitare il suo chiodo. In realtà sapeva benissimo che l’ospitalità araba imponeva al nuovo proprietario di invitarlo altrettanto regolarmente a tavola. Da quel giorno, gli arabi - e in particolare gli egiziani - sono soliti indicare con “il chiodo di Giuha” qualsiasi cosa possa essere usata come una scusa per intromettersi abusivamente nel privato altrui.

Ebbene, Gaza rischia di essere il “Chiodo di Giuha” martellato sul suolo egiziano. Un regolare invito a pranzo e cena per Israele. Che certamente non si presenterà a mani vuote, ma con un sacco di doni poco graditi, come quelli che piovono in questi giorni di festività su Gaza. Sulle modalità con cui la Striscia rischia di trascinare l’Egitto nell’ennesimo conflitto armato, ho già scritto un articolo (segnalato anche su Nazione Indiana) che ha suscitato non poche reazioni. Apriti cielo: accuse di cinismo, freddezza, ipocrisia, vigliaccheria, sostegno a regimi corrotti e chi più ne ha più ne metta. Tali accuse denotano una conoscenza sommaria della questione arabo-israeliana sia come origini che come prospettive. Pensate che c’è stato persino chi è arrivato al punto di affermare che “Le possibilità che Israele sganci le testate atomiche in testa a qualcuno sono le stesse, per italiani ed egiziani”. Quante guerre l’Italia ha combattuto contro Israele? Zero. Quante ne ha combattuto l’Egitto? Quattro oltre una guerra di attrito lunga 6 anni. Questa visione semplificata e oserei dire retorica del conflitto è tipica di chi segue a distanza, con le terga al caldo. E non mi riferisco solo a chi lo sta seguendo in Occidente, ma anche a quelli che manifestano nelle capitali arabe ed islamiche. Il giorno in cui saranno trascinati in un altro conflitto con Israele, saranno i primi a chiedersi: “E noi che c’entravamo?”.

Ma le masse arabe sono giustificate: le cocenti e continue sconfitte subite nei conflitti arabo-israeliani e l’incapacità dei propri governi sul piano interno ancor prima che in politica estera spiegano le manifestazioni di rabbia. Quegli stessi governi che, insieme ai trafficanti di religione, li hanno convinti che esista davvero “la fratellanza araba” e “La solidarietà musulmana” che qualcuno ancora ieri invocava nei commenti. Spiacente di deludervi: non esiste e non è mai esistita né l’una né l’altra. Noi arabi siamo sempre stati divisi e litigiosi. Basta ritrovarsi a cena e discutere di Palestina ed ecco la ripoduzione miniaturizzata di una seduta della Lega Araba. Insulti e accuse di tradimento incluse. Se fosse stato diversamente, oggi avremmo avuto un’unione politica ed economica mille volte più forte di quella europea. E i palestinesi avrebbero avuto un loro stato. Per quale motivo l’Egitto dovrebbe sacrificarsi da solo? Abbiamo già dato. Ora basta. Che se scoppia un’altra guerra con Israele, l’Egitto non sarà mai più in grado di ricostruire quanto distrutto.

Qualcuno invece vuole strumentalizzare le mie affermazioni per sostenere che “i palestinesi puzzano e neanche gli arabi li vogliono”, facendo paragoni che non stanno né in cielo né in terra con gli immigrati musulmani che vengono a lavorare in Italia. Non mi risulta che gli immigrati presenti in Italia stiano sparando missili - che ne so - sulla Francia, né che la Francia stia minacciando rappresaglie. I palestinesi non puzzano affatto: ambiscono legittimamente ad uno stato e a migliori condizioni di vita. Vogliono l’autodeterminazione e cercano di conseguirla con i mezzi che hanno. Solo che non hanno capito che applicando questi mezzi non otterranno nulla se non la loro totale distruzione. E’ la loro leadership che puzza. Se ne sente l’odore persino a Torino: in Giordania ha agito come uno Stato nello Stato estorcendo a mano armata soldi persino ai commercianti, con la pretesa che si trattassero di donazioni alla causa palestinese, ha trascinato il Libano nella guerra civile ancor prima che nella guerra con Israele, ha perso l’occasione storica di sedere al tavolo di negoziato aperto da Sadat, si è rovinosamente schierata dalla parte di Saddam durante la guerra del Golfo. Questi esponenti palestinesi sono stati persino capaci di dividersi e architettare reciproci colpi di stato. Questa è la leadership di cui parliamo: una leadership corrotta che ha fatto dell’Islam e del laicismo uno stratagemma con cui racattare soldi e privilegi, con cui fare gli interessi di stati terzi senza badare alle conseguenze sul proprio popolo.

Mi sia poi permesso di aggiungere che le masse arabe, onnubilate dalla retorica islamista e panaraba, sono solitamente incapaci di pensare alle conseguenze insite nelle proprie rivendicazioni. Pensano anche loro che “Ciò che gli abitanti di Gaza esigono è di poter fare acquisti, pagandoli, in Egitto e che possano entrare liberamente gli aiuti umanitari e i beni di prima necessità”. Ma l’Egitto non è un supermercato, in cui chiunque può entrare e uscire per fare acquisti. E non lo è per il semplice motivo che non appena sarà permesso ai palestinesi di farlo, non solo l’Egitto si troverà nella scomoda situazione di chi ha infranto un embargo internazionale, ma dovrà anche garantire ad Israele che nel carrello di spesa non ci sono i componenti dei missili fatti in casa. I filo-palestinesi da strapazzo che risiedono in occidente davanti ai propri computer e televisori, invece, non hanno nessuna scusa. Non solo non hanno fatto niente quando i loro governi esercitavano protettorati e tracciavano confini promettendo stati a destra e a manca, ma per 60 anni sono stati assolutamente incapaci di cambiare alcunchè. Ora si vuole che l’Egitto entri in guerra con Israele, vengano rase al suolo le sue infrastrutture, distrutto il suo patrimonio, ucciso il suo popolo mentre loro sono incapaci di imporre ad un solo telegiornale di raccontare il conflitto arabo-israeliano con un minimio di obiettività. Ma per favore…
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Dic 31

Non voglio entrare, ancora una volta, nel merito del conflitto arabo-israeliano: sono fermamente convinto che 60 anni di accuse, insulti, recriminazioni, attacchi, guerre, ecc da ambo le parti coinvolte bastino ed avanzino - a chi ne ha la voglia - per capire origini, sviluppi e prospettive della situazione in quel piccolo e travagliato lembo di terra. Ma dal momento che, nelle stesse ore in cui Gaza viene sottoposta ad un durissimo attacco israeliano, anche l’Egitto viene “tirato per la giacca” nel circolo vizioso di accuse e contro-accuse, mi trovo costretto ad intervenire. Sappiamo tutti che mentre le bombe continuano a piovere sui palestinesi, la protesta dei simpatizzanti di questi ultimi monta: è una cosa del tutto comprensibile. Ciò che non lo è affatto è che nelle loro invettive l’Egitto venga accusato, se non equiparato, ad Israele. Le accuse che vengono rivolte al mio paese sono, nell’ordine: l’Egitto sostiene l’embargo su Gaza, l’Egitto respinge i palestinesi che vogliono attraversare il confine, l’Egitto accoglie i rappresentanti dello stato di Israele alla vigilia dell’attacco israeliano. Secondo i simpatizzanti della Palestina, in effetti, l’Egitto dovrebbe violare l’embargo imposto a Gaza, accogliere i palestinesi, aprire le frontiere e magari stracciare anche gli accordi di pace sottoscritti con Israele dopo la guerra del 6 ottobre (Yom Kippur).

Ebbene, evidentemente chi sostiene queste irragionevoli richieste non si rende conto di essere totalmente in sintonia con Daniel Pipes. E chi è costui? Un neoconservatore incallito, nominato da Bush - il che è tutto dire - componente del “Consiglio dell’Istituto per la Pace. Membro di vari think-tank filoisraeliani, è inoltre uno dei più furiosi agitatori anti-musulmani negli Stati Uniti. La summa del suo pensiero è riassunta in alcune citazioni raccolte dal sottoscritto nell’ambito di una serie di articoli pubblicati in passato su questo blog. Ora, se fossi al posto di coloro che sostengono la causa palestinese, mi preoccuperebbe non poco il fatto che le mie posizioni e le mie volontà coincidano con quelle di un simile figuro. Cito da un suo editoriale, significativamente intitolato “Dare Gaza all’Egitto” e datato 30 gennaio 2008: “Washington e le altre capitali dovrebbero considerare un fallimento l’esperimento dell’autogoverno di Gaza e dovrebbero esercitare pressioni sul presidente egiziano Husni Mubarak affinché egli offra un contributo, magari assegnando a Gaza ulteriore territorio o perfino annettendola all’Egitto come provincia”. Il 7 febbraio 2008, invece, Pipes è già operativo e pubblica un editoriale intitolato “Come cedere Gaza all’Egitto”. Cito: “Alcuni israeliani desiderano soddisfare tali richieste. Il vice-ministro della Difesa israeliano Matan Vilnai, ad esempio, ritiene che il Cairo dovrebbe assumere il potere a livello economico. “(…) Desideriamo staccarci da Gaza. Non vogliamo più erogarle elettricità. Né vogliamo più rifornirla di acqua e medicinali”. Il fatto che la Suprema Corte israeliana abbia sentenziato il 30 gennaio che il governo può ridurre le forniture di carburante ed energia elettrica a Gaza rende possibile una scorciatoia.”

Chi è interessato può leggersi gli editoriali nella loro interezza. Se Pipes ha un pregio, è quello della trasparenza: non usa inutili giri di parole per spiegarsi: “Queste iniziative israeliane forzerebbero la mano all’Egitto. Indubbiamente, gli egiziani con l’aiuto di Fatah e perfino di Hamas, cercheranno di risuscitare il confine e di re-imporre l’obbligo a Israele. Ma alla fine, la solidarietà araba esige che i “fratelli” egiziani rimpiazzino il nemico israeliano. Una volta che Gerusalemme taglierà i rifornimenti, il Cairo non avrà altra scelta se non quella di approvvigionare gli abitanti di Gaza. E poi, la dipendenza economica coinvolgerebbe ancor più l’Egitto, il che ha ulteriori conseguenze”. Quanti abitanti ha l’Egitto? Quasi 80 milioni. E quanti abitanti ci vorrebbe “regalare” Israele? Un milione e mezzo, con un alto tasso demografico e una densità abitativa unica al mondo. Quindi come dice Pipes, nulla vieta che l’Egitto - oltre ad assumersi i costi del rifornimento in elettricità, gas, acqua, medicinali e tutto il resto - assegni “a Gaza ulteriore territorio”, ovvero terra del Sinai. Attenzione però: l’Egitto dovrà, ovviamente, impedire che lancino dei missili su Israele. Su questo Pipes è chiarissimo. I precedenti del Libano e della Giordania ci insegnano, però, che i palestinesi non rinunceranno alla resistenza. Quindi chi dovrà beccarsi le prossime tonnellate di cluster-bombs e magari una bella invasione difensiva? L’Egitto.

Ora, chi segue l’attuale politica israeliana e il pensiero neoconservatore che la supporta oltreoceano, sa benissimo che Israele teme un solo nemico, anche se non lo dichiara apertamente. Daniel Pipes ci risparmia la fatica di cercarlo quando scrive, in un editoriale del 2006: “L’Egitto rappresenta sempre più un pericolo con le sue potenti armi convenzionali”. E’ un dato di fatto che Israele non ha mai mandato giù il boccone amaro della guerra del Kippur: l’umiliazione dell’esercito israeliano che in poche ore perde migliaia di soldati e deve dipendere da un ponte aereo statunitense per rovesciare le sorti della guerra, la distruzione del mito dell’invalicabilità della Linea Bar Lev in meno di due ore, lo choc della proposta di pace del Presidente Sadat e i conseguenti accordi - che oltre a fruttare all’Egitto la restituzione totale del Sinai, quasi due miliardi di dollari all’anno e armi delle ultime generazioni - garantiscono stabilità politica ed economica per il paese, già attanagliato da mille altri problemi. Ci manca solo la guerra con Israele (ancora!). E’ un dato di fatto che Israele non vede l’ora di creare il casus belli con l’Egitto. Gaza è un ottimo espediente in questa direzione. Per neutralizzare la possibile minaccia egiziana. E magari per riprendersi il Sinai. Chi grida allo scandalo, dovrebbe pensarci due volte, prima di pretendere che l’Egitto si prenda questa mela avvelenata. E non sarò di certo io ad accodarmi al coro - legittimo - di chi, anche in Egitto, vorrebbe aprire le frontiere a Gaza. Non si era forse rivelato vero l’avvertimento di Laocoonte ai Troiani quando disse “Temo i greci e i doni che portano”?

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Dic 31


la cosa è molto semplice: domani, invece di inserire il solito post di auguri e ringraziamenti, ciascuno di noi potrebbe reinserire l’articolo che ha ottenuto più consensi nel corso dell’anno, come viatico per quello che arriva.

La scelta dovrebbe cadere sull’articolo che ha ottenuto più commenti e ha portato più accessi al vostro blog: quindi non quello più condiviso, ma quello più stimolante e discusso.

I vantaggi saranno duplici: oltre a garantire un’ottima qualità ai post dell’ultimo dell’anno, ci libereremo da incombenze di tastiera, rendendo ipotizzabile un blitz in bagno per espropriarlo a mogli, compagne o fidanzate. E per moglie, compagne e fidanzate, la possibilità di evitare l’esproprio medesimo (ma quant’è dura evitare il sessimo!)

Quindi si tratterà di inserire domani l’articolo scelto proprio col titolo “ Il migliore del 2008, per un miglior 2009”, eventualmente inserirlo su OKNOtizie, e a fine articolo linkare a questo post in modo che possa diventare un indice per chi voglia leggerli tutti.

Vi prego anche di darmi un cenno di adesione nei commenti, qui o su oknotizie, in modo che possa indicizzare il blog che aderiscono e, se potete, comunicare l’iniziativa almeno a tre blog che sono tra i vostri preferiti. Se il numero di adesioni dovesse essere come lo scorso anno intorno ai 50 post, prometto di impaginarli e creare un libro che potrà poi essere acquistato in rete e rappresentare un ricordo spero gradevole per ognuno di noi.

Un grazie di cuore a chi aderirà, e a tutti i miei Auguri per un 2009 esattamente come lo state immaginando.

Riccardo

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Dic 31



Un Popolo dovrebbe aver imparato il valore di una vita umana,
specie se gli è stata rubata sei milioni di volte.

Un Popolo dovrebbe aver imparato il peso dell’ingiustizia,
specie se lo ha dovuto portare per una decina d’anni.

Un Popolo dovrebbe aver imparato il valore della tolleranza,
specie se ha conosciuto per secoli il suo opposto.

(sono solo sei righe, ma susciteranno molte polemiche. Io non credo che le vittime di ieri siano i carnefici di oggi: le vittime di ieri volano nel vento. Ma credo che i carnefici di oggi non abbiano imparato nulla dalle vittime di ieri. E il mio blog, da sempre sta con le vittime, non con i carnefici. Per questo v’invito a leggere queste sei righe, e non in mezzo a queste sei righe)

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Mar 11

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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Dic 31

Ciao a tutti e bentornati al nostro ormai consueto appuntamento sugli strumenti per webmaster.

Per chi ancora non ne sapesse nulla, abbiamo realizzato una serie di video di approfondimento sugli Strumenti per webmaster di Google toccando diversi temi, in particolare come attivare un account e verificare il proprio sito (primo video), come impostare le preferenze per indicizzare al meglio il vostro dominio, scegliere il vostro target geografico di riferimento e impostare la frequenza di scansione del vostro sito (secondo video), e come creare e caricare una sitemap (terzo video).

Oltre a trattare un nuovo argomento, questa settimana abbiamo anche un nuovo speaker: dopo Luisella, ecco Stefano, la cui voce vi accompagnerà per i prossimi tre video.
Il tema di oggi riguarda l’esclusione dei dati privati dal processo di indicizzazione di Google e l’eventuale rimozione di dati, se già indicizzati.
Uno dei metodi più semplici per escludere un determinato contenuto dal processo di indicizzazione consiste nell’inserirlo in una directory protetta da password: così facendo il contenuto non sarà accessibile ne’ ai bot ne’ ai visitatori. Un secondo metodo, particolarmente indicato se avete un sito di piccole dimensioni o se volete proteggere soltanto delle singole pagine del sito, è l’utilizzo dei metatag. Nel video troverete ulteriori informazioni sulle operazioni da compiere e sui parametri da indicare.

Nel caso in cui vi foste persi i primi tre video, potete consultare i post precedenti, “Strumenti per Webmaster? Da oggi anche in video“, “Strumenti per webmaster: è live il secondo video” e “Terzo appuntamento con gli Strumenti per Webmaster: creazione e caricamento di una sitemap“, o guardare la playlist “Webmaster” direttamente su YouTube.

Vi ricordo inoltre i prossimi appuntamenti:

Strumenti per webmaster 5: Diagnostica, statistiche e link
Strumenti per webmaster 6: La comunicazione tra Google e i webmaster

Se avete domande relative agli strumenti per webmaster o volete saperne di più sui temi trattati nel video, non esitate a scriverci sul Gruppo di Assistenza Webmaster.

Buona visione!

