In riposo fino a settembre. Ringrazio Gianpaolo Palombella per l’idea e il lay-out.
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In riposo fino a settembre. Ringrazio Gianpaolo Palombella per l’idea e il lay-out.
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“Gli scontri in atto tra insorti locali e truppe governative nel Darfur, che da circa quattro anni funestano le regioni occidentali del Paese, hanno causato un ingente numero di sfollati. Trattandosi, tuttavia, di aree caratterizzate da estreme povertà e arretratezza, la crisi non ha inciso in modo determinante sull’importante crescita economica registrata dall’economia sudanese negli ultimi anni. Resta fermo, ovviamente, che allorché sarà trovata una soluzione ai problemi del Darfur, obiettivo per il quale la comunità internazionale è fortemente impegnata, le prospettive economiche in Sudan potranno registrare un ulteriore miglioramento.”
pdl 2252 (27/2/09)
Secondo il nuovo rapporto ICE del 2008, “dall’analisi dei dati dell’interscambio gennaio-dicembre 2008 [tra Italia e Sudan, ndr] rispetto allo stesso periodo del 2007 si registra una netta crescita delle nostre esportazioni pari al 52% (da 169,9 a 258,2 milioni di euro)”.
Abbiamo più volte videnziato nel blog di Italians for Darfur (leggi Bashir a Roma 2007, APS, rapporto ICE 2007) come gli interessi economici tra il nostro Paese e il Sudan siano stati sempre considerevoli.
Simone Aversano, fondatore e animatore del blog “Il fresco profumo di libertà’, ci segnala inoltre il progetto di legge n° 2252, assegnato alla III Commissione Affari esteri il 16 marzo 2009, che intende ratificare l’ “Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica del Sudan sulla promozione e reciproca protezione degli investimenti, con Protocollo, fatto a Khartoum il 19 novembre 2005″, con l’obiettivo di agevolare e incentivare gli scambi commerciali tra i due Paesi. Viste le finalità, il disegno di legge non fa menzione della portata umanitaria del conflitto in Darfur, limitandosi a valutarne l’ impatto sullo sviluppo del Sudan e sulla qualità dei possibili rapporti bilaterali di natura economica Italia-Sudan.
Una scelta in linea con il purismo tecnico del ddl, ma che mette in luce, nella sua disarmante asetticità, la fredda e spietata logica del mercato dinanzi a catastrofi umanitarie come quella del Darfur.
Approfondisci: leggi il rapporto ICE 2008 sul Sudan
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E’ un Calderoli davvero inedito, quello che si è espresso ieri sulle pagine de La Repubblica. Leggere per credere: “Anch’io un tempo ero interventista. Poi ho fatto il mea culpa. Interroghiamoci: è migliorata la situazione in Afghanistan? Io sono arrivato alla conclusione che c’è una sfasatura temporale”. In che senso? “I tempi dell’emancipazione sono diversi. Non ce la fai a costruire la democrazia, il contesto culturale e storico è diverso dal nostro”. Anzi, “la testa alla gente non la cambi con il voto. E poi è la strada giusta? E’ una riflessione di pancia che il paese fa. E in Iraq è stato utile abbattere Saddam? Non era democratico, ma di equilibrio. Forse occorreva un passaggio più graduale, aiutare l’Iraq a liberarsi di Saddam”. Roba da comunisti trinariciuti.
Come se nom bastasse, Calderoli rincara la dose: “Io mi sono convinto che a foraggiare il terrorismo sono altri, paesi più tranquilli e con le risorse”. Allude forse all’Arabia Saudita? “Non faccio casi, altrimenti succede un guaio (uno impara con l’esperienza… ndr). Ma è più facile sostenere i terroristi per un paese con il petrolio. L’Afghanistan mi sembra come la Somalia, dove siamo andati e poi siamo scappati. E anche lì, vogliamo dirlo che senza le armi dell’occidente sarebbe diverso?”. Ma dai…Anche Calderoli dà la colpa all’Occidente nella migliore tradizione stalinista? “Mi arrabbio quando penso ai tanti casini che abbiamo creato in passato. E all’ipocrisia dell’occidente. Che guerre farebbero senza le nostre armi?”
Quella di Calderoli è una conversione o un miracolo? Propendo per la seconda ipotesi, anche se trattasi di miracolo graduale. A inizio legislatura, per esempio, fece un’affermazione da Guinness. Ha espresso il “più profondo rispetto per tutte le civiltà” dicendosi “convinto che il dialogo con quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi”. Non so se ci siamo capiti: non solo ha affermato di credere nel dialogo con il mondo islamico, ma l’ha persino accreditato come Civiltà. Affermazione che farebbe venire la pella d’oca alla maggior parte dei suoi elettori, ammesso che abbiano capito il sottinteso. Viene da chiedersi quale Elisir di buonsenso abbia assunto il Ministro, per mettere da parte le magliette controverse e le Maialiadi.
Le malelingue vociferano di una miracolosa cura libica. Una bevanda a base di datteri e latte di cammella. A regalarne una confezione al Ministro sarebbe stato Saif Al Islam, figlio del Fratello Colonnello Muammar Al Gheddafi (che a inizio legislatura ha parlato di «ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra l’Italia e la Libia» qualora l’esponente leghista entrasse nel nuovo governo») e Abdul Alim al Abyat (Lega Araba) (che all’epoca avveva affermato che «se veramente un personaggio di questo tipo diventasse ministro, personalmente penso che ci potrebbero essere problemi nei rapporti con il vostro Paese»). Calderoli è diventato comunque Ministro. Ma un Ministro che fa le affermazioni sopra riportate l’avrei votato persino io. Speriamo che duri.
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Ciao a tutti! E’ con molto piacere che annunciamo che da oggi è disponibile la nuova versione di iGoogle, caratterizzata da gadget espandibili a schermo intero, la possibilità di chattare con gli amici direttamente dalla propria homepage personalizzata e una nuova interfaccia grafica.
Grazie ad iGoogle, fino ad oggi avete potuto personalizzare la vostra homepage scegliendo tra molti temi e gadget per avere sempre tutto ciò che vi serve (o vi diverte) sulla pagina principale di Google: sport, intrattenimento, notizie, meteo e molto altro. Da oggi, potete fare molto di più, grazie ai nuovi gadget a tutta pagina. Espandendo i vostri gadget preferiti potrete guardare video ad alta definizione, leggere interi articoli o consultare la vostra casella Gmail direttamente dalla vostra pagina iGoogle.

In più, Google Talk è da oggi disponibile all’interno della vostra pagina personalizzata, così da permettervi di chattare direttamente dalla vostra homepage. La nuova versione di iGoogle include anche nuovi interessanti contenuti, grazie ai gadget sviluppati in collaborazione con i partner. Qualche esempio?
Per scoprire tutte le funzioni della nuova versione di iGoogle, vi invitiamo a fare un tour del prodotto, o più semplicemente, a provarlo!
