gen 30

History of AdvertisingView more presentations or upload your own. (tags: advertisinghistory ads)Poderosa presentazione di Tugce Esener su SlideShare.

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gen 30

Fonti ufficiali delle Nazioni Unite parlano di oltre 9000 civili allo sbando tra le regioni del Sud Darfur e del Nord Darfur bombardate dalle forze aeree sudanesi nelle ultime due settimane.
I bombardamenti continuano tra Muhajiriya e El Fasher, disperdendo la popolazione che si accalca intorno alle postazioni delle Nazioni Unite alla ricerca di cibo e protezione o si incammina verso altre località lungo il confine tra le due regioni.
Gravissime, neanche a dirlo, le condizioni sanitarie della popolazione in fuga.
Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it –
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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gen 30


Emme ha chiuso baracca. Fallita? Ci credo poco, c’ho altre idee per la testa che è meglio non esprimere. Per il resto tutto bene grazie. I bambini crescono e il pane non manca…a loro.

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gen 30

Oggi, 28 gennaio, si celebra la giornata internazionale della tutela della privacy. Tuttora la poca conoscenza su come proteggere i propri dati online rappresenta un problema a livello globale.

Ogni giorno vengono caricate online sempre più informazioni ed è quindi estremamente importante che le persone conoscano benefici e rischi della Rete, nonché gli strumenti che sono a loro disposizione per controllare e gestire le informazioni che condividono online.

Tra le diverse iniziative pianificate nel corso di questa giornata, saremo presenti al “data privacy day: increasing privacy awareness and trust” organizzato in collaborazione con l’Information Technology Association of America, dove affronteremo assieme ai diversi rappresentati di governo, americani ed europei, la questione della sensibilizzazione al tema della privacy. Questo evento fa parte di un processo di dialogo e confronto continuo che stiamo intrattenendo con legislatori e organi di regolamentazione, associazioni dei consumatori, industriali e responsabili privacy per proteggere le informazioni degli utenti online.

I nostri sforzi per accrescere la consapevolezza in materia di protezione dei dati personali, oltre alle azioni intraprese nella pubblica arena, si fondano su un dialogo diretto con i nostri utenti, all’insegna della trasparenza e della facoltà di scelta. Per questo abbiamo chiaramente detto quali dati conserviamo e per quanto tempo e per questo continuiamo a sviluppare prodotti che permettano agli utenti di avere controllo sulle informazioni che condividono.

Di recente abbiamo arricchito il nostro Privacy Center, accessibile direttamente dalla homepage di Google, con video, informazioni utili e link a post su come gestire le informazioni private online. Nel frattempo, continuiamo a sviluppare prodotti che offrano alle persone ulteriori informazioni e reali alternative per la gestione della loro privacy. Ne sono esempio il sistema di oscuramento dei visi in Street View e la funzione di Chrome che consente di navigare il web in incognito.

Ci proponiamo di migliorare ulteriormente il nostro approccio al tema della privacy portando avanti il dialogo con le persone che utilizzano i nostri prodotti e servizi e mettendo a loro a disposizione sempre più strumenti utili a questo scopo. Per ora, se volete saperne di più, vi invito ad accedere al nostro Privacy Center.
Scritto da: Peter Fleischer, Global Privacy Counsel


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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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gen 30


Didascalia:
Una storia d’amore e di scienza che costa 155mila dollari. Ma la cifra ha permesso a Ed e Nina Otto di rivivere la gioia di ritrovare a casa Sir Lancelot, il loro labrador morto all’età di 17 anni. Il cucciolo di questa galleria è una copia esatta dell’originale. Infatti la coppia che vive in Florida si è rivolta ad un laboratorio sudcoreano che ha provveduto alla clonazione.Il dubbio di chi sia più scemo tra Ed, Nina e il giornalista rimane. Ma la scemità paga, in questo caso 155mila dollari. Beata ignoranza!

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gen 30

C’è un nuovo colpo di scena nella saga (o dovremmo dire soap opera vista l’interminabile durata?) del dibattito parlamentare sul testamento biologico, altrimenti definito direttive anticipate (DAT) o living will. Verrebbe da commentare: chiamatelo pure come vi pare a condizione che siano garantite le scelte delle persone – ragione per cui sarebbe importante una legge al riguardo, e non perché si sente la mancanza di una legge inutile o dannosa. Garantire il rispetto delle decisioni di ciascuno di noi quando non siamo più nelle condizioni di esprimere le nostre preferenze, questo dovrebbe regolamentare una buona legge.

COME DOVREBBE ESSERE – Pur rischiando di essere noiosi lo ripetiamo: il testamento biologico dovrebbe assicurarci la possibilità di esprimere oggi le nostre volontà per un tempo in cui non è più possibile farlo, perché abbiamo subito un incidente o perché l’aggravamento di una malattia ce lo impedisce. Dovrebbe, in altre parole, protrarre nel tempo un diritto che ci è già garantito e che è ben espresso nel consenso informato. Quando acconsentiamo ad un intervento già “estendiamo” le nostre volontà per il tempo della anestesia e del tempo che passeremo in stato di incoscienza (si pensi ad interventi che richiedono molte ore di anestesia generale e molte ore, se non giorni, di sedazione tale da impedire una manifestazione attuale del nostro volere). Scegliere se e come curarci, decidere come vivere a patto che la nostra decisione ricada su di noi è un diritto fondamentale. Il patto di non recare danno a terzi è rispettato se decido, ad esempio, di non nutrirmi, di non sottopormi alla chemioterapia o di non essere trachestomizzata. Il cuore della normativa sul testamento biologico dovrebbe essere la garanzia dell’autodeterminazione del singolo, sostenuta da articoli spesso citati, raramente presi sul serio. Basti pensare all’articolo 13 e 32 della Costituzione Italiana.