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Associate



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Dic 31

Enza Cusmai intervista Maurizio Benato, vice presidente della Federazione dell’ordine dei medici, sul caso della donna che ha preferito lasciarsi morire piuttosto che subire l’amputazione di una mano e di un piede (i particolari del caso su Repubblica). Dalle risposte – se correttamente riportate – sembra emergere una malcelata insofferenza per i limiti imposti al medico dall’art. 32 della Costituzione («“Noi camici bianchi abbiamo le mani legate: dobbiamo rispettare le volontà del malato”», Il Giornale, 29 dicembre 2008, p. 20; i corsivi sono miei):
Maurizio Benato, vice presidente della Federazione dell’ordine dei medici, è possibile lasciarsi morire per non farsi amputare mano e piede?
«Purtroppo è possibile. Il medico deve tenere conto delle volontà espresse dal paziente. In Italia valgono le convenzioni internazionali, compresa quella di Orvieto [sic! È «Oviedo», naturalmente], che fanno riferimento a ciò che decide il malato. E mi pare che nel caso di cui si parla la dichiarazione di non farsi curare sia stata espressa in maniera chiara, di fronte a magistrati».
Però la paziente era ricoverata in un reparto psichiatrico.
«Dove c’erano medici che avranno confermato la sua capacità di intendere e di volere. E se per i giudici non era necessaria la nomina di un tutore, non c’è nulla da obiettare».
Anche se c’è sproporzione tra la cura e le sue conseguenze?
«Il medico può intervenire solo in caso di urgenza. Altrimenti va rispettato il volere del paziente».
Ma non vi sentite le mani legate?
«Il medico è il ventre molle della situazione. Dobbiamo trovare una mediazione rispettosa tra il volere del malato e la nostra deontologia. Insomma, se una situazione contrasta con la nostra coscienza, possiamo obiettare».
In un caso tragico come questo, lei come si sarebbe comportato?
«Avrei tentato fino all’ultimo di convincerla a curarsi. Ma fino a che non c’è una legge nazionale che pone dei paletti non possiamo fare molto altro». Passi per quel «purtroppo» all’inizio dell’intervista, che si può attribuire alla compassione per la sorte della donna. Ma già il riferimento all’obiezione di coscienza è del tutto fuori luogo in un caso come questo. Il medico può obiettare quando gli viene richiesto di praticare un intervento che contrasti con la sua scienza e la sua coscienza; ma per lo stesso principio non può rifiutare di astenersi dal fare qualcosa che contrasta con la coscienza del paziente. Il medico possiede un sapere tecnico superiore, ma non anche valori superiori.
Il peggio viene raggiunto alla fine dell’intervista. Ti aspetteresti una difesa convinta del principio del consenso informato, che dovrebbe ormai essere patrimonio acquisito dell’intera classe medica, e invece Benato pare strizzare l’occhio alla possibilità di una legge restrittiva (e incostituzionale). Sì, il paternalismo medico – che è potere di un uomo su un altro uomo – è duro a morire.
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Dic 31

Lucia Bellaspiga intervista per il giornale dei vescovi l’oncologa Carla Ripamonti, tra i firmatari di un appello contro le sentenze dei tribunali sul caso Englaro («“Vivo con i malati terminali. Su Eluana dico: fermiamoci”», Avvenire, 28 dicembre 2008, p. 11):
[Beppino] Englaro è una figura estremamente sofferente, estremamente da comprendere e da rispettare, soprattutto da tenere fuori dal giro dei media. Soprattutto.
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Dic 31

Luca Volontè, «Aborto e pedofilia, i “re Erode” dei nostri tempi» (Libero, 28 dicembre 2008, p. 14):
Ancora quei piccoli di casa nostra, violentati da maniaci e depravati sessuali in colletto bianco, quei nostri piccoli uccisi nei sentimenti da insegnanti che odiano il Presepe, il Natale e lo stesso Gesù bambino.
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Dic 29

In una chiesa di Bergamo il parroco si è rifiutato di mettere la statuetta di Gesù Bambino nel presepe (come accade, per tradizione, il 24 dicembre), perché la gente “non è pronta”. E ora fa discutere la scelta di monsignor Attilio Bianchi, parroco della chiesa di Santa Lucia, il Tempio votivo di Bergamo, annunciata nel corso dell’omelia, alla Messa di Mezzanotte. Il sacerdote, che durante le omelie domenicali invita i fedeli a curarsi dei poveri e degli emarginati, ha deciso di comportarsi di conseguenza. E durante l’omelia ha proclamato: “Questa notte non è Natale. Non siete pronti. Se non sapete accogliere lo straniero, il diverso, non potete accogliere il Bambin Gesù. Perciò Gesù non nasce”. (La Repubblica)

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Dic 29


Niccolò Ghedini non comprende le perplessità suscitate dalla proposta del “carcere leggero” che il governo intende varare al più presto:

“Da sempre siamo in prima fila per depenalizzarlo!”

(nella foto in alto, la testimonial della nuova campagna di sensibilizzazione)

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Dic 29


Di internazionali oggi a Gaza ce ne sono pochini.

Sono dovuto tornare.
Siamo necessari quantomeno come testimoni, se non come scudi umani,
della mattanza che Israele a intenzione di regalare ai palestinesi per l’anno nuovo.
Si prevedono stragi senza precedenti.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire.
Speriamo non sia l’unica a sopravvivere.

questo è quello che scriveva ieri da Gaza, Vik Vittorio Arrigoni. E la mattanza è puntualmente arrivata a inzuppare di sangue i giorni che dovrebbero essere della pace nella terra che dovrebbe essere della pace.
La storia la stuprano gli addetti al mattatoio, ma la Verità resta affidata agli uomini, a quelli grandi come l’amico Vittorio.
Noi siamo con lui, e speriamo di avere al più presto su notizie dal suo blog.

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Dic 29

Di Guido Ceronetti (da Repubblica).
Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace

Diciassette di coma che m’impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna

Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita

Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto

Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l’oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama

Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola

Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d’innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente

Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c’è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura

E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro
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Dic 29

Grazia Maria Mottola, «Lettera choc di un prete: “Ho cercato di portare via Eluana per salvarla”», Corriere della Sera, 28 dicembre 2008, p. 21:
MILANO — «Un po’ di giorni fa sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via di lì e a metterla in un luogo dove nessuno la faccia morire». Chi scrive è un prete, don Paolo Zaccaria; la persona che avrebbe voluto «portare via» è Eluana Englaro.
Un piano assurdo, forse solo un pensiero folle, raccontato in una lettera indirizzata a papa Benedetto XVI, mai spedita, ma finita nelle mani del vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli, che ne ha confermato autore e contenuti: «L’ho letta e ne ho parlato con don Paolo, so che lui ci tiene molto ad Eluana, non dorme di notte nella prospettiva di quello che le faranno. Ma non credo che volesse davvero portarla via: si sarà trattato di un desiderio».
È il 3 dicembre scorso, meno di due settimane dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato l’autorizzazione a sospendere idratazione e alimentazione artificiali a Eluana. Don Paolo Zaccaria, sacerdote della Diocesi di Taranto, specializzando in biologia evolutiva all’Università di Bologna (per questo vive a Imola) scrive rivolgendosi al Papa per confidargli il suo tormento: «Carissima Santità, sono un suo prete, le scrivo per scongiurarla di non lasciare che Eluana muoia. È da questa estate che dico la Messa perché Dio la svegli e tutti i miei amici pregano per questo». Poi la «confessione»: «Le confesso che sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via (alle leggi ingiuste si può disobbedire!).
Non siamo riusciti a metter neanche il naso nella clinica né nella casa delle suore. Abbiamo dovuto decidere se fare del gran chiasso lì, ma non sarebbe servito a non farla morire, anzi, magari avrebbero accelerato tutto. Abbiamo pregato e basta». Il testo continua, descrivendo un tentativo di bloccare la sentenza per vie legali, affidandosi a un avvocato, e la sofferta promessa «di pregare e basta» fatta al suo vescovo (quello di Taranto). La lettera, mai imbucata, viene discussa invece da don Paolo con il vescovo di Imola, poi arriva a Taranto e diventa fonte di ispirazione di una neonata associazione, la «Compagnia degli uomini vivi», fondata proprio dagli «amici» di don Zaccaria: un gruppo fortemente motivato a non «lasciar morire Eluana», attualmente alle ricerca di un «modo» per impedire che la ragazza venga spostata dalla clinica di Lecco.
Aggiornamento: in un esempio piuttosto impressionante di preveggenza, Malvino aveva anticipato il tentato rapimento pochi giorni prima che ne fosse data notizia.
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Dic 29

Ricevo da Miriam Della Croce copia della risposta a ciò che Nerella Buggio, don Ferdinando Dell’Amore e padre Aldo Trento («Le follie di un missionario?», CulturaCattolica.it, 23 dicembre 2008) hanno scritto a proposito della sua lettera apparsa sul Manifesto qualche giorno prima, di cui ci siamo occupati su Bioetica. Trascrivo una delle parti a mio parere più significative della risposta di Miriam Della Croce:
[Nerella Buggio] dice: «Io comprendo il suo scandalo, perché stare di fronte a chi soffre non è facile né scontato, ma la vera domanda è chi siamo noi per decidere che Victor muoia? La pietà consiste nell’accudirlo sino a quando morirà, o nel farlo morire per non vederlo soffrire?»
Io non mi sono scandalizzata per la creatura sofferente, ma per le parole e l’atteggiamento di padre Aldo. Il bimbo malato non scandalizza; fa solo una gran pena; è angosciante. Poi chiede: «chi siamo noi per decidere che Victor muoia?». Posso risponderle così: per l’appunto, chi siamo noi per decidere che Victor resti sulla croce più di quanto ci restò il Signore? Chi siamo noi per decidere di impedirgli di volare subito in cielo, riempiendolo di «cannucce che entrano ed escono dal corpo» (cito le parole di padre Aldo), nonché di medicinali, se non servono per farlo guarire? L’ultima domanda, invece, è posta male. Quella corretta è questa: la pietà consiste nel protrarre la sua vita di sofferenza, o nel permettere che muoia affinché non soffra ulteriormente?
Capisce a quali aberrazioni può portare la visione del mondo attraverso la lente deformante di un falso cristianesimo, di un concetto sbagliato di Dio? Se siamo persuasi che il «non senso» di una malattia gravissima, abbia un senso, se siamo persuasi che la sofferenza di quella creatura sia addirittura chiesta da Dio, se vediamo in quel lettino un «piccolo Gesù deforme» anziché un bambino, allora alteriamo la realtà, e possiamo anche protrarre per settimane, o mesi, o qualche anno la sua esistenza, senza porci il problema se lui voglia vivere in quelle condizioni. Non è lui, Victor, che conta, ma il presunto assurdo significato della sua sofferenza; non è Victor che conta, ma il «Gesù deforme», da baciare e accarezzare. Ed allora possiamo anche permetterci tranquillamente di fotografarlo, dopo averlo preparato con cura tra due bei cuscini azzurri; e possiamo permetterci di diffondere la sua immagine, senza chiederci se non significhi mancargli di rispetto. Ecco perché ho trovato sconcertante la fotografia.
Se lei legge attentamente la lettera di padre Aldo, si renderà conto che il missionario parla del bimbo come nessun padre amorevole riuscirebbe mai a parlare di un figlio malato. Il missionario è davvero un cristiano fortunato: anziché inginocchiarsi davanti ad un crocifisso di legno o di marmo, può genuflettersi davanti ad un «piccolo Gesù deforme che agonizza e geme», in carne e ossa. Ma in quel lettino c’è solo un bimbo gravemente malato che non ha bisogno di adoratori genuflessi.
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Dic 27


Il cattivo tempo che nelle ultime settimane ha flagellato la Capitale ha creato enormi disagi anche alla comunità di darfuriani. Infatti la sede di via Scorticabove e’ stata completamente allagata.
Alle 10 del mattino dell’11 dicembre l’acqua è entrata nei locali in quantità impressionante, raggiungendo in breve l’altezza di 1 metro.
Subito le persone sono state costrette a salire al primo piano, dove sono rimaste fino alle 4 del pomeriggio Imponenti i soccorsi: tre elicotteri (due dei carabinieri e uno della Finanza), poi un canotto di grandi dimensioni ed infine un mezzo più idoneo, un anfibio capace di ospitare fino a circa cento persone.
I Darfuriani sono stati provvisoriamente trasferiti nei locali della ex Fiera di Roma, in via Cristoforo Colombo. Purtroppo in questi locali non sono previsti locali doccia, per cui l’igiene è più precaria.

Nella foto in alto acqua anche nei viali interni della sede di via Scorticabove. Sotto, il segno dell’acqua sul muro.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Dic 27

Possibilità cortei funebri
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Dic 27

Così dice Angelo Bagnasco. E, viene da aggiungere, soprattutto a natale una buona bottiglia e una bella mangiata sono davvero irrinunciabili.
Ma viene il dubbio che Bagnasco, più che irrinunciabili, intenda obbligatori.
Cioè non puoi decidere tu, te li prendi e basta. E non protestare, tanto non serve. Beccati senza fiatare idratazione e nutrizione (artificiale o naturale, fa poca differenza).
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Dic 27

Dal Corriere della Sera del 24 dicembre, p. 22, due articoli a cura di Grazia Maria Mottola a proposito della «scoperta» del professor Giuliano Dolce sul fatto che Eluana Englaro sarebbe ancora in grado di deglutire il cibo da sola. «“No, le verrebbe la polmonite”»:
«Che Eluana deglutisca non è una cosa sconvolgente, assolutamente non in grado di cambiare le condizioni in cui si trova». Mauro Zampolini, responsabile del Dipartimento Riabilitazione Asl 3 in Umbria, e direttore del «Giscar», gruppo italiano per lo studio delle gravi cerebrolesioni acquisite, parla alla luce della sua esperienza tra i pazienti in stato vegetativo: «È ricorrente che questi malati conservino in parte la capacità di deglutire, ma si tratta di un’attività incosciente, quindi rischiosa. Per questo motivo si usa alimentarli con il sondino. Non bisogna stupirsi, però, che provando a nutrirli per bocca, li si veda deglutire. Il problema è che parte del cibo potrebbe finire in trachea. Che cosa succederebbe a Eluana? Se la si alimentasse per via naturale, morirebbe di polmonite». «“Eluana può mangiare”. “No, serve il sondino”. È scontro tra i medici»:
Non perde la calma Carlo Alberto Defanti, neurologo, che da 12 anni cura Eluana: «Dolce ha visto la ragazza solo una volta. Io posso dire che spesso ha un ingombro delle vie aeree alte a causa di problemi alla deglutizione: se la alimentassimo per bocca, parte del cibo le finirebbe in trachea, rischiando la broncopolmonite. Ecco il perché del sondino». Linea confermata anche dal presidente della Società italiana di nutrizione artificiale, Maurizio Muscaritoli.
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Dic 27

Ognuno, inevitabilmente, ha le proprie idiosincrasie linguistiche: parole, modi di dire che si trovano insopportabili, che ti fanno raggricciare al solo sentirli o vederli scritti. Per qualcuno può essere «un attimino», o l’atroce «piuttosto» usato come congiunzione disgiuntiva; nel mio caso – tra le altre cose – è l’espressione «ciurlare nel manico». Non so spiegare bene perché: forse è per quell’aria di desuetudine, di modo di dire sopravvissuto al suo tempo, che non si intende più tanto bene (non è un caso, credo, che si trovi spesso usato apparentemente col significato di «prendersi in giro», «dire intenzionalmente fregnacce», mentre il redivivo De Mauro ci informa che vuol dire invece «temporeggiare per sottrarsi a un impegno o a un dovere», «non essere saldo nelle proprie idee»); forse è per una certa goffagine equivoca che ne traspira, come se nascondesse qualche grassoccio doppio senso. Fatto sta, in ogni caso, che la detesto vivamente. Figuratevi quindi quando leggendo l’ultimo articolo del professor Francesco D’Agostino («Non ciurliamo, l’indisponibilità della vita è un argine antropologico», Il Foglio, 23 dicembre 2008, p. III) me la ritrovo ripetuta ben cinque volte, senza contare l’attestazione monca nel titolo (e con un senso che, qualunque sia, non sembra corrispondere tanto a quello del De Mauro o di altri dizionari). Ma noi di Bioetica siamo ossi duri – e poi nel brano che vado qui a commentare l’orrenda espressione misericordiosamente non compare.
Se […] ritenessi che ogni cittadino può (come l’unico vero giudice della qualità della sua vita, quindi per ragioni insindacabili) non solo disporne [della propria vita], ma esigere che lo stato lo “assista” a realizzare il suo eventuale desiderio di essere soppresso, perché mai dovrei ritenere quella stessa vita indisponibile da parte dello stato? A differenza del singolo, che sostiene che “nessuno lo può giudicare”, lo stato, almeno quello democratico, si lascia senza alcuna difficoltà giudicare dai propri cittadini. Non è vero forse che esso ha come proprio compito primario quello di garantire il bene comune?
E se il bene comune esigesse la soppressione di alcuni cittadini? Pensiamo ai costi per il servizio sanitario nazionale che implicano il far sopravvivere un neonato disabile o l’assistere tanti malati e anziani; pensiamo al rischio di contagio anche mortale che alcuni, pochi cittadini fanno inutilmente correre a tutti gli altri, ai “sani”; pensiamo all’efferatezza di alcuni delitti, che rendono i colpevoli non solo umanamente disgustosi, ma anche socialmente pericolosissimi e meritevoli di essere tolti definitivamente di mezzo… non sono questi buoni argomenti per sostenere che lo stato (lo stato democratico, che si prefigge un solo obiettivo, quello di garantire il bene comune!) può legittimamente disporre della vita dei suoi cittadini? Sarei stato tentato di rispondere alla domanda di D’Agostino – «Se ritenessi che ogni cittadino può disporre della propria vita, perché mai dovrei ritenere quella stessa vita indisponibile da parte dello Stato?» – in modo un po’ brusco: «Perché altrimenti, gentile professore, riterrebbe vere due proposizioni contraddittorie: che la sua vita le appartiene (e con questo si intende comunemente che appartiene solo a lei), e che la sua vita appartiene allo Stato»; dopodiché avrei pubblicato il post, chiuso il portatile e sarei andato a farmi una passeggiata a mare. Ma il professor D’Agostino, immagino, potrebbe replicare in questo modo: «Non ciurliamo nel manico. Quello che volevo dire è che nel momento in cui si abbandona l’assolutezza di un principio – nel nostro caso, l’indisponibilità della vita umana – per sottometterlo a qualche convenienza più o meno contingente, tutto diventa possibile: anche derogare a quello stesso principio in un’altra direzione». E questo, bisogna convenirne, richiede una risposta un po’ più articolata.
Quando il tuo sistema di coordinate mentali ha origine da un punto prefissato, è facile prendere ogni spostamento a un altro punto di quello spazio come un allontanamento, un venir meno al principio. Ma può capitare che quel punto diverso sia in realtà l’origine a sua volta di un altro sistema di coordinate… Consideriamo il principio di non aggressione: nessuno può interferire con le libere scelte di un altro. Certo, è un principio che dispiace a chi, come il professor D’Agostino, sostiene che sia la vita ad essere indisponibile, e non la libertà dalle interferenze altrui: se nessuno mi può aggredire allora nessuno mi può neppure imporre terapie che non ho richiesto, nessuno può interferire col mio libero accordo con un medico che mi pratichi l’eutanasia, etc. Questo però non vuol dire che tutto diventa possibile – proprio perché anche qui abbiamo un principio assoluto. Lo Stato non mi può sopprimere appena finisco su una sedia a rotelle o perché sono sieropositivo, per la buonissima ragione che io non voglio essere soppresso.
Immagino che il professor D’Agostino protesterebbe ancora: «Ma questo è ciurlare nel manico! Anzi peggio: è relativismo! Tanti principi morali diversi, tutti validi!». Si tranquillizzi, professore: a differenza di quello che succede nello spazio fisico, nello spazio dell’etica non tutti i sistemi di coordinate si equivalgono. Da un lato abbiamo un principio che ci costringe ad assistere senza poter fare nulla alle torture inenarrabili di un bambino perché qualcuno ha deciso che la sua vita è sacra e che ricorda in modo tanto edificante le torture di Cristo; a calpestare le sentenze dei tribunali, la pietà di un padre e volontà espresse a chiare lettere, per il solo scopo di far sì che l’involucro fisico di quella che una volta era una persona possa continuare a svolgere le proprie funzioni biologiche. Dall’altro lato abbiamo invece un principio che avrà pure qualche conseguenza più o meno paradossale, ma che per definizione non costringe nessuno a qualcosa che non vorrebbe, e che riconosce – in accordo con una saggezza plurimillenaria – che la libertà è talmente cara che per essa si può a volte arrivare a sacrificare persino la propria vita. Anche solo esitare a scegliere fra questi due principi significherebbe – uhm, come dirlo? Oh, beh, al diavolo, d’accordo: significherebbe, uff, ciurlare nel manico (argghh!).
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Dic 25

Ringrazio tutti voi che con affetto seguite questo blog.
Il mio più sincero augurio di buone feste.