Speriamo che una homepage organizzata con gadget più interattivi e ricchi di contenuto vi sia utile . Come sempre, non esitate a mandarci le vostre opinioni.
Scritto da: Il Team di iGoogle
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Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.
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È attesa per domani la decisione del consiglio di amministrazione dell’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa), che dovrebbe dare il via libera all’ammissione della pillola abortiva, la RU-486, nel sistema sanitario italiano. Quella che dovrebbe essere una scelta dovuta appare ancora in forse, stante il fuoco di sbarramento del fronte integralista in queste ultime ore; si segnala fra l’altro una lettera che Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, ha inviato al presidente dell’Aifa, in cui si pretende che «il numero delle donne decedute a seguito dell’assunzione della Ru486 sarebbe salito a 29» (Casini confonde – spero involontariamente – le morti dovute all’uso come abortivo della RU-486 con quelle dovute all’uso compassionevole, che a parte tutte le considerazioni del caso, non sono necessariamente donne).
Si può sperare che nella sua decisione il Cda dell’Aifa tenga conto delle prove scientifiche disponibili, e in particolare di un tassello importante che si è aggiunto il 9 luglio scorso.
In quella data è apparso sull’autorevole New England Journal of Medicine uno studio condotto dalla Planned Parenthood Federation of America, il principale fornitore di servizi per la salute riproduttiva negli Stati Uniti (M. Fjerstad et al., «Rates of Serious Infection after Changes in Regimens for Medical Abortion», NEJM 361, 2009, pp. 145-51). Come si sa, la fonte maggiore di preoccupazione riguardo alla pillola abortiva consiste in un numero relativamente elevato di infezioni anche gravi, che in 7 casi accertati hanno portato alla morte delle pazienti per shock settico da infezione di batteri della famiglia Clostridium (in altri due casi, di cui uno mal documentato, lo shock settico si è manifestato in concomitanza di aborti farmacologici tardivi eseguiti con misoprostolo – un farmaco che viene usato per agevolare l’espulsione del prodotto del concepimento – ma senza la pillola abortiva vera e propria). Misteriosamente, tutte queste morti si sono verificate in America del Nord (sei negli Usa e una in Canada), mentre in Europa, dove pure la pillola abortiva è usata da più tempo e più estensivamente che in America, non si è verificato neppure un decesso di questo tipo. Questa strana circostanza ha suggerito che il fattore causale decisivo consistesse nel modo di somministrazione del misoprostolo, che negli Stati Uniti viene per lo più usato per via vaginale, mentre in Europa è somministrato spesso per via orale; inoltre nel Regno Unito e – pare – anche in Francia, in occasione dell’aborto farmacologico vengono molto spesso somministrati preventivamente antibiotici. Planned Parenthood ha pertanto organizzato lo studio di cui stiamo parlando, che ha coinvolto 227.823 donne ed è durato tre anni e mezzo. Durante una prima fase è stata monitorata attentamente la salute delle donne che effettuavano l’aborto farmacologico secondo la modalità pre-esistente; si è rilevato un tasso di infezioni gravi dello 0,093%, e si è verificata anche una delle morti attribuite a Clostridium. Il decesso – l’unico avvenuto durante lo studio – ha portato alla fase 2: la somministrazione vaginale del misoprostolo è stata sostituita da quella sublinguale (da non confondersi con orale: la compressa viene tenuta in bocca fino all’assorbimento, non ingoiata); contemporaneamente le pazienti sono state suddivise in due gruppi: al primo gruppo è stata somministrata routinariamente una dose dell’antibiotico doxiciclina, mentre il secondo è stato sottoposto a un esame per la presenza di clamidia ed eventualmente di gonorrea, e trattato in caso di esame positivo. Nella terza fase la dose preventiva di doxiciclina è stata estesa a tutte le pazienti, mentre in una quarta fase è stata riportato a 63 giorni il termine massimo dall’inizio della gravidanza ammissibile per l’aborto con RU-486 (che è inefficace ad età gestazionali più avanzate), come nella prima fase, mentre nella seconda e nella terza fase era stato ridotto a 56 giorni. Ebbene, la riduzione del tasso delle infezioni serie fra la prima e l’ultima fase è stata di uno spettacolare 93%, portando il tasso assoluto allo 0,007%.
Lo studio di Planned Parenthood soffre di qualche limitazione metodologica (che peraltro sarebbe difficile superare); per esempio non è in grado di stabilire se l’assunzione per via sublinguale sia da sola effettivamente più sicura di quella vaginale (in uno dei decessi per shock settico l’assunzione era stata sublinguale, senza somministrazione preventiva di antibiotici; negli altri sei casi la somministrazione era stata per via vaginale). Lascia inoltre non analizzati i possibili vantaggi della modalità di somministrazione orale (identificati in uno studio fondamentale apparso nel 2008 sul Journal of Immunology: D.M. Aronoff et al., «Misoprostol Impairs Female Reproductive Tract Innate Immunity against Clostridium sordellii», 180, pp. 8222-30), che d’altra parte è leggermente meno efficace delle altre e provoca più effetti collaterali. Ma lo studio costituisce certamente un passo importante per chiarire le cause dei decessi per shock settico collegati all’aborto farmacologico e per individuare un protocollo d’impiego alternativo che riduca il rischio a livelli comparabili a quelli dell’aborto per aspirazione (annullare il rischio è purtroppo impossibile, come per ogni altra pratica medica), contribuendo a dissipare le perplessità che ancora circondano la pillola abortiva – anche se, va ripetuto, il problema delle morti per shock settico ha finora riguardato soltanto il Nord America, dove appunto esisteva un differenziale di mortalità rispetto all’aborto chirurgico. Se la profilassi preventiva a base di antibiotici non è priva di qualche possibile controindicazione, va detto però che, come rivela lo stesso studio, almeno per quel che riguarda gli Stati Uniti essa è impiegata da anni anche per gli aborti chirurgici.
Un ultimo cenno alle morti non da shock settico (che lo studio qui presentato non tratta), verificatesi in concomitanza con un aborto eseguito con RU-486 entro la nona settimana di gestazione, cioè con modalità paragonabili a quelle che andranno in uso in Italia se l’Aifa darà il suo benestare. A oggi, i decessi accertati di questo tipo sono 6: due dovuti a cause già eliminate o facilmente evitabili (uno per infarto dovuto a un farmaco coadiuvante non più in uso, uno per gravidanza ectopica non diagnosticata); due la cui relazione causale con l’aborto è ignota o dubbia (uno per emorragia gastrica, uno per porpora trombotica trombocitopenica); due per emorragia uterina.
La RU-486 può non corrispondere all’idea di pillola-senza-problemi che alcuni si sono fatta: come tutti i farmaci può comportare effetti indesiderati anche importanti. Ma certo non merita – oggi meno che mai – l’odiosa etichetta di kill pill che alcuni vorrebbero imporle.