E INVECE, CIPPERIMERLO - Veniamo al colpo di scena: in commissione Igiene e Sanità viene presentata la proposta di legge del senatore Raffaele Calabrò recante norme su “disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato, e di dichiarazioni anticipate di trattamento”. Questo disegno di legge rispetta le condizioni necessarie per garantire la nostra libera scelta? Sorvoliamo i passi non controversi e quelli più “sottili”, per arrivare a quelli più esplicitamente lesivi della nostra autodeterminazione, pur mantenuta come panorama di riferimento da tutti. Perché è troppo impopolare affermare che le persone dovrebbero essere espropriate della libertà di decidere riguardo alla propria esistenza.

(Continua su Giornalettismo).

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gen 30

Mario Palmaro, «Erode a Stelle e Strisce: Barak Obama si traveste da buono, ma è solo un abortista», Comunicato Stampa n. 68 del Comitato Verità e Vita, 27 Gennaio 2009:
Nessuna persona di buon senso si era fatta illusioni sulla figura di Barak [sic] Obama. In campagna elettorale il candidato democratico lo aveva detto: se verrò eletto, gli Stati Uniti torneranno a finanziare l’aborto nel mondo. E puntualmente, appena insediatosi alla Casa Bianca, Obama ha mantenuto la parola, e ha abrogato le disposizioni a suo tempo varate da Ronald Reagan e da Jeorge [sic!] W. Bush.
Purtroppo i campioni delle democrazie liberali sono molto abili nel nascondere il loro aspetto terribile sotto il pelo rassicurante di un agnello. Mentre i tiranni e i sovrani più spregiudicati dei secoli passati non si preoccupavano di dissimulare e di nascondere la loro malvagità, i nuovi Erode sentono il bisogno di apparire buoni e perfino cristiani. Barak Obama si è fatto “incoronare” l’altro giorno con una cerimonia sontuosa, costata molto di più che quella dei suoi predecessori. Una regia sapiente che serve a consolidare nel suo Paese e nel mondo l’immagine dell’uomo sincero e onesto che con le sue sole forze, e nonostante il colore della sua pelle, riesce nella scalata al ruolo più potente del mondo.
Una strategia che potrà anche ingannare i più sprovveduti e gli ingenui. Ma che non incanta tutti coloro che sanno guardare in faccia la realtà. E la realtà dice che Barak Obama ha voluto iniziare il suo mandato presidenziale firmando la condanna a morte di un numero incalcolabile di esseri umani innocenti che saranno uccisi con l’aborto nel mondo, finanziato dagli Stati Uniti d’America.
“We can!” [sic] è il motto che tanta fortuna ha portato alla campagna elettorale di Obama. Sì, caro presidente, tu puoi fare molte cose. Ma fra queste una certamente non ti è concessa, e nessuna autorità te la potrà mai concedere: quella di decretare che si possa uccidere anche un solo innocente con l’aborto.
Per quanto lussuosa sia la reggia del nuovo Erode [ma non è la stessa di quel sant’uomo di George – o Jeorge – W. Bush?], per quanto potente sia il suo esercito, egli non si faccia illusioni. Quando un’autorità umana si fonda sull’ingiustizia e sulla ubris – la tracotanza di cui già parlavano i greci – il suo destino è segnato. Per quanto assordante sia il vociare servile e conformista dei mezzi di comunicazione, ci sarà sempre qualcuno che come Giovanni il Battista – e oggi come i Pro life americani, come noi di Verità e Vita – denunceranno [sic] il Tiranno.
Ci sarà sempre qualcuno che, senza paura di essere smentiti [sic], dirà che Barak Obama è come Erode. Il tempo e la storia ci mostreranno quale futuro sarà riservato a questo Presidente, dopo che egli ha voluto esordire nello spregio del più elementare diritto naturale: quello alla vita dei non nati. Noi tremiamo al solo pensiero che il destino del mondo sia affidato a un politico capace di tanto disumano cinismo. Spero di non apparire troppo pedante nel far notare al gentile signor Palmaro che Giovanni Battista, al quale si paragona (con tutta la dovuta modestia, ne sono certo), aveva denunciato un altro Erode, non l’Erode uccisore di bambini, visto che quest’ultimo era morto più di trent’anni prima. E comunque il Battista era un profeta serio: non avrebbe mai scambiato per massacratore di infanti uno che non lo era affatto…

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gen 30

Per gli inguaribili ottimisti ecco la smentita di ogni speranza, buon senso e giustizia.

In commissione Igiene e Sanità è arrivata la proposta di legge del senatore Raffaele Calabrò recante norme su “disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato, e di dichiarazioni anticipate di trattamento”.
Il testo rappresenterebbe la proposta di unificazione dei disegni di legge sul testamento biologico presentati al Senato e contiene aspetti che annullano e calpestano il senso di una legge al proposito. Potendo dire, però, che la legge è stata fatta.