Luce e Amore

Freenfo


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Dic 25

“133 VIGNETTE CONTRO LA 133″

Ciao ragazzi,
Invito chiunque a collaborare per questa raccolta di vignette, l’idea è di alcuni studenti della facoltà di lettere di Firenze. Verrà stampato un piccolo libro con 133 vignette, si possono inviare fino a 3 vignette, dovete segnalare ovviamente il vostro nome e se volete anche una mail o indirizzo internet di un eventuale vostro sito.
Questo “libello” verrà stampato (in Bianco e Nero) dagli studenti e verrà di conseguenza selvaggiamente distribuito ovunque.

INVIATE IL MATERIALE A:

no-133@live.it

La persona di riferimento è Gianluigi

grazie dell’attenzione
Mattia Massolini.

P.S stateci dentro AMMàTRi!
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Dic 25


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Dic 25

BUONE FESTE A TUTTI!
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Dic 25

“La presenza nel presepe di simboli di altre religioni, come la moschea, ci dice che noi dobbiamo fare i conti con quello che io chiamo il processo di meticciato. È chiaro che se vogliamo rispettare il presepe nella sua genesi, quando è venuto Gesù l’Islam non c’era. Ma da sempre c’è la tendenza ad attualizzare il presepe. E adesso siamo dentro questo processo di meticciato di civiltà”.

Cardinale Angelo Scola, Il Corriere
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Dic 25


A tutti gli Amici di questo blog,
a quelli di OKNOtizie,
e a qualche viandante che, ingannato da una stella cometa dispettosa, dovesse capitare da queste parti:

Buone Feste. E che questa Notte sia incantata e luminosa come quelle della nostra infanzia.

con affetto e Amicizia, Riccardo

e per chi abbia attorno dei bambini, o sia rimasto un po’ bambino, un piccolissimo dono da scartare qui

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Dic 25

Berlusconi: «Se i PM vorranno parlare con i giudici, dovranno bussare alla porta con il cappello in mano».

La replica di Luigi De Magistris (nella foto) non si è fatta attendere… “Come non esprimere il mio personale apprezzamento per questo rinnovato clima di distensione: normalmente ero abituato a farlo col l’elmetto ben calato sulla fronte!”

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Dic 25

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Dic 25

Scritto da: Google Italia Blog Team



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Dic 25

Spesso vengo interrogata sul significato del fare marketing in Google. Alcuni addirittura dubitano che del marketing venga fatto. Il che è comprensibile da un lato considerando che Google (il brand) è stato creato dal prodotto (il motore di ricerca) e non da una campagna pubblicitaria. Il prodotto funzionava così bene che la gente trovava naturale consigliarlo ai propri amici. Una tecnica di marketing magica che ogni brand sogna di poter applicare, e che si chiama “passaparola”. Per Google il buy-in degli utenti è sostanziale, perché un prodotto gratuito non ha alcuna barriera all’uscita e quindi la soddisfazione del cliente (data nel nostro caso dall’estrema rilevanza del motore di ricerca) diventa fondamentale.

Ma allora a che serve il marketing? La realtà è che non tutti i prodotti di Google si diffondono in modo virale, alcuni hanno bisogno di un po’ di aiuto nel farsi conoscere. Tutti conoscono Google, molti conoscono Google Maps, alcuni conoscono iGoogle, pochi conoscono Picasa… Il marketing ha il ruolo di aumentare l’adozione dei diversi prodotti che Google crea per l’utente finale.

Per arrivare a questo obiettivo sviluppiamo la comunicazione su tre livelli principali:

  • la comunicazione all’utente finale: al consumatore non cerchiamo di “spingere” un prodotto con campagne di brand awareness sui media tradizionali, piuttosto cerchiamo di portarlo ad adottare i nostri prodotti suggerendogli di volta in volta delle soluzioni volte a migliorare la sua esperienza d’uso sul web. Abbiamo ad esempio promosso la personalizzazione permessa da un prodotto come iGoogle sviluppando una campagna internazionale che ha coinvolto artisti da 40 diversi paesi : fashion designers, scultori, fotografi, cantanti hanno disegnato oltre 100 diversi temi per la homepage di iGoogle, permettendoci di raggiungere attraverso media coverage, PR buzz e promozioni interne un pubblico enorme .
  • e arriviamo quindi alla comunicazione attraverso i media. In alcuni casi i media coinvolti in qualità di partner o di portavoce costituiscono il mezzo di comunicazione principale per alcuni lanci, come nel caso del progetto Roma Antica in 3D su Google Earth. RAI ha collaborato mettendo a disposizione filmati di RAI educational geo-localizzati e caricandoli anche su un canale dedicato su YouTube. Attraverso il coverage dedicato nei principali TG News è stato un partner essenziale per il successo del’iniziativa
  • ecosistema: il vero cuore della nostra politica di comunicazione. Google è in primo luogo una società tecnologica, che sviluppa piattaforme aperte, semplici, personalizzabili e gratuite che possono diventare facilmente strumenti di comunicazione per chiunque le voglia utilizzare. L’ecosistema è rappresentato da una serie di attori (siti web, sviluppatori, agenzie creative, bloggers), che diffondono la notorietà o l’uso dei prodotti Google (Google Maps, gadget per iGoogle, canali su YouTube) utilizzandoli come strumenti di advertising o comunicazione. Il portale della regione Toscana, InToscana.it ha utilizzato le mappe di Google con la funzionalità di Street View sulla città di Firenze, Trenitalia ha sviluppato un gadget che permette di cercare velocemente i treni disponibili su una certa tratta, Walt Disney Studios ha creato un interessante canale YouTube per promuovere i propri film

La politica B2C di Google è quindi quella di mettere a disposizione dei consumatori prodotti rilevanti e semplici da utilizzare, di fornire all’ecosistema strumenti di comunicazione aperti e personalizzabili, e di coinvolgere i media nel processo di educazione del mercato.


Scritto da: Giorgia Longoni, Direttore Marketing Google Italia



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Dic 25


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Dic 25

Giudicate voi stessi (Giuliano Ferrara, «Indecente futuro natalizio, dalla provetta alla fiala», 22 dicembre 2008, p. 1):
Siete sicuri di quello che state facendo? Lo domando ai genitori e ai medici della bambina fabbricata senza il gene Brca1 del cancro al seno, che sta per nascere a Londra, fecondata in provetta con scarto di tre embrioni […]
Il caso singolo è quello di una famiglia esposta seriamente al rischio del cancro al seno. Decide di provarci, di assicurarsi una discendenza che quel rischio lo eviti. Invece di fare un figlio, lo concepisce in provetta e lo medica, togliendogli il gene: insomma, compie un esperimento di eugenetica. Qui l’eugenetica offre il suo volto positivo, di cura e non di selezione, di “eliminazione della diversità biologica” (per esprimermi nello stupido linguaggio della diversità politicamente corretta). Qui non si fa fuori nessuno, a parte gli embrioni scartati, non si estingue un parto a rischio buttando via il bambino (letteralmente) con l’acqua sporca, no, qui si interviene sul codice genetico e si mutano certe caratteristiche. Gli stessi medici e biologi ti dicono che facendo così non hai risolto il problema, perché quel gene, il Brca1, non è affatto l’esclusivo responsabile del cancro al seno, anzi, la maggioranza di quei tumori dipende da altri fattori tra i quali il mancato allattamento materno e la mancata gravidanza. […]
Io dico solo che quella bambina senza quel gene non è l’inveramento mitico del figlio sano, che è purtroppo soltanto una illusione; e che una società alla fine fondata su quel tipo di selezione, destinata a programmare e produrre i figli a quel modo, condensando l’amore nel probabilismo genetico di una provetta, è una società palesemente malata. Bambina «fabbricata senza il gene Brca1»? Un figlio medicato «togliendogli il gene»? «Si interviene sul codice genetico e si mutano certe caratteristiche»? Di che sta parlando quest’uomo? Come sa chiunque sia appena appena informato in materia, le tecniche esistenti sono ben lontane dal consentire un intervento di ingegneria genetica di questo tipo (che, a essere un pochino pedanti, non consisterebbe nel «togliere il gene» – così otterresti solo un embrione morto – ma nel correggere una mutazione di quello stesso gene). L’intervento è stato di pura e semplice selezione di embrioni – quella tanto aborrita da Ferrara. Basta un’occhiata alla stampa seria, come il Telegraph (Kate Devlin, «Baby selected to be free from breast cancer gene», 19 dicembre). L’equivoco, come documentava Ivo Silvestro qualche giorno fa («Geneticamente modificato?», L’Estinto, 20 dicembre), sembra essere nato in Italia. Da notare comunque che Ferrara, contraddittoriamente, dopo aver opposto il fantomatico intervento di ingegneria genetica alla selezione embrionaria torni a parlare qualche riga dopo di «una società alla fine fondata su quel tipo di selezione».
Paradossale anche il considerare l’espressione «eliminazione della diversità biologica» come un esempio dello «stupido linguaggio della diversità politicamente corretta»: il politically correct, a quanto ne so, consiste nell’esaltazione della diversità, non in quella dell’eliminazione della diversità…
I problemi diventano più seri quando Ferrara attacca a sostenere che «quel gene, il Brca1, non è affatto l’esclusivo responsabile del cancro al seno, anzi, la maggioranza di quei tumori dipende da altri fattori». Come già abbiamo avuto modo di notare su Bioetica (il lettore riesce a indovinare a quale altro quotidiano ci riferivamo in quell’occasione?), c’è qui un’incresciosa confusione fra il rischio calcolato sulla popolazione in generale – a cui in effetti il gene BRCA1 contribuisce in maniera abbastanza limitata – e il rischio per il singolo affetto dalla mutazione, oscillante fra il 46% e l’87%: che non è affatto poco. Chi non si fida dei calcoli è invitato a chiedersi se gli sembra normale quello che è successo nella famiglia del padre del bambino di cui stiamo parlando (il portatore della mutazione): tre generazioni di donne che hanno sviluppato il cancro al seno prima dei vent’anni di età, fra cui la madre, la sorella, una nonna e una cugina. Non basta non avere figli o non allattarli per raggiungere questi livelli di rischio, credetemi.
Infine, possiamo essere d’accordo su una cosa con Ferrara: «che quella bambina senza quel gene non è l’inveramento mitico del figlio sano, che è purtroppo soltanto una illusione». Naturalmente, l’unico a farsi quell’illusione è lo stesso Ferrara, dato che non risulta che quei genitori e quei medici abbiano mai voluto ottenere «inveramenti mitici»: si sono limitati a cercare un figlio più sano, non un figlio assolutamente sano. C’è una certa differenza fra le due cose.

Ora, dobbiamo forse pensare che il direttore del Foglio possa dedicare un lungo commento a un evento che non si è mai verificato nei termini riportati, solo perché non è stato in grado di controllare un giornale in inglese e si è fidato invece di qualche sgangherata agenzia nostrana? Che in tutta la redazione del Foglio – i mitici Foglianti! – non ci sia uno straccio di redattore scientifico che possa allertare il Direttore su uno sfondone come questo? Che l’intelligentissimo Ferrara, oltre a dissertare di cose che non conosce e sulle quali non ha sentito il bisogno di informarsi, riesca pure a scrivere enunciati contraddittori nell’arco di poche righe e a proporre bizzarre notazioni linguistiche? Che fornisca con disarmante irresponsabilità informazioni fuorvianti su patologie gravissime, sminuendo implicitamente le tragedie di molte famiglie? E che alla fine di tutto ciò proponga anche un bel sermoncino grondante odio contro nemici fabbricati da lui stesso?
Io non posso credere a tutto questo. Mi rifiuto. Beh, magari facciamo un’eccezione per l’ultima accusa. Per il resto, credo più banalmente che al Foglio abbiano cominciato i festeggiamenti natalizi con un po’ in anticipo; qualcuno deve aver ecceduto con le libagioni – si sa come vanno queste cose, specie quando si festeggia la ricorrenza dell’evento fondante dell’Occidente giudaico-cristiano-sanamente-laico-ateo-clericale (uhm, forse giudaico è di troppo, in questo caso?). Un po’ di comprensione, insomma: sono incidenti che capitano. E tanti sinceri auguri di buon Natale al Foglio, al suo Direttore e ai Foglianti tutti quanti da parte di Bioetica!
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Dic 25

Carlo Galli, «Se la Chiesa esige uno “Stato cristiano”» (La Repubblica, 22 dicembre 2008, p. 1):
Era parecchio tempo che non si sentiva utilizzare, nel dibattito pubblico, il termine “statolatria” (culto dello Stato): se ne è servito l’arcivescovo Angelo Amato per polemizzare contro l’Educazione alla cittadinanza, nuova materia di insegnamento nella Spagna di Zapatero. Per il prelato si tratta di un “indottrinamento laicista” che rinnova, in forme mutate, la pretesa dello Stato di esercitare sui cittadini un’autorità non solo legale, esteriore, ma anche pedagogica e morale, interiore. Uno Stato che fa concorrenza a Dio.
[…]
Ma che cosa significa il ricorso polemico al termine “statolatria” nel dibattito di oggi, quando lo Stato, con ogni evidenza, non ha più quelle pretese? Quando lo Stato etico è un’esperienza sconfitta dalla storia, e tutta la riflessione politica e morale, si orienta altrove per individuare le coordinate della libertà individuale e collettiva? Qual è la ragione di questo anacronismo lessicale?
Siamo davanti, di fatto, all’equiparazione dello Stato laico contemporaneo allo Stato etico, all’assimilazione dell’educazione dei giovani alla cittadinanza democratica con la trasmissione autoritaria di specifici contenuti dottrinari, al timore che quando lo Stato educa al rispetto dei diritti realizzi una limitazione della libertà personale e collettiva, che il potere sia ormai (secondo le parole dell’arcivescovo) “biopolitico”, che cioè si intrometta nella vita intima delle persone.
Ora, in questa argomentazione sono evidenti alcuni limiti: il primo è che tutto ciò sembra ricalcare le polemiche ecclesiastiche ottocentesche contro l’istruzione pubblica promossa dallo Stato, vista come una violazione dei diritti delle famiglie. Il secondo è che la Chiesa definisce “biopolitica” la legge di uno Stato, ma non la propria impressionante serie di divieti, che vincolano gravemente i diritti dei singoli credenti a determinare in modo autonomo come vivere, amare, procreare, morire. Il terzo limite è infine che qui si interpreta polemicamente come un contenuto ideologico particolare (e pericoloso) proprio quel principio di laicità dello Stato che è al contrario la condizione universale formale che fonda e garantisce la coesistenza dei singoli soggetti e dei gruppi sociali.
Lo Stato laico (quale cerca di essere la Spagna) non può non insegnare ai giovani il pluralismo e la tolleranza. E non può non spiegare, a tutti i cittadini, che la legittimità del legame politico democratico e dei doveri che ne derivano sta nel fatto che le leggi dello Stato rispettano e valorizzano i diritti umani, civili, sociali e politici, e non servono ad affermare un’identità religiosa o culturale (né, ovviamente, etnica), neppure se è quella della maggioranza. Questo non è l’insegnamento di un’ideologia che fa dello Stato un idolatrico concorrente di Dio, ma della libertà dei moderni, e dei contemporanei.
E se non si vuole comprendere che la laicità dello Stato non è un opinabile valore fra gli altri ma è la decisione fondamentale della civiltà moderna che realizza la tutela politica della libera espressione sociale di ogni possibile fede e cultura, dell’uguale dignità dei più vari progetti di vita purché non implichino violenza e dominio su altri; se si critica e si combatte come statolatria, come culto dello Stato, l’esistenza e l’azione di uno Stato che rende possibili tutti i culti (e anche il rifiuto dei culti) e tutte le culture; allora in realtà non si vuole, al di là delle espressioni verbali, uno Stato laico ma uno Stato cristiano, o almeno uno Stato che di fatto privilegia il cristianesimo. Come la distinzione fra laicità e laicismo, così il ricorso al termine “statolatria” è quindi più che una scelta linguistica: è un chiaro segno, fra molti altri, di un preciso indirizzo di politica ecclesiastica di cui farebbero bene a essere consapevoli tutti quei laici che del ruolo dello Stato hanno ancora un concetto adeguato.
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Dic 23

Siamo persi nel dubbio che tutto sia illusorio. La realtà plasma le sue forme attraverso i nostri pensieri. Il nostro mondo si modella sulle nostre idee, i nostri sentimenti e le nostre azioni. L’uso consapevole di questo potenziale, rende l’uomo più vicino alla forza creatrice, rende l’uomo parte integrante del perfetto sistema che si autoregola fuori dal tempo e dallo spazio. Si ha percezione dell’istante che si osserva, come se avessimo solo un occhio per volta, in tre dimensioni. Uscire dal corpo con la mente ci apre a nuove illusioni, esperienze che accrescono in noi la consapevolezza di essere molto più che semplici corpi. Ma se fosse tutto finto, se ogni cosa fosse solo la nostra proiezione virtuale di un mondo interiore? Se tutto questo fosse il più grande inganno che l’uomo ha deciso di darsi? Può essere, ma l’abbraccio dall’energia creatrice è pur sempre la più dolce delle illusioni…

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Dic 23


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Dic 23

Martedì sera alle dieci in punto, Sanahaji ha iniziato lo sciopero della fame e della sete per protestare contro l´ordinanza “cofferatiana” che ha colpito il suo locale, il “Tarcaban”, e che lo sta riducendo sul lastrico. Una scelta estrema, plateale, ma che ha incontrato subito la solidarietà dei residenti del Pratello che hanno lasciato decine di candele accese davanti al pub del gestore marocchino, mentre negli stessi minuti gli osti della via hanno abbassato le serrande a metà, per spiegare ai clienti il perché della scelta di Sanahaji. «Noi osti del Pratello colpiti dai provvedimenti non ci arrendiamo - dice Vladimiro del “Barazzo” - e andiamo avanti finché Cofferati non ci ascolterà». Nella speranza di «purificargli l´animo, addolcirgli le parole e stimolargli il pensiero, ogni mattina aspetterò il sindaco in piazza Maggiore per offrirgli latte e datteri - dice Sanhaji - . Gli chiederò di incontrarmi e ritirare l´ordinanza. Non posso più aspettare, non riesco ad andare avanti e a dare da mangiare alla mia famiglia, è un caso sociale prima che economico», spiega l´oste di origine marocchina ma in Italia da 16 anni. «Sono quattro anni che va avanti una persecuzione nei confronti del mio locale, tra controlli e multe spesso per motivi stupidi - dice esasperato Sanhaji - per non parlare di chi ha cercato di intimidirmi con offese alla mia religione lasciate sulle colonne davanti al pub. Ora poi, con questa ordinanza Cofferati mi ha tolto il lavoro e la dignità, come posso ancora entrare in casa a testa alta quando vedo che ai miei figli mancano delle cose e io non posso dargliele? (…) Il digiuno dell´oste è iniziato ieri perché in Marocco è la festa del montone e lui, se non fosse stato per l´ordinanza, a quest´ora sarebbe a festeggiare nel suo paese. «Non ho tempo per aspettare mediazioni», spiega Sanhaji, che in una lettera che consegnerà oggi al primo cittadino ricostruisce la cronologia di tutti i controlli e le multe subite a partire da quando ha aperto. Un elenco completo, non come quello «che è stato fatto avere al consiglio comunale» denuncia il gestore. Le sanzioni accumulate fino ad oggi (molte «per motivi assai futili») raggiungono i 40 mila euro. «Ecco che fine fanno i soldi che dovevano servire alla mia famiglia e ho omesso di riportare tutti gli atteggiamenti razzisti che ho dovuto sopportare in questi anni». A partire da quei residenti che, ancora prima che il “Tarcaban” aprisse, avevano raccolto le firme contro di lui preoccupati che «portasse cammelli e marocchini non graditi». (La Repubblica)
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Dic 23