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Heinz Edelmann è giunto a Pepperland.
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Segregazione razziale sui bus negli Usa (anni 50)
Alcuni giorni fa, il Tribunale del lavoro di Milano ha accolto il ricorso del 19enne marocchino Mohamed Hailoua, regolare e diplomato in Italia, che lamentava di non poter essere assunto dall’Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 (e cioè un decreto fascista) che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico. Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il “carattere discriminatorio” del comportamento dell’azienda, ordinando ad Atm “la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici” in quanto la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell’assunzione, “verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il non cittadino”. Un ragionamento cristallino, direi. Ma in Italia - quando si parla dei “diritti” degli immigrati (e solo di quelli) - tutto diventa di colpo molto torbido e, per usare le parole di un politicante milanese, “poco chiaro”.
Lo sa bene Hailoua che per avere ragione, ha dovuto presentare un reclamo dopo che era stato respinto un suo primo ricorso. E perché mai? Perché gli avvocati dell’azienda hanno avuto la faccia di tolla necessaria per affermare che: “Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006″. E ancora: “Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica”. In altre parole il giovane marocchino sarebbe un potenziale terrorista. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello del conducente. “Un’analoga delicatezza deve rinvenirsi, altresì, nell’attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico”. Potenziale sabotatore, quindi.
Sorge spontanea una domanda: per quale motivo un aspirante terrorista dovrebbe prendersi la briga di farsi assumere dall’Atm per sabotare un pullman, quando - molto più facilmente - può salirci sopra (e senza pagare il biglietto) con uno zainetto imbottito di tritolo? Eppure questo elementare buonsenso viene a mancare, quando - sacrilegio! -ci si trova davanti ad un giovane immigrato che chiede solo di poter essere autorizzato a presentare il proprio curriculum. Trovo molto originale anche la trovata di portare ritagli di giornale a supporto delle proprie tesi in un processo simile. Anche perché i giornali italiani (come la televisione e la radio, del resto), su questi argomenti danno libero sfogo alla fantasia, abbattendo ogni freno inibitore. Sono molto curioso anche di sapere che fine hanno fatto i potenziali attentatori del 2006. Perché è davvero singolare che ogni tot mesi saltino fuori incredibili piani per sabotare la metropolitana di Milano e distruggere la Basilica di San Petronio a Bologna (evidentemente i terroristi islamici del Bel paese hanno poca fantasia: prendono di mira sempre gli stessi obiettivi anche a costo di essere puntualmente beccati), con tanto di arresti ecc e poi non se ne sa più nulla. Sono stati condannati, incarcerati, espulsi oppure - verosimilmente - assolti e rilasciati? Non sarebbe la prima volta, d’altronde, che viene fuori che dei poveracci sono stati incastrati per far fare carriera a qualcuno.
Quello di Hailoua è un esempio che tutti gli immigrati dovrebbero seguire. Cause, ricorsi e anche scioperi e manifestazioni dovrebbero essere strumenti di lotta quotidiana. Bisogna abbattere dall’interno questo sistema che riconosce solo doveri e niente diritti (non saprei definire diversamente un paese che incassa tasse, forza lavoro ecc senza dare in cambio almeno la possibilità di concorrere per un posto che - a detta dell’Atm stessa - non vogliono nemmeno gli italiani). Qualcuno ha avuto la faccia da bronzo necessaria per definire il ricorso di Hailoua “senzazionalistico”, “creato ad arte”, “studiato a tavolino”, “strumentalizzato”ed “ambiguo” solo perché Hailoua ha fatto la causa senza presentare prima il curriculum. Anche qui, evidentemente, è venuto a mancare il buonsenso italiota. Ma, dico io, se leggo su un annuncio o un concorso che non mi posso presentare al tal lavoro perché è necessaria la cittadinanza, perché mai dovrei prima presentare la domanda, aspettare l’esclusione e quindi fare ricorso? Mi sembra molto più logico ed immediato fare causa per rimuovere l’ostacolo che condannerà comunque la domanda all’esclusione. Matteo Salvini, invece, europarlamentare della Lega ha commentato la sentenza dicendo che era addirittura “aberrante”. “È arrivata l’ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino”. Ecco: l’Europdeputato che ha proposto carrozze per i milanesi (e cioè per gli immigrati) non cerca pubblicità. Sta solo incentivando il turismo marocchino. Ogni commento è superfluo. Anche perché sono sicuro che, fra pochi anni, il posto di Salvini sarà saldamente occupato da un marocchino di seconda generazione.
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Per costruire un pregiudizio spesso basta ascoltare e respirare l’aria che tira. Per demolirlo serve uno sforzo. Non ciclopico si intende, ma abbastanza impegnativo da scoraggiare i pigri affezionati del “si dice”. Se al pregiudizio si somma una paura il risultato può essere infausto.
“Vengono qua per fregare noi italiani in senso economico e morale”. “Prato è inquinata di tubercolosi perché i cinesi sputano per terra”. I cinesi, untori moderni, offrono una buona palestra di luoghi comuni. “Non si integrano”; “hanno la mafia alle spalle”. Fanno forse paura anche perché sono molti: erano 2.000 nel 1980; oggi sono circa 150.000.
Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò demoliscono questi luoghi comuni e ci invitano a pensare a quanto siano simili a quelli che pesavano sugli italiani migranti di qualche tempo fa, quando erano costretti a lasciare famiglia e Paese per sopravvivere – basterebbe rivedere “Pane e cioccolato” o “Nuovo mondo” di Emanuele Crialese.
Ci raccontano la vita quotidiana dei cinesi in Italia partendo da un pretesto: Miss China in Italy, un concorso di bellezza per ragazze cinesi nato nel 2004. Dopo “I cinesi non muoiono mai” (altro luogo comune che va di gran moda) arriva per Chiarelettere “Miss little China”. Al libro è allegato un documentario scritto insieme a Riccardo Cremona e a Vincenzo De Cecco, che ne sono anche i registi.
Voci, testimonianze, paure. I debiti da saldare, perché un biglietto di sola andata per l’Italia può costare fino a 20.000 euro. Una instancabile attività che può farli diventare imprenditori nel giro di cinque anni, come racconta una giovane cinese, ma che crea anche l’astio di chi, da italiano, si sente defraudato. E poi le diversità della seconda generazione: molti sono arrivati da adulti; ma sono ormai molti anche quelli nati qui, quelli che parlano il dialetto locale e che dicono di non voler lavorare tutto il giorno e tutti i giorni come i genitori.
Oriani e Staglianò ci raccontano e ci mostrano tutto questo: e se anche leggere è troppo faticoso, i 60 minuti del documentario sono sufficienti per demolire un sacco di stupide idee.
(DNews, 27 luglio 2009)
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Scrivere pubblicità non è certamente materia di norme e regole. Diavolo! Lo può fare chiunque. Però qualche linea guida e lista di controllo possono aiutare.