Solo un esempio.
Art. 5
(CONTENUTI E LIMITI DELLE DICHIARAZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO)

6. Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento.Capito? Il sostegno vitale non si può rifiutare; così come non si può decidere se alleviare le proprie sofferenze oppure no (lasciamo stare che spesso ciò accadrebbe in situazioni in cui non potremmo rendercene conto, non è questo il punto). Ma è per il nostro bene, suvvia. Mica pretendiamo di sapere qual è il nostro bene? Lasciamo decidere agli altri.

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gen 28

i violentatori di Giudonia presi grazie alle intercettazioni telefoniche… e ora un rumeno le vuole vietare… mai dddaaaiii, non è un rumeno?

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gen 28


“ Non dimenticheremo mai lo sterminio degli ebrei, un evento che ha segnato la storia dell’umanità’ e dal quale si deve trarre l’insegnamento imperativo che non debbono essere mai più violati i diritti e la dignità di ogni cittadino…” “ Le leggi antiebraiche ”, ha sottolineato Berlusconi in altro passaggio, “ sono ancora avvertite come una ferita profonda, inferta non solo alla comunità ebraica, ma alla intera società italiana… Purtroppo sappiamo come le tragiche conseguenze di queste leggi incivili e disumane abbiano portato a quella che i nazisti, nel loro sciagurato progetto, chiamavano soluzione finale del problema ebraico ”

“La sapete quella del campo di concentramento?”, ha chiesto. e subito, incalzante: “Un kapò dice: ’Per foi ho una puona notizzia e una meno puona. Metà di foi saranno trasferiti in un altro campo’. A questo punto tutti gridano evviva e chiedono quale sia la notizia cattiva. ’Qvella meno puona è che la parte di foi che sarà traferita è qvella ke va da qui in giù’, e nel dire questo segna dalla cintola in giù”

( spiegazione della foto: qualcuno non sa che le parole sono pietre, qualcun altro potrebbe non sapere che le pietre non sono parole)

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gen 28


Ci sono due fotografie-simbolo del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. O sarebbe più giusto dire “gettati”, visto il contenuto delle stesse. Una è quella della piccola vietnamita che fugge nuda dopo il bombardamento del suo villaggio, l’altra è quella del bambino del Ghetto di Varsavia.

Le braccia alzate, la visiera dell’enorme cappello che non riesce a coprire il suo sguardo. Gli occhi che ci restituiscono stupore e rassegnazione, più che paura. Un cappotto che stride con le ginocchia nude, ma servirà a salvargli la vita. Le luci e le ombre del bianco e nero, sapientemente dosate tra desolazione e follia a trasformare uno scatto in icona.

Il Ghetto di Varsavia venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ‘ 43. Il venti aprile era il compleanno del Fuhrer e Himmler decise di fargli questo impegnativo regalo.

Il bambino si chiama Tsvi Nussbaum, e la foto è stata scattata mentre un tedesco urlava: “Alza le mani!”, e un altro diceva: ” E’ un bambino rimasto solo, tanto varrebbe fucilarlo subito”. I Nussbaum, tornati da qualche anno dalla Palestina, vivevano nella campagna polacca. La madre di Tsvi parlava bene il tedesco e andava spesso al comando della Gestapo ad intercedere a favore della comunità. Ma un giorno si accalora troppo, e l’ufficiale che la sta ad ascoltare con aria annoiata, estrae la pistola da un cassetto della scrivania e le spara. Poche ore dopo viene ucciso anche il padre, forse dallo stesso uomo.

Una donna porta con se Tsvi e lo nasconde a Varsavia. Il bambino non rivedrà mai più i nonni e il fratello: dopo alcuni giorni, gli ebrei saranno caricati sui camion, pensando di venir rimpatriati in Palestina. Ma ad attenderli ci sono due treni, uno per Auschwitz, l’altro per Bergen Belsen. Tsvi, salvato da uno zio che si finge il padre, salirà sul secondo. Del lager non ricorda molto: gli è rimasta un’idiosincrasia per le bucce di patate e per i vestiti a righe. E’ terrorizzato dai cani, e, ancor oggi, ha l’abitudine di conservare un pezzo di pane per l’indomani.
Fu liberato da un sergente americano, arrivato mentre gli ufficiali tedeschi si strappavano le mostrine per sembrare semplici soldati e organizzavano il trasferimento dei prigionieri.

Il resto è una vita come quella di tanti: l’arrivo a New York, una laurea in medicina, il matrimonio e quattro figlie.

L’identità della foto è stata a lungo contestata, ma Tsvi dice sicuro: “Anche se non posso provarlo, e ormai non ha più importanza, il bambino sono io: io non ho dimenticato! ”

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gen 28

Il libro verde elaborato dalla Commissione Europea sul “diritto d’autore nell’era dell’economia della conoscenza” inizia con queste parole: “Il presente Libro verde intende promuovere un dibattito sui migliori mezzi per assicurare la diffusione online delle conoscenze per la ricerca, la scienza e l’istruzione”.