In questi ultimi giorni, questo blog ha dedicato un intermezzo satirico (divertenti vignette ed esilaranti articoli pubblicati su quotidiani e siti web di ogni tendenza) al partito “Protagonisti per l’Europa Cristiana” fondato da Magdi “Cristiano” Allam. Alcuni - pochissimi ed anonimi - commentatori, evidentemente fan di Allam, mi hanno scritto: “se ti fosse indifferente non ne parleresti di continuo”. Mi chiedo dove abbiano letto o percepito che Allam mi è indifferente. Anzi, colgo l’occasione per rispondere allo stimato Angelo D’Orsi, che pochi giorni fa si chiedeva come ha fatto questo “inquietante figuro” e “mediocrissimo scriba” a crearsi “uno spazio simile di manovra”. La risposta è che per molto tempo giornalisti ed accademici lo hanno considerato “insignificante” ed “ininfluente” (alcuni invece temevano di finire diffamati sul Corriere) mentre gli immigrati, semplicemente, erano convinti che fosse in grado di decretare espulsioni a mezzo stampa. Questo accadeva mentre il sottoscritto denunciava l’uso che il nostro faceva del Corriere e il pericolo insito nei suoi editoriali che condizionavano negativamente il dibattito sull’immigrazione e l’integrazione in Italia. Erano i tempi in cui ero il primo (e l’unico) a dare voce ai suoi oppositori su Il Manifesto, rompendo il muro di paura e omertà che lo circondava e l’unico a monitorare costantemente la sua attività con un’apposita sezione sul blog. Se mi fosse indifferente, state certi che non gli avrei dedicato neanche mezza parola. Non nascondo però che, dopo la sua conversione e le successive dimissioni dal Corriere, egli risulta enormemente ridimensionato. Se ne ho parlato quindi ultimamente, era solo per regalare un momento di ilarità generale ai lettori. Ma siccome alcuni di loro, soprattutto dall’estero, hanno mandato email in cui mi chiedevano se “ci faremo delle risate oppure riuscirà (Allam, ndr) a rafforzare la compagine ispirata al leghismo della peggior specie?”, mi sono riservato di fare qualche seria riflessione nel momento opportuno e quindi eccoci qui. Che dire? L’Italia è un paese davvero singolare. Cose che nel resto d’Europa e persino in alcuni paesi del Terzo Mondo sarebbero inconcepibili, qui non sono solamente plausibili, ma del tutto normali. Quindi non si può escludere a priori che un movimento cappeggiato da un ex-musulmano, ora cristiano, che si dice filo-sionista raccolga abbastanza voti per un seggiolino in Europa. Solo l’esito delle elezioni potrà darci un’indicazione precisa e affidabile circa il peso che questo sedicente partito e il suo fondatore potranno rivendicare in seguito sulla scena politica italiana, che poi è quella che ci interessa. Perché, sinceramente, del fatto che Allam finisca accanto a Borghezio sui banchi del Parlamento Europeo non me ne può fregar ‘na cippa. Sappiamo tutti che l’Europa tollera benevolmente gli aspetti folcloristici di cui si fanno portatori alcuni parlamentari, indipendentemente dal fatto che siano padani o ex-egiziani. E sappiamo altrettanto bene che quando deve prendere delle decisioni importanti fa prevalere il buonsenso, lasciando allegramente strepitare i parlamentari di cui sopra. Quindi, indipendentemente dal risultato, penso che possiamo stare tranquilli: il Parlamento Europeo è il posto più sicuro ed adatto a simili personaggi.

Ho comunque i miei buoni motivi per garantire che, prima o poi, anche quest’avventura di Allam si concluderà con un disastroso fallimento. D’altronde, la stessa decisione di lasciare il Corriere e rincorrere un seggio al Parlamento Europeo non è forse un fallimento? Non è forse Magdi Allam colui che scriveva che “La condizione essenziale, che ho posto a me stesso prima di porla agli altri, è di fare politica solo se mi fosse data l’opportunità di poter ricoprire un ruolo istituzionale nel governo”? Non è proprio lui a raccontare di aver detto “a Berlusconi che ero disposto a un’esperienza politica se avesse creato un ministero dell’Identità nazionale e dell’Integrazione”? Non è ancora lui a dire, in una telefonata a Gianni Letta, che “la mia qualifica di vicedirettore del ‘Corriere della Sera’ vale dieci seggi”? Risultato? Niente ruolo istituzionale, niente ministrero, niente qualifica al Corriere. Da potentissimo vicedirettore del quotidiano più diffuso è finito per diventare la barzelletta del web e dei quotidiani di tutta Italia. Prima lo si elogiava magnificando la sua persona e la sua scorta, ora viene rappresentato nelle vesti caricaturali del Crociato e del Templare. Roba da far venire la depressione. Ma basta analizzare tutte le iniziative “politiche” di Magdi Allam per presagire la fine del sedicente partito. Come è finito il “progetto dell’Islam moderato”, che poi era il progetto a cui Allam aveva dedicato interamente le proprie energie? Nonostante una martellante e lunghissima campagna contro l’UCOII, i ministri dell’interno (prima Pisanu e poi Amato) ne hanno accolto il Presidente in veste di Consulente. Poi la Consulta è degenerata in un teatrino di risse e veti capace di produrre solo una sedicente carta dei valori parcheggiata in qualche cassetto. Oggi, e a ragione, non viene nemmeno più convocata. Ecco la fine ingloriosa del progetto Allamita. Non solo: all’epoca è bastato che il sottoscritto facesse un’intervista al candidato di punta scelto da Allam per far emergere le divergenze e far crollare l’intero castello di carte. Uno dopo l’altro i famosi moderati hanno preso le distanze dal loro sponsor, lasciandolo praticamente solo a combattere i mulini a vento, costretto a qualificare come estremisti quelli che fino al giorno prima erano preziosi alleati.

Che Allam sia incapace di scegliersi gli alleati e ancor meno di seguire una linea coerente è un dato di fatto. Ecco come descriveva Piccardo, ex-segretario dell’UCOII, che poi diventerà la quintessenza del fondamentalismo islamico in salsa italiana: “Nel corso degli anni ho instaurato con Piccardo un rapporto corretto, sincero e intenso. Lui vive la sua vita con una integrità morale, un’onestà intelletuale e una generosità interiore che è difficile disconoscergli. La sua anima sentimentale e poetica traspare dai poemetti che mi invia (…) Con il tempo si è sviluppata una relazione confidenziale, basata (…) sulla necessità di far evolvere una logica improntata alla trasparenza, alla libertà di espressione, e alla democrazia rappresentativa (…) In questo caso Piccardo si considera ed è effettivamente un laico”. E Jabareen, Imam di Colle Val D’Elsa che poi Allam scoprirà essere un pericoloso “Fratello Musulmano”? “un arabo-israeliano che ha deciso di dare concretezza all’impegno di affermare un Islam tollerante, pacifico, aperto e compatibile con le leggi e i valori dell’Italia”. E Khalid Chaouki, membro della consulta che Maria Giovanna Maglie attaccherà su Il Giornale per aver preso le distanze da Allam dicendo che era “un arrampicatore sociale sempre aiutato e beneficato da Magdi Allam. Che gli ha presentato un libretto insignificante, lo ha aiutato ad essere assunto all’Ansa”? Poco tempo prima Allam esprimeva il suo “profondo apprezzamento per la personalità del giovane Khalid, che ha 22 anni, tanto buonsenso e tantissima voglia di affermare un islam compatibile con i valori fondanti della comune civiltà umana”. E questo sarebbe uno in grado di fondare e guidare un partito che salvi l’Italia dal fondamentalismo islamico, uno in grado di districarsi nei meandri della politica nazionale, europea e internazionale? Ma mi faccia il piacere!

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Dic 23

Augusto José Ramón Pinochet Ugarte Presidente della Repubblica Cilena (1973-1990)

Jorge Rafael Videla Redondo
Presidente della Repubblica Argentina (1976-1981)


Silvio Berlusconi Presidente della Repubblica Italiana (????-????)

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Dic 23

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Dic 23


accomodati pure…

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Dic 23

Qui in AdSense siamo forti con i dati. Fogli di calcolo, rapporti settimanali, metriche; i numeri sono da sempre il riferimento per gestire il nostro business. Allo stesso modo, abbiamo ascoltato le vostre richieste di ulteriori dati utili per gestire i vostri siti AdSense. Siamo quindi lieti di annunciare l’integrazione di AdSense con uno dei nostri strumenti di reporting preferiti: Google Analytics.
Stiamo gradualmente rendendo disponibile questo strumento ai publisher; quando lo sarà anche per il vostro account vedrete comparire un invito nelle sezioni “Introduzione” e “Rapporti avanzati”.

Integrando il vostro account AdSense con un nuovo o pre-esistente account Analytics, potrete avere accesso ad approfonditi rapporti sulle attività degli utenti sul vostro sito. In aggiunta al vasto numero di rapporti già disponibile in Google Analytics, come il numero visitatori unici o lingua dei visitatori, avrete ora accesso a rapporti che vi permetteranno di analizzare nel dettaglio il rendimento di AdSense, tanto per pagina che per sito di riferimento. Armati di queste nuove informazioni sarete in grado di prendere decisioni più consapevoli su come migliorare l’esperienza degli utenti sul vostro sito e ottimizzare le vostre unità AdSense per aumentare le potenziali entrate.

Abbiamo evidenziato qui di seguito alcuni modi per utilizzare le metriche integrate, ma vi invitiamo a essere creativi! Fatevi sotto e scoprite quanto utili (e divertenti!) i nuovi dati possono essere:

  • Scoprite mercati inutilizzati. Utilizzate i rapporti geografici per determinare quali regioni sono sotto-rappresentate rispetto al vostro bacino di utenza. Ottimizzate i contenuti del vostro sito per attrarre un maggior numero di utenti da queste regioni.
  • Portate traffico qualificato e ad alto rendimento sul vostro sito. Utilizzate il rapporto “Siti di riferimento” per determinare da dove provengono i visitatori più redditizi. Focalizzate i vostri sforzi per aumentare il traffico proveniente da queste fonti.
  • Approfondite l’analisi del rapporto AdSense. Utilizzate le funzioni visualizzazione per esaminare i trend delle prestazioni nel vostro sito AdSense nel corso del tempo o per ora del giorno.


Ancora una volta, questa funzione non è ancora disponibile per tutti i nostri publisher, ma tenete d’occhio il vostro account per un invito. Nel frattempo potete dare un’occhiata al nostro video demo per saperne di più:

Scritto da: Consuelo Sartori, AdSense Ops Strategist



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Dic 23

Dal Corriere della SeraEluana, Strasburgo dà ragione a Englaro», 22 dicembre 2008):
STRASBURGO – La Corte europea per i diritti dell’uomo ha respinto, giudicandolo «irricevibile», il ricorso presentato da diverse associazione contro la sentenza della Corte d’appello di Milano sul caso di Eluana Englaro. […] Il ricorso era stato presentato un mese fa da alcune associazioni cattoliche di parenti, amici e medici di malati in stato vegetativo o gravemente disabili, e da un’organizzazione per i diritti umani.
«I ricorrenti – osserva Strasburgo – non hanno alcun legame diretto» con Eluana. Inoltre, il procedimento giudiziario di cui «criticano il risultato e temono le conseguenze, non li tocca direttamente» perché la decisione della Corte d’appello di Milano riguarda «solo le parti direttamente coinvolte» e «i fatti oggetto» della sentenza. Il giudizio di «irricevibilità» emesso dalla Corte di Strasburgo – si legge in una nota diffusa dalla stessa Corte – riguarda i ricorsi presentati tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre da rappresentanti di persone gravemente handicappate, un’associazione di difesa dei diritti dell’uomo, medici e avvocati. Questo pronunciamento fa giustizia dell’orrenda menzogna messa in giro da tanti sedicenti difensori dei disabili, che la sentenza Englaro sarebbe stata il preludio di una strage di innocenti. La decisione della Corte d’appello di Milano riguarda «solo le parti direttamente coinvolte» e «i fatti oggetto» della sentenza: non occorreva scomodare Strasburgo per conoscere questa verità lapalissiana.
Quante sentenze ancora ci dovranno essere, quante corti dovranno pronunciarsi perché il diritto di Eluana sia riconosciuto?
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Dic 23

Su LibMagazine di oggi la prima puntata di una raccolta commentata degli articoli comparsi dal 1889 al 1937 (vigilia delle leggi razziali fasciste) su Civiltà Cattolica, organo dei gesuiti, a proposito del «pericolo giudaico» (Piero Dell’Olivo e Barbara Mella, «La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere», 22 dicembre 2008):
Riconosciuta questa attitudine giudaica come incorreggibile, la Civiltà Cattolica, sempre nel 1937, concludeva che essa attitudine «si poteva soltanto tenerla a freno con il “ghetto”, cioè con restrizioni giuridiche e coercitive, senza persecuzioni, in modo adatto ai nostri tempi». Illuminante.
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Dic 23

Ah, quanto ancora c’è da imparare!
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Dic 23

Ma chi è il sottotitolista??
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Dic 23


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Dic 23

Il giorno ritorna a crescere. Auguri a tutti i lettori di Bioetica!
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Dic 23

Il caso di Greta Vannucci, la ragazza ventenne che si trovava in stato vegetativo da più di un anno e che, sottoposta a un intervento chirurgico innovativo, è passata ad uno stato di minima coscienza, ha fatto chiedere a molti se questa novità scientifica potrebbe dare una speranza anche ad Eluana Englaro e riaprirne il caso giudiziario.

Va detto prima di tutto che c’è una grande differenza fra uno stato vegetativo durato 19 mesi, come era quello di Greta nel momento in cui è stata sottoposta all’intervento, il 6 agosto 2007 (l’incidente era avvenuto il 13 gennaio dell’anno prima), e uno – è il caso di Eluana – che il mese prossimo dovrebbe arrivare a 17 anni. Il cervello in questi casi va incontro a fenomeni degenerativi, e le possibilità di recupero progressivamente si affievoliscono. Non sembra un caso che, fra la manciata di ritorni spontanei dallo stato vegetativo permanente scientificamente documentati, nessuno si sia verificato dopo 36 mesi dal trauma iniziale. Lo stesso chirurgo che (assieme a Barbara Massa Micon) ha operato Greta, Sergio Canavero, ammette comunque di non sapere se Eluana sarebbe operabile, a causa delle sue condizioni debilitate.
Il punto fondamentale è però un altro. Gli organi di stampa hanno parlato di «risveglio»; ma se andiamo a vedere in cosa consista veramente la condizione in cui si trova adesso Greta, il termine rischia di essere fuorviante. Lo stato di minima coscienza viene definito come una condizione in cui il paziente dimostra segni chiari ma limitati di coscienza di sé o dell’ambiente circostante; diversamente che nella piena coscienza, non è però in grado di impegnarsi in una comunicazione interattiva, né di usare appropriatamente gli oggetti (J.T. Giacino et al., «The minimally conscious state: definition and diagnostic criteria», Neurology 58, 2002, pp. 349-53). Greta può eseguire semplici comandi («alza il braccio», «abbassalo»), ma non parla e riesce a stare in piedi solo se sorretta. Le speranze di uscire da questa condizione sono al momento estremamente tenui (il trapianto di cellule staminali che si vorrebbe effettuare su Greta in Cina è, mi dispiace dirlo, di efficacia perlomeno dubbia).
Il caso di Eluana Englaro è ruotato sempre essenzialmente attorno alla volontà espressa a suo tempo dalla ragazza. Ma questa volontà non riguardava solo lo stato vegetativo (Corte d’appello di Milano, sezione I civile, decreto 9 luglio 2008):
Eluana dava un valore molto profondo alla vita che però, secondo lei, doveva essere vissuta fino in fondo. Non avrebbe mai accettato una vita con limitazioni sia di tipo fisico che mentale […]
Mi ricordo in particolare due episodi. In particolare di Filippo, un altro nostro amico che aveva avuto un incidente in macchina ed era morto sul colpo. Era l’ultimo anno di liceo. Ricordo che Eluana mi aveva detto che Filippo, nella sua disgrazia, era stato fortunato perché era morto sul colpo e non era rimasto immobilizzato in coma, o comunque paralizzato o incosciente. L’altro episodio si riferisce ad un racconto delle suore di Maria Ausiliatrice presso le quali noi abbiamo frequentato il liceo. Il racconto si riferiva ad una ragazza che viveva in un polmone d’acciaio e le suore parlavano del coraggio di questa ragazza che, pur vivendo in queste condizioni, riusciva a confortare gli altri e a godere della vita, pure essendo in quelle condizioni. Io, Eluana ed altre compagne siamo rimaste molto impressionate e ci siamo chieste come fosse possibile vivere in condizioni del genere. Trascinare Eluana su un tavolo operatorio in modo che possa eventualmente acquistare coscienza – sia pure estremamente parziale e confusa – dell’orrore della sua condizione sarebbe, credo, ancora più irrispettoso della sua volontà che trattenerla per sempre nello stato attuale. In ogni caso, come si è detto, la donna è quasi certamente inoperabile, e quindi dal punto di vista giuridico le decisioni prese fin qui dai tribunali rimangono valide.

Il rispetto per l’autodeterminazione è una dimensione presente anche nel caso di Greta. La madre della giovane ha scritto una lettera, indirizzata idealmente alla figlia (Grazia Longo, «“Greta è rinata ma niente illusioni”», La Stampa, 19 dicembre 2008, p. 13):
«Cara Greta, è arrivato il momento di decidere o no se fare il trapianto di cellule staminali. È una decisione che mai nella vita avrei voluto prendere. Greta, se tu potessi parlarmi cosa mi chiederesti? Io penso non accetteresti una “vita” senza poter godere delle cose che la vita stessa ti dovrebbe offrire. Io penso di dover andare avanti pensando proprio a questo. Non so se sono nel giusto, lo saprò solo se un giorno potremo leggere queste frasi insieme e tu potrai dirmi “mamma hai fatto bene”». Il padre avrebbe invece dichiarato (Roberto Rizzo, «Impulsi elettrici al cervello. Ventenne esce dal coma», Corriere della Sera, 19 dicembre, p. 23):
«Io credo che Greta avrebbe preferito morire piuttosto che vedersi così», dice papà Bruno. Inevitabile chiedergli di Eluana Englaro: «La morte assistita no, proprio no. Ma la volontà di suo padre va rispettata». La speranza eccede a volte i limiti del computabile e del prevedibile. Di questo tipo è la speranza dei genitori di Greta, a cui vanno i nostri auguri e i nostri pensieri. Una speranza che non si può e non si deve imporre a nessuno per legge.
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Dic 21

Trend Blend 2009: mappa delle tendenze previste nel 2009, realizzata dal Chief Futurist Richard Watson del Future Exploration Network.