Queste sono quelle che funzionano per me.
1. Credi, credilo veramente, che ogni parola che scrivi sarà letta, così scriverai meglio. E sarai letto ancora di più. Non dare lezioni. Ricorda quanto erano noiose le lezioni a scuola.
2. Un titolo che ha bisogno di un sotto-titolo di solito necessita di altro lavoro.
3. Non cadere nella trappola di scrivere per un “profilo demografico”. Se così, non scrivere affatto. Piuttosto visualizza la persona che vuoi coinvolgere, e falla sedere di fronte a te. Ora parlale usando la penna, la matita, la macchina da scrivere, il mac o quel che vuoi.
4. Ogni prodotto ha la sua verità, la sua zona di credibilità. Superala e il tuo lettore se ne accorgerà. Eccome se ne accorgerà.
5. Non contare sul tuo art director per salvarti il culo. Un’idea forte, presentata in modo semplice, è molto più efficace di un’idea debole presentata in modo roboante.
6. Non esiste una cosa come un testo lungo. Esiste il testo troppo lungo. Anche solo due parole son di troppo se non sono quelle giuste.
7. Se ti ritrovi a sviluppare una tua propria filosofia creativa, la tua crescita è bloccata. Sei in stagnazione.
8. Scrivi frasi brevi con parole brevi e pochi aggettivi. Così son più scorrevoli. Più interessanti e credibili.
9. Mai scrivere un annuncio che un concorrente potrebbe firmare.
10. Quando arrivi al punto che sei soddisfatto ma proprio soddisfatto del tuo testo, bene… taglialo di un terzo.
11. Fai il test “imbarazzo”. Prendi il tuo annuncio e leggilo davanti ai tuoi familiari. Sei ancora orgoglioso d’averlo scritto?
12. Ascolta in profondità quando scrivi. Stai sentendo il lettore che dice “Sì! Sì! Questo è quello che voglio sentire. Ancora! Ancora!”
13. Scrivi per te stesso. Non scrivere mai per il tuo direttore creativo.
Jim Durfee, tratto da The Copy Book.
Da The Dave and Eddy Show scaricate: The greatest ad ever* *and it’s not that damn Volkswagen ad.
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1. Cari “non convenzionali” andate a leggere cosa scrivevano H. Luck Gossage e Bill Bernbach negli anni ‘50 e ‘60 così, almeno, la smettete di credervi primi e assoluti depositari del presunto nuovo Verbo “non convenzionale”. Non l’avete inventato voi.
2. Non c’è più bisogno dei creativi pubblicitari perché le idee possono venire a tutti. Bah. Forse un’idea può venire a chiunque. Ma deve essere buona e ci vuole molto molto molto mestiere (oggi più che mai) per metterla a frutto.
3. La pubblicità non funziona più perché è monodirezionale. Oggi ciò che vale e serve è la capacità di costuire relazioni tra brand e persone. Ma secondo voi una buona pubblicità non può essere l’inizio di una relazione basata sulla fiducia, sullo scambio, sulle emozioni?
4. Ambient, virale, guerrilla et similia… quante di queste azioni è “campagnabile”, “replicabile” su scala quantitativamente significativa, economicamente accettabile per un’azienda? Quanti di questi gesti creativi la gente ricorda? Quanti hanno avuto efficacia? E’ ancora roba da nicchia, da bloggers autoriferiti, magari da pubblicare su Ads of The World… o c’è di più?
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Carissimi amici, ancora una volta scrivo un post per festeggiare il compleanno del blog, che oggettivamente parlando, ormai è una mosca bianca sperduta nel web. Sono ormai poche le persone affezionate, pochi i nuovi contenuti e spunti di riflessione. Tutto è il frutto di un cammino duro e consapevole, che ha permesso di arrivare a certe illuminanti verità, a volte a spese della mia persona e della mia credibilità. Mai ho agito con ambizioni di potere, di ego o di visibilità personale, da pretendere di esser noverato nel gota della blogosfera. Il mio è sempre stato un lavoro certosino di ricerca e di informazione libera.
Nell’ultimo anno questo lavoro si è trasferito nel centro del mio petto, portando attenzione a quello che c’è dentro piuttosto che a quello che continuiamo ostinatamente a cercare all’esterno. Dico ostinatamente, perché spesso è proprio questo che rovina i nostri delicati equilibri, creando scontento, rabbia e frustrazione. Soffro come tanti altri nel vedere quello che accade nel mondo, così come soffrivo negli anni scorsi. La differenza è che ora non amplifico questa sofferenza, trasformo la rabbia di tali dinamiche in comprensione ed Amore, a volte è difficile, a volte sembra impossibile, ma questa è per me la strada maestra. Molti hanno pensato che il povero freenfo (che potrebbe essere uno di voi) avesse perso il senno sulla luna, invece è soltanto rimasto immobile a scavare all’interno. Trapanando in largo e il lungo sono tornate in superficie vecchie ferite, tante situazioni che ancora oggi sto affrontando con pazienza e comprensione. Mentre tutto questo accade il mio mondo esterno (la mia soggettiva visione della realtà) muta e si trasforma secondo le leggi di causa-effetto.
Quello che esiste nel nostro più intimo essere, rappresenta lo specchio e la proiezione che creiamo nel mondo esterno. Un cammino solitario e in solitudine, che a volte lascia l’amaro in bocca, a volte si perde nei meandri della sofferenza, unica strada che porta alla consapevolezza attraverso l’esperienza. È proprio la sofferenza il motore che ci sospinge a grandi salti in avanti (qualcuno direbbe “salti quantici”). Ma cos’è un salto se non il modificarsi di una nostra emozione interna? L’espansione di coscienza altro non è che l’integrazione con le leggi che regolano l’UNIverso, quelle leggi inopinabilmente perfette, che devono essere permeate per essere comprese. Le stesse leggi che regolano le nostre vite inconsapevoli, fino al momento in cui noi stessi diventiamo padroni della conoscenza.
Molti liberi pensatori sono dotti e illustri scienziati, conoscitori di teorie, di storia, di filosofia, uomini con una mente razionale talmente sviluppata da poter contenere milioni di informazioni. Pensatori che spesso dimenticano che il nostro cervello è l’espressione armonica di due emisferi, uno razionale e uno emozionale. Il segreto che forse questi pensatori ignorano, è che la chiave della vera conoscenza è l’integrazione di queste due metà, la formazione di un’unica mente collegata con la Mente. Un processo che tuttavia passa per la periferia, passa per un organo che per molti è solo una pompa e nulla più. Sto parlando del cuore e della sua importanza energetica, sottile, fisica ed emozionale. Sto parlando della cellula madre che esso ospita, sto parlando di quello che io non mi vergogno di chiamare Anima. Il dono di essere qui in questo momento così delicato per l’umanità, possedere un corpo fisico nel quale l’anima possa compiere il suo percorso vita dopo vita, questo è il vero obiettivo e scopo della vita. Una volta che l’anima prende possesso del corpo, tutto assume un significato più Alto, tutto rientra in schemi semplici e perfetti, tali sono gli schemi della Geometrica Creazione.