La Commissione non ha nascosto la testa sotto la sabbia: è chiaro che esiste una tensione fra diritto d’autore e diffusione della conoscenza. Ma l’obiettivo è proprio quello di trovare il giusto equilibrio fra accesso e protezione (o vogliamo meglio dire giusta remunerazione) dell’autore.

La libertà e la condivisione sono i principi che hanno reso possibile la nascita e lo sviluppo di Internet.

La Rete è stata costruita su standard aperti e i servizi che hanno mantenuto lo spirito originario sono diventati veicoli di crescita economica e libertà di espressione. Sono stati proprio il libero mercato e gli standard aperti a guidare l’innovazione. Nell’assenza di leggi “imposte” dai Governi, la Rete ha saputo auto-regolamentarsi sulla base dei valori caratterizzanti le comunità virtuali. Internet non ha bisogno di leggi ma di principi condivisi e universali, o come ha proposto Stefano Rodotà , di “codici di autodisciplina di nuova generazione, nel senso che non sono il prodotto esclusivo degli interessi di settore, ma nascono dalla collaborazione tra questi e soggetti pubblici”.

Le opportunità che Internet offre sono incredibili e permettono di trovare soluzioni adeguate alle sfide che le nuove tecnologie presentano. A questo proposito chiediamo al Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale che si sta occupando di elaborare le soluzioni al problema della violazione dei diritti di proprietà intellettuale online, di tenere in considerazione il punto di vista degli operatori della società dell’informazione.

Lotta contro la pirateria digitale
Occorre definire regole condivise che facciano sì che le nuove tecnologie, digitali e telematiche, costituiscano uno strumento di promozione e crescita culturale e non un elemento di freno o ostacolo a tale sviluppo. Qualsiasi normativa che vada a impattare sul mezzo di comunicazione Internet dovrebbe tenere in considerazione la specificità di questo mezzo.

Il futuro è lo sviluppo di piattaforme che realizzino le aspettative ed i bisogni degli utenti.

Già oggi i fornitori di servizi nella società dell’informazione sviluppano costantemente nuovi strumenti caratterizzati dalla volontà di trovare un equilibrio tra libera circolazione dei contenuti su Internet e tutela dei diritti di chi ha creato tali contenuti. Si può citare l’esempio di Video ID , tecnologia lanciata recentemente da YouTube, che consente ai titolari di copyright non solo di gestire e proteggere i loro contenuti su questa piattaforma, ma anche di verificarne l’utilizzo per eventualmente rimuoverli, nonché di trarne profitto attraverso meccanismi pubblicitari di pay per click.

Come ha avuto modo di scrivere Guido Scorza su Punto Informatico, la cosiddetta dottrina Olivennes (ovvero inviare tre avvisi, e qualora vengano ignorati, tagliare la connessione ad Internet a chi scarica illegalmente contenuti protetti dal diritto d’autore) non è la soluzione giusta perchè parte da un presupposto inaccettabile: quello secondo cui i diritti patrimoniali d’autore andrebbero collocati in una posizione sovraordinata rispetto ad altri diritti e libertà fondamentali dell’uomo e del cittadino quali la libertà all’informazione – nella sua duplice accezione di diffondere e ricercare informazioni – ed il diritto alla riservatezza ed alla privacy.

Responsabilità dei prestatori di servizi Internet
La legge sul commercio elettronico ha disegnato il quadro normativo nel quale si devono muovere i prestatori di servizi Internet per quanto riguarda l’imputabilità delle condotte in Rete ed ha permesso all’Italia di sviluppare un’industria digitale. L’art. 17, in particolare, prevede che “il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, ne ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino presenza di attività illecite.” Il prestatore è tenuto ad informare l’autorità giudiziaria qualora sia a conoscenza di presunte attività illecite e a fornire alle autorità competenti le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del responsabile.

Attraverso i nuovi strumenti informatici e telematici, Internet consente a chiunque di esercitare la libertà di manifestazione del pensiero nella duplica accezione: diritto ad informare ed ad essere informati. È importante che tale grande opportunità non vada sprecata.

Non è possibile ignorare la realtà: sono sempre più numerose le persone e le Istituzioni che hanno scelto di avere una presenza su Internet (dal canale su YouTube del Vaticano, al sito della Casa Bianca, dalle pagine di Facebook dove i parlamentari si tengono in contatto con i loro elettori, ai milioni di internauti che ogni giorno aggiornano il loro blog).

Condividi la conoscenza: il valore del fair use
Milioni di persone utilizzano ogni giorno il motore di ricerca di Google, ignari di quanto sia delicato l’equilibrio che dobbiamo cercare fra la loro sete di conoscere e le leggi a tutela del diritto d’autore.

Google condivide e supporta i diritti di proprietà intellettuale dei creatori di contenuti e crede nel diritto d’autore. Gli autori meritano di essere premiati per il loro lavoro ed il sistema delle leggi sul copyright è uno strumento fondamentale nella promozione della creatività.
Il fair use ha permesso ad un intero nuovo settore industriale di crescere e sviluppare nuovi servizi e piattaforme utili per gli utenti, basti pensare al fenomeno del Creative Commons.
Un interessante e recente studio della Computer and Communications Industry Association cerca di quantificare il contributo portato dalle società che si riconoscono nell’economia delle libere utilizzazioni. La “fair use economy” nel 2006 ha prodotto ricavi per 4.600 milioni di dollari (all’incirca un sesto del PIL totale degli USA), impiegando più di 17 milioni di persone.