Mappe mentali: rappresentare graficamente il pensiero: articolo pubblicato su 7th Floor scritto dalla bravissima Roberta Buzzacchino di mappe mentali.

Una timeline (pdf) sulla storia della grafica dal 1893 ad oggi, preparata dal prof. Elio L. Arteaga del Miami Dade College che cura un corso sulla creatività pubblicitaria con lezioni da scaricare.

Un bel pezzo di Pasquale Barbella, da centellinare.

Infine, un classico dall’imperdibile blog chuukyuu: cliccate per leggere il bodycopy.
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Dic 21


E’ stato pubblicato ieri il nuovo bando dell’Arè Rock Festival, concorso nazionale per band emergenti organizzato dall’associazione Europa Giovane di Barletta. La manifestazione, giunta alla sua terza edizione, è aperta anche quest’anno ai gruppi di ogni genere musicale, dal punk al metal, dall’emo allo ska, dall’indietronica a tutte le declinazione del rock (pop, indie, post, hard e chi più ne ha più ne metta) e al cantautorato. Unico requisito: avere una band e proporre brani di propria composizione. La commissione artistica, composta da musicisti, giornalisti, esperti e cultori, selezionerà 27 band che saranno ammesse alle selezioni live, previste come appuntamento settimanale da febbraio ad aprile 2009. Altre 3 band saranno scelte dal pubblico della rete in una rosa di 10 gruppi selezionata dalla commissione tra tutti gli iscritti, per un totale di 30 band, che la giuria tecnica, serata per serata, voterà per stilare la classifica generale. I primi 6 gruppi accederanno alla finale del concorso e si contenderanno il premio di 2000 euro. E’ possibile iscriversi gratuitamente al festival entro il 31 gennaio 2009; l’organizzazione garantirà l’alloggio a proprie spese ai partecipanti al concorso che provengano da città lontane più di 300 km da Barletta. Previste inoltre due sezioni speciali, per le quali è possibile segnalare un brano, “Una canzone per il Darfur”, che a settembre 2008 è stata al centro di un evento inserito nel programma della notte bianca del Comune di Barletta, e “Voce antirazzista”. Tutte le informazioni sulle modalità di iscrizione e di svolgimento del concorso sono disponibili nel forum del sito ufficiale, http://www.arerockfestival.it/ .

L’anno scorso la prestigiosa giuria formata da Marcello Balestra (direttore artistico Warner Music Italia), Roberta Balzotti (giornalista Rai), Giuseppe Dimiccoli (Gazzetta del Mezzogiorno) e Antonio Ranalli (Musicalnews.com, Jam e Vintage, direttore responsabile di Musikbox), ha decretato la vittoria della Fame di Camilla (Bari/Fier, indie-pop rock), che pochi mesi dopo al M.E.I. 2008 ha ritirato al prestigioso teatro Masini di Faenza il DEMO Award assegnato dalla storica trasmissione di Radio1Rai di Pergolani e Marengo per la migliore band dell’edizione 2007/2008 del programma. Nel 2007, vincitore dell’Arè Rock Festival era stato Giovanni Block (canzone teatro, Napoli), poi premiato come migliore autore emergente al Premio Tenco al teatro Ariston di Sanremo.
Il concorso ha contato nelle sue prime edizioni quasi 130 iscrizioni all’anno da tutte le regioni di Italia, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.

Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Dic 21

di Danilo Cirillo, Il Corriere

Doveva essere una manifestazione per suggellare l’amicizia tra napoletani e immigrati: si è trasformata in un «festival dell’intolleranza» e dello scontro razziale. In via Toledo si è sfiorato il peggio. Da una parte gli extracomunitari che suonavano i bonghetti, dall’altra commercianti inferociti che volevano mandarli via, molto lontano, al loro Paese. «Tornate in Africa», qualcuno gridava. La kermesse organizzata dall’assessorato alle Politiche sociali guidato da Giulio Riccio (Rifondazione) e dalla Fondazione Etabeta si chiama «Napoli a colori», il sottotitolo è: «La musica come arte della convivenza etnica». Bene, come si vede nel video girato da Lorenzo Paganelli, la giornata tutto è stata fuorché convivenza e tolleranza, e di colorato c’erano soltanto gli epiteti lanciati nei confronti dei tre immigrati. Eppure era tutto regolare, la manifestazione era autorizzata dal Comune con tanto di carte che secondo i commercianti sarebbero dovute servire a ben altro uso. Per placare gli animi sono intervenuti gli uomini della Guardia di finanza. Alla base dello sfogo dei commercianti c’era la musica – a loro dire – assordante che tre giovani senegalesi vestiti con gli abiti caratteristici dei loro paesi (uno di loro da Babbo Natale) suonavano con i bonghetti, uno strumento caratteristico della loro cultura, dunque pienamente in linea con lo spirito della manifestazione. Il proposito è quello di «aprire nuovi spazi di comunicazione tra cittadini autoctoni ed immigrati, in un momento storico in cui la crisi economica ed il disagio che colpiscono il paese finiscono per alimentare pericolosi momenti di tensione ed intolleranza». Ma gli spazi nuovi, a quanto pare, non si sono aperti.
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Dic 21

di Angelo d’Orsi, Micromega

Dunque, pochi giorni fa un signore che qualche mese prima, tra squilli di trombe e rulli di tamburo, aveva “abbracciato il Cristo”, tanto da assumere un secondo prenome magari poco fantasioso ma sufficientemente mediatico, “Cristiano”, ha annunciato di aver fondato nientemeno un partito politico. Che cosa? Avete letto benissimo. Nell’Italia che, stando ai media di regime, invoca il maggioritario, in un sistema politico governato da due gentiluomini, Silvio e Walter, che si danno da fare per “elidere le estreme” (vogliono forse “elidere” semplicemente il dissenso?), procedendo a una “semplificazione del quadro elettorale”, nell’Italia dei “partiti e partitini”, il signor Magdi Allam – di lui, stiamo discorrendo – ne mette su un altro. E almeno una buona notizia ce l’ha fornita. Ossia, la sua fuoruscita dal quotidiano di via Solferino, dove addirittura, era “vicedirettore ad personam”. E da quelle pagine, trasformate in trampolino di lancio, prima e dopo la sua “conversione”, scenograficamente tradotta in evento televisivo nella notte di Pasqua, seguita da un instant book dal titolo che non saprei se definire più grottesco o comico: “Grazie, Gesù”. Non escludo che l’autore ci comunichi presto che il dedicatario non si sia limitato a replicare con un Prego, Magdi, ma gli sia comparso in sogno ingiungendogli: tu fonderai un partito, e su di esso noi costruiremo un mondo che sappia “Vincere la paura” (così il titolo di altra mirabile opera del nostro). E, sempre nel racconto che presto, in campagna elettorale, Magdi Cristiano ci servirà, il buon Gesù, ricordandosi della propria origine semitica, inviterà il suo popolo a gridare in coro, due volte al giorno, insieme con le preghiere cattolicissime, antisemitismo incluso, riportate in auge da questo papa, Viva Israele (altro titolo alla-r-mistico). Non mi soffermo sul poco originale programma di questo nuovo aspirante leader che in sintesi si riduce al solito trittico Dio/Patria/Famiglia, con una vera ossessione di sottofondo: sconfiggere l’Islam radicale, che per Allam, convertito-pentito, è tutto l’Islam, fatto di alcune centinaia di milioni di Bin Laden. L’ultimo, annunciato impegno di questo islamo-cristianizzato, è insegnare agli italiani ad amare il loro Paese, ma a modo suo (Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano?, recita con improntitudine un altro titolo del nostro). Ma chissà chi gli ha detto che gli italiani aspettano di essere suoi alunni. Chissà chi gli ha lasciato credere che il terrorismo si sconfigge con le ricette che egli ci ha propinato per anni sul Corriere. Chissà quale autorità superna gli ha confidato che Cristianesimo ed Ebraismo sono buoni, e l’Islamismo è cattivo. E chissà, infine, chi lo ha consigliato nella decisione di dar via al suo partito: che si chiama, e non è uno scherzo, “Partito Protagonisti Per l’Europa Cristiana”. E qui la congiunzione con il prof. Pera (un altro dei peccati capitali dell’accademia italiana, accanto al prof. Brunetta), è evidente: entrambi sotto la paterna ala proteggitrice di Benedetto XVI, dalle cui mani di “Vicario di Cristo” Magdi si vanta, nel testo con cui ha annunciato il parto partitico, di aver ricevuto il battesimo. Ne consegue, manco a dirsi, che il partito è non soltanto “una scelta personale”, ma “un dono del Signore”. Del resto, nella sua biografia autografa, Magdi-Cristiano racconta che sin dalla più tenera età, grazie “a un’opportunità” offertagli sempre “dalla Divina Provvidenza” (a quanto pare c’è una vera joint venture fra l’Allam e l’Altissimo, quale che sia il suo nome), egli frequentò scuole religiose cattoliche, pur essendo islamico, nel natio Egitto. E lì capì, precocemente, che la politica era il suo destino: e che il suo dovere era lottare contro il “mostro ideologico di odio, violenza e morte” che è in sostanza l’Islam. Poi, giunto, ahinoi, in Italia, nei primi anni Settanta, sperimentò un nuovo mostro, il “comunismo internazionalista e terzomondista”, che – attenzione! – “cominciò a picconare dall’interno i pilastri della civiltà cristiana”. Ma non basta: nell’apocalittica visione di Allam, lo “sgretolamento” della “civiltà giudaico-cristiana” sarebbe addirittura proseguita con “il dilagare in seno all’insieme della società laica e liberale, persino in seno alla società cattolica e alla stessa Chiesa, di una profonda crisi dei valori e dell’identità”. Ecco, quando gli studiosi delle idee e della mentalità, domani, vorranno cercare un idealtipo di pensiero reazionario, autentica fucina di terrore, troveranno nell’opera di questo inquietante figuro materiale adattissimo. Egli non solo ha raccolto il testimone lasciato dall’ultima Oriana Fallaci, con le sue sguaiate invettive contro l’Occidente che non sapeva difendersi come avrebbe dovuto, sgominando i suoi “nemici”, ma è andato molto oltre. Per anni, il Magdi ha condotto, tra Corriere e il suo sito web, una campagna contro ogni voce intellettuale che proponga un pensiero critico, contro ogni forma di dissenso dal nuovo papismo, contro qualsivoglia contestazione, nei riguardi del nuovo pensiero dominante, emanando liste di proscrizione, spingendosi addirittura a invocare, sinistramente, “una bonifica della cultura”, cominciando dai “cattivi maestri” che operano nelle scuole e nelle università. E (questo è il monito che lanciava prima delle elezioni), chiedendo contro di loro sanzioni “non solo a carattere amministrativo”. Ancora una volta, risponderemo: eccoli, i cattivi maestri sono qui. E continueranno, fino a che le sanzioni invocate dai piccoli allam non saranno tradotte in atto. Che ci aspetta? L’ostracismo soddisferà il Grande Accusatore? O non sarà sufficiente. Aspettiamo a piè fermo. Ma, per ora, la domanda finale, in attesa degli anatemi allamiani, è rivolta al Corriere. Come, un tale mediocrissimo scriba che intinge la penna nell’odio, i cui argomenti sono ingiurie criminalizzanti e banalità stupefacenti, all’insegna di un manicheismo penoso, ha potuto crearsi uno spazio simile di manovra? Nell’inconscienza della direzione? Nella sottovalutazione della direzione? Nell’indifferenza della direzione? O in un calcolo della direzione? Ma quale calcolo? Nessuno ci risponderà. E allora, tornando da Allam a Vulpio, mi si lasci fare un’ennesima domanda che non aspette risposte: Che sta accadendo in quel giornale?

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Dic 21


il PD ha deciso di affrontare la questione morale, mentre il PDL non ha ritenuto opportuno farlo. E di questo gli siamo grati: non è mai bello parlare di cose che non si conoscono.

Ma torniamo al pidi-senza-elle. La questione morale, come direbbe un mio vecchio professore di latino è “vexata quaestio”, e la riunione dell’altro giorno, sa di stalla chiusa dopo che i buoi venivano già allegramente confezionati in un “Happy Meal” e serviti con le patatine. E questo perché la questione morale è essenzialmente una questione di uomini, o più precisamente di scadenti imitazioni cinesi di tale manufatto.

Facciamo due passi indietro: il governo Prodi, che come gli amici sanno, catalizzava la mia simpatia come l’idea di una cena con la Bongiorno e Ghedini nel castello di Nosferatu, aveva piedi d’argilla e propensioni suicide sublimate della nomina di uno come Mastella alla Giustizia: ossimoro che propongo di adottare come esempio in tutti i compendi di letteratura. Ma almeno i voti ceppalonici gli avevano assicurato la possibilità di governare, o di far finta di farlo, pur con una data di scadenza che superava di poco quella di uno yogurt della Lydl. Poi arriva Uolter e imbarca i mastelliani nella speranza di fare altrettanto: peccato che, vista la disfatta annunciata, almeno si poteva perdere con dignità e lasciare che Villari e affini andassero ad ingrossare la questione morale di qualcun altro. Su base locale anche peggio: collettori di voti che offrivano pacchetti elettorali all-inclusive “escussioni” comprese.

Sotto Natale non voglio annoiare troppo, e rubare tempo a voi e fatturato a quel che resta del consumismo di prammatica. Ma se qualcuno si fosse perso, voglio semplicemente dire che la questione morale è fatta di candidati, e di quelli che li candidano ben conoscendo, a differenza nostra, quale sia il valore dell’oggetto che tenteranno di rifilarci al semaforo, visto che con l’abolizione delle preferenze non possiamo nemmeno cimentarci in un “fai da te”. E ora che il PD ha fatto vela verso percentuali di poco superiori a quelli del PSDI d’antica memoria, almeno si prenda il lusso di gettare ai pesci i pescecani, e d’imbarcare qualche onesto marinaio, per continuare a patire il mal di mare, ma almeno senza dar di stomaco sulle proprie scarpe.

Dai discorsi sentiti ieri ho tratto la convinzione che ancora una volta nei loft si sia lontani dal comprendere: parole vuote, scontate, compitini fatti svogliatamente, probabilmente copiati da internet.

Ha sicuramente ragione un caro amico che ha scritto un bell’articolo su come il PD abbia ormai imboccato il viale del tramonto, anche se mi sono permesso di ricordargli che per tramontare bisognerebbe almeno essere sorti.

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Dic 21

Mi piacerebbe che gli amici contribuissero con una breve riflessione a spiegare perchè sentono questo Natale meno lieto di quanto imponga la tradizione…

inizio io:

Difficile non pensare a quasi centomila persone che hanno perso il posto di lavoro. Difficile non pensare a molti di noi che temono di aggiungersi ad una lista di proscrizione che continua ad arricchire i compilatori. Difficile non pensare alle due hostess che nel giro di pochi giorni si sono tolte la vita, certamente per motivi personali, ma…

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Dic 21


Sei amici,

Riciard’s
Il coraggio delle idee
Ivan Santoro
Calaminta Blog
Il blog di Chit
Zefirina

mi hanno assegnato il “Premio Dardos”, un riconoscimento che viene conferito ai blog che “hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali”.
Non posso che ringraziare, contraccambiare, e ammettere un pizzico d’orgoglio, vista la qualità dei blog da cui è arrivata la citazione.

Quello che segue è il semplice regolamento:

1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
2. linkare i blog che ti hanno premiato
3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio.

E questa è la lista dei 15 blog nominati da me:

Lo scarabocchio di Comicomix
Semplicemente Lisa
Outofreality.com
Carta Straccia
Francamente
L’Agorà
Rien - Chiacchiere e tabacchere
L’Orizzonte degli Eventi
A me stessa… con il coraggio di chi vuole
vignettebc
cattiva maestra
doc63
Il vaso di Pandora
webSocks
Oscar Ferrari. il blog

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Dic 21

Finalmente è tornato il fustigatore dei costumi, il giustiziere delle ingiustizie economiche e lo scopritore di ogni truffa.

Il Ministro dell’economia Tremonti, (e per la cronaca: chi se ne frega se sia di destra o di sinistra), a margine dell’incontro dell’Ecofin, (vedi qui), ha fatto lo spiritoso riguardo il Financial Stability Forum guidato da Draghi, perché nessuno si è accorto della truffa che l’ex capo della borsa newyorkese Madoff, (50 miliardi di dollari), stava portando avanti da anni, (poco importa che certe truffe esistano da sempre…ma forse prima mancava un Tremonti).

Il nostro ministro, dall’alto della sua saggezza, ha compreso, meglio di chiunque altro, (ed infatti l’Italia viene considerato da decenni ma, stranamente anche oggi un paese: corrotto ed inaffidabile) quello che ci vuole per uscire dalla crisi: moralità e legalità.

La moralità, ammetto, è il termine che mi fa uscire dai gangheri: pensatori e filosofi, dibattono da più di duemila anni su cosa sia la moralità ed il nostro genio della lampada ha belle pronta la ricetta per la moralità adatta al popolo? La sua moralità o quella di chi? Ma la moralità a cui si riferisce Tremonti è forse migliore della mia? Ci vuole spiegare, a noi poco intelligenti, il nostro vate, come farà, nella sua immensa magnanimità, a farci partecipi della GIUSTA MORALITA’?

Vogliamo poi parlare della legalità? Potremmo cominciare snocciolando i dati della Guardia di Finanza sull’evasione totale che pare, (ma lui sicuramente, se fosse stato lasciato in pace avrebbe trovato le giuste soluzioni…) essere aumentata di un bel 30% rispetto allo scorso anno, (vedi qui)?

Pensate un po’, il nostro ministro dell’economia, fa di professione il tributarista, non ha preso con se nessun economista al dicastero, però, sapendosi geniale, ha capito tutto da sempre e conosce alla perfezione il da farsi per far uscire l’Italia al più presto dalla recessione: magari si potrà usare qualche bel condono che tanto bene fa alla moralità, (vedi qui), oppure si potrà decidere di salvare una qualche azienda decotta facendo spendere un paio di miliardi ai cittadini che meritano di essere puniti essendo dei caproni che non capiscono la grandezza del disegno tremontiano, (vedi Alitalia).

Mi scuseranno gli amici del sito per lo sfogo, ma trovo allucinante che chi è in politica da almeno un decennio ed ha contribuito, con tutta la classe dirigente del nostro bel Paese, a farci arrivare dove siamo, possa dare lezioni senza che nessuno si permetta di dirgli in faccia ciò che si merita.

 


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Dic 21

Ebbene sì, finalmente è arrivato: da oggi Picasa 3 è disponibile anche in lingua Italiana. La nuova versione di Picasa presenta un sacco di funzionalità e miglioramenti. Avrete infatti a disposizione:

  • nuove funzioni per ritoccare le immagini
  • maggiore integrazione con Picasa Web Album
  • nuovi strumenti per la gestione dei vostri video


Inoltre, su Picasa Web Album è ora presente la nuova funzione per aggiungere le “etichette nome” alle vostre foto, un nuovo strumento che vi aiuterà ad organizzare le vostre foto in base a chi è presente nella foto stessa.