Il mio augurio più grande è quello di poter sempre suscitare in voi viandanti sperduti del web, una parola che possa illuminare anche solo una cellula del vostro corpo, possa stimolare anche solo un infinitesimo del vostro campo morfogenetico, possa entrare un minuscolo raggio di Luce in grado di innescare un incendio. Questo è il più bel regalo che questo blog vorrebbe ricevere nel suo compleanno. Questo è quello che spero avvenga in ognuno di NOI. Ancora qui, nonostante tutto, nonostante tutti. Spero ancora di scrivere, anche fosse solo una frase l’anno.
Con affetto…
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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha fatto sapere di essere profondamente preoccupato per l’inarrestabile ondata di violenze che la settimana scorsa ha colpito l’Ovest del Darfur e per le notizie di incursioni ciadiane oltre il confine con il Darfur: aerei ciadiani avrebbero bombardato un’area nei pressi di Umm Dkuhum, dove si presume vi siano sacche di resistenza al governo di Idriss Deby.
Forze aeree sudanesi avrebbero invece bombardato l’area di Jebel Moon, controllata dai ribelli, nel West Darfur.
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Lo scorso anno abbiamo siglato un accordo con autori ed editori americani che, se verrà approvato dal Tribunale, consentirà agli utenti in USA di accedere a milioni di libri.
Recentemente, abbiamo sentito che sono state poste alcune domande in merito al significato di questo accordo per la privacy degli utenti. La tutela della privacy per noi è di assoluta importanza e sappiamo bene che è importante anche per i nostri utenti. Abbiamo una rigida privacy policy per Google Books così come per tutti gli altri nostri prodotti. L’accordo in questione, però, non è ancora stato approvato dal Tribunale e i servizi che verranno autorizzati da tale accordo non solo non sono ancora disponibili, ma non sono nemmeno ancora stati progettati. Il che significa che è davvero difficile (meglio, impossibile) predisporre una privacy policy specifica per questi servizi. Benché sappiamo per certo che, se offriremo dei prodotti o servizi, questi incorporeranno strumenti di tutela dei dati personali, offrendo come sempre agli utenti informazioni chiare sulla privacy e la scelta su quali dati condividere quando usano i nostri servizi, al momento non sappiamo ancora come questi servizi funzioneranno. Quello che sappiamo è che qualsiasi servizio realizzeremo, garantiremo la tutela della privacy degli utenti secondo gli standard da tempo definiti da chi si occupa della vendita di libri e dalle biblioteche le cui collezioni verranno messe a disposizione del pubblico grazie a questo accordo.
Stiamo valutando con grande attenzione quale sia il modo migliore per tutelare la privacy degli utenti nei servizi che verranno autorizzati in base all’accordo con gli editori. Abbiamo avuto un confronto continuo con numerose organizzazioni che si occupano di privacy e desideriamo continuare ed allargare questo confronto su come garantire la tutela dei dati degli utenti che cercano, leggono e acquistano libri online.
Le organizzazioni che si occupano di privacy e Google hanno molti punti sui quali trovare un accordo: l’espansione della possibilità di accedere gratuitamente a un numero sempre maggiore di libri online dovrebbe essere supportato da una estensione delle tutele della privacy degli utenti. Potete leggere le nostre prime considerazioni su come raggiungere questo obiettivo nelle nostre FAQ, mentre potete visitare il nostro Centro sulla Privacy per un ulteriore approfindimento sulle nostre policy di tutela dei dati personali.
Scritto da: Dan Clancy, Engineering Director for Google Books
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La ricetta per la clonazione è semplice. Prelevate una normale cellula da un organismo adulto, ed estraetene il nucleo. Procuratevi poi un ovocita, togliete anche ad esso il nucleo e sostituitelo con il nucleo della cellula adulta. Applicate una leggera scossa elettrica o uno stimolo chimico ed aspettate: dopo un poco l’ovocita comincerà a dividersi, formando un embrione geneticamente identico all’organismo che aveva fornito la cellula adulta. Da questo embrione potrete estrarre dopo pochi giorni cellule staminali pluripotenti, gettando il resto; oppure, con un po’ più di pazienza, potrete ottenere dopo nove mesi un bebè gemello dell’individuo da cui avevate estratto la cellula adulta.
Questo almeno in teoria; in pratica, purtroppo, le cose sono molto più difficili. La clonazione funziona raramente, richiedendo decine e a volte centinaia o, per alcune specie, migliaia di tentativi, e gli embrioni risultanti – quando ci sono – sono quasi sempre poco vitali. A tutt’oggi non solo nessuno è riuscito a far nascere un clone di un essere umano (impresa peraltro illegale in quasi tutti i paesi del mondo), ma neppure a estrarre staminali da un embrione umano clonato (anche se ci si è andati abbastanza vicino). Con le staminali embrionali, fra l’altro, si potrebbero sostituire i tessuti danneggiati di una persona, curando così malattie come per esempio il morbo di Parkinson o la degenerazione maculare; e invece nulla.
Uno dei problemi maggiori della clonazione umana consiste nell’approvvigionamento di ovociti. Visto che la tecnica è così inefficiente, ne sono richiesti centinaia; ma estrarli da una donna comporta una procedura dolorosa e non esente da rischi. Il risultato è una scarsità cronica di ovociti, che – assieme alle resistenze di integralisti e fondamentalisti – ha fortemente frenato questo campo di studi.
È proprio il problema degli ovociti ad aver portato a sviluppare una radicale alternativa alla clonazione. Si tratta delle cosiddette cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), sviluppate principalmente grazie agli studi di Shinya Yamanaka e James Thomson. La ricetta inizia di nuovo con una normale cellula adulta, ma poi prosegue in maniera molto differente. Si introducono nella cellula dei retrovirus che portano con sé alcuni geni, la cui azione, una volta inseriti nel genoma nucleare, causa un de-differenziamento della cellula, che da specializzata che era ritorna simile a una staminale pluripotente embrionale, capace quindi di trasformarsi nella cellula di qualsiasi tessuto (sono adesso disponibili metodi che producono lo stesso effetto senza far uso di virus). Non c’è bisogno di ovociti, e non c’è neppure bisogno di passare per un embrione completo; il metodo è semplice, diretto, e fa anche la gioia dei seguaci del culto dell’embrione, che di conseguenza si astengono dal mettere i bastoni fra le ruote ai ricercatori.
E la clonazione riproduttiva? Se si prende una di queste cellule iPS e la si lascia moltiplicare non si potrebbe ottenere un embrione completo identico geneticamente al donatore della cellula? La risposta è no: le iPSC sono pluripotenti, possono cioè formare tutti i tessuti dell’embrione propriamente detto (in termini più tecnici, i tessuti dei tre foglietti embrionali: endoderma, mesoderma ed ectoderma); ma non sono totipotenti: non possono cioè formare anche il trofoblasto, lo strato che trasmette i nutrienti all’embrione e che si trasforma in una parte della placenta. Da sole delle iPSC non potrebbero mai impiantarsi nell’utero.