Un canale YouTube del Comitato
YouTube si sta sempre più affermando come uno strumento che favorisce il dialogo fra le Istituzioni e gli utenti della Rete, in un’ottica di rispetto delle diverse posizioni e di attenzione ai feedback costruttivi (come dimostra il question time istituto dal Primo Ministro Gordon Brown sul canale di Downing Street).

Proprio per questo motivo Google propone al Comitato contro la pirateria digitale di aprire un canale YouTube per favorire lo scambio “diretto” e trasparente con i cittadini e gli operatori del settore. Potrebbe essere interessante avere il punto di vista di chi fruisce dei contenuti e fa in modo che l’industria della produzione della cultura possa continuare a vivere.


Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel


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gen 28

Bordelli. Conservazione crionica (possibilmente praticata su individui ancora viventi). Terapia genica. Clonazione. Compravendita di organi. Poligamia. Procreazione artificiale. Cliniche abortive. Combattimenti all’ultimo sangue. Tutte attività sulle quali i governi tendono in genere ad avere qualcosa da ridire – in qualche caso giustamente, nella maggior parte no. Dove praticarle allora liberamente? La risposta prova a darla Patri Friedman e il suo Seasteading Institute, fondato appena l’anno scorso: su piattaforme ormeggiate al largo delle acque territoriali (Chris Baker, «Live Free or Drown: Floating Utopias on the Cheap», Wired, 17.02). Lo scopo, naturalmente, è più serio che fornire asilo ad attività illegali: si tratta di sperimentare nuovi sistemi politici e sociali, liberi dalle interferenze dei governi.

Friedman sembra avere le credenziali giuste: nipote di Milton Friedman, figlio di David Friedman, è stato software engineer della Google Inc., è uno dei membri del consiglio direttivo della World Transhumanist Association e vive in una comune.
Come finirà – ammesso che la cosa abbia mai un inizio? Probabilmente, con una salva di avvertimento di una cannoniera della US Navy. Ma sarà stato, si spera, divertente.

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gen 28

Il ddl del Pdl (e già qui viene da ridere) è una perfetta incarnazione di un testamento biologico che mantiene solo la forma, un involucro vuoto in cui nessun diritto viene garantito. Se non quello di essere presi in giro. Gran passo avanti!

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gen 28

Dalla sentenza 214/2009 del Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia:
Le affermazioni dell’Amministrazione secondo cui il Servizio sanitario nazionale non sarebbe obbligato a prendere in carico un paziente che a priori rifiuti le cure necessarie a tenerlo in vita e secondo cui il personale medico non potrebbe dare corso alla volontà di rifiutare le cure, pena la violazione dei propri obblighi di servizio, non appaiono conformi ai principi che regolano la materia […].
Il diritto costituzionale di rifiutare le cure, come descritto dalla Suprema Corte, è un diritto di libertà assoluto il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata.
La manifestazione di tale consapevole rifiuto rende dunque doverosa la sospensione dei mezzi terapeutici il cui impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda con il mondo di valori e la visione di vita dignitosa che è propria del soggetto.
Qualora l’ammalato decida di rifiutare le cure (ove incapace, tramite rappresentante legale debitamente autorizzato dal Giudice Tutelare) tale ultima manifestazione di rifiuto farebbe venire meno il titolo giuridico di legittimazione del trattamento sanitario (ovvero il consenso informato), costituente imprescindibile presupposto di liceità del trattamento sanitario medesimo, venendo a sorgere l’obbligo giuridico (prima ancora che professionale e deontologico) del medico di interrompere la somministrazione di mezzi terapeutici indesiderati.

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gen 26

Cadbury Eyebrows from Nils-Petter Lovgren on Vimeo.

Mi ha fatto sorridere. Joy branding.

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gen 26

Le forze aeree sudanesi continuano a bombardare Muhajiriya, una delle piu’ grandi città del Sud Darfur, da quando le forze ribelli del JEM, il gruppo ribelle che tentò l’attacco alla capitale alcuni mesi fa, ne hanno preso il controllo. Il JEM, che gode di minore popolarità ma è meglio armato delle due principali fazioni del Sudan Liberation Movement (SLM) e che sembra essere legato a uno dei principali ideologi del fondamentalismo islamico in Sudan, Hassan Al Turabi, arrestato pochi giorni fa per aver chiesto al Presidente di consegnarsi alla Corte Penale Internazionale, aveva lanciato una pesante offensiva contro le forze di Minni Minnawi che controllavano Muhajiriya, prendendone il controllo dopo circa una settimana di scontri.

Sabato scorso, alcune bombe sarebbero cadute vicine a una base dell’UNAMID, secondo quanto riferito da un Ufficiale ONU.
Intanto si registrano nuovi scontri anche tra i ribelli e le truppe regolari intorno alla città.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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gen 26

Darfur/ Al via partecipazione Italia a missione di pace Onu-Ua
Autorizzato l’invio di velivoli da trasporto per i peacekeeper

Roma, 22 gen. (Apcom) – L’Italia parteciperà alla missione di pace in Darfur, mettendo a disposizione velivoli per il trasporto dei peacekeeper presenti nella regione sudanese, dove dal 2003 è in atto una guerra civile che ha causato almeno 300.000 morti e oltre 2,7 milioni di profughi. Intanto, Unione africana e Onu hanno annunciato per i prossimi due mesi l’invio di altre centinaia di militari nella regione, al fine di accelerare il pieno dispiegamento dei 26.000 uomini previsti dalla missione di pace congiunta (Unamid), autorizzata nel luglio 2007 e diventata operativa il 31 dicembre 2007.