Bene. Se vi abbiamo incuriosito abbastanza, non rimane altro che provarlo! Potrete scaricare Picasa 3 qui: http://picasa.google.it

Buon lavoro!

Scritto da: Christian Pezzin, Consumer Operations Strategist


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Dic 21

(ASCA) – Udine, 20 dicembre. «Sarà crisi se la giunta regionale non si opporrà all’accoglienza di Eluana Englaro in una struttura pubblica o convenzionata del Friuli per essere accompagnata alla morte». Lo conferma il segretario regionale dell’Udc, Angelo Compagnon, in una dichiarazione all’Asca. «O il presidente Tondo uscirà dall’ambiguità prendendo una posizione precisa, o l’Udc se ne andrà» afferma ancora Compagnon, aggiungendo che «il leader nazionale Casini apprezza sicuramente questa nostra posizione, perché su un valore non negoziabile come quello della vita non possiamo transigire». Se la clinica Città di Udine dovesse comunque accettare l’accoglienza di Eluana, nonostante la contrarietà della Regione – conclude Compagnon – «le conseguenze sul piano amministrativo saranno pesanti e proprio per questo riteniamo che il policlinico non si azzardi ad andare oltre».
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Dic 21

Questa lettera è stata pubblicata sul Manifesto del 15 dicembre (Miriam Della Croce, «Follie di un missionario»):
Mi è capitato per caso di vedere su internet (Tempi.it 23 settembre) la fotografia sconcertante di un bambino irrimediabilmente malato, e di leggere le parole ancor più sconcertanti di padre Aldo Trento (missionario in Uruguay), riguardo all’infelice creatura.
Riporto alcune frasi: «Il piccolo Victor di un anno… geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah… La sua testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio… Attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta l’acqua della testa… l’altro giorno gli è scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di tutto… Victor, il mio bambino, non solo è un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno di cannucce che entrano ed escono dal corpo… Il mondo dice: perché non lo lasciate morire?… Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme… Lo bacio, lo bacio sempre… i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna… e sento che accarezzo Gesù… Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati».
Non ci sarebbe bisogno di commenti. Mi limito ad osservare che attribuire a Dio la decisione di far morire ogni uomo in un’ora da lui stabilita, è un’assurdità, giacché dovremmo attribuire a Dio la responsabilità della morte di creature ancora nel grembo materno, o appena nate; di bimbi strappati ai genitori, di genitori strappati ai figli. Teologicamente impossibile. Sarebbe un’offesa al Creatore.
Padre Trento, in questo caso, è persuaso che sia Dio a volere che continui lo strazio di quell’esserino «pieno di cannucce». Lui, il buon padre Aldo, nell’attesa della decisione divina, intanto lo accarezza, se lo coccola, il «cadaverino deformato», persuaso di coccolare Gesù sulla croce; ed ha anche il coraggio di scattare fotografie al «piccolo Gesù che agonizza», cosa che, accecati dal dolore, mai avrebbero fatto gli apostoli, nell’assurda ipotesi che ce ne fosse stata la possibilità. Una sola domanda al missionario: tubicini e farmaci che impediscono a Victor di abbandonare la croce, sono da attribuire ad una decisione del Signore? Ora ecco cosa scrive Berlicche a proposito di questa lettera («Un’umanità diversa», 19 dicembre):
La domanda è sempre quella: a che serve una vita così? Ma anche la risposta è sempre quella: a che serve la tua vita?
Non c’è alternativa. O odi tutto quello che ti richiama alla tua mortalità e alla tua imperfezione, anche un bambino idrocefalo, e pensi che l’unica soluzione sia sopprimerlo, o lo ami: ma questo è possibile solo in Cristo, perchè solo con la possibilità di una Redenzione è possibile non odiare la nostra imperfezione o quella altrui.
La sola soluzione che il Manifesto propone è bestemmiare il Creatore e, si legge tra le righe, sopprimere la creatura. Deridendo chi la ama. E rimanere così irrimediabilmente soli, irrimediabilmente rabbiosi, irrimediabilmente deformi. Nella lettera al Manifesto c’è, è vero, un sentimento di repulsione nei confronti di padre Trento, un disgusto profondo per questa contemplazione compiaciuta e morbosa della sofferenza; disgusto che non appartiene solo a chi ha scritto la lettera (fatti salvi i meriti eventuali del missionario), ma che, comprensibilmente, non può essere fatto proprio da Berlicche, per il quale quella del sacerdote non può essere definita che come una forma di «amore». Ma dove si trova invece nella lettera l’odio per il bambino? Dove sono le considerazioni sulla sua utilità sociale che vi legge Berlicche? Di questo non c’è la benché minima traccia. C’è invece, nell’accenno a «tubicini e farmaci che impediscono a Victor di abbandonare la croce», il desiderio che le sofferenze del bambino cessino; c’è, mi pare, una grande pietà.
Berlicche avrebbe potuto sostenere che questa pietà è fuorviata, che il vero amore è un’altra cosa; ma non lo fa. Perché questa pietà non riesce a vederla. È interessante che nel suo commento la parola «sofferenza» non compare mai; si parla solo di deformità e imperfezione. È come se la tragedia di Victor riguardasse soltanto il lato estetico. Anche padre Trento, che pure indugia a lungo sulla sofferenza del piccolo, commenta: «Il mondo ha paura di lui, sente ribrezzo, non sopporta vedere questo piccolo ridotto ad un mostro».

Credo che qui si tocchi un problema comune a tutto il cristianesimo, e non solo alla versione integralista propria di Berlicche. È la tentazione ricorrente degli amici di Giobbe: di dare un senso alla sofferenza, di difendere l’opera di Dio dall’accusa di permettere il male. Oggi non si usano più i vecchi argomenti (il peccato dei padri, i fini imperscrutabili della Provvidenza); per padre Trento Victor rappresenta Cristo, anzi è Cristo, e aggiunge in un altro articolo: «è il mio conforto, come in questi giorni in cui la fatica si fa sentire. Guardarlo, baciarlo, è sentire vibrare la dolce Presenza di Gesù che mi accarezza nei momenti difficili». Per Berlicche, sembra di capire, Victor rappresenta, come Cristo, «l’umanità diversa» di un brano di Don Giussani che riporta in calce al suo post, in cui trovare «un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la […] possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere», e che «corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia». Per entrambi, Victor non conta per se stesso; è un mezzo per offrire al cristiano conforto e speranza.
Chi parla, allora, per Victor? Chi si rifiuta di farne un simbolo, un’allusione, un’occasione? Chi prende sul serio la realtà terribile delle sue sofferenze?
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Dic 19

La “Pardon” mette in vendita delle borse da spesa con l’immagine di Carla Bruni nuda. Lei chiede un risarcimento da 125mila euro da devolvere in beneficienza…
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Dic 19

Che uomo…
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Dic 19

I segnali di razzismo strisciante in Italia assumono anche livelli surreali. Negato o “silenziato” dal Palazzo e dai Media, il fenomeno della discriminazione nei confroni degli stranieri è stato analizzato dall’Associazione Nazional-Europea degli Amministratori d’Immobili (Anammi), che negli ultimi mesi ha registrato una forte crescita del problema e un aumento delle liti tra condomini. Giuseppe Bica, presidente dell’Associazione ha dichiarato: “Non è un semplice fatto di colore, ma un problema assai serio, anche se con risvolti grotteschi”. A cosa si riferisce? Sono in aumento i conflitti tra condomini italiani e immigrati causati dagli odori dei differenti tipi di cucina. Gli italiani sempre più intolleranti nei confronti della cucina straniera e l’ultimo anno ha visto crescere le segnalazioni di conflitti legati ai forti odori delle spezie utilizzate dagli immigrati. Consultando i dati in possesso dell’Anammi, le liti di condominio legate alle cosiddette ”immissioni”, ovvero i rumori e gli odori provenienti da altri appartamenti, rappresentano il 27 per cento del totale dei conflitti tra coinquilini. Non si tratta del ticchettio di scarpe a tutte le ore, dello spostamento di mobili a tarda sera, della musica ad alto volume, del televisore urante, ma della cucina estera e dei suoi aromi.

Secondo l’Associazione gli episodi di razzismo culinario si sono moltiplicati. La “lamentela da cucina etnica”, spesso seguita dall’esposto alle Forze dell’Ordine, ha raggiunto il 16 per cento del totale delle lamentele che rientrano nella categoria “immissioni”. Spiega Bica che “il caso più classico è quello del gruppo di condomini che si lamenta per il forte odore di cucina orientale”. L’inquilino responsabile, il più delle volte, si difende cosi’: ”Voi avete il soffritto, io il pollo al curry”. L’80 per cento delle liti di stampo etnico-culinario coinvolgono immigrati di origine asiatica (India, Bangladesh e Pakistan), seguiti alla distanza dai cinesi (15 per cento) e da stranieri del Maghreb (in particolare Tunisia e Marocco). Secondo l’articolo 844 del Codice Civile, però, l’immissione non può essere impedita a meno che “non superi la normale tollerabilità, rilevata nel contesto di riferimento”. Impossibile a questo punto valutare il “contesto di rifermimento”. Gli italiani rimangono impassibili di fronte all’odore di cavolo bollito, ma si arrabbiano se sentono friggere verdure miste.

L’Associazione pensa che l’amministratore dell’immobile debba tentare in tutti i modi la via del dialogo, anche ricorrendo a qualche stratagemma. Ad esempio, “una cena etnica tra condòmini, un giro nella cucina della famiglia di immigrati, in modo da far capire che in quel posto non succede nulla di strano. E’ un modo per superare la barriera tra due mondi”. Insomma, la filosofia dell’associazione è che “gli odori della cucina etnica non possono essere considerati un’immissione molesta”. L’immigrazione, conclude il presidente dell’Anammi, “è una realtà del nostro Paese. Non siamo negli Stati Uniti, dove convivono decine di etnie, ma è chiaro che la nostra quotidianità deve tener conto della presenza degli immigrati. Nella gestione delle differenze, l’amministratore di condominio è quindi chiamato a decidere non soltanto sulla base della legge, ma anche del buon senso”. Il fatto potrà sembrare marginale, ma indica una tendenza preoccupante, nella quale ormai anche il pretesto dell’odore di una cipolla soffritta da uno straniero è moltivo di litigio. (Fonte)

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Dic 19

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Dic 19

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Dic 19

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Dic 19

Nonostante la crisi economica che sta mettendo in ginocchio parecchie famiglie che fanno fatica a soppravvivere fino a fine mese, ci sono sempre più italiani che amano giocare d’azzardo, con il lotto, superenalotto, cavalli, videopoker, casinò online e infine il “gratta e vinci” che è il gioco più amato, in particolare modo il “Milionario” da 5 euro c’è gente che spende anche 50 euro alla volta per sperare di trovare la schedina fortunata da 100.000 o da 500.000 euro.

Ma la parte più preoccupante è che sempre più gente ama entrare nei casinò online per giocare al videopoker o al black Jack, oppure a Poker nella versione Texas Hold’em dove parecchi giocatori ci hanno perso svariati gruzzoli, perchè non erano abbastanza bravi.

Insomma gli italiani amano il gioco d’azzardo e ci spendono parecchi soldi, senza pensare alla famiglia e troviamo sempre più persone che hanno perso tutto quello che avevano, casa compresa, purtroppo non è facile porvi rimedio, bisogna avere il sostegno della famiglia per riuscire ad uscire da questa pericolosa malattia del gioco.

Lo stato italiano è contraddittorio, dice che è contro il gioco d’azzardo, ma di per sè è un biscazziere con i suoi “gratta e vinci”, lotto, superenalotto e giochi vari.

Italiani malati di gioco d’azzardo. Lotto, superenalotto, bingo totocalcio, cavalli e scommesse e naturalmente anche il gioco on line. Una febbre che ha contagiato l’82 per cento della popolazione almeno secondo i risultati dell’indagine condotta dal Conagga (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo) in collaborazione con il Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza).

Via ilgiornale


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Dic 19

Questo è l’ultimo video nella nostra serie “Fondamenti d’ottimizzazione” di AdSense per i contenuti.
Fino ad oggi abbiamo trattato come migliorare il rendimento degli annunci attraverso le loro dimensioni e come progettare gli insiemi di annunci perchè siano più gradevoli e integrati nel sito. Tuttavia, anche se si hanno insiemi di annunci di grandi dimensioni e ben disegnati, questi non avranno buone performance se gli utenti del sito non possono vederli.

Che cosa si può dunque fare per garantire che gli annunci vengano notati? La risposta è posizionarli in modo tale che gli utenti possano vederli.

A questo proposito abbiamo preparato una “mappa termica” per visualizzare dove è meglio posizionare gli annunci:

  • Sopra la piega di una pagina (la sezione della pagina dove un utente può leggere senza dover fare scrolling)
  • Alla fine di un articolo
  • Allineato con i contenuti

Importante - ogni sito è diverso da un altro. Giudicare dove e come i visitatori interagiranno con il sito è determinante per capire qual è il miglior posizionamento degli annunci affichè questi siano visibili, ma al contempo non siano d’ostacolo all’utilizzo della pagina o lesivi dell’esperienza dell’utente.

Pensare come pensa un utente è la strategia più importante per bilanciare i contenuti del sito con gli annunci.

Scritto da: Consuelo Sartori, AdSense Ops Strategist



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Dic 19

Dopo i lanci di Firenze e Torino, Google Transit tocca ora la città di Como. Attraverso questa semplice funzionalità di Google Maps, da oggi pianificare uno spostamento nell’area urbana di Como o partendo da essa utilizzando i mezzi pubblici sarà ancora più semplice. Come? Basta inserire l’indirizzo di partenza, quello di destinazione e fare clic sull’icona “Trasporto Pubblico.

Riceverete chiare indicazioni sui tempi di percorrenza e sui mezzi da prendere per raggiungere la vostra meta. Tra l’altro, essendo Como la prima città italiana di confine ad aderire al progetto, ora potrete avvalervi di Google Transit per pianificare un viaggio all’estero con i mezzi pubblici.

L’idea, ancora una volta, è di coprire quante più aree urbane - italiane ed estere - in modo tale che in futuro qualunque spostamento, anche il più impegnativo, potrà essere a portata di clic.


Scritto da: Aldo Spivach, Strategic Partner Development Manager



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Dic 19

Ma il ministro Sacconi sarà poi così fesso come appare? Il ministero del Welfare non dispone di consiglieri legali? Perché allora quel richiamarsi a leggi che non sono leggi, quel minacciare ritorsioni che non è nel potere del ministro di portare a effetto? Non sono state le azioni del ministro un po’ troppo sconclusionate, surreali, anzi – ecco la parola giusta – teatrali? A cosa sono servite realmente le minacce che in queste ore stanno già cominciando a liquefarsi? Chi si voleva davvero fare fessi? Di certo non gli agguerriti legali della famiglia Englaro…
Prima dell’intervento di Sacconi chi stava cominciando a innervosirsi, pretendendo gesti concreti da un governo che, si sa, su certi argomenti non vuol cercare rogne? Chi ha lodato quello che sembrava un gesto concretissimo del ministro? Quando gli eventi riprenderanno il corso precedente e il bluff sarà stato chiamato, cosa farà il ministro, a parte tuonare contro magistrati e medici «disubbidienti»? Chi saranno i veri sconfitti, i veri turlupinati?

È solo un’ipotesi, per ora, e la avanzo come tale; ma spiegherebbe un po’ di aspetti non facilmente comprensibili in questa vicenda. Le prossime ore e i prossimi giorni porteranno chiarezza.
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Dic 19

Michele Ainis, «Eluana e i guardiani ubbidienti» (La Stampa, 18 dicembre 2008, p. 1):
Il provvedimento di Sacconi riesuma […] la funzione d’indirizzo e coordinamento, con cui lo Stato ha regolato per trent’anni l’attività delle Regioni. Lo faceva in nome dell’interesse nazionale, una formula magica ospitata nel vecchio testo della Costituzione. Ma a condizione che l’atto d’indirizzo venisse espressamente previsto in una legge, che fosse adottato dall’intero Consiglio dei ministri, che la Conferenza Stato-Regioni avesse manifestato il proprio assenso. Come stabiliva l’art. 8 della legge Bassanini (n. 59 del 1997), che entrò in vigore quando la funzione d’indirizzo e coordinamento era ormai agonizzante, incolpata non a torto d’aver affossato l’esperienza regionale.
Nessuna di queste tre condizioni ricorre nel provvedimento solitario di Sacconi, che dunque suona illegittimo perfino rispetto al vecchio ordine giuridico. Ma nel 2001 la riforma del Titolo V ha soppresso ogni riferimento all’interesse nazionale e ha soppresso perciò le basi su cui poggiava il potere d’ingerenza del governo. Non solo: l’art. 8 della legge La Loggia (n. 131 del 2003) ha poi ulteriormente precisato, a scanso d’equivoci, che gli atti d’indirizzo e coordinamento sono vietati nel campo della sanità. Sicché l’atto firmato da Sacconi è due volte incostituzionale: sia per il passato remoto che per il futuro prossimo. Anzi tre volte: perché oltre a offendere le competenze regionali calpesta la sovranità del Parlamento (soltanto una legge statale di principio può intervenire in materia sanitaria), e perché viola le attribuzioni del corpo giudiziario (sul caso Eluana c’è ormai una sentenza definitiva della Cassazione).
Insomma questo provvedimento non vale nulla, è come una legge promulgata dal direttore delle Poste.
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Dic 19

(Apcom) – Vittorio Angiolini, legale della famiglia Englaro, allontana l’ipotesi, ventilata dal ministro della Salute Maurizio Sacconi, di perdita dell’accreditamento con il Servizio sanitario nazionale per la clinica «Città di Udine» indicata come sede per l’esecuzione della sentenza della Corte d’appello di Milano che lo scorso luglio ha autorizzato Beppino Englaro a interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali che da oltre 16 anni tengono in vita la figlia Eluana, in stato vegetativo permanente. «Il ministero – ha precisato il legale – non ha poteri sui regimi di accreditamento, non può togliere convenzioni».
Angiolini ha fatto notare che nel suo decreto di indirizzo, rivolto a Regioni e Province autonome, il ministro «è stato ben attento a non richiamare alcuna norma giuridica vincolante», ma solo un parere del Comitato nazionale di bioetica e la Convenzione sui diritti dell persone con disabilità adottata dall’Assemblea generale dell’Onu e non ratificata dall’Italia. «L’attuazione delle decisioni giudiziarie su Eluana Englaro – ha continuato – è stata prevista come da inverarsi senza il coinvolgimento dell’attività di “strutture pubbliche o private” riconducibili al Servizio sanitario nazionale. Siamo quindi totalmente, al di fuori del campo per cui il ministro anche solo “invita” le Regioni a provvedere».
Quanto all’ipotesi di chiedere alla cancelleria della Corte d’appello di Milano una attestazione del fatto che il provvedimento non è più soggetto a impugnazione e, di conseguenza, esecutivo, Angiolini ha detto di averne parlato con il curatore speciale di Eluana, Franca Alessio, e di avere concluso «che la cosa ci pare al momento superflua. Dal punto di vista giuridico non c’è da fare nulla se qualcun’altro non fa qualcosa». In ogni caso «dopo chiunque potrà denunciare chiunque. Ci sono azioni non plausibili e temerarie».
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Dic 19

Ieri su repubblica.it, Eluana, interviene il ministero. “Vietato interrompere la nutrizione”, si leggeva:
“Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. E’ quanto stabilisce un atto di indirizzo che il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha inviato alle regioni sulla base di alcune indicazioni precedenti, tra cui quella del comitato nazionale per la bioetica e l’articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu. L’atto, firmato dal ministro Sacconi, di fatto renderà illegale per qualsiasi struttura pubblica e privata sul territorio nazionale l’adempimento della volontà della famiglia Englaro, e cioè il distacco del sondino che alimenta e idrata la giovane, in stato vegetativo da 16 anni”. Oggi è stato integrato anche dal commento di Carlo Alberto Defanti, neurologo e medico di Eluana da molti anni: “Mi lascia letteralmente esterrefatto. [In base a questo atto] non si fa quel che bisognerebbe fare: applicare una sentenza del tribunale della Repubblica Italiana”.

CITAZIONI SCONOSCIUTE - Ed esterrefatti siamo anche noi di fronte a questo gesto di Sacconi, spalleggiato dai sottosegretari Martini e Roccella. Un gesto di strafottenza rispetto ad una sentenza della Corte Costituzionale, di crudeltà (come lo ha definito Demetrio Neri) e di sprezzo verso i meccanismi di una democrazia. Sacconi ha la pretesa di decidere cosa sia legale e cosa no, in barba a sentenze o a (mancati) interventi parlamentari. Fregandosene del diritto di non subire trattamenti sanitari e della libertà di autodeterminazione (in questo caso complicati dalla assenza di coscienza di Eluana Englaro, ma non cancellati). Ed è anche un gesto ridicolo: non sapendo a cosa attaccarsi, Sacconi tira in ballo un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica e la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone affette da disabilità. Sacconi però dimentica alcuni dettagli rilevanti. I pareri del CNB non hanno alcun valore legale. Se avesse perso tempo a (ri)leggere i compiti del CNB non sarebbe caduto in questo errore tanto sciocco.

(Continua su Giornalettismo).


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Dic 19

Dopo aver teorizzato un’inesistente illegalità, il ministro Sacconi passa direttamente alle minacce,
facendo presente che «certi comportamenti difformi da quei principi determinerebbero inadempienze con conseguenze immaginabili». Sacconi lo ha detto replicando da Bruxelles ai giornalisti gli chiedevano se la Casa di cura «Città Udine» – dove Eluana deve essere trasferita – rischia di perdere la convenzione con il servizio sanitario nazionale se esegue la sentenza della Cassazione per lo stop all’alimentazione forzata (fonte: Corriere della Sera). Sulla legittimità delle intimazioni del ministro alle strutture sanitarie rimando all’illuminante intervista di Amedeo Santosuosso apparsa oggi sul MessaggeroSantosuosso: “La sentenza della Cassazione dà un diritto al padre, chi lo nega compie reato”», 17 dicembre 2008, p. 9). Io, per me, mi unisco come posso al co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni, Gilberto Corbellini, nel chiedere a questo punto l’intervento del Presidente della Repubblica. Che un ministro intervenga in questo modo a vanificare la sentenza di un tribunale della Repubblica non può essere ritenuta cosa di normale amministrazione. Qui non è nemmeno più questione del testamento biologico; qui è in gioco la divisione dei poteri, qui è in gioco lo Stato di diritto.
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Dic 17

Questi ultimi giorni della mia vita sono stati caratterizzati da molti impegni che stanno rendendo la mia vita molto interessante. A volte sembra di essere in un vortice di novità e progetti che spesso trovano la loro collocazione in modo del tutto naturale. In alcuni casi tuttavia mi arresto e mi rendo conto di essere in stallo, di non avere la visione globale della situazione, come la necessità interiore di ritornare a fermarsi un secondo, semplicemente per osservare noi stessi. Un momento necessario per stigmatizzare ogni nuovo cambiamento e rendere consapevole a noi stessi la nuova realtà che stiamo creando. Mentre siamo fermi tutto intorno sembra schiarirsi e prendere forma, potrei dire che il tempo si concretizza in qualcosa di reale, tangibile e verificabile. In passato avrei catalogato tutto questo come una perdita di tempo, un modo per scappare della mie responsabilità. Oggi invece credo di essere totalmente in linea con il futuro che sto costruendo, essere davvero felice di poter focalizzare gli obiettivi con semplicità, dedicare alle cose importanti il giusto tempo e amore. Lo stallo a volte è il momento più bello in cui tutto si manifesta per quello che è, siamo osservatori della nostra creazione.

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Dic 17


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Dic 17


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Dic 17

Voglio esprimere il mio apprezzamento per l’operato del Ministro Maroni in merito alla cosiddetta “Questione islamica” in Italia. Tranquilli, non mi sono “allamizzato” né sono in procinto di farlo: dò semplicemente al Ministro ciò che è del Ministro. E’ un dato di fatto che Maroni non si è mai espresso nei termini triviali in cui eccellono altri suoi colleghi di partito, quando in ballo sono gli immigrati in generale o i musulmani in particolare. O almeno non mi risulta che l’abbia mai fatto. Ma al di là di questo, bisogna dargli atto dell’esemplare gestione della vicenda di Mourad Trabelsi, ex imam della moschea di Cremona. Trabelsi aveva scontato una condanna di sette anni per terrorismo internazionale di matrice islamica ed era tornato in libertà solo da pochi giorni. Come pena accessoria aveva avuto l’espulsione verso il suo paese, la Tunisia, dove era già stato condannato per 20 anni (ancora per terrorismo). Trabelsi aveva fatto ricorso alla Corte europea di Strasburgo contro l’espulsione dall’Italia perchè in Tunisia, sostenne il suo avvocato, avrebbe rischiato la tortura. La Corte europea aveva sospeso l’espulsione e, pur negando al tunisino lo status di protezione sussidiaria perché non si può concedere ai condannati per terrorismo, aveva raccomandato la concessione di un permesso temporaneo. Lo stesso avvocato si appellò ai giudici in Italia: “I giudici possano ritenere attenuata la sua pericolosità sociale e non ordinare l’espulsione disposta, a fine pena, già dalla Corte d’Assise di Cremona”. I giudici invece sono stati di tutt’altro avviso confermando la pericolosità di Trabelsi. Il 3 dicembre, Maroni annuncia di aver firmato l’espulsione dell’ex imam per motivi di sicurezza “dopo che il giudice di Pavia aveva confermato la pericolosità sociale di Trabelsi”. Fine della storia, anche se l’avvocato vorrebbe citare Maroni per “abuso d’ufficio”. Credo che non servano ulteriori commenti per capire la linearità e trasparenza dell’operato del Ministro: un soggetto già condannato dalla giustizia (anche all’espulsione), che ha scontato la sua pena in Italia, che ha avuto modo di rimanere nel paese mentre veniva valutato il suo ricorso alla Corte europea, che è riuscito ad ottenere da quest’ultima solo una generica raccomandazione per un permesso temporaneo e che è stato giudicato tuttora pericoloso dalla giustizia italiana - per non parlare del fatto che è già stato condannato nel suo paese di origine - è stato espulso. Anche un adolescente con i brufoli può capire la differenza rispetto a quanto è accaduto con altri Imam, frettolosamente condannati all’espulsione con decreti amministrativi firmati nel giro di una notte o di qualche mese, magari dopo una trasmissione televisiva o un articolo delatorio. Niente processo, niente prove, niente condanne (tanto meno all’espulsione), niente ricorsi alla Corte europea (anzi, a volte facendo in fretta e furia proprio per evitarli), e - una volta tornati nel loro paese di origine - scopriamo anche che questi signori non avevano né precedenti né conti in sospeso: anzi, non vengono neanche trattenuti per un controllino veloce, non sia mai che siano riusciti a nascondere qualcosa. Neanche qualche ora di carcere. Nulla. Solo formalità di ingresso e un tè alla menta. Prova che persino gli spietatissimi servizi di sicurezza dei loro paesi li ritengono innocenti. Non mi capacito di come facciano i detrattori di questo blog a non comprendere l’elementare differenza che distingue il caso di Trabelsi dagli altri. E a non capire che il sottoscritto non ha nulla contro le espulsioni fatte con tutti i crismi, e quelle invece di cui non si capiscono le motivazioni se non leggendo o guardando qualche fantasioso contributo dei media. Ma c’è un altro motivo per cui apprezzo l’operato del Ministro Maroni: dal giorno in cui si è insediato, non ha convocato la cosiddetta Consulta islamica. Molti sanno della mia particolare avversione a questo organo di cui non è chiara né l’utilità né tantomeno il contributo. D’altronde ho iniziato a scrivere sul Manifesto proprio per contrastare questo ridicolo progetto - frutto della fervida immaginazione di Magdi Allam - che voleva accreditare un gruppetto di prescelti nominati a mezzo stampa come rappresentanti dell’Islam in Italia. Nonostante tutto il rispetto e la stima che serbo a parecchi dei suoi membri, il mio giudizio negativo che ho nei confronti di quella Consulta rimane. Soprattutto dopo che l’abbiamo vista all’opera, con tanto di liti, veti e sceneggiate e nessun risultato concreto tranne (se così si può dire) quella carta dei valori di cui sinceramente non so cosa farne. Complimenti, quindi, Ministro Maroni. E - mi raccomando - non convochi quella Consulta.
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Dic 17


Nicolas Sarkozy è il leader Europeo più amato tra i 27 capi di stato e di governo dell’Unione Europea secondo il verdetto del quotidiano francese La Tribune, che ogni anno affida la scelta a una giuria di 12 giornalisti (corrispondenti da Bruxelles e esperti di politica europea) di 9 diversi paesi. Ultimo della lista, invece, il leader italiano Silvio Berlusconi definito dalla giuria un “arruffapopolo imprevedibile e egoista”.

Ma l’arruffapopolo non ci sta, e nel tentativo di prevenire un travaso di bile e il conseguente “ fois gros ”, sbotta:

” Sarà ora che qualcuno impedisca a questi sciovinisti di stilar classifiche basate esclusivamente sulla statura… morale!

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Dic 17

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Dic 17

Scarpata BushTutto il mondo sa che Bush non ha fatto delle cose perfette, anzi ha messo in ginocchio l’economia americana e mandato in guerra i soldati americani in irak per delle inesistenti armi chimiche, adesso gli iracheni lo odiano tanto come questo gornalista iracheno che ha mostrato tutto io suo odio tirandogli una scarpa, per fortuna Bush l’ha schivata, adesso questo signore è diventato un eroe nazionale nonostante rischi sette anni di carcere, in quanto lanciare le scarpe contro qualcuno è uno dei peggiori insulti nella cultura araba.

Mi domandavo cosa sarebbe successo in Italia se qualcuno avesse lanciato una scarpa al nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi? forse lo avrebbero condannato ma sicuramente non avrebbe fatto alcun giorno in carcere grazie al indulto, questa è la giustizia italiana.

Il giornalista iracheno che ha scagliato le sue scarpe contro il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, atto visto come un enorme insulto, è diventato improvvisamente famoso in Iraq.

Via corriere


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Dic 17

Si è fatto un gran parlare negli ultimi giorni a proposito di Net Neutrality e della posizione di Google su questo tema, in seguito ad un articolo pubblicato dal Wall Street Journal.
Per prima cosa è importante definire cosa intendiamo quando parliamo di Net Neutrality. Per noi neutralità della Rete significa impedire che i fornitori di connettività possano discriminare l’accesso alle applicazioni online e ai contenuti.

Migliorare la performance di un sito Internet, affittando spazio su un server situato più vicino all’utente finale, in cui ospitare i contenuti più frequentemente visitati (attività chiamata anche edge cashing) è una cosa del tutto diversa, come hanno chiaramente spiegato Lawrence Lessig, Luca De Biase e tanti altri attenti osservatori delle cose della Rete in Italia e nel mondo.

Come Google, molti altri fornitori di servizi online usano questo sistema per migliorare l’esperienza dei loro utenti. Portando i video di YouTube e gli altri contenuti più vicini all’utente finale, gli Internet Service Provider possono migliorare il tempo di caricamento dei contenuti e delle pagine Web. In più, attraverso questo sistema, viene diminuita la congestione del traffico di dati sulla Rete.

Comunque gli accordi che Google ha sottoscritto per far ospitare i propri contenuti sui server dei fornitori di connettività sono tutti improntati alla non esclusività e alla non discriminazione dei contenuti.

Insomma la non notizia è che Google resta seriamente impegnato nella difesa del principio della Net Neutrality e che continuerà a lavorare con le Autorità per fare in modo che Internet resti un ambiente libero e aperto, come abbiamo chiaramente affermato in occasione della consultazione pubblica sui New Generation Networks.

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel



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Dic 17


Dopo il
recente lancio in Italia, annunciamo ora la disponibilità di Street View nella versione 2.3 di Google Maps per cellulari, per Nokia S60 e Windows Mobile. La selezione di questi modelli è dettata dal fatto che sono tra i più comuni nelle nazioni in cui il prodotto è oggi disponibile.

Con Street View potete esplorare le strade d’Italia e altre nazioni per orientarvi nella ricerca di un posto, una società, o semplicemente per avere indicazioni stradali. Immaginate di dovervi incontrare con degli amici ad un nuovo ristorante, adesso potete trovarlo con Google Maps per cellulari esplorando la zona dal vostro cellulare attraverso “Street View”.

Oltre all’introduzione di Street View, questa nuova versione di Google Maps per cellulari presenta nuove funzionalità.
Per esempio potete ottenere indicazioni stradali per raggiungere la vostra destinazione a piedi (in auto o con i mezzi pubblici) e leggere recensioni di ristoranti e locali direttamente sul vostro cellulare. Abbiamo anche aggiornato l’interfaccia grafica che speriamo sia ora più veloce e facile da usare.

Se avete un modello di cellulare del tipo Nokia S60 o Windows Mobile, potete scaricare la nuova versione di Google Maps per cellulari con Street View, visitando la pagina www.google.it/gmm direttamente dal vostro cellulare.

Buon divertimento con Street View!

Scritto da: Flavio Lerda, Software Engineer



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Dic 17

Raramente si è visto un atto di disprezzo delle leggi e dei diritti fondamentali paragonabile a quello compiuto oggi dal ministro Sacconi, con la complicità dei sottosegretari Martini e Roccella. Il cosiddetto «atto di indirizzo» del ministro, infatti, pretende di stabilire cosa sia legale in questo paese; non potendolo fare da sé – saremmo in pieno golpe, visto che come tutti sanno un atto amministrativo di un ministero non può avere valore di legge – fa riferimento a un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica e alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. Ma un parere del CNB non ha forza di legge; e la Convenzione Onu non è ancora stata ratificata dal Parlamento (c’è solo l’approvazione del relativo disegno di legge da parte del Consiglio dei Ministri lo scorso 28 novembre – e a questo punto c’è da chiedersi quale fosse il vero scopo di questo atto del Governo). L’atto del ministro Sacconi è quindi nullo e illegale.
Questo dal punto di vista formale; dal punto di vista sostanziale, come già facevamo notare poco tempo fa, la Convenzione stabilisce all’art. 25 che
States Parties shall […] prevent discriminatory denial of health care or health services or food and fluids on the basis of disability. Si noti la lettera dell’articolo: «discriminatory denial», rifiuto discriminatorio. Si ha discriminazione quando qualcuno è trattato ingiustamente in modo diverso dagli altri. Ma la Costituzione della Repubblica Italiana vieta l’imposizione di trattamenti sanitari senza il consenso del paziente (art. 32), e più in generale ogni restrizione della libertà personale (art. 13); il Codice di deontologia medica proibisce espressamente all’art. 53 di procedere o collaborare «a manovre coattive di nutrizione artificiale». Perché queste norme non si dovrebbero applicare anche ad Eluana Englaro, visto che la donna aveva manifestato a suo tempo la volontà di non essere sottoposta a trattamenti che ne prolungassero artificialmente l’esistenza? Sospendere l’alimentazione artificiale ad Eluana Englaro non è dunque discriminazione, perché questo è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini italiani non disabili.
Nello stesso articolo citato della Convenzione si legge del resto:
[States Parties shall] require health professionals to provide care of the same quality to persons with disabilities as to others, including on the basis of free and informed consent [corsivo mio]. La traduzione ufficiale francese si comprende ancora meglio:
[Les États Parties] exigent des professionnels de la santé qu’ils dispensent aux personnes handicapées des soins de la même qualité que ceux dispensés aux autres, notamment qu’ils obtiennent le consentement libre et éclairé des personnes handicapées concernées. La discriminazione consiste proprio nel non riconoscere ad Eluana Englaro il diritto a ricevere solo le cure per le quali aveva dato il suo consenso. È questa la vera, unica violazione della Convenzione Onu.

In uno Stato serio Sacconi e i suoi sottosegretari sarebbero costretti entro domani alle dimissioni, forse anche indagati per attentato alla Costituzione. Ma naturalmente questo non accadrà; non qui.
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Dic 17

Eluana, interviene il ministero. “Vietato interrompere la nutrizione”, repubblica.it.
Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. E’ quanto stabilisce un atto di indirizzo che il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha inviato alle regioni sulla base di alcune indicazioni precedenti, tra cui quella del comitato nazionale per la bioetica e l’articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu. L’atto, firmato dal ministro Sacconi, di fatto renderà illegale per qualsiasi struttura pubblica e privata sul territorio nazionale l’adempimento della volontà della famiglia Englaro, e cioè il distacco del sondino che alimenta e idrata la giovane, in stato vegetativo da 16 anni. Che dire? Nulla, ormai si è detto tutto.
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Dic 17

… è quella di Dario Bressanini, in un articolo documentatissimo, ragionevole e piacevole da leggere («Il buon latte crudo di una volta», Scienza in cucina, 16 dicembre 2008):
La situazione ora è ovviamente profondamente cambiata. Gli alimenti sono sempre più sotto controllo e gli allevamenti di bovine da latte sono molto controllati. Per ogni alimento si cerca di controllare i possibili rischi di infezione lungo tutta la catena dal produttore al consumatore. Tuttavia le intossicazioni alimentari sono all’ordine del giorno. Dal formaggio (nostrano o meno), dai salumi (biologici o no), dalle uova, dalle conserve (casalinghe o industriali), dal latte (crudo o pastorizzato), dal pesce (crudo o cotto), dai molluschi, dalla verdura (biologica o meno) e così via. E non c’è necessariamente una “truffa” dietro tutte queste infezioni. Il fatto è che mangiare, più che un “atto politico”, come dice qualcuno, è un “atto naturalmente pericoloso”, perché il rischio zero non esiste. È l’idea, sbagliata, che il rischio zero sia raggiungibile che porta spesso a interpretare male i fatti. Quello che i responsabili della salute pubblica devono fare è cercare di ridurre i rischi ad un livello ragionevole, soprattutto tenendo conto di determinate categorie a rischio, come i bambini, gli anziani, le donne incinta e i malati.
[…]
Quello che mi preme mettere in evidenza è che il rischio non è MAI zero, e le politiche di sanità pubblica cercano di renderlo ragionevolmente basso effettuando se possibile anche delle analisi costi/benefici. E infatti io e voi possiamo consumare in Italia (in altri paesi è vietato) dei formaggi da latte crudo non stagionati a lungo senza rischiare (troppo) di finire all’ospedale. Ma il rischio non è zero, ed è bene saperlo. Soprattutto nei casi come quello del latte crudo dove il punto debole, dal punto di vista sanitario, della catena è quello che succede da quando viene prelevato a quando viene consumato. Quindi non mi pare ci sia da stracciarsi le vesti se viene imposto di segnalare, sui distributori di latte alla spina, i possibili rischi e le contromisure da prendere.
In più se l’attenzione da parte del consumatore verso il consumo di alimenti crudi quali carne, pesce, molluschi o uova mi pare esista e da più parti periodicamente si metta in guardia dai pericoli collegati, per il consumo di latte crudo mi pare non esista questa “consapevolezza”, e viene addirittura consigliato ai bambini perché “fa bene”.

Quello che però mi stupisce di tutta la questione del latte crudo è l’atteggiamento di chi, come Slow Food, cita ad ogni piè sospinto il cosiddetto “principio di precauzione”. La “litania” l’abbiamo sentita più volte, che si parli di ogm o di trattamenti industriali chimici o di additivi alimentari: “vogliamo il rischio zero”, “se c’è una seppur piccola probabilità che X possa fare male allora non possiamo accettarlo” e via su questo tenore. Ho già avuto modo in questo Blog di scrivere varie volte la mia opinione su questo cosiddetto principio: non ha validità scientifica, la sua applicazione può persino causare danni, mentre invece è usato da alcuni come strumento di pressione e decisione politica, mascherato da scienza.
Pretendo tuttavia che chi lo adotta si comporti coerentemente. Mi pare invece che questo principio funzioni un po’ a singhiozzo, e non se ne voglia tenere conto nel caso del latte crudo. Non mi pare possibile infatti negare che in questo caso il rischio esiste, ed è concreto. Piccolo ma non zero. Misurabile, muniti di microscopio, in termini di “conta batterica”, o in termini di pazienti ricoverati, come quei bambini di cui ci ha parlato Anna Meldolesi e confermati dal Ministero della Salute.
[…]
Vale davvero la pena far correre quel rischio, piccolo quanto si vuole, in nome del “latte dei bei tempi andati” a chi, magari come donne in gravidanza o bambini, può avere delle ripercussioni gravi? Che in fondo il buon Louis Pasteur non fosse proprio uno stupido lo avevano capito anche le nostre bisnonne che raccomandavano di far bollire il latte crudo. Da leggere assolutamente tutto.
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Dic 17

Oggi verso le 3 con Olimpia Tarzia a Punto G, trasmissione condotta da Giulia Innocenzi su RED Tv.
Informazioni e commenti qui.
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Dic 15

Il 10 dicembre si è svolta un’audizione davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati. Coordinati da Antonella Napoli (Presidente di Italians for Darfur), all’audizione hanno partecipato: Luisa Mascia (Coalition for the International Criminal Court), Nino Sergi e Marco Rotella (InterSOS), David Donat-Cattin (Parlamentarians for Global Action) e Stefano Cera (Italians for Darfur), che è intervenuto in rappresentanza dell’International Crisis Group.
L’occasione è stata propizia per fare il punto della situazione sul conflitto nel Darfur sotto i suoi diversi aspetti (emergenza umanitaria, discussioni intorno alle accuse della Corte Penale Internazionale al Presidente del Sudan Bashir, situazione politica e processo di pace) e per chiedere alla Commissione Esteri (che svolge anche attività di Comitato Permanente sui diritti umani) un supporto sulle iniziative che varie ONG portano avanti ormai da tempo nella regione occidentale del Sudan.
La Commissione, presieduta da Furio Colombo, ha mostrato grande interesse all’iniziativa, tanto da chiedere un successivo incontro di approfondimento, da svolgersi nel prossimo mese di gennaio. Continueremo a tenervi informati…
Italians for DarfurFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Dic 15

Fao: “Aumenta la fame nel mondo, quasi un miliardo senza cibo”

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Dic 15

I sopravvissuti alle odissee che hanno dovuto affrontare per arrivare fin qui, in fuga da paesi in guerra o stremati da ingiustizie e povertà, derubati e minacciati dalla teppa internazionale che governa il traffico dell’emigrazione africana, ora sono qui. Alloggiano alla “Rognetta”, dentro baracche di cartone e bambù, nell’ex deposito alimentare diroccato, senza neache il tetto, in pieno centro di Rosarno - paese commissariato per infiltrazioni mafiose - a poche decine di metri dalla scuola elementare, in mezzo al fango, ai topi e a una carcassa di montone, sgozzato qualche giorno fa da un macellaio magrebino. Sono qui a centinaia, tutti giovani dell’Africa sud sahariana e magrebini solo perché, in questo periodo dell’anno, sono la mano d’opera più ambita nella zona, dove è tempo di raccolta di agrumi. Ogni mattina i pullmini dei caporali si presentano davanti alla “Rognetta”, o nell’ex cartiera abbandonata di S. Ferdinando (paese vicino, anche questo commissariato) dove vivono assiepati come maiali da macello più di settecento persone, in condizioni igieniche spaventose dentro baracche puzzolenti, due metri per tre, con quattro, cinque o sei letti. Ognuno di loro, a parte le revolverate di qualche cittadino locale, ha finora imparato a conoscere il nostro Paese senza mai incontrare neanche un rappresentante delle pubbliche istituzioni.(…) gente che letteralmente non ha più nulla, se non le braccia per lavorare fino a 12 ore al giorno per 20 euro, in mezzo ai campi di arance, dove per arrivarci devono anche pagare il trasporto: due euro e mezzo all’andata e altrettanto per il ritorno. (…) “Se venite in Ghana, nel mio paese, siate certi che non vi tratteremmo così” dice con orgoglio Edward, 27 anni, di Accra, che si elegge a portavoce. “Se ci devono far vivere come animali in gabbia, tra i topi e la paura della gente che fuori di qui ci spara pure addosso, perché ci chiamano per raccogliere le arance? Si decidano: o serviamo, e allora vorremmo essere trattati un po’ meglio e lavorare dignitosamente, oppure ce ne torniamo nei nostri paesi. Qui non ha più senso stare”. (Repubblica)
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Dic 15

Su Nazione Indiana, fra i primi dieci blog più letti in Italia, un mio articolo su Allam e l’attentato al Prof. Paolo Branca.
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Dic 15

Ad agosto 2007 è entrato in vigore il Regolamento di attuazione della Finanziaria 2006 in materia di depositi dormienti, che ha reso obbligatoria una campagna di informazione per il risveglio dei conti, prescrivendo l’obbligo per gli intermediari di dare avviso ai titolari dei conti inattivi delle giacenze, prima che queste vengano introdotte, se non reclamate, in un fondo gestito dal Tesoro destinato prevalentemente a risarcire coloro che sono rimasti vittime di crack finanziari (Parmalat, Bond Argentini e in ultimo Alitalia).

Rientrano in questa categoria tutti quei rapporti contrattuali (conti correnti, fondi comuni, certificati di deposito, azioni e obbligazioni) di importo superiore a 100 euro, per i quali non sia stata effettuata alcuna operazione o movimentazione da parte del titolare, o di un suo delegato, negli ultimi dieci anni.

Cosa fare?
Andate sul sito del Ministero delle finanze a questa pagina e cercate inserendo nome e cognome se voi o qualche parente siete titolari di un conto considerato dormiente. Mi raccomando fate più prove poichè può essere che il sistema riconosca male le keyword inserite.

Una volta fatto ciò, se risultate titolari di un conto o un deposito dormiente, basta fare un’operazione sul conto, ma consigliamo comunque di recarsi presso la vostra Banca o Posta e chiedere informazioni.


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Dic 15

Sono stanca e non ho voglia di proseguire la lista degli oggetti potenzialmente pericolosi per la salute dopo la temibile RU486.
Anche la stupidità lo è. Molto pericolosa.
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Dic 15

Sexworkers
Roma 13 dicembre 2008, Piazza Farnese. Altre foto.
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Dic 13

Gianluca Diegoli di minimarketing è così, secondo me: un po’ Martin Lutero un po’ Seth Godin: e per questo mi piace un sacco, e mi rammarico di non leggerlo con la necessaria puntualità e profondità.

Gianluca ha scritto e pubblicato 91 discutibili tesi per un marketing diverso: materia freschissima e stimolante per discutere (appunto) e guardare oltre il marketing preistorico a cui si son abbeverate generazioni di copysauri come il sottoscritto.

Le 91 tesi si possono scaricare gratuitamente: un bell’esempio di marketing 2.0 e dell’approccio free culture, credo.

Io le ho sbocconcellate qua e là queste tesi ma le leggerò con piacere e calma nel weekend. Di questi tempi conviene smettere di fare gli struzzi, tirar fuori la capoccetta dal buco e vedere che sta succedendo intorno. E’ un consiglio, poi fate quel che vi pare.
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Dic 13

Un corteo importante, che arriva dopo un autunno attraversato (anche a Torino) dall’Onda degli studenti medi ed universitari. La Cgil apre il corteo da lei indetto, dirigendosi verso piazza Castello, e lì conclude nonostante una presenza di lavoratori che superava lo scarso impegno del sindacato nel promuoverlo. Significativa soprattutto la presenza delle piccole fabbriche, dove gli operai sono soprattutto giovani.
Ma lì finisce per l’appunto il corteo del sindacato istituzionale che non sa raccogliere la spinta delle piazze.

Di tutt’altra natura lo spezzone sociale aperto dai sindacati di base (Cobas,Cub e Sdl), più di 1000 tra delegati e lavoratori, in piazza per consolidare il percorso intrapreso dal 17 ottobre. Dietro lo striscione “Chi paga la crisi? Noi no!”, migliaia di giovani, student* dell’Onda (medi e universitari), precar*, migranti, genitori e la marea irrappresentabile del movimento dell’autunno che, partito dalla scuola, ha investito tutta la società. Lo spezzone sociale - com’è annunciato - si è spinto oltre piazza Castello.

Appena partiti viene chiusa una banca Unicredito in via Po, con assi di legno e tubi da ponteggio, da parte dell’Onda universitaria. Deviazione in piazza San Carlo per raggiungere i lavoratori della Comdata in presidio. Prima di raggiungere l’Unione Industriale, un migliaio di studenti medi devia e raggiunge la sede cittadina del Pdl in corso vittorio. Quì bruciano una decina di copertoni per far sentire a chi ci governa “l’odore della crisi”.
Si ricongiungono quindi col restante corteo , dove, dopo i comizi dei vari soggetti sociali presenti, bruciano un’altra decina di copertoni anche di fronte alla sede del padronato cittadino.
A fin mattinata, intorno alle 14, gli ultimi 500 (inossidabili) si sciolgono di fronte all’area in cui dovrebbe sorgere il grattacielo di Intesa-San Paolo, celebrazione del potere delle banche sulla vita di tutt*.

Centrale il nodo della crisi, attorno al quale si sono snodate e si snoderanno le resistenze dei tanti soggetti (studenti, migranti, lavoratori, precari, …) ai quali la si vuole far pagare, ma che hanno già chiarito:
“noi la crisi non la paghiamo! noi la crisi ve la creiamo!”

Guarda la fotogallery dello sciopero generale e generalizzato di Torino

La cronaca della lunga mattinata

13:30 Torino, altri copertoni bruciati e blocco in corso Vittorio. Il corteo si scioglie di fronte al cantiere del Grattacielo.
Ascolta la diretta con Gianluca fatta nelle battute conclusive dello sciopero generale

13:00 Prime riflessioni sullo sciopero generale: il corteo di Torino
Ascolta l’intervista con Raffaele Sciortino, InfoAut

12:55 Oltre l’80 di adesione nei trasporti
E’ stata superiore all’80% l’adesione dei lavoratori e delle lavoratrici del trasporto pubblico torinese.
12:40 Deviazione degli studenti medi: copertoni bruciati di fronte alla sede di Forza Italia
Ascolta la diretta con Gianluca dall’Unione Industriale, termine del corteo torinese di sciopero generale

12:22 Onda: spettacolo di fronte alla banca murata
I ministri Giulio Tremonti e Maria Stella Gelmini, il Papa, una fata e un vampiro che si rivela alla fine essere un lavoratore precario che si arrangia come può. Questi gli ingredienti di una scenetta satirica allestita in via Po di fronte alla banca Unicredit simbolicamente murata in precedenza.

11:40 Successo dello sciopero nelle fabbriche
La Cgil comincia a fornire i primi dati che arrivano dai posti di lavoro: nelle fabbriche di Torino e cintura l’adesione allo sciopero generale sembra essere stata buona, con Mirafiori al 55%, Alenia al 70%, Sandretto al 80%, inoltre alla Mole-valvole ed alla Ilte si registra il fermo totale della produzione, similmente a quel che è avvenuto alla Ergom (85%).

11:26 Chiusa la banca Unicredito in via Po
Ascolta la diretta da piazza Castello con Gianluca

10:20 Partito il corteo di Torino
Ascolta la presentazione della giornata e le prime considerazioni sul corteo appena partito da piazza Vittorio di Gianluca, InfoAut
10:00 Torino si mobilita per lo sciopero generale e generalizzato
Concentramento in piazza Vittorio, gli studenti dell’Onda hanno invece il loro ritrovo a Palazzo Nuovo Occupato, poi confluiranno nello spezzone sociale
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Dic 13


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Dic 13

Comunicato di solidarietà con il movimento degli stuenti greci

Sabato 6 dicembre Alexander Andreas Grigoropoulos, quindicenne greco, è stato assassinato dai corpi speciali greci Blue Suit durante una manifestazione studentesca, una manifestazione contro i processi di riforma che in Grecia, come in Italia e resto d’Europa, stanno dismettendo l’università e la ricerca pubbliche. Si trattava di una manifestazione all’interno del quartiere Exarchia, quartiere studentesco di Atene.

Come Assemblea no Gelmini di Torino esprimiamo la nostra solidarietà al movimento studentesco greco che in questi giorni sta rispondendo all’arbitraria violenza poliziesca attaccando i simboli del potere politico e della crisi economica globale. Per questo motivo abbiamo accolto l’appello degli studenti greci che studiano a Torino e partecipiamo al presidio da loro indetto per questa mattina davanti al consolato greco.

Con la forza delle nostre ragioni, esprimiamo la nostra vicinanza morale e politica agli studenti greci. Ci riconosciamo nelle parole d’ordine con le quali il movimento greco sta scendendo in piazza e condividiamo la rabbia che la morte di Alexander ha inevitabilmente provocato.

Per questi motivi, una delegazione dell’Assemblea no Gelmini si sta organizzando per partecipare sabato 13 Dicembre alla manifestazione nazionale indetta dagli studenti universitari e medi che si terrà ad Atene.

Stop police brutality, Alexander vive!

Torino, 10 dicembre 2008
Assemblea no Gelmini
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Dic 13

L’assemblea no Gelmini tenutasi questa sera ha ritenuto necessario e doveroso per prima cosa parlare della morte dello studente quindicenne Alexander Andreas Grigoropoulos e ha voluto esprimere la sua più totale solidarietà agli studenti e al movimento greco che manifestano contro il processo che smantella l’università e la ricerca pubblica e che si oppone alla socializzazione dei costi della crisi globale. Per questo motivo accogliamo l’invito degli studenti greci a Torino che domani mattina (ritrovo ore 11 davanti al Politecnico) si recheranno al Consolato Greco per condannare la violenza poliziesca.

Inoltre una delegazione dell’Assemblea no Gelmini si recherà in Grecia per partecipare al corteo nazionale indetto per sabato dagli studenti medi e universitari in mobilitazione con la volontà di esprimere tutta la nostra vicinanza alla lotta che in Grecia, come in Italia, si sta portando avanti.

L’assemblea ha poi discusso i contenuti dello sciopero generale del 12 dicembre, rilanciando l’assemblea cittadina di domani sera, mercoledì 10 dicembre a Palazzo Nuovo, durante la quale tutti i soggetti cittadini attivi nella mobilitazione contro la dequalificazione della scuola e dell’Università pubbliche si confronteranno con i lavoratori, i precari e I migranti per ribadire ancora una volta che non intendiamo pagare questa crisi ma, anzi, farla pagare a chi l’ha creata.

L’Assemblea ha inoltre deciso di proseguire il percorso del corteo oltre Piazza Castello e di convergere, insieme allo spezzone sociale, davanti alla sede dell’Unione Industriale.

È nostro desiderio legare sempre più saldamente il mondo della scuola e della ricerca al mondo del lavoro. Pertanto nell’assemblea di domani proporremo la creazione di una Rete di Resistenza alla Crisi nella quale tutti I soggetti coinvolti da essa possano costruire un percorso comune di mobilitazione e di sostegno reciproco.

Inoltre, l’11 Dicembre, alle ore 17, l’Assemblea no Gelmini sarà presente nella sala del Rettorato dove è prevista la seduta del Senato Studenti per fare presente, ancora una volta, che il movimento in nessun caso può essere da loro rappresentato. In quella stessa sede, tutti gli studenti e le studentesse, insieme a ricercatori, dottorandi e docenti, si confronteranno nel Cantiere dell’Onda, dove verranno riportati i primi risultati del lavoro svolto dai quattro Workshop che lo compongono.

La prossima Assemebla no Gelmini si terrà lunedì 15 dicembre presso la Palazzina Einaudi alle ore 20,30 per rilanciare le prossime scadenze.

Prossimi appuntamenti:

Mercoledì 10 dicembre : ASSEMBLEA CITTADINA in vista dello sciopero generale ore 20.30, a seguire serata musicale di autofinanziamento per i lavoratori COMDATA .

Giovedì 11 dicembre : CANTIERE dell’ONDA ore 17 presso il Rettorato in concomitanza con la seduta del Senato Studenti.

Venerdì 12 dicembre : SCIOPERO GENERALE, appuntamento ore 9.00 a Palazzo Nuovo.

Lunedì 15 dicembre : ASSEMBLEA NO GELMINI ore 20.30 Palazzina Einaudi.



Assemblea no Gelmini- Onda Anomala Torino

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Dic 13


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Dic 13

Hanno finalmente (due mesi dopo!) messo on-line il video del mio intervento al Premio Italia Diritti Umani 2008 (16 ottobre 2008), organizzato dalla Free Lance International Press.
Il titolo dell’intervento è: “Sviluppo del conflitto nel Darfur: incriminazione del Presidente del Sudan e le difficoltà della missione ONU”.
Buona visione!
Stefano CeraFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Dic 13

di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera

Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’ una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l’ ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell’ 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del ‘ 900. Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l’ immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l’ altro l’ autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell’ eversione». E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un’ altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L’ uno e l’ altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell’ Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d’ Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini. Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari. Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’ operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un’ altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l’ ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l’ età di Grimoldi e della Bertolini. Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c’ è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l’ avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell’ ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un’ Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.
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