Eppure, proprio ieri sono stati pubblicati su Nature e Stem Cell Stem due lavori di ricercatori cinesi che documentano la produzione di copie genetiche di topi per mezzo delle iPSC, senza ovociti; cloni a tutti gli effetti, anche se i ricercatori non li chiamano così (Xiao-yang Zhao et al., «iPS cells produce viable mice through tetraploid complementation», Nature, advance online publication, 23 luglio 2009; Lan Kang et al., «iPS Cells Can Support Full-Term Development of Tetraploid Blastocyst-Complemented Embryos», Cell Stem Cell, immediate early publication, 23 luglio). Come ci sono riusciti?
Tutto parte dal desiderio di dimostrare che le iPSC sono effettivamente pluripotenti. Trasformare queste cellule in ogni possibile tessuto del corpo richiederebbe molto tempo ed energia, e in qualche caso non è neppure noto come riuscire a indurre le cellule in coltura a mutarsi in un dato tessuto; fortunatamente esiste però un metodo molto più diretto. Prendiamo una blastocisti, cioè un embrione di 5 giorni: essa consiste di un involucro sferico, che andrà a formare il trofoblasto, a cui è attaccata internamente una massa di staminali, l’embrioblasto, da cui si formerà l’embrione. Se sostituiamo l’embrioblasto con le iPSC, avremo modo di provarne la pluripotenza: basterà controllare che dalla blastocisti risultante si produca un embrione vitale.
C’è però una complicazione. Nella pratica risulta molto difficile separare il trofoblasto dall’embrioblasto; alcune cellule del secondo rimangono, e alla fine quello che si ottiene è una chimera: un organismo in cui alcune cellule deriveranno dalla blastocisti iniziale e altre saranno geneticamente identiche alle staminali che vi avevamo introdotto. Ma ci soccorre qui la tecnica della cosiddetta complementazione tetraploide. La ricetta stavolta è questa: si prende un embrione formato da due sole cellule, e con una scossa elettrica le si induce a fondersi di nuovo in una cellula unica. Questa, però, a differenza dello zigote originario, avrà un doppio corredo cromosomico – o meglio quadruplo, visto che le cellule normali hanno già ciascuna due copie di ogni cromosoma. La cellula risultante riprende a dividersi e a svilupparsi, fino a formare una blastocisti; a questo punto si sostituisce l’embrioblasto con le iPSC. Le cellule con quattro copie di ciascun cromosoma, però, sono in grado solo di formare la placenta, mentre non riescono a dare origine a tessuti embrionali vitali; il risultato è che alla fine il feto risulterà composto esclusivamente dalle discendenti delle iPSC – e quindi geneticamente identico all’organismo dal quale queste ultime derivano.
È proprio questo che le due équipe hanno ottenuto, dimostrando così in modo che sembra conclusivo la pluripotenza delle iPSC. Particolarmente significativi i risultati pubblicati su Nature: la migliore delle linee cellulari ha prodotto 22 nati vivi da 624 blastocisti, con un’efficienza del 3,5% (altri 5 nati si sono avuti con altre linee cellulari, portando l’efficienza totale al 3,2% per cellule derivate al 14º giorno di coltura). Il grande progresso rispetto alla clonazione classica consiste nell’aver saltato il passaggio dal trasferimento del nucleo nell’ovocita alla formazione della blastocisti, che contribuisce ad abbassare l’efficienza totale. Facciamo un paragone con l’esperimento che ha portato alla clonazione del primo topo, Cumulina, nel 1997 (cfr. Wakayama et al., Nature 394, 1998, 369-74): con la tecnica migliore si sono ottenute in quell’occasione 23 nascite vive su 1240 embrioni trasferiti in utero, con un’efficienza dell’1,85%; ma gli ovociti utilizzati erano stati 2207, il che fa quasi dimezzare la produttività complessiva.
Quanto alla salute degli animali prodotti – uno dei punti deboli della clonazione classica – la situazione negli esperimenti odierni è un po’ mista (cfr. David Cyranoski, «Mice made from induced stem cells», NatureNews, 23 luglio): la mortalità dei topi è risultata alta, e si sono verificate alcune anomalie anatomiche. Ma 12 dei nati vivi si sono accoppiati e riprodotti, dando vita a centinaia di topi di seconda generazione, e a 100 di terza. A prima vista nessun topo sembra aver sviluppato tumori.
Prima di pensare a possibili applicazioni di questa tecnica, bisogna considerare due fatti: il primo è che ciò che funziona con i topi non è detto che funzioni con altri mammiferi; il secondo è che in questi esperimenti le iPSC sono state derivate sì da cellule adulte (fibroblasti, cioè cellule della pelle), ma gli organismi da cui queste sono state tratte erano dei feti, non topi adulti.
Detto questo, se avremo un giorno una tecnica di clonazione più semplice ed efficiente, la prima applicazione pratica sarà quasi certamente la clonazione di animali in via di estinzione. Ma anche la clonazione di un certo mammifero niente affatto raro sarà una prospettiva che certamente attirerà molti… Si avvererà così per intero la profetica messa in guardia di Robert Lanza, il biotecnologo che poco più di un anno fa aveva preannunciato la tecnica oggi realizzata. In quell’occasione la stampa integralista, imbarazzata dalle applicazioni «immorali» di una tecnica su cui ha investito moltissimo in termini propagandistici, si era rifugiata in una strampalata negazione delle possibilità profetizzate da Lanza; vedremo nei prossimi giorni cosa si inventeranno stavolta, con i primi risultati non più teorici davanti agli occhi.
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Episodio di razzismo a Napoli, al quartiere Forcella. Un giovane di colore è stato aggredito a calci e pugni, vicino alla scuola “Annalisa Durante”, per aver chiesto a un uomo di 30 anni, che lo stava per travolgere, di andare più piano con l’auto. Il conducente, riferiscono alcuni membri della Rete sanità e comitato Parco San Gennaro, è sceso dall’auto e, aiutato da altri due ragazzi, ha malmenato il giovane immigrato utilizzando urlando frasi del tipo “vai via nero, te lo meriti”. Il giovane è riuscito a scappare. (…) Non è, questo, il primo episodio del genere, quest’anno a Napoli. Qualche mese fa un giovane italo-etiope di 22 anni è stato aggredito da due ragazzi con la testa rasata al grido di “sporco negro”.
PS: Hanno ragione quelli che dicono che dovrei smetterla di segnalare gli episodi di razzismo. E che sarà mai, un negro picchiato, in un paese come questo?