L’intervento italiano è stato approvato dalla Camera dei deputati italiani nell’ambito del decreto di proroga di sei mesi delle missioni all’estero. “E’ stata autorizzata, a decorrere dal 1 gennaio 2009 e fino al 30 giugno 2009, la spesa di 5.573.720 per concorrere alle azioni necessarie a garantire il ristabilimento della pace nel Darfur, la protezione della popolazione civile e la prosecuzione delle attività di assistenza umanitaria – si legge nel testo licenziato da Montecitorio – il contributo italiano sarà concentrato sul trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per lo schieramento definitivo dei contingenti militari stranieri che partecipano alla missione”. Il decreto è passato ora al Senato per il via libera definitivo.

In un rapporto diffuso nei mesi scorsi, esperti Onu hanno denunciato come il mancato dispiegamento del contingente militare previsto dalla risoluzione 1769 e l’assenza di mezzi logistici impediscono ai peacekeeper di monitorare l’embargo sulle armi, difendere se stessi o proteggere i civili. Nei mesi scorsi, era stato lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, a intervenire personalmente per sollecitare gli Stati membri a fornire le attrezzature logistiche necessarie. Il governo italiano ha espresso la propria disponibilità alla fine di dicembre, con l’annuncio del via libera alla missione da parte del ministero della Difesa all’inizio di gennaio. Negli stessi giorni, fonti militari italiani hanno riferito ad Apcom che sono due gli aerei da trasporto pronti a partire: “La pianificazione al Coi (Comando Operativo di vertice Interforze) è ancora in corso. Sono già pronti a partire due velivoli, un C-27J e un C-130J per il trasporto tattico. Al momento non è ancora stato deciso se la missione italiana comporterà l’impiego di entrambi o di uno solo”.

“Questo voto rappresenta per Italians for Darfur una importante vittoria per la nostra associazione – ha commentato oggi Italians for Darfur, da anni in prima linea per garantire il rispetto dei diritti umani nella regione – ringraziamo il ministro della Difesa e il presidente del consiglio per aver raccolto i nostri appelli, ma il nostro grazie piú sentito va a quei parlamentari che si sono fatti portavoce delle nostre istanze in Parlamento.
Il Darfur è diventato finalmente una priorità anche per il nostro Paese e siamo lieti di constatare che il provvedimento sia passato a stragrande maggioranza”.

Intanto, Unamid ha annunciato che entro marzo arriveranno in Darfur truppe da Egitto, Sudafrica, Senegal e Bangladesh, mentre nei mesi successivi altre forze verranno messe a disposizione da Nepal, Nigeria, Egitto ed Etiopia. Anche la Tanzania ha annunciato l’invio di un battaglione di fanteria di circa 900 uomini. Domenica scorsa, Unione africana, Onu e governo sudanese hanno tenuto un vertice ad Addis Abeba per discutere le modalità con cui accelerare il dispiegamento della forza di pace.
Al termine dell’incontro è stato firmato un memorandum di intesa tra Khartoum e Unamid che consente alla forza di pace di utilizzare le infrastrutture aeroportuali sudanesi per favorire il dispiegamento del contingente. Un ulteriore passo avanti fatto da Khartoum dopo il via libera concesso l’agosto scorso al sorvolo notturno nella regione.

Tuttavia, il portavoce Onu Noureddine al Mezni ha sottolineato domenica scorsa la necessità di arrivare a un accordo di pace nella regione. “Naturalmente possiamo avere 26.000 militari sul terreno, ma abbiamo bisogno di pace e questa puó arrivare solo da un processo politico di pace – ha detto – ora non c’è pace da mantenere”.

Sim/Coa

221516 jan 09GMT

Quello che segue è il comunicato integrale inviato alla stampa e ripresp dalle agenzie

Italians for Darfur: vinta una sfida, il Darfur priorità anche per Italia
“Con l’approvazione da parte dell’assemblea di Montecitorio del decreto di proroga delle missioni internazionali la Camera ha dato il via libera anche alla partecipazione dell’Italia all’Unamid, intervento di peacekeeping in Darfur”.
“E’ stata autorizzata, a decorrere dal 1o gennaio 2009 e fino al 30 giugno 2009 – sottolinea Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, organizzazione che da anni si batte per i diritti umani in Darfur e che ha più volte richiesto l’impegno del governo nei confronti della crisi umanitaria nella regione sudanese – la spesa di 5.573.720 per concorrere alle azioni necessarie a garantire il ristabilimento della pace nel Darfur, la protezione della popolazione civile e la prosecuzione delle attività di assistenza umanitaria. Il contributo italiano sarà concentrato sul trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per lo schieramento definitivo dei contingenti militari stranieri che partecipano alla missione”.
“Questo voto rappresenta per Italians for Darfur – prosegue la nota –una importante vittoria per la nostra associazione. Ringraziamo il ministro della Difesa e il presidente del consiglio di avere raccolto i nostri appelli, ma il nostro grazie più sentito va a quei parlamentari che si sono fatti portavoce delle nostre istanze in Parlamento.
“Il Darfur è diventato finalmente una priorità anche per il nostro Paese – conclude il presidente di Italians for Darfur – e siamo lieti di constatare che il provvedimento sia passato a stragrande maggioranza. Un voto trasversale che fa ben sperare anche per il passaggio per l’approvazione definitiva al Senato”.