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I bambini cresciuti dalle coppie gay, le cosiddette “Regenbogenfamilien”, le famiglie arcobaleno, non risentono di nessuna menomazione psicologica rispetto a quelli delle famiglie eterosessuali.
Lo dimostra uno studio condotto dall’Istituto per la Ricerca familiare dell’università di Bamberga, secondo il quale a essere decisivo per uno sviluppo armonico della personalità non è il tipo di famiglia in cui i bambini vivono, etero o omosessuale che sia, ma il rapporto esistente tra genitori e figli. Lo studio ha mette anche in evidenza che un’ampia maggioranza di coppie gay (63%) considera che i propri bambini non subiscono alcuna discriminazione sul piano sociale. Se un fenomeno del genere si manifesta, rimane tuttavia circoscritto a qualche sfottò. Secondo alcune stime, in Germania sono oltre 16mila i bambini che vivono con coppie omosessuali, unioni lesbiche nella grande maggioranza dei casi, con una delle partner che ha avuto un figlio da una precedente unione eterosessuale. Lo studio sottolinea che è anche in forte crescita il fenomeno delle lesbiche che generano un figlio facendo ricorso all’inseminazione artificiale ottenuta con lo sperma di un amico gay. Prendendo spunto dallo studio dell’Università di Bamberga, il ministro della Giustizia Brigitte Zypries (Spd) ha chiesto che la Germania adotti l’accordo europeo sulle adozioni da parte di coppie gay, già sottoscritto da 11 Paesi su 47, poiché dallo studio emerge che i bambini cresciuti al loro interno mostrano “uno sviluppo positivo della personalità e delle prestazioni scolastiche”, non difforme da quello dei figli delle coppie eterosessuali.
Polemizzando con il partito cristiano-democratico di Angela Merkel, la signora Zypries si è tuttavia mostrata scettica sulla possibilità che l’adozione di bambini da parte delle coppie gay venga adottata, poiché “il partner di governo non è d’accordo”.
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Sono due o tre anni che sono abbonato a Panorama. Sicuramente vi state chiedendo come fa uno come il sottoscritto ad abbonarsi ad una rivista simile. Veramente me lo chiedo anch’io. All’epoca, però, ero convinto che leggere “l’altra campana” non fosse poi cosi male. Ne sono convinto tuttora, però a tutto c’è un limite. E quindi sono sicuro che mi capirete se, dopo tre anni di ginnastica intestinale, ho deciso di disintossicarmi dagli editoriali di Carlo Rossella (la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’articolo in cui vagheggiava una “Somalia araba e coloniale” dove aggirarsi in abito bianco), di Fu Gianni Bagget Bozzo (pace all’anima sua), di Filippo Facci (che sull’ultimo numero ha scritto un “fondamentale articolo per spiegare una straordinaria operazione culturale” (parole sue). E quale sarebbe, per carità di Dio, questo fondamentale articolo? Un’arrampicata sugli specchi per giustificare il fatto che stava discettando delle protesi anteriori di una concorrente del Grande Fratello) e via di questo passo. A questa rispettabilissima galleria di rispettabilissimi giornalisti e fondamentali articoli, si sono aggiunti da un pò (un bel pò) di tempo, gli essenziali, indispensabili, assolutamente imperdibili editorialoni di Magdi “Cristiano” Allam. Allam? Ma non aveva abbandonato il mestiere di giornalista per fare il politico, o - meglio - l’Europarlamentare? L’aveva persino riaffermato in uno storico discorso all’Europarlamento (lo so, non se n’è accorto nessuno. Anche perché è durato nientepopodimeno che due minuti): “Mi chiamo Magdi Cristiano Allam. Questo è il mio esordio in politica che non a caso avviene nel Parlamento Europeo, dopo 35 anni di professione giornalistica”. Quindi non è più giornalista? Non si direbbe: continua a sfornare “papielli” per Libero e Panorama. Converrete con me che è un bel passo indietro per uno era che era Vicedirettore - seppur onorario - dell’ammigraglia della stampa italiana. Forse, a questo punto, sarete ansiosi di sapere cosa scrive Allam nei suoi preziosi editoriali su Panorama, o su Libero, o cosa ha detto nel suo primo discorso all’Europarlamento. No problem: prendete uno qualsiasi dei suoi vecchi articoli sul Corriere, fate il riassunto e - oplà - avete l’intero archivio passato, presente e futuro di Magdi su Panorama e su Libero. Sono sicuro che, fra meno di un mese, i colleghi europarlamentari sapranno indovinare persino il contenuto dei suoi prossimi discorsi. Ammesso che siano svegli. Basta chiedere ai lettori del Corriere. Ammesso che si ricordino ancora chi era Magdi Allam.
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Quarant’anni fa, il 20 luglio 1969, tutto il mondo guardava con emozione gli astronauti dell’Apollo 11 mentre mettevano piede, per la prima volta nella storia dell’uomo, sulla superficie della Luna. Oggi vogliamo celebrare questo speciale anniversario cercando di far vivere, a quante più persone nel mondo, l’emozione di un’autentica esperienza in 3D, proprio sulla Luna.
Per questo abbiamo sviluppato Moon in Google Earth, un progetto nato dallo Space Act Agreement, sottoscritto con la NASA nel 2006, che da oggi consente a chiunque utilizzi Google Earth 5.0 di perlustrare la Luna.
Così come mostra questo video, facendo clic sulla modalità “Luna”, nella barra degli strumenti di Google Earth, sarà possibile accedere ad una serie di livelli tematici che ci daranno accesso a immagini, mappe, video e ricostruzioni 3D, necessari per il nostro viaggio. Questi i 6 livelli di navigazione:
Attraverso Moon, Google Earth si arricchisce di una nuova funzionalità che va ad unirsi alle precedenti per esplorare la Terra, il cielo, i fondali marini e la superificie di Marte. Ci auguriamo questa novità possa regalare a milioni di persone nel mondo anche una piccola parte delle emozioni provate dai pochi fortunati che, fino ad oggi, hanno potuto godere di questo spettacolo direttamente.
Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager
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Se a uno qualsiasi dei molti milioni di esseri umani che in tutto il mondo hanno assistito 40 anni fa in diretta televisiva all’impresa dell’Apollo 11 si chiede che cosa ricorda del momento preciso in cui il modulo lunare Eagle ha toccato il suolo, la probabile risposta sarà la frase pronunciata qualche istante dopo da Neil Armstrong: «Houston, qui base Tranquillità. L’Aquila è atterrata». Parole secche ed emozionanti, allora come oggi. Ma se si fa la stessa domanda a un italiano, la risposta sarà diversa: nessuno allora udì l’annuncio di Armstrong, sovrastato dal battibecco scoppiato fra i due cronisti Tito Stagno e Ruggero Orlando a proposito del momento esatto dell’allunaggio.