Roma, 22 gennaio 2009Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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gen 26

Gli abitanti di Lampedusa sono insorti contro il nuovo centro di prima accoglienza per stranieri e la trasformazione dell’attuale in un Centro accoglienza per richiedenti asilo, deciso dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Oltre alla manifestazione di massa c’è stato anche uno sciopero generale: i negozi sono rimasti chiusi, l’isola è stata in stato di assedio, occupata da centinaia di poliziotti in assetto antisommossa, anche se i media riferiscono di una protesta “pacifica”. Talmente pacifica che ad un certo punto, quasi mille “ospiti” – ma sarebbe più corretto chiamarli “Internati” – della vecchia struttura di “accoglienza” (mi raccomando) sono riusciti a sfondare i cancelli e a raggiungere il corteo degli abitanti per denunciare le condizioni della loro detenzione “tra gli applausi dei residenti a Lampedusa e minacce di suicidio di massa”. La cosa scandalosa è che la manifestazione che ha coinvolto la maggioranza di abitanti dell’isola (quattromila sui circa seimila residenti) guidati da una giunta di centro destra in rotta di collisione con l’ assessore leghista con delega all’immigrazione (che invece appoggia il Viminale) e i migranti rinchiusi nelle gabbie viene presentata – non so se per stupidità o per furbizia – come “un asse di solidarietà”, “che si sprigiona negli applausi dei cittadini” e che viene addirittura riconosciuto dai migranti che gridano “grazie Lampedusa”.

Ebbene, ho i miei seri dubbi sul fatto che una popolazione che ha votato una giunta di centro-destra e che ha permesso, nel profondo meridione, ad un assessore leghista di occuparsi di immigrazione, sia preoccupata delle sorti degli immigrati. Gli abitanti di Lampedusa mica protestano perché sanno che all’interno di quei centri gli immigrati ricevono un trattamento degno di un lager, no: loro protestano perché cosi la loro isola rischia di diventare “una nuova Alcatraz” e perché “Vogliono militarizzarci: quest’isola vive di turismo che è il nostro pane quotidiano ed il ministro Maroni non può permettersi di distruggere anni ed anni di fatiche”. Perché non mandare gli immigrati altrove, come le discariche, le moschee e tutto quello che non va giù alla brava gente di questo paese? Ha ragione il Ministro Maroni quando dice che “Finora (gli abitanti di Lampedusa, ndr) sono stati abituati a passare ad altri il problema”. Vogliamo scomettere che se domani il Ministro decidesse di costruire il centro a Capri, quelli di Lampedusa festeggeranno? Gli immigrati rinchiusi nei gabiotti deturpano il panaroma. Bloccano l’appetito dei turisti. Li spingono ad andare altrove. Ed è questo che è inaccettabile. Cosi come è inaccettabile costruire un centro per richiedenti asilo, poiché questo significa che gli “ospiti” dovranno stare più a lungo. Mica è inaccettabile il fatto che questi “ospiti” – come riferisce un reportage di Fabrizio Gatti – vengono “picchiati e umiliati dalle forze dell’ordine, costretti a sopravvivere tra escrementi e violenze, offesi nel pudore e nella dignità”. O che “vengono fatti sfilare nudi tra i carabinieri che li schiaffeggiano, i musulmani obbligati dai militari a guardare film pornografici, e per chi rifiuta, insulti e botte”. O le scene degne di “Se questo è un uomo” di Primo Levi: “Spogliati nudo” dice il carabiniere ad un ragazzo in canottiera che sta tremando per il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero. “What is the problem”, urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo sulla testa. L’immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema. Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai carabinieri vengono prese a schiaffi…”. No, quello che è davvero inaccettabile è il fatto che i lampedusani non riescono più a vendere le birre ai turisti.