Riguardiamo il video (che purtroppo ha un taglio maldestro appena prima del momento decisivo): a 2:02 minuti dall’inizio si vede Tito Stagno volgersi all’indietro, come per cercare conferma da qualcuno fuori campo, girarsi di nuovo in avanti, fare un gesto brusco con l’indice, stringere i pugni come per raccogliere le forze, e infine annunciare: «Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare». Scoppiano gli applausi in studio, ma dopo pochi secondi la voce di Ruggero Orlando, da Houston (dov’era il centro di controllo della missione), interloquisce: «No, non ha toccato!». Apparentemente nessuno se ne cura: gli applausi continuano, e Tito Stagno ripete l’annuncio in forma distesa – e con qualche inevitabile concessione alla retorica: «Per la prima volta un veicolo pilotato dall’uomo ha toccato un altro corpo celeste. Questo è frutto dell’intelligenza, del lavoro, della preparazione scientifica; è frutto della fede dell’uomo». A questo punto Stagno passa la parola al collega: «A voi Houston». «Qui ci pare che manchino ancora dieci metri», risponde Orlando. L’effetto comico non potrebbe essere maggiore: le parole alate di Stagno rovinano al suolo proprio mentre il Lem torna per aria; e il pubblico in studio scoppia in una fragorosa risata. I due cominciano a battibeccare, e alle 3:08 Orlando si appropria dell’annuncio fatidico: «Eccolo, eccolo, ha toccato in questo momento». Poi prevale la professionalità e torna la calma; ma intanto l’annuncio di Armstrong si è perduto (può essere udito in sottofondo mentre Stagno sta rivendicando che «era effettivamente atterrato quando io l’ho detto»).
Nel corso degli anni i due protagonisti sono tornati più volte sulla questione, talvolta accusandosi a vicenda di aver voluto rubare lo storico annuncio. Tito Stagno è apparso come il più deciso nel rivendicare le proprie ragioni; Orlando non c’è più da quindici anni. Immagino che da qualche parte ci sia qualche indagine dedicata alla vicenda, ma le mie ricerche bibliografiche (molto brevi, lo ammetto) non hanno portato a nulla, anche se qualcuno qua e là dimostra da qualche accenno di aver capito come sono andate le cose. Non pretendo comunque di essere il primo a stabilire chi ha ragione – anche perché in realtà ricostruire cos’è successo è molto facile. Devo ammettere anche di essere stato un poco riluttante ad affrontare la questione, per il rischio di mancare di rispetto a due personaggi che mi sono entrambi cari nel ricordo (avevo sei anni all’epoca, e ho vissuto quelle imprese attraverso i loro resoconti). Ma insomma, prima la verità, no?
Per la nostra piccola indagine ci bastano due documenti: una registrazione senza interruzioni della telecronaca di Stagno e Orlando, che troviamo nell’archivio Rai Teche (la qualità video è peggio che infima, ma a noi basta l’audio; purtroppo il formato è l’orrido Real Video); la trascrizione commentata delle comunicazioni fra il modulo lunare (Lem) e il centro di controllo di Houston.
Per sincronizzare le due fonti consideriamo la prima parola in inglese chiaramente percepibile della registrazione Rai, che è un numero, «seventy», e che quasi certamente è l’ultima parte della parola «270» che troviamo pronunciata da Aldrin alle ore 102:43:52 (dall’inizio della missione) nella trascrizione. Da lì in poi è relativamente facile seguire i due documenti in parallelo (è da tener conto che la maggior parte di ciò che diceva Armstrong non si sentiva nell’audio in studio).
Ebbene, le parole «Ha toccato!» arrivano 48 secondi dopo il «seventy», subito dopo il momento segnato come 102:44:40 sulla trascrizione. In quell’istante il Lem, come mostrano le indicazioni di Aldrin, si trova però ancora fra 120 e 100 piedi (37-30 metri) di altezza dal suolo. Quando Orlando annuncia «Qui ci pare che manchino ancora dieci metri», il tempo è 102:45:25, e il modulo lunare si trovava in effetti a 10 metri pochissimi secondi prima. Quando Orlando riannuncia l’allunaggio gli astronauti hanno appena spento i motori, a 102:45:44 (Orlando si è probabilmente basato sulla relativa comunicazione).
Ma quando è avvenuto l’atterraggio vero e proprio? L’istante non è noto, ma dai commenti dei due astronauti aggiunti alla trascrizione è chiaro che si è verificato subito prima dello spegnimento dei motori. Le zampe del Lem erano però dotate di sonde metalliche sporgenti all’ingiù, che toccavano il suolo prima dell’atterraggio vero e proprio. Su questa circostanza ci si è basati spesso per giustificare la discrepanza fra l’annuncio di Stagno e quello di Orlando (lo fa anche quest’ultimo in trasmissione); ma a torto. Il contatto del suolo con almeno una delle sonde avviene infatti a 102:45:40, quando Aldrin dice: «Contact Light», solo 4 secondi prima dello spegnimento dei motori; l’atterraggio vero e proprio deve essersi verificato in questo brevissimo lasso di tempo, mentre l’annuncio di Stagno era venuto circa un minuto prima, e a un’altezza di gran lunga troppo grande perché le sonde anche solo sfiorassero il suolo. La conclusione, insomma, è che aveva ragione Ruggero Orlando, su tutta la linea.
Com’è stato possibile l’errore macroscopico di Stagno? Si può individuare almeno una concausa: appena prima dell’annuncio errato, il cronista dice infatti che il Lem si trova a «cinque piedi e mezzo» (meno di due metri) dal suolo. Ma dalla trascrizione (102:44:26) si capisce che il mezzo si trova ancora a 200 piedi, e che l’indicazione riguarda in realtà la velocità verticale (al secondo) rispetto al suolo. Stagno si stava quindi raffigurando il Lem molto più vicino alla Luna di quanto fosse nella realtà. Per il resto, il giornalista ha sostenuto più volte di aver sentito dei non meglio identificati «tecnici della Nasa» annunciare che il Lem aveva «reached land», toccato terra; ma nella trascrizione non compaiono mai queste parole, e neppure qualcosa che suoni vagamente allo stesso modo. Di certo Stagno non se l’è inventate – sarebbe stato un atto folle; forse aveva un canale audio in cuffia che non si sentiva in studio, e avrà equivocato quello che vi si diceva.
L’emozione gioca brutti scherzi, come si accorgerà poco dopo lo stesso Neil Armstrong, quando compiuto il primo passo sulla superficie pronuncerà la frase storica accuratamente preparata – e la sbaglierà clamorosamente: «That’s one small step for man, one giant leap for mankind», «Un piccolo passo per l’Uomo, un balzo da gigante per l’Umanità» (avrebbe dovuto essere «That’s one small step for a man, one giant leap for mankind», «Un piccolo passo per un uomo, un balzo da gigante per l’Umanità»); ancora glielo rinfacciano – piuttosto ingenerosamente, va detto.
Siamo umani, siamo fallibili; e la sorte ha la pessima abitudine, mannaggia!, di ricordarcelo nei momenti meno opportuni.
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