Ecco spiegato il motivo per cui il premier ha affermato che “Gli immigrati che arrivano a Lampedusa sono liberi di moversi, non è mica un campo di concentramento…sono liberi di andarsi a prendere anche una birra: sono andati in paese come fanno di solito, solo che adesso sono 1.800. Un numero veramente rilevante”. Anche il Viminale ha tenuto a precisare che dal centro di Lampedusa “non c’è stata alcuna fuga” di immigrati, in quanto “i Centri di prima accoglienza (Cpa) a differenza dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) non prevedono l’obbligo di permanenza” (E non è mica colpa nostra se non riuscite a districarvi tra le cento sigle adottate.) Dal ministero hanno quindi sottolineato che proprio per questo motivo le forze dell’ordine si sono limitate a controllare la situazione senza intervenire. Ma dai! A chi la vogliono dare da bere? Anche se gli immigrati sono usciti dalle gabbie, sono pur sempre su un isola. Un isola di cui è stato chiuso l’aeroporto proprio dopo la fuga di massa. E infatti il Ministro Maroni rivendica la scelta di creare a Lampedusa il nuovo centro per le espulsioni: “Il fatto che i clandestini fossero tenuti a Lampedusa ha impedito che potessero scappare, come sarebbe potuto avvenire in un altro posto. Motivo in più per confermare la decisione che abbiamo preso: dall’isola dovranno essere tutti rimpatriati”. Scappare? Ma non erano liberi di andare a prendersi una birra? Ecco quindi finalmente spiegato il mistero delle mura, il filospinato, le torri con i fari, i militari e i carabinieri di guardia (mancano solo le mine anti-uomo): il Ministero del Turismo italiano non voleva che gli ospiti degli “alberghi a 5 stelle” (cosi vennero descritti da Borghezio) finissero le scorte di birra sull’isola in un colpo solo. O forse non ci raccontano la verità e questi centri sono comunità di recupero (sempre a 5 stelle) per alcolisti incalliti: le misure di sicurezza servono per impedire agli “ospiti” di andare a sbronzarsi in centro. Meglio la Coca-cola. E il servizio, come racconta l’Espresso, è sempre a 5 stelle: “Non mangiamo da sette giorni”, trema John, “Quando siamo sbarcati ho visto un negozio e volevo comprare qualcosa ma la polizia ci ha detto che non potevamo e che qui dentro avremmo mangiato. Abbiamo i nostri soldi. Se siamo liberi, perché non possiamo comprare da mangiare?”. Bilal vede un medico, lo chiama e gli spiega la situazione. “Porto qualche brioche” dice il medico. Invece va via e non porta nulla (…) Un funzionario in borghese rovescia una lattina di Coca-Cola addosso agli immigrati attraverso le sbarre. “Perché questo?” grida Teemer, 26 anni, palestinese, “Siamo clandestini, non siamo animali”. Già. Ma la pensano cosi anche gli abitanti di Lampedusa?

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

gen 26


Ieri al Sermig eravamo in molti desiderosi d’incontrare Ingrid Betancourt. E per sentirla parlare, vederla finalmente sorridere e provare l’emozione d’incrociare quel suo sguardo così forte e diretto, ci siamo sobbarcati qualche inevitabile disagio.

Abbiamo dovuto far buon orecchio alla cattiva sorte, e sorbirci i tanti che la circondavano sul palco, e che, escluso il padrone di casa, Ernesto Olivero, non avevano nulla da dire, ma lo hanno fatto con sfoggio di tanta impeccabile quanto insignificante eloquenza. Abbiamo dovuto apprendere dal vice di Bondi che era ansioso di correre a casa dalla consorte per raccontale le mirabilie udite con i suoi occhi, senza poterci togliere la curiosità se, come il suo superiore, era uso scrivere rime poetiche per magnificare, oltre alla sua, anche la Signora Veronica Lario in Berlusconi. Abbiamo dovuto aspettare che nelle prime tre file si accomodasse la “Torino che Conta”, e che con la storia della Betancourt c’entrava come un trapano Black&Decker in una natura morta fiamminga.

Io non conto, e ho atteso pazientemente in quarta fila.

Finalmente è venuto il turno di Ingid che, alternando meravigliose parole in spagnolo e francese, spesso interrotta da applausi spontanei, tra considerazioni filosofiche sul valore della sofferenza, sul significato cristiano del cambiamento e sulle parabole che meglio lo rappresentano, ha raggiunto la fine del discorso senza che una sola volta il termine Colombia facesse capolino, tanto per riportare il significato della vita sulla terra in generale, e in particolare su quella per cui si è battuta politicamente fino a rischiare la vita. In definitiva chi avesse voluto apprendere qualcosa della situazione della Colombia, presente e passata, poteva avere miglior sorte all’interno di un’agenzia di viaggi.

La possibilità di interloquire non era prevista. Forse nel timore che qualcuno potesse sottrarre parte del pubblico dall’empireo in cui commosso si lasciava cullare: cosa non bella, ammettiamolo, ma certamente utile. Quindi la domanda che avrei voluto porre a Ingrid Betancourt, la porrò pubblicamente ora:

“Negli ultimi cinquant’anni delle enormi e vergognose ingiustizie sono state humus ideale per la violenza. Numerosi gruppi hanno scelto la lotta armata come sistema di lotta, a volte travolti da una follia che faceva sembrare la scia di sangue che si lasciavano dietro più il fine che non il mezzo. Molti hanno operato in Sudamerica e in America Centrale, diversi in altri continenti e alcuni nel cuore dell’Europa. Se in Colombia nascevano le FARC, noi imparavamo a conoscere le Brigate Rosse, la banda Bader Meinhoff, l’Esercito Repubblicano Irlandese, l’ETA. Ora, lei non crede che lottare contro la violenza lasciando che permangano inalterate le cause che l’hanno generata, sia inutile come estirpare una mala erba lasciando le radici nel terreno? E soprattutto non crede che l’immensa forza mediatica che la sua vicenda ha catalizzato, vista la superficialità dei nostri mezzi d’informazione, rischi, ora che si è felicemente conclusa, di cancellare qualsiasi traccia di quelle ingiustizie e negare visibilità ai molti che ancora si trovano ad affrontare il dramma che è stato il suo per sei lunghissimi anni?”

fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale