Ago 31

Fonte immagine: The Art Of Manliness.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale





Ago 31


Human evolution
Inserito originariamente da gianlucacostantini

image © 2009 - Gianluca Costantini

Text:
Tom Hodgkinson
The Guardian, Monday 14 January 2008
www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/facebook

www.gianlucacostantini.com

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 31

Con il Mullah Omar e da queste parti il satellitare non prende molto. Appuntamento alla prossima settimana. Nell’attesa, auguri in ritardo di Buon Ramadan.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 31

Giuseppe D’Avanzo sulla Repubblica di oggi a proposito dell’«informativa» su cui si è basato Il Giornale per attaccare Dino Boffo («Su Boffo una velina che non viene dal Tribunale», 30 agosto 2009):
È falso che quella “nota” accompagni l’ordinanza del giudice, come riferisce il Giornale. L’“informativa” riepiloga l’esito del procedimento. Non è stata scritta, quindi, durante le indagini preliminari, ma dopo che tutto l’affare era già stato risolto con il pagamento dell’ammenda. Dunque, non è un atto del fascicolo giudiziario. […] La “nota informativa”, pubblicata dal Giornale del presidente del Consiglio, è dunque soltanto una “velina” che qualcuno manda a qualche altro per informarlo di che cosa è accaduto a Terni, anni addietro, in un “caso” che ha visto coinvolto il direttore dell’Avvenire.
[…]
Risolte le domande preliminari, bisogna ora affrontare il secondo aspetto della questione: chi è quel qualcuno che redige la “velina”? Per quale motivo o sollecitazione? Chi ne è il destinatario?
C’è un secondo stralcio della cronaca del Giornale che aiuta a orientarsi. Scrive il quotidiano del capo del governo: “Nell’informativa si legge ancora che (…) delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo ‘sono a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori’”. C’è qui come un’impronta. Nessuna polizia giudiziaria, incaricata di accertare se ci siano state o meno molestie in una piccola città di provincia (deve soltanto scrutinare i tabulati telefonici), si dà da fare per accertare chi sia o meno a conoscenza nella gerarchia della Chiesa delle presunte “debolezze” di un indagato. Che c’azzecca? E infatti è una “bufala” che il documento del Giornale sia un atto giudiziario. È una “velina” e dietro la “velina” ci sono i miasmi infetti di un lavoro sporco che vuole offrire al potere strumenti di pressione, di influenza, di coercizione verso l’alto (Ruini, Tettamanzi, Betori) e verso il basso (Boffo). È questo il lavoro sporco peculiare di servizi segreti o burocrazie della sicurezza spregiudicate indirizzate o messe sotto pressione da un’autorità politica spregiudicatissima e violenta. È il cuore di questa storia. Dovrebbe inquietare chiunque. Dovrebbe sollecitare l’allarme dell’opinione pubblica, l’intervento del Parlamento, le indagini del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), ammesso che questo comitato abbia davvero la volontà, la capacità e soprattutto il coraggio civile, prima che istituzionale, di controllare la correttezza delle mosse dell’intelligence. Conclusioni molto simili le avevate già lette due giorni fa qui.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Mar 13

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

fonte: www.lago-di-bolsena.biz » vai al post originale »

Ago 31

The fundamentalist community has a strong interest for some bizarre reason in converting homosexuals into heterosexuals. They consider homosexuality nothing but a bad personal choice, and therefore all gay people need is a little Jesus and they’ll switch back to finding the other sex more attractive.

It never seems to occur to them that that implies that their own sexual orientation would then be an arbitrary matter of a trained esthetic, and that that would imply that they should be easily flipped into homosexuality themselves (probably with a little Satan). It’s strange: I’d be rather upset if a group of Baptists tried to brainwash me into thinking Al Mohler, president of the Southern Baptist Theological Seminary, was a hot dude I ought to fantasize about.Gay conversion works! If you ignore the data and the methods, that is, PZ Myers.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 29

La guerra in Darfur è finita, secondo quanto dichiarato da Martin Luther Agwai, comandante uscente del contingente UNAMID in Darfur. Affermazione che rischia di essere male interpretata: la pace non è l’assenza, infatti, della guerra, ovvero delle azioni prettamente militari alle quali il comandante dei peacekeepers si riferisce, ma il ristabilimento della giustizia e dell’ordine sociale. Al contrario, come precisa lo stesso Martin Agwai, non danno tregua i tragici episodi di banditismo e di violenza indiscriminata sui civili in fuga.
Continuano a preoccupare, quindi, le gravi carenze alimentari, sanitarie, e le condizioni di sicurezza dei circa 2,7 milioni di sfollati che vivono ammassati nei campi profughi allestiti in tutto il Darfur e oltre, lungo il confine con il Chad e la Rep. Centro Africana, e che non possono tornare ai loro villaggi, per lo più dati alle fiamme come hanno testimoniato le immagini satellitari delgi ultimi sei anni.
Stime ufficiali delle Nazioni Unite continuano a parlare di 300.000 morti, cifra che viene sempre più spesso messa a confronto con la versione ufficiale del governo sudanese, sul cui presidente pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, che parla invece di 10.000 morti.
Il Sudan, che negli anni 90 ospitava Osama bin Laden e il suo gruppo terrorista, ed è per questo ancora inscritto tra gli “stati canaglia”, è dal 2000 uno dei principali collaboratori della CIA, al punto che dal 2005 diversi capi dei servizi segreti sudanesi sarebbero stati ospitati in suolo statunitense, secondo quanto riferito dal Los Angeles Times dello stesso anno.
Non sembra improbabile che un maggior impegno di questa amministrazione USA in Afghanistan, nella lotta al terrorismo, comporti il consolidamento di alleanze tra i servizi di intelligence e i rispettivi governi.
LEGGI:
Bombardamenti a Jebel Moon e Umm Dkuhumm (luglio 2009)
Continuano i bombardamenti aerei in Darfur (rapporto ONU gennaio-giugno 2009)

M.A.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 29

di Stefano CeraLe presunte “distorsioni” delle associazioni internazionali
L’articolo (dal titolo L’emergenza sotto i riflettori, comparso sul britannico New Statesman e ripreso da Internazionale, n. 809 del 21 agosto 2009) sottolinea che a differenza del conflitto nel Sudan meridionale, quello nel Darfur in realtà è sempre stato al centro dell’attenzione della stampa internazionale, anche grazie all’attività di alcune associazioni (Mamdani cita Save Darfur), che tuttavia avrebbe prodotto anche alcune pericolose distorsioni, come dimostra, secondo l’autore, la denuncia di un numero di morti superiore a quello effettivo nel periodo 2003-2004 (l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di meno di 120.000 morti mentre Save Darfur e diverse fonti giornalistiche hanno parlato invece di oltre 400.000 morti).
Gli aspetti significativi
Ma aldilà di questo (ricordiamo che le cifre ufficiali dell’ONU, sicuramente per difetto, parlano ormai di 300.000 morti e di quasi 3 milioni di profughi dall’inizio del conflitto), l’articolo di Mamdani è significativo almeno per altri due aspetti. Il primo riguarda una riflessione sulle origini del conflitto (seconda metà degli anni ’80), dovuto soprattutto a un salto di qualità nelle dispute territoriali che hanno periodicamente riguardato le popolazioni nomadi e le tribù agricole stanziali. Infatti, in seguito alla progressiva desertificazione (il Sahara si è esteso di 100 km in quarant’anni) le popolazioni nomadi dedite alla pastorizia (di origine prevalentemente araba) sono state costrette a migrare da nord a sud entrando in contrasto con le tribù agricole (di origine africana) per il possesso delle terre più fertili. Questo in un quadro regionale confuso in cui il Chad è diventato una delle pedine del confronto tra i “blocchi” (Stati Uniti, Francia e Israele da un lato e Unione Sovietica e Libia dall’altro). Il secondo aspetto significativo riguarda invece le due “direttrici” lungo le quali si è sviluppata la violenza nella regione: quella da nord a sud che, come abbiamo detto, ha contrapposto popolazioni nomade e tribù agricole stanziali e quella da est a ovest, che ha riguardato invece le sole tribù nomadi. Secondo Mamdani, le associazioni e la stampa internazionale si sono concentrati solo sull’asse “nord-sud”, nel tentativo di concentrare l’attenzione sul tradizionale dominio degli arabi sugli africani (tesi nata nel periodo del colonialismo inglese) e sul conseguente contrasto arabi-africani, mentre alla base del conflitto ci sarebbe soprattutto la ricerca della terra e la crescente crisi ambientale. L’autore conclude l’articolo profilando per il Darfur due possibili scenari: il c.d. “paradigma di Norimberga” per cui “vittime e carnefici non dovranno convivere nello stesso paese e i sopravvissuti ricostruiranno una nuova identità in uno stato separato, come è successo nel caso di Israele” e il “modello del dopo apartheid” in cui tutti, vittime e autori dei crimini, dovranno imparare a sopravvivere sul modello di quanto accaduto in altri contesti, ad es. in Sud Africa.
Commenti
Certamente Mamdani, autore del volume Saviors and survivors: Darfur, politics and the war on terror (Pantheon, 2009) ha il merito di toccare temi al centro del conflitto del Darfur, in qualche caso dando anche spunti originali (come ad es. le tensioni del “fronte arabo”, elemento importante tanto è vero che una delle direttrici della mediazione congiunta ONU/Unione Africana mira proprio a ristabilire il dialogo al suo interno); tuttavia, a mio avviso, va fatta qualche considerazione. La prima riguarda il fatto che il censimento britannico della metà degli anni ’50 (che ha diviso la popolazione tra dominatori “arabi” e nativi “africani”) da solo non è sufficiente a spiegare le crescenti tensioni della seconda metà degli anni ’80, dovute anche alla decisione del regime del presidente del Sudan Nimeiri di cancellare il sistema di “native administration” che aveva regolato il sistema di proprietà della terra e di amministrazione locale, nonché all’affermarsi dell’”arabismo”, ideologia razzista che esaltava la “nazione” araba (a cui ha contribuito la presenza di militari libici che hanno usato il Darfur come retroguardia durante il conflitto con il Chad). Inoltre definire, come alcuni hanno fatto, il conflitto del Darfur come il primo esempio di conflitto per cause “ambientali”, come affermato anche dal segretario generale ONU Ban Ki-Moon fa correre il rischio di sminuire il triste peso del regime di Khartoum che invece, come dimostrato dalle incriminazioni della Corte Penale Internazionale, ha precise responsabilità nell’escalation del conflitto e nelle iniziative contro la popolazione civile.
Per chi volesse approfondire, riporto l’elenco dei volumi sul Darfur disponibili in lingua italiana:
- Stefano Cera, Le sfide della diplomazia internazionale, LED Edizioni, 2006
- Daoud Hari, Il traduttore del silenzio, Piemme, 2008
- Luca Pierantoni, Darfur, Chimienti, 2008
- Antonella Napoli, Volti e colori del Darfur, Edizioni Goreè, 2009Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 29


George Orwell dava alcuni preziosi suggerimenti per diventare scrittori famosi: raggiunta finalmente la censura, ora dovrò lavorare su omosessualità e comunismo.

I due screenshot che vedete sono stati salvati contemporaneamente stamattina. Come molti sapranno le prime tre notizie di OKNOtizie vengono riportate sulla homepage di “Virgilio”, e come molti potranno notare del mio post su “Virgilio”, nonostante il suo ruolo da mentore, non vi è traccia alcuna.

A questo punto sono indeciso se ringraziare OKNOtizie per la mancata censura o far arrabbiare il collega Alighieri e rubare il lauro al poeta-censore latino. Ma, in considerazione dei prezzi della libertà che, grazie a Mavalà-Lerch-Ghedini, crescono come nemmeno la benzina a ferragosto, credo ringrazierò entrambi e aggiungerò la libertà tra i sogni da subordinare ad un’eventuale vincita al Superenalotto, in compagnia di ville, yacht, viaggi e fuoriserie.

E visto che si parla di poeti, possiamo concludere citandone uno mio conterraneo e astigiano: “Libertà e perline colorate…”. Da come butta, sarà già molto se ci rimarranno le perline colorate…

fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 29


come potete vedere la Lega Nord, sezione di Mirano, ci invita a superare l’inevitabile depressione di fineferie trastullandoci a torturare qualche immigrato clandestino. Tra gli aspiranti kapò, oltre ad un centinaio di altri circoli della stessa Lega, paiono esserci un ministro e un deputato della “Repubblica” alla quale, ormai troppo spesso, mi vergogno di appartenere.

La “Repubblica”, di cui si diceva, come sappiamo, è guidata dal nano “fraintesolo”, Gran Maestro (tessera numero 1816) nell’arte del “fai gettare il sasso e nascondi la mano”:inevitabile quindi una pioggia di smentite che si spera in grado di mitigare l’afa di questo irrespirabile fine agosto. Ma questo è uno di quei rari casi in cui non ha molta importanza se una notizia sia vera o meno: il fatto che sia altamente plausibile è più che sufficiente.

Del resto, non mi stupisce questa ennesima dimostrazione di totale assenza di attività cerebrale degli ideatori del logo e dei loro accolti, e mi limito a invocare una legge che in simili casi consenta un espianto di organi in vivo: non tanto per mettermi a livello degli espiantati, quanto per risolvere uno dei tanti annosi problemi che affliggono la nostra Sanità.

Il vero punto focale della questione, invece, restano le “sdegnate” reazioni.

Uolter, informato da un’amica, che non ci è dato sapere se di nome, quantomeno d’arte, faccia “Veronica”, promette di darsi da fare affinchè il logo sia prontamente cancellato. E visto che i nostri pennivendoli definiscono “dura” la reazione, devo concludere che l’apologia di reato e di genocidio e l’istigazione all’odio razziale si siano a loro volta dati alla clandestinità e abbiano perso diritto di cittadinanza nel nostro Codice Penale.

Ecco il motivo per cui, approfittando di questa “latitatio legis”, ribadisco il titolo di questo articolo e vi invito a sottoscriverlo.

fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 29

Traduciamo e ripubblichiamo qui un post che è appena stato pubblicato sul nostro European Public Policy Blog, nel quale si chiarisce come funziona il meccanismo di esclusione di una notizia da Google News. Un argomento che oggi ha riscosso una grande attenzione e su cui pensiamo sia importante fare chiarezza.

Ecco, in italiano, il testo del post di Josh Cohen:

“E’ possibile che abbiate letto oggi sulla stampa italiana che l’Antitrust ci ha notificato un’indagine in relazione a Google News come conseguenza di una segnalazione della FIEG (Federazione Italiana Editori di Giornali). In questo momento stiamo rivedendo la notifica in dettaglio, ma nel frattempo abbiamo pensato che fosse utile fare chiarezza sul meccanismo con cui gli editori possono controllare i loro contenuti sul web.

Primo, l’obiettivo di Google News è sempre stato quello di mettere a disposizione prospettive diverse su una notizia e di portare i lettori di tutto il mondo sui siti degli editori. Noi non visualizziamo le notizie nella loro completezza, piuttosto il nostro approccio è simile a quello che adottiamo per la ricerca su web: mostriamo semplicemente il titolo della notizia, una o due righe di testo e poi il link al sito dell’editore. Insomma, giusto le informazioni utili perché il lettore sia invogliato a leggere l’intero articolo. Una volta che l’utente fa click sul link e viene reindirizzato all’articolo, sta all’editore decidere come trarre profitto dal contenuto. Il giornale può scegliere se far pagare il lettore per accedere all’intero articolo oppure può ospitare pubblicità sul proprio sito.

Chi fornisce notizie, analogamente a qualsiasi altro editore online, ha il pieno controllo sul fatto di rendere visibili i propri contenuti attraverso i servizi di Google. Quindi, se un editore non vuole essere trovato su Google.com o su Google.it o su un altro motore di ricerca, può evitare l’indicizzazione automatica utilizzando uno standard universalmente accettato, chiamato robot.txt. Gli editori hanno anche una serie di altre modalità per controllare come i loro contenuti appaiono (o non appaiono). Una di queste opzioni è per esempio quella di continuare a comparire nei risultati di ricerca di Google senza comparire su Google News. In questo caso, tutto quello che deve fare è contattarci e richiedere la rimozione dal servizio. In effetti, abbiamo incontrato diversi editori italiani e rappresentanti della FIEG proprio quest’estate per spiegare loro queste opzioni.

Noi rispettiamo i desideri dei proprietari del contenuto, ed è per questo che abbiamo fatto in modo che non far parte dei nostri servizi sia semplice. Tuttavia, quando si tratta di Google News, riceviamo di gran lunga più richieste di essere inclusi nel servizio di quante ne riceviamo per la rimozione. Questo è perché gli editori capiscono che il traffico generato da Google News, e da servizi ad esso analoghi, è un traffico di valore: Google News porta oltre 1 miliardo di click al mese agli editori di notizie, molti dei quali traggono profitti da questo traffico grazie alla pubblicità presente sui loro siti.”

Scritto da: Josh Cohen, Business Product Manager Google News


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 29

La vicenda di Dino Boffo, direttore del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, che il Giornale di Vittorio Feltri rivela oggi essere stato condannato nel 2004 per molestie a una donna (Gabriele Villa, «Boffo, il supercensore condannato per molestie», 28 agosto 2009; la notizia era già apparsa in forma parziale alcuni mesi fa su Panorama, come si legge in un post di Malvino dell’epoca), in una palese ritorsione per i giudizi negativi espressi da Boffo sulle propensioni sessuali del Presidente del Consiglio, si presta a molteplici riflessioni (ammesso naturalmente che la notizia si riveli fondata: in un comunicato di pochi minuti fa Boffo accusa il Giornale di avere montato «una vicenda inverosimile, capziosa, assurda», e annuncia velatamente querela). Una riflessione, in primo luogo, sull’involuzione sempre più smaccatamente autoritaria di un capo del governo che risponde con l’intimidazione e il dossieraggio alle critiche della stampa – non sembra una coincidenza che la vicenda coincida con la querela di Berlusconi a Repubblica; sulla miseria del Giornale, che tiene a rivelarci l’omosessualità di Dino Boffo (la fonte che Villa cita riporterebbe che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione»), ben sapendo che per una larga fetta del suo pubblico è questa – e non tanto la persecuzione di una donna – la ‘colpa’ vera; sulla perdurante propensione della Polizia alla schedatura degli omosessuali in quanto omosessuali, come sembra emergere dal passo citato (l’«attenzionamento» precede chiaramente i fatti di rilevanza penale imputati a Boffo); sulla coerenza morale e l’ipocrisia del direttore di Avvenire, che in passato è giunto ad accusare un padre di essere il boia della propria figlia e dirige un giornale che non è mai stato noto per la sua indulgenza nei confronti degli omosessuali che praticano la propria sessualità.

Due riflessioni meritano un po’ più di spazio. La prima è sulla fonte del Giornale: all’inizio dell’articolo si cita «la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004», e si aggiunge subito dopo che «Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti». La prima impressione è che la fonte sia un atto giudiziario di qualche tipo, appena precedente il rinvio a giudizio o contemporanea ad esso; ma più avanti nell’articolo la fonte citata, sempre tra virgolette, ci informa dell’esito del processo, e deve essere quindi posteriore al rinvio al giudizio. Capiamo infine di che genere di informativa si tratti alla fine del pezzo: «Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, “sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”». Questo genere di deduzioni sembra tipico di un’informativa dei servizi segreti; se questo è vero, vuol dire che la situazione è arrivata a un punto grave; si noti come il Giornale non tenti di mascherare più di tanto la natura della fonte, in un gesto dal valore intimidatorio – pour encourager les autres, diciamo. A meno che – ipotesi meno probabile ma da non scartare – non si sia voluta dare l’apparenza di una fonte proveniente dai servizi segreti a un documento costruito in casa…
L’ultima riflessione è su come reagiranno le gerarchie ecclesiastiche a questa sfida. Non leggeremo mai più sulla stampa controllata dalle gerarchie una critica alle imprese di «Papi», e la pace riconquistata tra esecutivo e Vaticano verrà magari celebrata sulla pelle dei malati in stato vegetativo? O assisteremo al contrario a un’escalation, con una rottura totale fra Vaticano e governo di centrodestra? La risposta, credo, dipenderà in massima parte dalla percezione che la Chiesa ha del proprio potere nella politica e, soprattutto, nella società. Il Vaticano può scegliere la via più semplice e chinare la testa; ma in questo modo avrà mostrato a tutti di essere ormai soltanto una tigre di carta.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 29

È uno dei vanti della modernità: grazie ai progressi della medicina, delle tecniche di conservazione dei cibi e di trattamento delle acque reflue etc., viviamo più a lungo dei nostri predecessori; sempre più a lungo. Negli Stati Uniti, per esempio, la speranza di vita alla nascita era di 45,6 anni nel 1907, di 66,4 nel 1957 e di 75,5 nel 2007. I nemici della modernità non possono negare queste cifre; hanno tentato quindi di screditarle con un argomento che si sente ripetere spesso. La speranza di vita, sostengono, è aumentata più che altro a causa della diminuzione della mortalità infantile (cioè del numero di bambini minori di un anno morti per ogni mille nati vivi), che sempre negli Stati Uniti era di 99,9 nel 1907, 26,3 nel 1957 e 6,8 nel 2007. Non è dunque che nel 1907 la gente cadesse morta a frotte prima di arrivare a 46 anni; piuttosto, per chi superava lo scoglio dell’alta mortalità infantile, che faceva abbassare la media, la durata della vita residua era paragonabile alla nostra, che è poi ancora quella biblica: «settanta sono gli anni della nostra vita (ottanta per i più robusti)».
Già dal punto di vista dei valori in gioco questo argomento è criticabile: la sconfitta quasi totale della mortalità infantile è una conquista immensa, che ha cancellato lo strazio di chi vedeva buona parte dei propri figli morire. (Se ricordo bene, ho visto usare l’argomento in questione anche da alcuni integralisti, per i quali curiosamente la vita dei bambini minori di un anno sembrava non costituire un bene così fondamentale: si vede che per loro vale più quella degli embrioni…) Ma c’è di più: l’argomento è sbagliato anche di fatto, come ci aiuta a capire John Hawks sul suo blog («Human lifespans have not been constant for the last 2000 years», John Hawks Weblog, 25 agosto 2009):
Well, it’s just not true. You can see for yourself easily with a little reading. For example, a free article (PDF) by John Bongaarts and Griffith Feeney reviews the concepts and provides convenient summary figures of mortality rates by age in the U.S. for 1950 and 1995. Age-specific mortality rates have declined across the adult lifespan. A smaller fraction of adults die at 20, at 30, at 40, at 50, and so on across the lifespan. As a result, we live longer on average. Reductions in juvenile and infant mortality also contribute to increased life expectancy at birth, but the same trend is evident if we consider life expectancy at 15, 20, 30, or even 80. We live longer now than in the past.
What about 2000 years ago? […] there’s no doubt that Romans, Egyptians, and Greeks were dropping dead at age 30, 40, 50 and 60 – at much higher age-specific mortality rates than today […] if human lifespan had really not changed in 2000 years, then 35-year-olds shouldn’t have left their skeletons very often in the Roman catacombs. Unfortunately (for them), we find those 35-year-old bodies. A rough estimate (gleaned from tomb inscriptions that give ages) is that half of Romans who lived to age 15 – and therefore escaped juvenile mortality – were dead before age 45.
[…]
In every way we can measure, human lifespans are longer today than in the immediate past, and longer today than they were 2000 years ago. Infant and juvenile mortality do make a difference – especially if we use “life expectancy at birth” as the statistic – but age-specific mortality rates in adults really have reduced substantially.
That’s a good thing! Più empiricamente, ricordo di aver letto anni fa l’epistolario di Emily Dickinson, che copriva grosso modo il periodo a cavallo del 1850: quel che colpiva di più era la sequenza inarrestabile, angosciante, terribile di morti – morti non solo di infanti o di anziani, ma di giovani adulti. Morti a cui avrebbe posto fine solo l’installazione di una moderna rete fognaria: uno di quei ritrovati bassamente materialistici che i nemici della modernità usano così spesso deridere.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 27

Sergio Nazzaro http://www.sergionazzaro.com
Mauro Biani http://maurobiani.splinder.com

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 27

In questi giorni si è parlato molto, sulla stampa italiana, dei pro e dei contro di una eventuale partecipazione delle biblioteche italiane al nostro progetto di digitalizzazione dei libri Google Books. Oggi Mario Resca, Direttore Generale della Valorizzazione del Patrimonio Culturale del MIBAC, ha preso parte al convegno mondiale dei bibliotecari che si sta svolgendo in questi giorni a Milano (l’IFLA) e di fronte a una platea altamente qualificata per parlare di libri, della loro diffusione e della loro digitalizzazione, ha annunciato che il Ministero per i Beni Culturali sta valutando di prendere parte all’iniziativa Google Books.
Google sta già collaborando con successo con le biblioteche di vari Paesi, tra cui Francia, Belgio, Inghilterra, Svizzera, Germania e Spagna. La nostra biblioteca digitale conta già oltre 100 lingue diverse, ma la lingua italiana ne era per ora sostanzialmente esclusa. L’obiettivo di Google Books è quello di offrire agli utenti un servizio che consenta loro di cercare i milioni di libri che esistono nel mondo, trovando un posto per comprarli (offline o online), prenderli in prestito da una biblioteca o anche, nel caso in cui siano opere non più coperte da copyright, leggerli direttamente dal loro computer. Si tratta di una iniziativa che non intende affatto monopolizzare l’accesso alla cultura ma, al contrario, mira a renderla accessibile al maggior numero di persone possibile.
Siamo molto soddisfatti dell’interesse mostrato dalla Direzione per la valorizzazione dei beni culturali del MIBAC a diventare partner del nostro progetto. Il supporto da parte delle autorità italiane è un’importante dimostrazione dell’attenzione del Paese alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie per la diffusione della conoscenza e, allo stesso tempo, un riconoscimento del valore che il nostro progetto di digitalizzazione può portare all’Europa.

Scritto da: Simona Panseri, Corporate Communications and Public Affairs Manager


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 27

Gay Liberation Monument

Gay Liberation Monument by George Segal.
Cristopher Park, New York City (set).

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 27

Un articolo che vale la pena riportare integralmente: Chiara Saraceno, «La doppia etica della vita» (La Repubblica, 24 agosto 2009, p. 1).
Il Bossi che se la piglia con le parole di condanna del Vaticano sulla crudeltà dei respingimenti è lo stesso che parla di identità cristiana-cattolica e di valori cristiano-cattolici quando vuole contrapporre il “noi” italiano (e meglio ancora padano) al “loro” dei migranti. Il Giovanardi che dichiara che parlare di Shoah nel caso delle centinaia (migliaia) di migranti che muoiono lungo le vie della migrazione – nei deserti, nelle prigioni libiche, in mare – è lo stesso che non fa una piega quando papa e vescovi parlando dell’aborto come assassinio, che si è scatenato contro la pillola Ru486, che parla degli embrioni appena fecondati come fossero esseri umani da proteggere (purché italiani, ovviamente).
Insieme al governo e alla maggioranza di cui fanno parte, ed anche con l’attivo sostegno di una parte dei cattolici dell’opposizione, hanno sostenuto le posizioni della Chiesa in difesa della “vita nascente” e perché si continuino a mantenere artificialmente in vita corpi che hanno ormai perduto ogni traccia di vita umana. Hanno promosso leggi “in difesa della vita”. E sempre “in difesa della vita” si sono opposti e si oppongono fino allo spasimo vuoi a sentenze dei tribunali, vuoi a pareri dei medici e delle comunità scientifiche. Apparentemente va bene difendere gli embrioni (italiani) e accanirsi su corpi impotenti (italiani) in nome della vita e dell’etica cristiana, chiamando assassini coloro che invece cercano di distinguere tra esseri umani e esseri che non lo sono ancora o non più. Quando si tratta di immigrati invece cadono tutti i principi, tutte le norme di difesa della vita e della dignità della persona. Gli immigrati sono vite impunemente spendibili, senza valore, meno umani di un embrione al primo stadio e di un corpo da cui si è allontanato ogni barlume di coscienza e di capacità di vita (respirare, nutrirsi) autonoma. E questa siderale distanza nel valore attribuito alla vita umana che deve dare scandalo, non il fatto, in sé del tutto legittimo, di reagire anche duramente ad un giudizio della Chiesa cattolica. Non soccorrere chi è in pericolo, rimandare, come si sta facendo, chi arriva sulle nostre coste nei paesi da cui provengono senza contestualmente preoccuparsi dei rischi per la loro vita che in molti casi questo comporta – è uno scandalo in sé, a prescindere dalle idee che si hanno su aborto e fine vita.
Ma diventa intollerabile, inaccettabile, se queste azioni sono promosse da chi, quando si tratta di aborto, fecondazione assistita, fine vita e testamento biologico, dichiara di aderire al concetto di vita umana proposto dalla Chiesa cattolica e lo impone per legge a tutti. Per una volta, verrebbe da dire finalmente, la Chiesa cattolica ha usato nei confronti delle morti tra i migranti per mancanza di soccorso e solidarietà umana termini simili a quelli che normalmente riserva a chi decide di abortire o di porre fine a una vita solo artificiale. A mio parere si tratta di situazioni assolutamente incomparabili. E l’accusa di esagerazione, rivolta da Bossi e Giovanardi alle parole del vescovo Vegliò, presidente della pontificia opera per i migranti, dovrebbe riguardare piuttosto l’accusa ricorrente di assassinio per le donne che abortiscono e per chi pietosamente sospende le cure a chi non può vivere più. Non il fatto di denunciare le responsabilità politiche e umane di chi abbandona al proprio destino di morte i disperati delle migrazioni, impaurendo e minacciando di sanzioni anche chi vorrebbe aiutarli. Non è il laicismo che sta corrodendo le basi morali della nostra società. È piuttosto l’uso strumentale della religione per scatenare campagne amico-nemico, noi loro, buoni-cattivi, salvo poi rivendicare ogni possibile eccezione quando serve, nei comportamenti privati come nelle politiche pubbliche.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 27

Salvatore Dama, «Cena Vaticano-PdL contro la legge sui gay» (Libero, 24 agosto 2009, p. 17):
È il rettore della cappellania della Camera. Ruolo che gli offre un osservatorio privilegiato, ma anche un canale di relazione diretta con la politica. Una sorta di ambasciatore della Santa Sede presso il Parlamento. Si tratta di monsignor Rino Fisichella. E capita che il Vaticano possa affidargli dei messaggi da far pervenire al di qua del Tevere. Alla maggioranza e al governo. L’ultima volta? Alcune settimane fa – era già agosto, le Camere chiuse per ferie – quando Fisichella ha cenato con un gruppo di parlamentari del Popolo della Libertà. Onorevoli scelti tra quelli considerati più vicini alle posizioni della Chiesa. Due le questioni intavolate: il progetto di legge sull’omofobia e quello che istituisce i DiDoRe, diritti e doveri delle coppie conviventi. Il Vaticano, e non è una notizia, è contrario a entrambe le iniziative legislative. Il timore è che si finisca per introdurre nella legislazione italiana una terza identità di genere: dopo la donna e l’uomo, l’omosessuale. E ciò, pur nella convinzione che le discriminazioni sessuali vadano punite, per la Santa Sede è inconcepibile. Non i presunti festini del presidente del Consiglio: sono questi i temi per cui l’alto prelato si sarebbe detto «molto preoccupato». Ed è a quel punto che i commensali avrebbero dato rassicurazioni. I DiDoRe sono finiti in un cassetto. E lì rimarranno per il resto della legislatura.
L’omofobia? La proposta di legge è ferma in Commissione a Montecitorio. E, caso unico a Palazzo, il relatore di maggioranza del provvedimento appartiene alla minoranza: la deputata del Partito democratico Paola Concia. Il PdL, in pratica, molla la pratica in mano all’opposizione e lascia libertà di coscienza ai suoi. Il che significa che quel testo non passerà mai. La maggioranza non alzerà un dito perché ciò accada. […] La notizia della cena sembra credibile, vista la fonte (che comunque mi sembra mostrare qualche accento inusitato – lasciando da parte l’orrendo svarione sulla «terza identità di genere»). E del resto è ben noto che simili cose accadono.
Non so quanto potrebbe essere efficace la legge contro l’omofobia; ma provvedimenti come questo contribuiscono anche indirettamente a mutare un clima culturale. Per questo, il sangue degli aggrediti di questi giorni ricade in parte anche sulla testa di Monsignor Fisichella e dei suoi commensali.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25

Ismail Rifa Jara va ad Addis Abeba con un suo gruppo e il leader dell’SLM Wahid al Nour ne prende le distanze.
Il meeting tra le più piccole e meno rappresentative fazioni di ribelli tenutosi ad Addis Abeba, sollecitato dall’inviato speciale per gli Stati Uniti Scott Gration, provoca un altra rottura nel Sudan Liberation Movement, già provato dalla separazione dalla componente fedele a Minni MInnawi, unico firmatario degli accordi di Abuja, nel 2006.
All’incontro, teso a unificare le sigle di ribelli in Darfur in vista di un possibile incontro di trattative con il governo sudanese, hanno partecipato SLM-Unity, SLM Juba di Ahmed Abdel Shafi, lo United Resistance Front (URF) e i diaspori dello SLM di Al-Nur guidati da Ismail Rifa Jara.

Ma l’operato di Scott Gration non piace. Nè ai gruppi ribelli più rappresentativi, SLM al Nur e Jem, che lo paragonano a un ministro degli esteri sudanese, nè agli attivisti statunitensi che gli rimproverano di voler soprassedere sui gravi crimini contro l’umanità perpretati ai danni della popolazione civile in Darfur per ottenere quanto prima dal Sudan un compromesso per la stabilità nella regione.

Leggi anche: Movimenti ribelli del Darfur si impegnano per unificazioneFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 25

Villaggio di Kadada, Darfur.

Il fotogiornalista Stuart Price ha vissuto tredici mesi in Darfur, catturandone volti, colori, luci ed ombre. Le foto di Stuart Price continuano a girare il mondo, sulle pagine dei principali canali di informazione di tutto il mondo.
Vi segnaliamo il sito dell’autore, dove è possibile visionarne la galleria fotografica: www.stuartpriceimages.com

Vedi anche: fotogallery Italians for Darfur
Libro: “Volti e colori del Darfur”, Ed. GoréeFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 25

Tratto da “BITTA GENERATION _ Fumetti d’oltremare”
Contributo di Harry Lagoussis
www.harrylagoussis.gr

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25

Tratto da “BITTA GENERATION - Fumetti d’oltremare” contributo di Franco Sacchetti

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25


Esiste qualcosa di più odioso della imposizione, ed è una imposizione mascherata da diritto, da privilegio. Insomma qualcosa che potrebbe prendere il nome di presa per il culo senza timore di usare una espressione troppo forte o troppo colorita.
Il nostro caro ministro del Welfare Maurizio Sacconi non è nuovo a dichiarazioni insensate e stavolta anche l’intervistatore meriterebbe una dura critica («Salari differenziati dai nuovi contratti o saltano gli sgravi alle retribuzioni»: una intervista su vari temi di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, 24 agosto 2009, che non fa una piega, non aggiunge un commento, non fa una domanda per denudare le fandonie del caro ministro, niente: le parole riportate con un copia-incolla che non meriterebbe una firma in fondo alla pagina. Viene da pensare che se le dichiarazioni di Sacconi sugli altri temi sono del tenore di quelle che stiamo per commentare non c’è davvero da stare allegri… perdonate se non ho voglia di leggermi tutto il papiello).
Sulla bioetica tutto il governo ha avuto finora posizioni laicamente unitarie, a vole­re difendere e attuare la legge 194 e rigorosamen­te verificare la compatibilità della pillola Ru486 con la legge stessa. Proprio perché riteniamo che si debbano salvaguardare i criteri che hanno evi­tato la solitudine della donna di fronte al dramma dell’interruzione di gravidanza. E per la regolazio­ne della fine di vita tutto il governo si è espresso a favore del diritto inalienabile all’alimentazione e all’idratazione per chi non è autosufficiente. A questo proposito, per attenuare la conflittualità parlamentare, potremmo ipotizzare l’immediata approvazione di queste norme rinviando a solu­zioni più condivise quelle relative alle dichiarazio­ni anticipate di trattamento.Laicamente? Verrebbe da chiedere a Sacconi quale sia la sua strampalata idea di laicità perché di laico ultimamente in Italia si è visto davvero poco, e non per difetto di osservazione.E anche sulla difesa della 194 verrebbe da interrogare il ministro: conosce le percentuali degli obiettori di coscienza? O i problemi delle attese e delle carenze del personale? Sa di cosa sta parlando o parla tanto perché si trova davanti qualcuno che gli fa le domande?Infilare il dramma delle donne e la loro solitudine è davvero squallido da parte di chi è almeno corresponsabile di quanto accade negli ospedali, della solitudine causata dalle circostanze in cui molte donne si trovano ad abortire, la solitudine e le difficoltà non intrinseche nella decisione di abortire ma determinate dalle condizioni logistiche e culturali di un Paese in cui la possibilità di interrompere una gravidanza è troppo spesso carta straccia.Ma il meglio deve ancora venire: il diritto alla nutrizione (nutrizione, ministro, nutrizione e non alimentazione perché come diceva sarcasticamente qualcuno le parole sono importanti e, aggiungerei, veicolano un mondo concettuale che è meglio avere chiaro e non incasinato come nella testa di Sacconi ove diritto e dovere si mischiano, nutrizione e alimentazione pure, libertà e laicità sono svuotate di significato)! Il diritto nessuno lo mette in discussione, nessuno che sia un essere ragionante e ragionevole. Ma qui non si parla di diritto (qui come nel ddl Calabrò, tanto per ricordare quel capolavoro legislativo e umano), ma di dovere. Si parla di qualcuno che decide per tutti gli altri, perché noi cittadini siamo tutti coglioni che devono essere nutriti e assistiti più o meno solo quando non lo vogliamo. Per tutto il resto c’è mastercard. Gli altri possono anche fottersi.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25

Roberta De Monticelli polemizza dalle pagine di Repubblica con Vito Mancuso («I valori condivisi dell’umanesimo ateo», 22 agosto 2009, pp. 40-41), che qualche giorno fa ha in parte dato ragione al papa nell’affermare che l’etica senza fondamento trascendente non è capace di sostenersi autonomamente ma può soltanto dar luogo al nichilismo.
Ed ecco l’argomento a difesa della tesi che l’umanesimo ateo non implica necessariamente il nichilismo morale. Risale a Platone, a quel suo dialogo che libera l’etica dalla religione. Sostenere che ateismo implica nichilismo è sostenere che se Dio non c’è tutto è permesso. Ma questa tesi è vera solo se, nel dilemma di Eutifrone, è vero uno dei due corni dell’alternativa: il bene è bene perché Dio lo vuole. Solo in questo caso, evidentemente, se Dio non c’è, “tutto è permesso”. Non c’è una differenza fra il bene e il male. Allora, “bene” è ciò che di volta in volta gli uomini decidono che sia – e chi ha il potere lo decide per gli altri, e a chi vi si oppone non resta che appellarsi a se stesso. Questo è il volontarismo, la tesi cioè che non c’è verità e falsità nelle questioni di valore, ma solo le volontà (e il loro conflitto). Ma naturalmente può invece essere vera la tesi alternativa del dilemma: che, semmai, Dio vuole il bene perché è bene. In questo caso, anche se Dio non c’è, il bene resta bene, il male male.
È nelle cose umane stesse che ci sono qualità positive e negative. Ripagare con cariche pubbliche favori privati è male. Ogni forma di mafiosità dei comportamenti è un male. Ogni volta che ce ne sdegniamo, facciamo esperienza del bene e del male. Certo, un’interpretazione dell’umanesimo ateo che implica il nichilismo c’è, ed è precisamente quella volontaristica. Fu quella, ad esempio, di Sartre – ed è oggi la tragedia di quella cultura anche progressista e liberale che non riesce a liberarsi dal relativismo valoriale. Addio alla verità è il titolo dell’ultimo libro di un influente filosofo postmoderno e mi pare si commenti da se. Ma dovremmo forse decretare che non può esistere un ateismo compatibile con l’etica?
Questo sarebbe confondere l’ethos – che è lo stile di vita e la scala di valori, la vocazione e la fede, l’identità personale o morale di ciascuno – con l’etica, che è il dovuto da ciascuno a tutti. E il primo dovere etico qual è, se non quello di accordare all’ethos del mio simile ateo, purché si dimostri compatibile con l’etica, lo stesso rispetto che esigo per il mio? Non è questa una versione della regola aurea? La distinzione tra ethos ed etica è fondamentale. Quando i laici sostengono che esistono infinite concezioni del bene, tutte potenzialmente valide, e infinite scale di valori, fra loro non commensurabili, si riferiscono quasi sempre a ciò che è bene per l’individuo, ai valori che questo persegue nella sua sfera personale; all’ethos, non all’etica. Nelle questioni di giustizia, in ciò che si deve fare nei rapporti interpersonali, non c’è posto per il relativismo (pur nel riconoscimento della problematicità e della varietà delle teorie morali, com’è inevitabile per chi si pone al di fuori dell’aderenza cieca al dogma).

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25

So where do we draw the line between men and women in athletics? I don’t know. The fact is, sex is messy. This is demonstrated in the I.A.A.F.’s process for determining whether Semenya is in fact a woman. The organization has called upon a geneticist, an endocrinologist, a gynecologist, a psychologist and so forth.

Sex is so messy that in the end, these doctors are not going to be able to run a test that will answer the question. Science can and will inform their decision, but they are going to have to decide which of the dozens of characteristics of sex matter to them.

Their decision will be like the consensus regarding how many points are awarded for a touchdown and a field goal — it will be a sporting decision, not a natural one, about how we choose to play the game of sex.

These officials should — finally — come up with a clear set of rules for sex typing, one open to scientific review, one that will allow athletes like Semenya, in the privacy of their doctors’ offices, to find out, before publicly competing, whether they will be allowed to win in the crazy sport of sex. I bet that’s a sport no one ever told Semenya she would have to play.

Da leggere tutto (Alice Dreger sul New York Times di oggi). Inutile cercare articoli di questo spessore sui nostri idioti quotidiani.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 23

Ventisette profughi del Darfur, residenti in un campo nei pressi di El Fasher, sono stati arrestati dalle autorità sudanesi, sembra con lo scopo di convincere la maggioranza degli sfollati a sostenere il processo di pace a Doha, in Qatar, secondo quanto riferito da alcuni leaders locali.
Il coinvolgimento dei cleaders (Umda) dei campi profughi a Doha era stato sollecitato nel corso delle ultime trattative dall’inviato statunitense Scott Gration.
Il campo è popolato per lo più da sostenitori del Sudan Liberation Movement di Al- Nur, che si oppone a trattative con il governo sudanese finchè non verrano disarmate le milizie e verrà predisposto un piano di rientro degli oltre due milioni di sfollati.
Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 23

Silvia Ballestra si conferma uno dei commentatori più sensibili e ragionevoli sui temi bioetici. Ecco cosa scriveva ieri a proposito della pillola abortiva («La tecnica, l’etica e il corpo femminile», Repubblica, 21 agosto 2009, p. 52; la stessa autrice aveva già toccato l’argomento qualche mese fa):
Ma perché desta tanto scandalo la pillola abortiva quando l’aborto è legale da trent’anni? Qual è il vero salto culturale? Cos’è che turba tanto gli oppositori più veementi?
Intanto va detto che la pillola rende la donna più autonoma rispetto al medico, il quale, quindi, viene sollevato da una parte del lavoro. Con la Ru486, non è più il medico a praticare materialmente l’aborto mediante aspirazione o raschiamento, ma è la donna stessa che, assumendo due pillole, agisce in prima persona sul proprio corpo. Il medico può limitarsi a verificare che vi siano le condizioni adatte, seguire il buon andamento, verificare l’esito, ma è la donna che, sveglia e presente, gestisce il proprio aborto, porta a compimento, fino alla fine, la decisione intrapresa. Colpisce una testimonianza riportata da Giovanni Fattorini nel suo libro Aborto: un medico racconta trent’anni di 194: parla di una ragazza che ha scelto la Ru486 non per la minore invasività, ma per la volontà di vivere fino in fondo l’esperienza del lutto, lontana da ipocrisie sanitarie. “Aveva deciso di rinunciare a un figlio e voleva farlo lei, non delegarlo a nessuno. Un estraneo le avrebbe messo le mani addosso con perizia, e magari con delicatezza, ma sempre con una partecipazione distante”. È chiaro che questo atto ulteriore di autodeterminazione spaventa e indigna quelli convinti che l’aborto sia un omicidio (e per i quali, dunque, in Italia girerebbero a piede libero milioni di assassine: nel caso, le vostre stesse nonne, madri, mogli, compagne, figlie). Ma è anche un ottimo modo per risolvere, in parte, l’annoso problema dell’obiezione di coscienza che – al contrario delle interruzioni di gravidanza, dimezzate in trent’anni – è la vera emergenza a proposito di aborto. E che riguarda ginecologi, anestesisti, infermieri e persino portantini. Ma con la Ru486 non è più il medico a farsi carico di un atto doloroso e pesante: la responsabilità ricade interamente sulla donna. Inoltre con la Ru486, l’aborto diventa un atto più discreto, circoscritto al rapporto medico-paziente, mentre adesso, con il chirurgico, è prevista una serie di passaggi per cui una quantità di persone può venirne a conoscenza: inutile dire che nei posti piccoli la “pubblicità” di una tale decisione, soprattutto in questo clima di demonizzazione, costituisce un peso in più per la donna, peggio se giovane. È proprio così: quello che terrorizza gli integralisti non è la presunta «facilità» dell’aborto farmacologico, e men che meno la sua presunta pericolosità per la salute femminile; è la perdita di controllo – sia pure relativa – sulle donne, che la pillola sottrae alle forche caudine dell’obiezione di coscienza e della pressione sociale conformista.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 21

La sede della missione congiunta ONU-Unione Africana in Darfur (UNAMID) ha ospitato ieri 19 agosto una prima tavola rotonda dei firmatari del Darfur Peace Agreement (DPA). Al’incontro hanno partecipato, tra gli altri (assenti i piu importanti gruppi ribelli), Minni Minnawi, noto comandante del Sudan Liberation Movement (SLM-MM), divenuto Assistente Speciale del Presidente sudanese proprio sulla base degli accordi di Abuja, e Abu Gasim, a capo della delegazione del Governo sudanese, governatore del West Darfur.
Secondo quanto si legge nel comunicato ufficiale di UNAMID, i partecipanti avrebbero chiesto alla comunità internazionale di riattivare la Darfur Joint Assessment Mission.
Approfondisci:

Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 21

Ho appena finito di leggere un documento molto interessante: si tratta dell’Annual Information Society Report del 2009 realizzato dalla Commissione Europea e pubblicato la settimana scorsa. L’obiettivo delle Istituzioni Europee è favorire la diffusione della larga banda per stimolare l’accesso ad Internet e quindi aiutare lo sviluppo del mercato dei contenuti digitali. Insomma più soldi per chi produce contenuti digitali e più informazioni e servizi per gli utenti.
I dati sono incoraggianti: con 114 milioni di utenti, l’Europa è il più grande mercato al mondo per la larga banda basata su connessione fissa e più del 90% della popolazione europea ha potenzialmente accesso ad Internet veloce, anche se ancora un terzo dei cittadini europei non è mai stato online.
La situazione è molto meno positiva se si osservano questi dati con un’attenzione particolare per l’Italia.
Il nostro Paese è sotto la media di EU27 per quanto riguarda la penetrazione della larga banda (molto più indietro rispetto a Francia, Inghilterra e Germania) e, nonostante siano stati fatti molti sforzi nell’aumentare la copertura DSL in tutto il territorio nazionale, nelle zone rurali i risultati non sono in linea con i Paesi più avanzati.
La Commissione ha poi fissato un indice che misura la performance della Banda Larga (BPI) prendendo in considerazione vari fattori come la copertura di larga banda nelle zone rurali, il grado di concorrenza del mercato, la velocità media di connessione, i prezzi medi dell’offerta Internet, i servizi a valore aggiunto ed il contesto socio-economico; qui arrivano veramente le note dolenti: purtroppo l’Italia è fra gli ultimi Paesi della Comunità (con dietro solo Romania, Bulgaria, Grecia, Polonia e Cipro) con un BPI di 0,38 (quasi la metà della Francia). Andando un po’ ad indagare sui fattori che causano questa situazione si scopre che questi sono la scarsa concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni, la poca propensione all’utilizzo di Internet per l’e-commerce o l’e-governement e la bassa alfabetizzazione informatica. Insomma sembra proprio che gli Italiani usino poco internet perché non sanno cosa farci: i worst performer in termini di utilizzo di Internet da parte dei propri cittadini nel 2008 sono Romania, Bulgaria, Grecia, Cipro, Italia e Portogallo.
Se non si vuole che questo ritardo diventi una arretratezza che si riflette in modo insanabile sullo sviluppo economico per il nostro Paese, credo che tra i vari importanti temi di policy che le nostre istituzioni dovranno mettere all’ordine del giorno al rientro delle vacanze dovrebbe esserci la governance dello sviluppo delle nuove tecnologie.

Scritto da: Marco Pancini, European Senior Policy Counsel


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 19

Se il motore di ricerca rappresenta uno specchio degli interessi del popolo della rete, oggi più che mai questo specchio è a vostra disposizione. Come? attraverso la versione italiana di “Insights for Search”, accessibile all’indirizzo: www.google.it/insights/search.

Di fatto lo strumento raccoglie e categorizza i termini di ricerca digitati su Google, restituendo dati come: liste delle parole più cercate in assoluto, liste delle parole che hanno mostrato un trend di crescita interessante (rispetto al periodo precedente, senza per forza essere le più cercate), l’andameno di ricerca di parole chiave messe a confronto tra loro e molto altro.

Insights, così come gli altri strumenti di Zeitgesit, disponibili all’indirizzo: www.google.com/zeitgeist, permette a ciascuno di noi non solo di dare un occhio a ciò che movimenta la rete settimana dopo settimana, ma di raccogliere utili spunti di riflessione (insights, per l’appunto) su trend in corso su Internet, all’interno di specifici mercati e/o categorie merceologiche.

La versione che lanciamo oggi, oltre ad essere in italiano, dà inoltre accesso a tutta una serie di strumenti aggiuntivi come:

  • previsioni sull’andamento di ricerca di alcuni termini
  • mappe animate che localizzano a livello geografico i termini ricercati
  • diagrammi che possono essere facilmente incorporati su siti esterni

Nulla come un po’ di pratica nell’uso di questo strumento potrà offrirvi, ci auguriamo, a nuovi spunti di riflessione. Ora, non resta vi che provare.

Scritto da: Google Italia Blog Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 17

Stanley Kubrick, intervistato da Eric Norden nel settembre del 1968:
Ciò che è più terrificante riguardo all’universo non è il fatto che ci sia ostile ma bensì che ci sia indifferente; ma se riusciremo a venire a patti con questa indifferenza e ad accettare le sfide della vita entro i confini della nostra mortalità – qualunque sia la distanza cui l’uomo sarà in grado di spostarli – la nostra esistenza in quanto specie potrà avere un significato e un compimento genuini. Per quanto vaste siano le tenebre, dobbiamo procurare noi stessi la luce. Nell’originale inglese:
The most terrifying fact about the universe is not that it is hostile but that it is indifferent; but if we can come to terms with this indifference and accept the challenges of life within the boundaries of death – however mutable man may be able to make them – our existence as a species can have genuine meaning and fulfillment. However vast the darkness, we must supply our own light.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 15

Uscita di prigione con un decreto di allontanamento “per motivi di pubblica sicurezza”, essendo svizzera e quindi extracomunitaria, Marusca Schenk dopo aver scontato due anni e sei mesi nel carcere di San Vittore per traffico di droga è rinchiusa da lunedì nel centro in attesa dell’esecuzione del provvedimento. Ma la sua permanenza ha creato un caso. Se entro domani non verrà liberata il consolato svizzero interverrà con la Prefettura. Ieri, nell’udienza di convalida, il giudice di pace avrebbe assicurato alla donna che entro quattro giorni sarà accompagnata al confine, come chiede da tempo. Già durante il periodo di carcerazione, 30 mesi, la Schenk aveva chiesto invano di essere espulsa per scontare la pena in Svizzera. Il vice console a Milano Peter Brunold usa parole misurate, non pone ultimatum sul giorno di rilascio della donna, ma il concetto è chiaro. «La vicenda è quantomeno strana — commenta il vice console — per questo abbiamo fatto richiesta di maggiori spiegazioni alle autorità italiane». La prefettura, che si occupa della questione assieme alla questura, ribadisce che per la donna — con regolari documenti — è stata correttamente applicata la legge. Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in consiglio comunale, commenta: «La vicenda mostra come ci siano disparità di trattamento fra chi viene da Paesi ricchi e da Paesi poveri. La donna non ha responsabilità, né l’hanno le autorità svizzere, ma non si è mai gridato allo scandalo quando a essere trattenuti sono stati cittadini africani o sudamericani».(Repubblica)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 15

Un cliente dell’albergo di Latina dove lavorava come responsabile del personale lo chiama “sporco negro”, la direzione dell’hotel non gli crede e si licenzia. E’ accaduto sabato scorso ad un cittadino congolese di 37 anni, Ali Shadadi, in Italia dal 1997, mediatore culturale e regolarmente impiegato in un hotel del capoluogo pontino. L’uomo ha raccontato la vicenda in una intervista a Articolo21. L’uomo ha raccontato di essere stato avvicinato da un abituale cliente dell’albergo che, svegliatosi tardi, chiedeva di mangiare anche se la cucina era ormai chiusa. Di fronte al diniego il cliente ha alzato il tono della discussione: “Possibile che per mangiare io debba chiedere a te, un negro. E’ per questo che l’Italia non va avanti, perché iniziano a comandare i negri“. Arriva addirittura a strattonare Ali e a minacciarlo davanti al personale dell’albergo e ad altri clienti dicendogli “ho una pistola”. Il cittadino congolese, impaurito e ferito nella dignità, si è rivolto alla direzione della struttura: “Questo cliente è scomodo, si può allontanare?” e si è sentito rispondere che si trattava di una “vicenda personale” della quale comunque non c’erano prove. Dopo aver denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine, non ricevendo solidarietà dai suoi datori di lavoro, ha deciso di licenziarsi: “Non si può far finta che non sia successo niente, la dignità non si può comprare”. (Repubblica)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 15

Da quando è stato lanciato il motore di ricerca di Google, ormai 10 anni fa, abbiamo costantemente fatto in modo che fosse accessibile dai principali domini nel mondo, da google.co.uk a google.com.mx. Solo quest’anno abbiamo lanciato 6 nuovi domini in Medio Oriente e Africa, portando così a 30 il numero totale di siti accessibili in Africa e 12 nei territori arabi, contando fra questi il Benin, il Libano e il Madagascar.

Il nome di dominio è lo strumento più utilizzato oggi per identificare una risorsa su Internet (come ad esempio un sito), il che spiega la sua importanza. Google ha da sempre cercato di offrire il proprio servizio utilizzando i nomi di dominio resi disponibili dall’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ovvero l’organismo internazionale che assegna e mantiene la lista dei nomi di dominio in tutto il mondo. Questo perché i domini non sono solo un modo per offrire un indirizzo semplice da ricordare, al posto di una lunga serie di numeri, quale l’indirizzo IP, ma rappresentano un primo passo verso l’obiettivo più grande di fornire servizi “locali” agli utenti, in qualunque paese si trovino. Proprio l’accessibilità è uno dei grandi obiettivi che l’Internet Governance Forum si è posto per favorire la diffusione della Rete come elemento di crescita culturale, economica e politica.

Oggi aggiungiamo un nuovo nome di dominio alla lista di Google: google.ps. Questo permetterà agli utenti di lingua araba collocati nei territori della Palestina e che usano un Internet Service Provider palestinese, di accedere a Google in arabo e trovare contenuti localmente più rilevanti.
Con il lancio di google.ps, portiamo a più di 160 il numero dei nomi di dominio in cui Google è disponibile in tutto il mondo.

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 15

Rosalux (o Rosalucsemburg) di Rosalucsemblog ha mandato una lettera all’Unità, indirizzata ai dirigenti del Partito Democratico, a proposito della polemica sul Tar e l’ora di religione («Il PD, o della Politica Dello struzzo», 14 agosto 2009):
Cari Dirigenti del Partito Democratico,
sono una vostra elettrice, una di quelle che vi garantisce – da sempre ma non per sempre – il voto con l’unica ragione del “minor male possibile” […]
È un semplice dato di fatto che l’ora di religione – così come è concepita – non possa dare crediti formativi, visto che la sua fonte giuridica è, paradossalmente, il concordato stesso, e precisamente dall’articolo 9 comma 2:

Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento.
All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.

È troppo, chiedervi di ricordare che il TAR ha semplicemente fondato la sua decisione sul concordato? Un credito formativo che possa essere ottenuto attraverso un’ora di religione dà luogo – ovviamente – ad una discriminazione: chi non la frequenta non potrà ottenerlo e sarà dunque discriminato, non avendo in orario scolastico alternative valide e altrettanto paganti. Da leggere tutto; e già che ci siamo, da leggere anche il dibattito, avviato dalla stessa Rosalux sul newsgroup it.cultura.religioni.cristiani, a proposito di «RU 486 e stili propagandistici», da cui traggo questa citazione (sempre sua; messaggio del 10 agosto, 19:52):
È proprio l’aspetto disumanizzante del negare la differenza tra uno zigote e un bambino, tra ciò che esiste già e ciò che potrebbe esistere un giorno, in nome di concetti astratti come “destino” o “finalità” che mi lascia senza parole e mi fa parlare di “diversità antropologica”. Mentre capisco perfettamente che qualcuno possa pensare all’anima, o al destino e considerare l’aborto un tabù, mi terrorizza l’idea che una persona possa davvero considerare un bambino come una cellula. Difficile dirlo meglio di così.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 13

Ieri 10 agosto, il Presidente sudanese Al Bashir ha inaugurato il nuovo ponte Um-Al-Tiyor- Al-Akad Bridge nello River Nile State, lungo 857 metri e costato 37 milioni di dollari. Il ponte rientra nel progetto Merowe Dam, che prevede, come ha anticipato alla stampa il Governatore dello River Nile State (Nahr Al-Nil), Ahmed Magzoub, lo sviluppo di tre città industriali, tra cui Al-Nil City, che costerà 125 milioni di dollari.
Un Paese a due marce, insomma, il cui centro cresce a rtimo delle potenze emergenti, mentre le periferie muoiono per fame, soggiogate dall’inganno della guerra e dalla discriminazione politica e culturale della minoranza al potere.

Nello stesso giorno, l’agenzia di stampa delle Nazioni Unite ha comunicato, magra consolazione, l’arrivo in Darfur di 38 poliziotti ugandesi, che entreranno a far parte del contingente ibrido della missione ONU-UA in Darfur (UNAMID). Con il contributo ugandese, la forza di polizia può ora schierare sul territorio circa 2.140 poliziotti, il 50% di quelli previsti in organico.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 13


Mihai Eminescu Romanian Poetry
Inserito originariamente da gianlucacostantini

Mihai Eminescu Romanian Poetry

Mihai Eminescu (Romanian pronunciation: [miˈhaj e.miˈnes.ku]; January 15, 1850 – June 15, 1889) was a Romantic poet, novelist and journalist, often regarded as the most famous and influential Romanian poet. Famous works include Luceafărul (”Evening Star”), Odă în metru antic (Ode in ancient meter), and the five Letters (Epistles/Satires). In his poems he frequently used metaphysical, mythological and historical subjects. In general his work was influenced by the German philosopher Arthur Schopenhauer. Eminescu had been active in the Junimea literary society, and served as editor of Timpul, the official newspaper of the Conservative Party.

image © 2009 - Gianluca Costantini

High resolution version of this image, forprinting purposes, available www.gianlucacostantini.com/download/Mihai+eminescu+poet.zip

www.gianlucacostantini.com

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 13

Scritto poco fa su Facebook da un’amica antropologa:
E io che vado a studiare il nascente laicismo in Nepal, mentre a casa ci sarebbe da fare l’etnografia di quello morente.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 13

Da uno che ha fatto partorire una donna di 63 anni e che ha annunciato di aver clonato un essere umano non te lo aspetteresti; ma Severino Antinori ama stupire, e forse la contraddizione è minore di quanto possa apparire a prima vista. Ecco parte delle sue dichiarazioni sulla pillola abortiva battute ieri da un’agenzia di stampa:
(Adnkronos) Roma, 10 ago. - «Da ginecologo consiglierei l’aborto chirugico. Quello farmacologico, molto più doloroso, comporta conseguenze più lunghe e traumatiche. Le donne sono più esposte così a rischi e infezioni. In Francia e in altri paesi avanzati, ad esempio, rispetto all’introduzione si è registrato un calo nell’assunzione del farmaco, chiaro segno che la pillola non è poco traumatica». Che l’aborto farmacologico non sia sempre una passeggiata è vero; la RU-486 è un farmaco, e come tutti i farmaci può comportare effetti indesiderati. Ma è anche vero che a causa di questo si è registrato in Francia un calo nell’assunzione di questo farmaco?
Andiamo a consultare l’ultimo fascicolo disponibile delle statistiche sull’aborto in Francia, curato da Annick Vilain: Les interruptions volontaires de grossesse en 2006 (Études et Résultats, 659), Paris, Direction de la recherche, des études, de l’évaluation et des statistiques (DREES), 2008. A p. 2 troviamo questo grafico, che illustra l’evoluzione della percentuale degli aborti farmacologici sul totale delle interruzioni volontarie di gravidanza:
Ora, questo andamento si potrebbe anche interpretare come un calo – ma solo a patto di guardare non il grafico direttamente ma il suo riflesso in uno specchio… In realtà, come si vede, dal 1993 in avanti non c’è stato un anno in cui la percentuale degli aborti farmacologici non fosse maggiore – nella sanità pubblica, in quella privata e nel complesso delle due – di quella dell’anno precedente (per quanto riguarda i numeri assoluti, basti sapere che dal 1991 in poi il numero di IVG in Francia si mantiene pressoché costante).
Gli unici anni in cui si registra un calo percentuale sono il 1991 e il 1992. Può essere una coincidenza, ma in quei primi anni dall’introduzione della RU-486 si verificarono tre reazioni avverse particolarmente serie – di cui una purtroppo fatale – al sulprostone, che era la prostaglandina usata allora per completare l’aborto (nel 1992 il sulprostone fu sostituito dal misoprostolo). Quindi forse Antinori ha ragione: un calo nell’assunzione potrebbe essere collegato a problemi del farmaco. Però prima occorre assicurarsi che il calo ci sia stato veramente

Per quanto riguarda gli altri paesi «avanzati», possiamo ricorrere a quest’altro grafico, tratto da Rachel K. Jones e Stanley K. Henshaw, «Mifepristone for Early Medical Abortion: Experiences in France, Great Britain and Sweden» (Perspectives on Sexual and Reproductive Health 34, 2002, pp. 154-61), che purtroppo si arresta al 2000:
La differenza delle percentuali francesi rispetto al grafico precedente è dovuta al fatto che qui si usano le percentuali sugli aborti precoci, non sugli aborti totali. Per il resto, il quadro è identico.
Infine un grafico per la situazione svedese, tratto da Sveriges officiella statistik, Aborter 2008 (Stockholm, Socialstyrelsen, 2009, p. 19), con lo stesso tipo di dati del grafico precedente: la linea nera e quella blu indicano le percentuali degli aborti chirurgici con aspirazione praticati rispettivamente prima di 12 e 9 settimane di gestazione; la linea rossa e quella verde le percentuali degli aborti farmacologici praticati prima di 9 e 12 settimane (si tenga presente che in questo paese dal 1991 gli aborti precoci sono in costante aumento rispetto al totale degli aborti praticati, vd. il grafico 4 alla stessa pagina):
Abbastanza eloquente, direi.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 11

Sembrava un sogno. Nel giorno del 53esimo anniversario della tragedia di Marcinelle, il Presidente della Repubblica Napolitano ha autorevolmente affermato che l’ “Integrazione per gli immigrati” è un’ “esigenza sociale e civile e un diritto fondamentale, il cui concreto soddisfacimento sollecita massima attenzione e impegni coerenti da parte delle istituzioni e di tutte le forze sociali”. E’ la prima volta in assoluto, credo, che un alto rappresentante politico parla dell’integrazione come un diritto e non come un dovere. Ribaltando l’impostazione politico-mediatica che dipinge l’integrazione come una brutta medicina da somministrare a dei bambini riottosi. Il Presidente della Camera Fini, invece, ha autorevolmente ribadito ciò per cui io vengo quotidianamente insultato su questo blog: “gli immigrati non sono ospiti momentanei. Chi lo pensa e parte con il presupposto che poi vadano via non ha capito nulla”. Marcello Veneziani, editorialista di Libero, ha autorevolmente (nei limiti concessi da un quotidiano come Libero) scritto: «l’Italia è un paese razzista. Nel nostro Paese c’è un razzismo inquisitorio e poliziesco. Basta avere la pelle un po’ scura per scatenare sospetti e panico». Poi Bossi mi ha autorevolmente svegliato: «Noi andavamo a lavorare non ad uccidere la gente». E la Mafia italiana negli Stati Uniti? Quella si che era un sogno. Per Bossi, s’intende.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 11

Nato nell’aprile del 2006, questo blog non rappresenta solo una finestra sulla realtà quotidiana di Google, ma anche una piattaforma di discussione e confronto su molti temi legati a Internet e ai nuovi strumenti digitali.

In quest’ottica AdWords è stato spesso tema di approfondimento all’interno del blog, alcune volte da un punto di vista più tecnico, altre invece all’interno di discussioni a più ampio respiro volte ad analizzare come Internet e le piattaforme digitali stiano rivoluzionando il modo di fare marketing oggi.

Data l’importanza del tema e i numerosi sviluppi che da sempre interessano questo prodotto, abbiamo ritenuto opportuno dedicargli un suo apposito spazio: il blog ufficiale di Google AdWords, dal titolo “Dentro AdWords“.

Dentro AdWords si propone di comunicare e annunciare le novità in campo AdWords per aggiornare i nostri inserzionisti su tutte le novità di prodotto. Questo blog è il risultato della trasformazione del blog AQUA per agenzie in un blog sempre incentrato su AdWords ma ora aperto a tutti gli inserzionisti.

Vorreste saperne di più sulla nuova interfaccia AdWords, sulle nostre tecniche di ottimizzazione, sui nostri seminari online o seguire le ultime notizie sul mondo media? Se la risposta è positiva allora visitateci subito, vi aspettiamo numerosi.

Scritto da: Google Italia blogs team

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 11

Sulle pagine dell’Altro è in corso da qualche giorno una polemica, innescata da un articolo di Gilberto Corbellini sugli Ogm e l’agricoltura biologica («Il biologico è moda, il futuro è OGM», 1 agosto 2009, p. 1) che esordiva significativamente così:
Una domanda agli ex-sessantottini che oggi si sono riciclati businessman e lobbisti dell’industria del cibo biologico, e che, con qualche conflitto d’interesse, hanno lanciato anatemi contro quei parassiti degli scienziati inglesi che hanno semplicemente ri-dimostrato quello che si sapeva da dieci anni; cioè che i cosiddetti cibi naturali non sono nutrizionalmente migliori di quelli tradizionali.
Non è che gli 8 milioni di italiani che, secondo un sondaggio Coldiretti-Swg, provano almeno una volta all’anno un prodotto naturale, penseranno di avere più diritti o di essere moralmente migliori degli 8 milioni di italiani che secondo l’Istat vivono in povertà? Magari perché questi ultimi non si possono permettere di consumare quello che prescrive il dottor Petrini. Dato che costa almeno il 30% in più, e loro non ce la fanno neppure ad arrivare alla fine del mese, andando a fare spesa nei discount. Vogliamo dire che gli 8 milioni di italiani poveri prodotti da una classe politica incompetente hanno almeno gli stessi diritti di chi può permettersi i sapori e le atmosfere delle catene di slow food, o una cena nel ristorante di Vissani? Vari commenti all’articolo si sono succeduti nei giorni seguenti: di Roberto Musacchio e Francesco Martone («il principio di precauzione, fondativo dell’Europa […]»), di Rina Gagliardi («se ti mandassi un articolo […] contro l’aborto e il femminismo, lo pubblicheresti?»), di Gaia Pallottino («Che ci faceva il pessimo articolo di Gilberto Corbellini in un giornale così attento ai diritti umani, pacifista e quindi necessariamente ambientalista?»), di Vinicio Giandomenico («avete perso un lettore»). Da questa sequela di reazioni stizzite, indignate, incredule; da questo piccolo catalogo des idées reçus, si capiscono due cose: perché la sinistra radicale è virtualmente svanita dal panorama politico italiano; e perché questa scomparsa è una delle pochissime cose positive accadute ultimamente in questo paese.
Ai critici ha risposto in nome del giornale Nanni Riccobono, e ha soprattutto replicato lo stesso Corbellini in un articolo apparso ieri, di cui va assolutamente letta almeno la prima parte («Vorrei una sinistra darwinista», 9 agosto, p. 1):
Sulla polemica nata in queste pagine da un mio articolo su Ogm e agricoltura biologica vorrei svolgere una riflessione un po’ più generale e allo stesso tempo personale. Perché la condizione di vuoto culturale e di riflusso vittimista in cui si sta avvitando la cultura politica di sinistra è l’esito di un processo che non ho vissuto stando chiuso nelle biblioteche. E perché i temi sociali ed economici della produzione agricola non sono per me una questione meramente accademica, o una scoperta strumentale.
Comincerò dall’ultimo punto. Ancora esattamente trent’anni fa, di questi giorni, non ero certo in vacanza. Accadeva già da almeno una decina di anni, che tutte le estati io dovessi lavorare come salariato agricolo stagionale e trattorista, dato che, per i miei genitori, mantenermi agli studi era una spesa che incideva significativamente sul bilancio. Se volevo godermi il privilegio di studiare dovevo contribuire a pagarlo. Tutta la mia famiglia, fino ai bisnonni, materni e paterni, ha condotto una vita contadina, prima come braccianti e poi salariati agricoli. I miei nonni, e anche qualche mio coetaneo, venivano ancora dati in affitto dalle loro famiglie quando erano bambini – forse qualcuno sa che esistevano i “famei”, cioè appunto i bambini affittati in cambio di vitto e alloggio e che dovevano lavorare come schiavi presso famiglie contadine più agiate. Con tutta la buona volontà, ricordando molto bene i racconti dei miei nonni, e la mia infanzia, non riesco a trovare traccia di quelle rappresentazioni bucoliche descritte dagli Olmi, dai Celentano e dai Petrini quando teorizzano l’idea della Terra Madre. Io ricordo solo povertà, malattie, fatica, violenza, soprattutto nei confronti di donne e bambini, discriminazione e ignoranza intesa come analfabetismo. E una società patriarcale che nei secoli ha fatto più morti delle guerre mondiali e dei conflitti combattuti nel Novecento: che vorrei veder seppellita per sempre e anche più profondamente delle scorie tossiche.
Dunque io non parlo di agricoltura e prodotti agricoli per sentito dire. È qualcosa che conosco bene, non solo sul piano scientifico o tecnico, ma anche del cosiddetto vissuto. Non voglio fare del moralismo e rispetto tutti. Anche quegli amici e compagni che, diversamente da me, provenivano da famiglie ricche e non hanno mai dovuto fare particolari sacrifici, e che oggi mi trattano da reazionario perché voglio che tutti abbiano la possibilità di scegliere come vivere mentre loro teorizzano o praticano un ritorno obbligato per tutti alla povertà economica (che chiamano con termine colto “decrescita”).
Il mio pensiero è che chiunque deve essere libero di vivere e fare come vuole, senza pretendere di limitare la libertà di chi preferisce fare scelte diverse. Nella misura in cui le scelte e i comportamenti di ciascuno non producono danni fisici o interferiscono con la libertà di altri si dovrebbero rispettare. Credo che questo sia il minimo presupposto per convivere democraticamente. Al di sotto di questo la democrazia scompare. Orbene, questo significa però che non ci si possono inventare dei pericoli inesistenti per limitare delle scelte che magari non coincidono con le nostre preferenze ideologiche. Altrimenti si ragiona come gli integralisti cattolici che si inventano le peggio cose sull’omosessualità e il sesso in generale, con lo scopo appunto di reprimere delle libertà e dei diritti fondamentali.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 11

Roberta De Monticelli, «Una pillola da non scomunicare», Il Sole 24 Ore (8 agosto 2009, p. 9):
[O]nestà vorrebbe che lo si dicesse chiaro: quello che della pillola abortiva non va bene è il fatto che umanizza una condizione dolorosissima. Il fatto che, come sempre la medicina, diminuisce la nostra sofferenza quando è inutile.
Se una prende una decisione che la sua guida spirituale giudica malvagia, che almeno soffra il più possibile, e soprattutto che sia il più possibile dipendente dal medico (cioè da colui che dovrebbe invece essere semplicemente al servizio del paziente libero, responsabile e informato, quando si tratti di sanità pubblica). Anzi: ben venga la dipendenza e l’onerosità, come forza dissuasiva, e pazienza se la peccatrice non avrà peccato solo per evitare quest’onere. Certo una profonda stima della maturità morale dei cittadini, questa: non facilitate l’aborto, se no le remore morali verranno meno!
Qualche vescovo ha detto ciò chiaramente? Nemmeno per sogno: su questo punto la nebbia si fa fittissima. Scrive il cardinal Poletto: «La nostra scelta di parlare è nata per contrastare un punto di vista che consideriamo molto pericoloso e sbagliato, quello per cui la pillola renderebbe l’aborto facile e indolore». Ma se non lo rendesse facile e indolore (siamo d’accordo!) – perché opporsi a essa invece che direttamente alla 194?
C’è un altro argomento che invece sarebbe chiarissimo: troppa libertà. La vicenda di Eluana prima e ora quella della RU486 «ci fanno vedere – scrive il cardinal Bagnasco – un indirizzo prevalente se non assoluto verso la libertà dell’individuo, una libertà che sembra essere assoluta». Ecco, ma su questo punto le persone che infine scelgono e decidono, secondo quanto finora previsto dalla legge, cioè gli individui adulti e responsabili, in particolare le donne, sono o non sono “troppo” libere? Al dunque, sì e no, insieme.
Poverette. «Gravissime sono le ricadute psicologiche – recita il documento dell’Ufficio per la pastorale della salute della Diocesi di Torino – perché il medico, quando non sceglie di avvalersi dell’obiezione di coscienza, assume il ruolo di assistente passivo e la donna diventa protagonista dell’atto abortivo che si protrae nel tempo, finché, dopo interminabili ore vissute nell’angoscia e con inevitabili sensi di colpa, è costretta a vedere il figlio espulso, rifiutato come un corpo estraneo». «Costretta»? Ma il problema non era che era troppo libera? Da leggere tutto.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 09

Si è uccisa perché era clandestina e non riusciva a regolarizzarsi, e per questo era caduta in depressione. Il corpo senza vita di F.A., 27 anni, marocchina, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. La donna, notata da alcuni passanti, era sotto il ponte del centro storico, è stato riportato a riva alle 21 circa. E’ stato il fratello Mohamed stamattina a presentarsi ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L’uomo, che invece è regolare (come anche i genitori) e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che F. era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato. E questo l’avrebbe portata a uccidersi. Ma gli inquirenti del posto sono scettici: la ragazza, infatti, era in Italia da cinque anni e viveva presso la famiglia. Si pensa quindi che il suicidio sia legato solo a problemi psichici. (Repubblica)

PS: i politici che, con due o tre famiglie e annesse amanti e escort al seguito, manifestano al “Una Family - l’altra è gratis - Day” sono quelli che permettono che una ragazza di 27 anni, con problemi psichici, non possa ricongiungersi legalmente con il resto della famiglia in Italia solo perché marocchina. Gli inquirenti “scettici”, invece, hanno già escluso che lo stato di clandestinità possa aver provocato il suicidio: a provocarlo “solo” problemi psicologici. Il fatto che questi problemi siano stati esasperati dalla scadenza che avrebbe trasformato la ragazza in una criminale non è preso in considerazione. Ha già vissuto cinque anni da clandestina. Li vedo già dimenarsi, quelli della “tolleranza zero”. Cinque anni da clandestina? Evidentemente bastano e avanzano. Era ora che si buttasse nel fiume. Una in meno.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 09

Va bene, lo confesso subito: l’argomento di questo post non è per niente (o quasi per niente) quello che vi aspettavate che fosse dopo aver letto il titolo. Ma quest’ultimo, lo giuro, è pertinente, come converrete anche voi alla fine.

Tutto inizia dall’articolo di Paolo Guzzanti, comparso sul numero in edicola di Panorama (12 agosto 2009, p. 73), a proposito della legge del doppio cognome. Già dal titolo, «Una legge inutile e furbastra», è evidente cosa pensa Guzzanti di questa innovazione; ed ecco le sue ragioni:
Che trovata, che modernità: un ritorno all’antico costume spagnolo di appiccicare il cognome della madre a quello del padre […]. La notizia è attendibile: dopo un accurato inciucio, l’Italia si prepara a varare una legge politically correct che, d’ufficio e senza opzioni di scelta, applicherà a ogni bambino il cognome della madre accanto a quello del padre. Conseguenza: quando la signorina Maria Rossi si sposerà con il signor Mario Bianchi, metterà al mondo un piccolo Giuseppe Rossi Bianchi il quale poi, caduto nelle pene d’amore per Albertina Verdi Colombo, metterà al mondo con lei Gian Marco Rossi Bianchi Verdi Colombo e così via. Questo scherzo potrà durare un paio di generazioni e poi ci vorrà un’altra legge per tornare come prima o magari assumere la matrilinearità o il sorteggio dei cognomi per i neonati insieme ai numeri del lotto. In effetti, sulla stessa pagina di Panorama un altro articolo ci informa che la decisione sarebbe stata già presa, e che «non sarà una facoltà [cioè non sarà facoltativo, ma bensì obbligatorio] assumere i cognomi di entrambi i genitori. Una riforma che si limitasse ad attribuire la semplice facoltà difficilmente produrrebbe effetti concreti». Decisione infelice, sia perché inutilmente paternalistica – siamo così sicuri che gli italiani non adotterebbero con favore il doppio cognome? – sia perché potrebbero esserci ottime ragioni a indurre dei genitori, di comune accordo, a chiamare i figli con uno soltanto dei loro cognomi. (Per quanto riguarda invece la moltiplicazione dei cognomi temuta da Guzzanti, mi sembra difficile che la commissione che si sta occupando della questione non ci abbia pensato e non abbia ideato qualche semplicissima contromisura.)
Guzzanti, a quanto sembra, non gradirebbe comunque neppure una legge che lasciasse la più ampia libertà di scelta:
È una legge furbastra, quella del doppio cognome destinato a moltiplicarsi per quattro, otto, sedici, trentadue, fino all’intero elenco del telefono perché, in un momento in cui il femminismo è morto, si costruisce sulla sua tomba la finzione di uno Stato delle false pari opportunità che compensa con metrate, chilometrate di inutili cognomi le donne devastate dall’uso mercantile del loro sesso […]. Ora, che una misura di questo genere non possa neanche lontanamente sostituire la costruzione di un’uguaglianza sostanziale fra i sessi è pacifico; ma questo non autorizza il benaltrismo di Guzzanti. Io ho un metodo empirico per valutare la possibilità delle misure politically correct – che contrariamente a quanto si pensa, non sono sempre inutili e ridicole – di incidere concretamente sul costume: leggo cosa ne pensa la parte più retriva della società e della politica. Se l’opposizione a un provvedimento è isterica e apocalittica, allora quella misura tocca qualche interesse, anche solo simbolico, e non risulterà probabilmente del tutto inutile. Ebbene, il doppio cognome ha appunto suscitato reazioni di quel tipo: si veda cosa ne hanno detto in passato Luca Volontè, Marcello Pera e tanti altri.

Quella che ci vuole è dunque una legge semplice, non burocratica, che lasci la più ampia libertà, e su cui possibilmente non si debba perdere troppo tempo. Dobbiamo scrivercela da soli? Non è detto; di proposte in materia ne sono state presentate tante in Parlamento. Diamo un’occhiata. Troviamo alcune mostruosità normative (diffusissima, per esempio, la stramba ossessione di porre comunque al primo posto il cognome paterno), ma anche proposte di buon senso. Nelle due ultime legislature – non sono risalito più in là – mi pare che la proposta migliore sia il ddl C. 1551 della XV legislatura, «Disposizioni in materia di attribuzione del cognome ai figli», presentato alla Camera il 1 agosto 2008, e avente come primi firmatari l’On. Maria Rosaria Carfagna e l’On. Enrico La Loggia (sì, sono sorpreso anch’io). Consta di un solo articolo in cinque commi:

  1. L’ufficiale dello stato civile, sentiti i genitori, attribuisce al figlio all’atto della nascita il cognome del padre, ovvero il cognome della madre, ovvero entrambi i cognomi nell’ordine determinato di comune accordo tra i genitori stessi.
  2. In caso di mancato accordo tra i genitori, l’ufficiale dello stato civile attribuisce al figlio all’atto della nascita i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico.
  3. Ai figli successivi al primo, generati dai medesimi genitori, l’ufficiale dello stato civile attribuisce d’ufficio lo stesso cognome attribuito al primo figlio.
  4. Il cittadino cui siano attribuiti i cognomi di entrambi i genitori può trasmetterne al figlio soltanto uno, a propria scelta.

(Ometto il quinto comma, che si occupa del cittadino maggiorenne che vuole cambiare cognome.)
È quasi perfetto – evita pure la crescita esponenziale dei cognomi nelle future generazioni. Manca solo quello che potremmo chiamare l’emendamento Regalzi, che modifica il quarto comma in questo modo, tanto per coprire proprio tutti i casi: «Il cittadino cui siano stati attribuiti due cognomi può trasmetterne al figlio soltanto uno, a propria scelta; può trasmetterli entrambi solo nel caso in cui l’altro genitore rinunci a trasmettere il proprio».

Lo so: sarebbe meglio avere un paese senza doppio cognome, ma dove in compenso le donne che fanno carriera – fino alle più alte posizioni – non fossero troppo spesso quelle che hanno elargito favori sessuali a uomini potenti. So anche che si potrebbe fare qualche amara ironia su quel disegno di legge e su chi l’ha firmato. Ma siamo proprio sicuri che rinunciando all’uguaglianza nelle piccole cose si affretti l’uguaglianza in quelle grandi?

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 07

Sono trascorsi due anni dall’approvazione della Risoluzione 1769 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che dava il via alla missione ibrida dell’ Unione Africana e delle Nazioni Unite in Darfur, Sudan (UNAMID).
In occasione del rinnovo del suo mandato, ventitrè ONG, tra cui ITALIANS FOR DARFUR ONLUS per l’Italia, impegnate da anni nella campagna internazionale in difesa dei diritti umani in Darfur, hanno stilato e sottoscritto un documento congiunto sullo stato dell’UNAMID, evidenziandone i limiti e gli interventi necessari e improrogabili per garantire una efficace protezione dei civili coinvolti dal conflitto, in corso da oltre sei anni.
Il contingente di peacekeepers, infatti, sebbene sia riuscito a garantire in alcuni casi il miglioramento delle condizioni di sicurezza in ristrette aree della regione, paga il costante ostruzionismo del governo sudanese e la negligenza e irresponsabilità della comunità internazionale, che non riesce a fornire le basilari risorse logistiche, in particolare i velivoli da trasporto, fondamentali in un’area grande quanto la Spagna.

Ma ciò non significa che non possa essere potenziato e messo nelle condizioni di ottemperare al proprio mandato. UNAMID è stato stanziato in Darfur per il lungo termine e, se la comunità internazionale è effettivamente votata a costruire una pace sostenibile in Sudan, deve allo stesso modo impegnarsi per creare un UNAMID efficace.
Negli ultimi sei mesi, alcuni barlumi di speranza hanno illuminato il potenziale impatto positivo che UNAMID può avere nella stabilizzazione della sicurezza e nella creazione di una situazione favorevole per i negoziati politici. Ci riferiamo alla forte risposta da parte dell’UNAMID alle violenze scoppiate a Muhajeria a al ruolo positivo della missione a seguito dell’espulsione di alcune organizzazioni umanitarie all’inizio di marzo.
Purtroppo, questi esempi rimangono una rara eccezione piuttosto che la norma.
C’è un urgente bisogno di una chiara dimostrazione di volontà politica da parte della comunità internazionale che sostiene UNAMID. E’ il necessario ingrediente per porre fine all’ostruzionismo del Sudan e per fornire risorse indispensabili alla missione.
La comunità internazionale deve raccogliere tutta la sua determinazione per dare seguito alle promesse che riguardano l’ UNAMID e per sostenere il conseguimento della pace in Darfur.

Il rapporto completo, in italiano, delle ONG sulla missione UNAMID è disponibile sul blog di Italians for Darfur : “Building a better UNAMID
Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 07

“I governi africani proteggono Bashir dal mandato di cattura internazionale spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aia”. E’ questo il succo di una dichiarazione di Hillary Clinton, segretario di stato USA, all’inizio del suo viaggio in 7 paesi africani partito il 5 agosto dal Kenya. A riferire la notizia è Apcom nel suo spazio sull’Africa Subsahariana.
“Teoricamente” Bashir, uscendo dal Sudan ed entrando in uno dei Paesi che riconoscono la CPI, dovrebbe essere arrestato. Dallo scorso marzo si è recato in diversi Paesi africani e arabi, molti dei quali “teoricamente” rispettosi delle decisioni della CPI, ma non è mai stato arrestato.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 07

Elisabetta Canalis nel film Decameron Pie
Desidero fare i miei più sentiti complimenti a Georges Clooney per la presunta “love story” con Elisabetta Canalis. Si tratta di un decisivo salto di qualità per Clooney e sicuramente un buon augurio alla Canalis. Leggo infatti che “le pas­sate fidanzate di Clooney non hanno fatto una gran carriera: non si sa più niente del­la ex cameriera francese, né della ex spo­gliarellista del Nevada, con cui si era fatto vedere negli anni passati”. Sono però un pochino preoccupato per l’amico Georges, non vorrei che andasse incontro ad una delusione affettiva: sarà anche l’uomo più sexy del pianeta, ma gli manca un po’ di melanina. Alla Canalis, infatti, “piacciono i neri. Spesso li trovo più sexy. E, quando vedo una coppia mista, mi ci riconosco molto”. Vi avverto però (non io, la Canalis) che lei non sopporta “le battutine a sfondo sessuale. Uomo nero uguale stallone. Quello è uno stereotipo da razzisti”. Affermare però, come ha fatto in un’intervista al Corriere Magazine, “Non visiterei mai i paesi islamici”, non è razzismo. La ragazza si impegna, cerca di rilasciare interviste interessanti e al passo con l’attualità, visto che nei film le chiedono solo di mostrare qualcos’altro. E poi si sa benissimo che dalle parti degli islamici difficilmente accetterebbero una Canalis travestita, che ne so, da Mullah in topless. Qui è un’altra cosa, si è travestita da suora con tanto di crocefisso penzolante tra gli attributi materni e nessuno ha fiatato. Manco il Papa. E’ solo questione di sicurezza personale, quindi: senza l’invito di un Emiro mutimiliardario, la Canalis rischierebbe la Fatwa. E lei non può permettersi una cosa del genere. E’ risaputo, infatti, che il principale problema delle donne minacciate dai fondamentalisti islamici è come «fare shopping ora che dovrò girare con la scorta». Chiedetelo a chi ci è passato.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 07

Agosto: tempo di vacanza per molti, per altri forse la possibilità di dedicarsi ad alcuni approfondimenti su come migliorare le proprie campagne pubblicitarie online grazie ai nuovi strumenti digitali.

Oggi abbiamo deciso di dedicarci a due applicativi in particolare: il Convertion Optimizer (o strumento per ottimizzare le conversioni) e il Display Ad Builder (generatore di annunci display) attraverso due video tutorial appena caricati nel canale YouTube di Google Italia:

Per chi non lo sapesse, ricordo che abbiamo creato all’interno del nostro canale YouTube un’apposita “playlist ads”, con video consigli su come migliorare il ROI delle vostre campagne AdWords e come sfruttare al meglio i numerosi servizi a vostra disposizione, sia per la parte Search, sia per la rete di contenuti di Google. Buona visione!

Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 07

Bentornati al nostro appuntamento con “Lo sapevate che…”, le mini-guide di Google dedicate ai webmaster ad uscita bisettimanale. L’argomento di oggi riguarda i reindirizzamenti (o redirezioni) di tipo 301, ossia gli spostamenti permanenti di una pagina in un’altra posizione.
Quando è necessario effettuare un reindirizzamento 301 e qual è il modo migliore per implementarlo? Quali fattori è necessario tenere in considerazione?
Come di consueto, troverete tali informazioni e i prinicpali link di approfondimento nel
Forum di Assistenza per i Webmaster.

Vi ricordo che “Lo sapevate che…” vi terrà compagnia con un ultimo appuntamento prima della pausa estiva e che riprenderà con un nuovo ciclo di interessanti tematiche tra settembre e ottobre.

Se intanto doveste aver perso qualcuno degli appuntamenti precedenti, eccovi i link per ritrovarli:

Vi aspettiamo tra due settimane con:

  • Flash

Per qualsiasi domanda/commento/suggerimento scriveteci sul Forum di Assistenza per i Webmaster.

Buona lettura!

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Team di Google


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 07

Ho la sensazione che Antonino Zichichi scriva meno di un tempo; e questo è un peccato, perché i suoi articoli costituiscono quasi sempre un piacevolo stimolo intellettuale. Prendiamo per esempio quello pubblicato ieri su Avvenire (quotidiano che già di suo è un’altra fonte generosa di riflessione, come ben sanno i lettori più fedeli di Bioetica): «Se la scienza nasce dal cuore della fede», 5 agosto 2009, p. 27, dove possiamo leggere queste parole:
Nasce così l’esigenza di conoscere la data esatta dell’equinozio di primavera che non può essere né in ritardo né in anticipo, rispetto alla data che indica il calendario. […] Oggi l’equinozio è sempre il 21 marzo e così resterà nei secoli grazie al calendario gregoriano, che tiene conto del terzo movimento della Terra [cioè la precessione degli equinozi, ndGR]. Chiunque ricordi le lezioni di geografia astronomica alla scuola superiore rimarrà un poco perplesso: l’equinozio di primavera (cioè il primo dei due giorni dell’anno in cui le durate del giorno e della notte sono praticamente identiche), infatti, non cade affatto sempre nella stessa data, e questa data, negli ultimi anni, è stata solo raramente il 21 marzo.
Per sincerarsene basta dare un’occhiata al sito dello U.S. Naval Observatory, dove c’è una pagina che elenca i tempi precisi in cui si verificano equinozi e solstizi: ebbene, dal 2000 al 2020 l’equinozio di primavera si è verificato per diciannove volte il 20 marzo e soltanto due il 21, rispetto al Tempo Universale Coordinato (che equivale per quel che qui ci interessa al vecchio Tempo del meridiano di Greenwich); in Italia, dove siamo un’ora avanti, l’unica differenza è che l’equinozio cadrà il 21 marzo anche nel 2011.
Diamo un’occhiata più da vicino, partendo proprio dal 2000. Da un anno a quello seguente, l’istante preciso dell’equinozio di primavera accusa un ritardo variabile, ma che in media sembra essere di circa 5 ore e 50 minuti (la variazione è sempre solo di pochi minuti). Dopo 4 anni, nel 2003, il ritardo accumulato porta l’equinozio a «sforare» al 21 marzo, ma l’anno dopo si ha un balzo indietro alle prime ore del 20 marzo e il ciclo, apparentemente, ricomincia. Apparentemente: perché a guardar bene l’equinozio non si verifica alla stessa ora di quattro anni prima, ma ha un anticipo di circa 45 minuti (il ritardo annuale rimane invece costante attorno a 5 ore e 50 minuti).
A questo punto il lettore più attento si porrà una questione: ma se ogni quattro anni il ciclo riprende spostato indietro di 45 minuti, questo vuol dire che anche lo sforamento al 21 marzo avrà un margine sempre più esiguo, e alla fine non si verificherà più; anzi finirà per verificarsi all’altro estremo, e avremo quindi equinozi di primavera il 19 marzo. In effetti, basta dare un’occhiata alla tabella per accorgersi che il 2007 è stato l’ultimo anno in cui l’equinozio – rispetto al Tempo di Greenwich – poteva verificarsi il 21 marzo (in Italia l’ultimo anno sarà il 2011). Una tabella più completa, per il periodo 1788-2211, ci conferma questa conclusione: il 2007 sarà per moltissimo tempo l’ultimo anno in cui l’equinozio di primavera si sarà verificato il 21 marzo; solo nel 2102 avremo di nuovo un equinozio in quella data, mentre dal 2044 potranno capitare equinozi anche il 19. Altro che «resterà nei secoli»…
La spiegazione di questo curioso fenomeno è in realtà molto semplice. Da un equinozio di primavera al successivo passano in media 365,2424 giorni; ma il calendario di giorni ne ha soltanto 365. La differenza media di 0,2424 giorni equivale a 5 ore e 49 minuti (le variazioni sono dovute al fenomeno della nutazione), ed è appunto questo che causa il ritardo dell’equinozio. Ogni quattro anni l’aggiunta del giorno bisestile fa ripartire il ciclo, ma non esattamente, dato che 5h 49m × 4 = 23h 16m, il che provoca l’anticipo di quasi 45 minuti che abbiamo visto. Il calendario gregoriano rimedia anche a questa discrepanza, sopprimendo il giorno bisestile negli anni divisibili per 100 (ma non per 400), come per esempio il 2100; ma ciò non può impedire che le date di equinozi e solstizi varino nel modo che abbiamo visto.
E Zichichi? Come ha fatto a sbagliarsi? Per prima cosa, tra il 1900 e il 1943 il 21 marzo è stata effettivamente la data più frequente dell’equinozio; Zichichi è nato nel 1929, e all’epoca è probabile che si ripetesse quasi sempre che la data era quella, senza andare tanto per il sottile. Ma soprattutto, allo scopo di semplificare il computo della data della Pasqua la Chiesa considera per l’equinozio di primavera una data fissa, che è appunto il 21 marzo, lasciando da parte la realtà astronomica. Probabilmente è questo che ha tratto in inganno il nostro autore (e non solo lui: nella cultura popolare la data che tutti conoscono è il 21); ma dal suo errore abbiamo tratto lo spunto per un ripasso di astronomia. Appunto dicevo che i suoi articoli costituiscono quasi sempre un piacevolo stimolo intellettuale…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 07

Luca Volontè, «La pillola abortiva è l’ultimo regalo del governo Prodi» (Libero, 4 agosto 2009, p. 6):
Il biennio Prodi porta ancora i suoi effetti, anzi talune di queste mele velenose, scoppiano in ritardo con effetti deflagranti. Attento alla sovrapposizione di metafore, caro Luca: può avere talvolta un effetto – uhm, come dire? – deflagrante…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 05

In Pakistan 8 cristiani sono stati bruciati vivi per una menzogna, anzi, per una bufala. “Hanno profanato il Corano”: questa era l’accusa lanciata da un gruppo di estremisti messo al bando da Islamabad. Tanto è bastato per scatenare un’orgia di follia e barbarie. Non è la prima volta che capita. E non capita solo in Pakistan: anche in altri paesi islamici si sono verificati scontri con la minoranza cristiana, scatenati dall’una o dall’altra parte, a seconda da dove è partita la bufala. Quella prediletta dai fondamentalisti islamici imputa ai cristiani di aver “insultato Maometto” mentre quella preferita dai fondamentalisti cristiani accusa gli islamici di aver “rapito e convertito con la forza una ragazza”. Tutte balle, sapientemente suggerite da mercenari della guerra civile che cercano di seminare zizzania per imporsi e ricattare i propri governi, ma che - purtroppo - attecchiscono benissimo nelle periferie degradate e nelle campagne povere. Proprio li, tra l’altro, vengono reclutati i carnefici da portare in pullman fino alla località presa di mira, poiché gli autoctoni cercano sempre di proteggere i propri vicini, invece che partecipare. Ebbene: quando capitano queste tragedie, le grancasse mediatiche suonano a tamburo battente. Ogni musulmano del globo, dagli Stati Uniti all’Indonesia, viene messo sul banco degli accusati assieme ai terroristi pakistani. A ognuno del miliardo e passa dei fedeli del Corano vengono richieste condanne, prese di distanza e scuse. La loro colpa è quella di praticare la stessa fede in nome della quale vengono commessi questi crimini. Che ogni musulmano interpreti la sua fede seguendo un percorso personale, sociale e culturale diverso è un dettaglio di poco conto. L’importante è che si scusino comunque.

Quando invece uno come il sottoscritto smonta - supportato da un editoriale di Le Monde e un comunicato dell’Università Cattolica di Lille - una bufala che attribuisce ad un inesistente sociologo algerino naturalizzato francese dei propositi umanitari tipo “Noi (musulmani, ndr) non abbiamo gli obblighi cristiani di portare assistenza agli orfani, i deboli o i portatori di handicap. Noi possiamo, e dobbiamo, al contrario, schiacciarli se costituiscono un ostacolo, soprattutto se sono degli infedeli”, la risposta dei blogger che l’hanno ripresa è stata: “la parola di un Maomettano (cioè il sottoscritto) vale meno di zero”. Il concetto non mi è nuovo, l’ha messo per iscritto anche un giudice milanese. E quindi la bufala diventa verità a prescindere. Ok, e Le Monde? “E’ un giornale radical-chic di sinistra” (Mica come La Padania e Libero, quotidiani di comprovata serietà anglosassone). Persino il comunicato di smentita dell’Università di Lille si presta alle più fantasiose traduzioni dal francese da parte di questi fini linguisti. Anzi, visto che alla disonestà non possono esserci limiti di sorta, ho letto pure cose tipo “Anche se Mohammed Sabaoui”, il sociologo-fantasma per intenderci, “non esiste, le cose che dice sono comunque vere”. Non fa una piega. Logica cristallina, direi. Come ho fatto a non pensarci prima? Questi campioni dell’onestà intellettuale sono gli stessi che chiedono “incontri con l’Imam”, “tavoli di dialogo” e “sedute di confronto” per “riflettere” sulla costruzione di una moschea. Viene spontaneo chiedersi che dialogo possa esserci con simili figuri, considerato che la parola di un maomettano vale meno di quella di un cammello e che, anche se venissero dette le cose che a loro piacciono, lo sventurato islamico sarà comunque accusato di “dissimulazione”.

La verità è che quelli che sparano queste bufale non lo fanno mai in buona fede. Sono animati da un odio feroce, e - spesso e volentieri - sono i volenterosi megafoni di balle appositamente confezionate nei laboratori di guerra psicologica di chi ha interessi strategici in Medio Oriente. Sembra “complottismo”, ma non lo è. Non è la prima volta che su internet vengono lanciate bufale che prendono di mira gli islamici e i loro paesi. Tempo fa circolava in rete una sequenza di immagini che - secondo quelli che la diffondevano - documentava la punizione “islamica” inflitta ad un bambino colpevole di aver rubato del pane in Iran. Il bambino veniva steso per terra e una macchina passava sopra il suo braccio. Chi sente parlare della religione islamica dai media ne rimane ovviamente impressionato: solo “le bestie islamiche” potevano punire in questo modo un bambino, per di più per aver rubato del pane. D’altronde questi vogliono persino eliminare gli orfani (una bufala sostiene l’altra). Il fatto che, secondo la Shariah, nemmeno il più fondamentalista dei mullah potrebbe punire chi ha rubato per fame (e poi non si tagliava il braccio?) è roba per accademici. Peccato che le foto che mostravano il bambino con tutte e due le braccia a fine spettacolo, perché di questo si trattava, erano state accuratamente eliminate. Uno spettacolo illusionista messo in scena durante una festa di paese era diventato la prova della barbarie iraniana. Un buon motivo per sganciare un po’ di petardi e portare loro la democrazia. Quando la bufala è stata smontata, la risposta dei razzisti della rete fu: “Se un bambino fa questo per vivere, allora l’Iran non è un bel paese per i bambini. E gli islamici sono comunque bestie perché sfruttano il lavoro minorile”. Ora, se loro sono bestie perché si sono macchiati del reato di “sfruttamento del lavoro minorile”, quelli che hanno lasciato eleggere in Senato un condannato in definitiva per lo stesso reato cosa sono?

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 05

I blog che, in Italia, promuovono l’odio anti-islamico e la xenofobia si riconoscono immediatamente dal loro contenuto. E’ del tutto impossibile infatti trovarci dei contributi che siano frutto degli “studi decennali ” dei loro autori. Niente lunghi e noiosi papielli che espongano i frutti delle loro “ricerche”: loro non sono mica come quei rincoglioniti accademici orientalisti, non a caso tutti “filo-terroristi”. Vi si ritrovano, invece, articoli, articoletti e cotillon copia-incollati dai massmedia, in un’accozzaglia che mette insieme gli attentati dei fondamentalisti con le statistiche sugli arresti degli spacciatori, passando dalle liti condominiali per il chiasso notturno. Basta che di mezzo ci sia un arabo o un islamico per buttare dentro il calderone: tanto tutto fa brodo. Eppure i tenutari di questi bordelli internettiani affermano di essere ferratissimi in materia di Shariah, di Fatwe, di Storia islamica ecc. Ne sanno sempre una più del… musulmano. Uno vorrebbe anche abbeverarsi dalle loro sorgenti di infinita saggezza, ma niente da fare.

In realtà, quella adottata da questi individui è una strategia chiara e precisa per nascondere la propria ignoranza e per mettersi al riparo da qualsiasi responsabilità penale e civile. Se proprio devono intervenire lo fanno per lanciare, fra un commento e l’altro, qualche provocazione anti-islamica di epoca medievale, copiata a sua volta da qualche altro sito. La loro difesa è già predisposta: loro “riportano” solo dichiarazioni e parole che sono state pubblicate altrove, cose dette da altri, magari da islamici. Il fatto che i loro “riporti” siano spesso e volentieri delle scelte negative a senso unico accompagnate da titoli o etichette generalizzanti come “la religione di pace” oppure “Islam italiano” sono solo dettagli. Eppure è evidente che costoro vogliono, implicitamente, additare i musulmani come nemici da eliminare. A dar loro man forte c’è sempre l’editoriale dell’espertone/a di turno, che - essendo musulmano/a di nascita - “conosce i suoi polli”. Quando però si accenna al fatto che questi venditori di polli hanno costruito fortune editoriali e carriere politiche dicendo agli islamofobi quello che volevano sentire, si viene immediatamente tacciati di essere dei “signornessuno che rosicano dall’invidia”. Eggià: di questi tempi, uno che non ambisce a fare soldi con questi stratagemmi non può che essere uno squilibrato invidioso.

I sedicenti esperti-blogger di Islam, invece, sono delle persone per bene. C’è una specie di cliché unificato: se uomini, sono “esperti” perché hanno “lavorato nei paesi arabi per anni” (dove però si sono ben guardati dal rifiutare il pingue stipendio. La loro fissa è che mentre lavoravano là “non si vedevano le donne”. E comprarsi una parabola per rifarsi gli occhi con la Tv italiana no, eh?) oppure (se donne) perché sono state “sposata con un musulmano per anni” (Il fatto che queste poverette siano magari un tantino provate da disastrosi rapporti matrimoniali, magari combinati al buio in età adolescenziale, è un dettaglio marginale). Non ho ancora trovato un’escort di alto-bordo che abbia lavorato nel Golfo e che si dichiari esperta di Islam. Ma non disperiamo: prima o poi salterà fuori. In altri paesi questi fenomeni da baraccone sarebbero nel posto più adatto per loro, ovvero al circo. Accanto alla donna barbuta e all’uomo-elefante. In Italia, invece, c’è chi li cita sui giornali. Chi li invita persino a dire la loro in televisione. Un atteggiamento che ovviamente li incoraggia a perseverare nella loro opera di avvelenamento. Magari ci scappa il libro o un posto come portaborse in un partito. In attesa, ovviamente, del giorno in cui guideranno le masse armate di machete per far fuori un po’ di islamici.

I magistrati e le forze dell’ordine monitorano - giustamente - siti e blog che inneggiano alla guerra santa, al califfato universale e via delirando. Temo però che non stiano prestando la stessa attenzione all’altro lato della medaglia, ovvero a quelli che, in maniera subdola ma non meno pericolosa, inneggiano all’odio religioso e razziale. Fino a prova contraria, in Italia non ci sono mai stati attentati di matrice islamica. Sui processi per terrorismo internazionale, lungamente sbandierati dai media, non sappiamo quasi nulla: molti degli accusati sono stati assolti, altri espulsi senza processo. In compenso ci sono stati attentati contro le moschee e i centri culturali islamici, episodi di razzismo dove è scappato il morto, roghi e linciaggi. E’ dovere di chi ha il compito di tutelare la pace sociale scovare coloro che hanno ispirato queste azioni prima ancora di quelli che hanno materialmente agito. Non si capisce infatti perché degli islamici vengono arrestati solo per una battuta travisata dall’interprete o, peggio, perché incastrati da ufficiali in cerca di promozione e pubblicità (poi vengono rilasciati, in sordina, con alcune centinaia di migliaia di euro di risarcimento a carico dei contribuenti), mentre quelli che affermano - papale papale - che “bisogna far fuori gli immigrati” sono liberi di andare in ferie.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 05

buone vacanze a tuttiQuando abbiamo visto l’ingorgo presente nell’autostrada A4, sembrava che mezza Italia fosse andata in vacanza, ma se vediamo bene i numeri vediamo che ben 26 milioni di italiani vanno o stanno per andare in vacanza. Sembra che la crisi finanziaria non sia neanche esistita, però ci sono parecchi casi di famiglie che hanno acceso un prestito per poter andare in vacanza, questo significa che per gli italiani la vacanza è sacra e indebitarsi per fare 1-2 settimane di relax è d’obbligo.
La meta preferita è la Sicilia, forse perchè lì la vita è meno cara, è molto bella da vedere, il sole è assicurato e il mare è splendido, insomma è inutile andare alle Seychelles, Mauritius o ai caraibi, in quanto l’Italia offre dei paesaggi stupendi abbinati ad un bel mare. Anche la montagna è molto richiesta per chi vuole fuggire dall’afa e dalle spiaggie affollate, fare passeggiate lungo i sentieri con il fresco della montagna è un piacere che molti preferiscono affrontare.

E’ la Sicilia la meta’ piu’ gettonata delle vacanze 2009. Nella speciale classifica delle destinazioni preferite dagli italiani, l’isola non solo ’stacca’ Puglia, Emilia Romagna, Toscana e Sardegna ma, soprattutto, ha la meglio sulla temibile concorrenza dellla Spagna.

Via adnkronos

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Ago 05

Ciao a tutti, come da consuetudine vi segnaliamo i principali argomenti discussi all’interno del Forum di assistenza Google AdWords nell’ultimo periodo. Ci auguriamo che le informazioni segnalate a seguito di queste discussioni possano essere d’aiuto anche a voi:
- pagamenti rifiutati e problemi di fatturazione- annunci non visualizzati - collegamento adwords / analytics
Salutandovi, vi invitiamo nuovamente a visitare il nostro Forum, dove potrete sempre trovare nuove risorse, risposte alle vostre domande e strumenti per porne di nuove!

Scritto da: Il Team di Google AdWords


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 05

Stavo leggendo l’articolo di Flavia Amabile sulla pillola abortiva comparso ieri sulla StampaTest psicologico per la Ru486», 2 agosto 2009, p. 9), quando mi sono imbattuto in un passo piuttosto allarmante:
L’unica strada da percorrere per il governo per rendere più forte l’obbligo a rimanere in ospedale potrebbe essere la minaccia di denunce penali per le donne che dovessero abortire fuori dagli ospedali dopo aver preso la Ru486 in quanto si tratterebbe di un’interruzione di gravidanza illegale, avvenuta senza rispettare l’articolo 8 della legge 194. «Ma in questo caso – replica Viale – significherebbe tornare indietro di quasi quarant’anni, l’aborto diventerebbe di nuovo una pratica illegale». Purtroppo non si capisce dal testo se l’ipotesi cui si fa riferimento sia stata proposta da qualche esponente governativo, oppure se sia solo una congettura della stessa giornalista; non trovo riscontri altrove, ma è del tutto possibile che l’idea venga in mente prima o poi a qualcuno in grado di darle seguito, e vale quindi la pena di discuterne brevemente.
L’art. 19 della legge 194/1978 recita:
Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a lire centomila. L’art. 8, a sua volta, elenca in quali strutture sanitarie è consentito praticare l’interruzione della gravidanza a «un medico del servizio ostetrico-ginecologico». Come abbiamo già detto qui su Bioetica, nessuna persona dotata di un minimo di onestà mentale potrebbe ravvisare nell’espulsione dell’embrione avvenuta fuori dalle pareti ospedaliere a causa dell’assunzione della pillola abortiva una violazione dello spirito o finanche della lettera della 194; ma l’onestà mentale non è esattamente la dote in cambio della quale certi personaggi hanno assunto responsabilità di governo.
Cosa succederebbe dunque se prevalesse questa interpretazione? Le conseguenze sembrerebbero analoghe a quelle della prima versione del decreto sicurezza, che obbligava medici e infermieri a denunciare i clandestini che avessero fatto ricorso a cure mediche: il sanitario, in quanto pubblico ufficiale oppure incaricato di pubblico servizio, sarebbe verosimilmente obbligato a denunciare la donna all’autorità giudiziaria, a norma degli artt. 361 e 362 del Codice Penale (non parrebbe valere l’esimente del secondo commma dell’art. 365 C.P., che si applica ai delitti e non ai reati puniti solo con una contravvenzione). Suppongo che a loro volta le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza dovrebbero accertarsi se il «reato» si sia già compiuto, e riaccompagnare in caso negativo la colpevole in ospedale, dove rimarrebbe piantonata fino al compimento del processo abortivo…
Questa mostruosità verrebbe perpetrata presumibilmente in nome della salute della donna (ufficialmente è questo il bene che secondo gli avversari della RU-486 sarebbe messo in pericolo dalla «violazione» dell’art. 8 della legge 194). Un magistrato coscienzioso non potrebbe non notare la flagrante contraddizione con l’art. 32 della Costituzione, e decreterebbe inevitabilmente che il fatto non costituisce reato. Da quel momento in poi, gli eventi acquisterebbero senza dubbio un inconfondibile aspetto di déjà vu
In questioni del genere non possiamo certo sperare che vinca il buon senso; speriamo almeno, allora, che vinca il desiderio di evitarsi grane.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 03

Il Consiglio di Sicurezza, il 30 luglio scorso, ha prolungato di un altro anno il mandato dei peacekeepers in Darfur, secondo quanto stabilito dalla risoluzione ONU 1769 del 2007.Il contingente congiunto delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, a due anni dal suo dispiegamento iniziale, non è ancora totalmente operativo per carenza di uomini e mezzi, come denunciato piu volte dalle organizzazioni della Save Darfur Coalition, tra cui Italians for Darfur ONLUS.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 03

L’11^ edizione del Festival organizzato dall’ass. “Il giardino dei suoni” con musica, presentazioni di libri e danza si chiude oggi domenica 2 agosto ad Andria, Puglia. Presente anche la rappresentanza regionale di Italians for Darfur ONLUS con un banchetto informativo, insieme ad Emergency e Libera.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Ago 03


Free Gaza–and Palestine 1 of 8
Inserito originariamente da gianlucacostantini

image © 2009 - Gianluca Costantini
Text by Huwaida Arraf - The Nation www.thenation.com/doc/20090803/arraf

Last month I led a group of twenty-one human rights workers on a boat from Cyprus to challenge Israel’s naval blockade of the Gaza Strip.
We carried toys, medicine, olive tree saplings, toolkits, a fifty-kilo bag of cement and school supplies on our small converted ferry boat.

At 2 am on June 30, almost eighteen hours into the 230-mile journey, a colleague awakened me. The Israeli Navy was calling our boat on the VHF radio.
“You are navigating towards a blockaded area. You are hereby ordered to change your course. If you do not, we will be forced to use all necessary force to stop you.”

Nervous after a previous boat of ours was dangerously rammed at sea in December by the Israeli military, I replied, “Israeli Navy, this is Arion (the registered name of our ship). We are twenty-one unarmed civilians carrying aid for the Palestinian people of Gaza. Any blockade on Gaza is unlawful as you are the occupying force in the territory and are therefore responsible for the well-being of the civilian population there. As our boat, its cargo, and the twenty-one civilians on board do not constitute any kind of threat to Israel or its armed forces, you are obliged to allow us entry. We are proceeding to Gaza. Do not use force against us.”

High resolution version of this image, forprinting purposes, available www.gianlucacostantini.com/download/free+gaza+palestine01…

www.gianlucacostantini.com

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 03

Ho sempre trovato qualcosa di tragicomico nel comportamento occidentale di fronte alle disgrazie dei popoli del terzo mondo. L’Occidente - sì, proprio quello della democrazia, della libertà e via cianciando - pone le basi necessarie affinché si verifichino i drammi. Poi, quando accadono, si gode lo spettacolo (opportunamente intitolato “Scippone l’Africano”) e - calato il sipario - protesta, si indigna e chiede il rimborso del biglietto. Per comportarsi in questo modo bisogna avere la faccia come le proprie paffute posteriorità, rimpinguate da secoli di scippi e ruberie in Africa. Non può essere altrimenti. Leggo per esempio sul sito dell’agenzia Reuters un articolo intitolato “Cambiano rotte migratorie, aumenta violenza a frontiere Egitto”. In parole povere quello che sta succedendo è questo: con l’accordo italo-libico gli immigrati africani non riescono più ad arrivare in Europa e, di conseguenza, cercano di attraversare il confine egiziano per entrare nello stato di Israele. La polizia egiziana spara, gli immigrati africani muoiono e chi si straccia le vesti sulla rete? Le anime belle italiote. Proprio quelle del “se ne stiano a casa loro”, quelle che - se potessero - farebbero come Borghezio.

L’articolo della Reuters dice che “L’Egitto teme che un flusso senza controllo di migranti al suo confine strategico del Sinai possa rappresentare una minaccia alla sicurezza in un’area in cui già è preoccupata per le incursioni dei fondamentalisti islamici che ogni tanto trovano rifugio nella zona montuosa e isolata”. L’affermazione criptica sopra riportata lascia intendere che l’Egitto spara agli immigrati africani che cercano di entrare in Israele perchè teme per la propria sicurezza. Viene da chiedersi quale minaccia alla sicurezza egiziana possono rappresentare degli immigrati che lasciano l’Egitto. Infatti gli immigrati in questione non rappresentano nessuna minaccia per l’Egitto, che da anni tollera la presenza di centinaia di migliaia di immigrati africani, salvo quando i dipendenti delle Nazioni unite non chiamano le forze dell’ordine per sbarazzarsi dei 3000 rifugiati infuriati accampati per settimane nella piazzetta antistante i loro uffici (poi, quando le forze dell’ordine intervengono, e qualcuno muore nella calca, la colpa è ovviamente dell’Egitto e non delle Nazioni Unite che scaricano i rifugiati, dicendo loro di ritornare nei propri paesi dove “è tutto a posto”).

Non a caso l’articolo della Reuters accenna timidamente “alle pressioni di Israele, che vuole bloccare il flusso dei migranti”. Già. Ma si sono ben guardati dal dire che proprio Israele ha predisposto recentemente gli ordini di espulsione per circa 3000 bambini e ragazzi, figli di profughi africani e lavoratori stranieri illegali, che si esprimono in ebraico e nella maggior parte dei casi non sono mai usciti da Israele, mentre prosegue l’espulsione degli adulti privi di permessi di residenza e di lavoro: circa 300.000 persone. Un esodo biblico. E a chi viene chiesto - ovvero imposto - di fermare, con le buone o con le cattive, il flusso clandestino di nuovi immigrati? Ovviamente all’Egitto che, se non si adegua ai diktat israeliani, si ritrova immediatamente accusato di connivenza con i terroristi islamici, con i kamikaze e chi più ne ha più ne metta. La Reuters accenna per esempio ad “un attacco aereo contro il presunto convoglio di armi egiziano sul quale viaggiavano anche degli immigrati africani”. Mettetevi nei panni dei soldati egiziani al confine: nel buio della notte del deserto del Sinai vedono un mezzo che cerca di attraversare il confine. Gli intimano l’alt e non si ferma. Che fanno? Lo lasciano passare? E se poi le armi arrivano effettivamente in Israele, chi andrà a zittirli, poi, gli israeliani e i loro sostenitori?

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 03

… elabora le strategie future:
(ANSA) - ROMA, 1 AGO - Per l’intervento di aborto farmacologico con l’utilizzo della pillola abortiva Ru486 «sarà fondamentale il consenso informato da parte della donne» e, nell’ambito del consenso informato, «è possibile pensare anche ad un questionario, sul modello di quelli già in uso in altri paesi, per appurare l’esistenza di requisiti minimi di sicurezza ai fini dell’attuazione dell’intervento stesso». A spiegarlo è il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. Per il ricorso all’aborto farmacologico, «le condizioni saranno previste proprio nell’ambito del consenso informato, a partire dal ricovero». Tra le ipotesi, ha affermato Roccella, «anche l’utilizzo di un questionario per appurare l’esistenza di alcune condizioni essenziali perchè l’intervento risulti sicuro per la donna, come ad esempio la vicinanza di un ospedale alla abitazione o il fatto che non sia sola». L’eventuale decisione da parte della paziente che richiede l’intervento di firmare per la dimissione dalla struttura ospedaliera dopo l’assunzione della pillola Ru486, ha concluso Roccella, «dovrà essere scoraggiata dagli operatori sanitari e, comunque, risulterà appunto fondamentale il consenso informato». Altri particolari su Repubblica (Carmelo Lopapa, «“Non ci sarà un altro caso Englaro”: il governo prepara la contromossa», 1 agosto, p. 3):
Due le condizioni allo studio per arginare una liberalizzazione tout court dell’utilizzo della pillola abortiva. “Si tratta di misure da concordare con le Regioni, sia chiaro – spiega il sottosegretario Roccella – che potrebbero essere inserite in un provvedimento più ampio finalizzato alla piena attuazione della 194, finora poco applicata nella parte dedicata alla prevenzione”. Punto primo, ricorso alla Ru486 solo a condizione che l’espulsione dell’embrione coincida col ricovero obbligatorio. Punto secondo, subordinare l’utilizzo della pillola alle sole donne che superano una sorta di test socio-psicologico, sulla scia del questionario adoperato in Francia, dove l’aborto chimico è datato 1988. Il test consentirebbe di vietare la pillola per le categorie considerate più a rischio: le donne che non hanno conoscenze linguistiche adeguate (straniere da poco in Italia), chi risiede ad oltre un’ora da un ospedale, chi non ha un’alta tolleranza al dolore, le donne sole o prive di assistenza, quelle prive di un’auto. È una bozza, un’ipotesi in cantiere che tuttavia – sanno bene al ministero – non potrà essere imposta, semmai pilotata attraverso protocolli di intesa con le Regioni. In sé, l’idea delle condizioni non è sbagliata: è ovvio che esistono dei requisiti minimi da soddisfare perché l’aborto farmacologico possa avvenire in sicurezza. Ma a che altezza sarà posta l’asticella? Saranno tutte ragionevoli e necessarie le condizioni? Che senso ha, per esempio, imporre fra queste la disponibilità di un’automobile quando già viene richiesto di risiedere a meno di un’ora da un ospedale?
Può essere utile, per giudicare la ragionevolezza di queste e di altre future condizioni, fare un confronto con quelle che in Francia l’Association Nationale des Centres d’Interruption de grossesse et de Contraception (ANCIC) raccomanda di verificare ai medici prima di praticare un aborto con la RU-486. Si noti che l’ANCIC fa riferimento all’aborto farmacologico praticato fuori dagli ospedali: in Francia, a partire dal 2001, è consentito a medici qualificati di somministrare la pillola abortiva nei loro studi; le pazienti possono tornare subito alle proprie occupazioni. La situazione non è comunque drasticamente diversa da quella di una donna dimessa subito o entro poche ore da un ospedale dopo l’assunzione del farmaco; ritroviamo in queste raccomandazioni la residenza entro un’ora di tragitto dall’ospedale e la vicinanza di un’altra persona, ma non ovviamente la disponibilità di un’auto. (A proposito: da dove avrà tirato fuori, la Roccella, la notizia del «questionario adoperato in Francia»? Non ne trovo traccia da nessuna parte, nemmeno nella circolare del 26 novembre 2004, che regola l’aborto farmacologico fuori dagli ospedali, e in cui si parla solo di una consultation psycho-sociale – cioè di una «visita psico-sociale» – comunque solo facoltativa per le donne maggiorenni.)
Le cose peggiorano – e parecchio – con lo «scoraggiamento» richiesto agli operatori sanitari, che ovviamente non trova paralleli in nessun altro sistema sanitario. Certo, la donna avrà sempre il diritto di infilare la porta e andarsene; ma la prospettiva di dover probabilmente litigare con qualcuno che ti sbarra la strada e ti urla che stai andando incontro a morte quasi certa – qualcuno che magari sa che la sua carriera dipende da quante donne riesce a trattenere, o che è stato pescato direttamente dal serbatoio dei puri e duri – non è propriamente incoraggiante. A quel punto l’aborto chirurgico sembrerà forse la strada più semplice.
Non ci resta, direi, che sperare nelle Regioni…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 03

Il quotidiano online Affaritaliani intervista Paola Binetti a proposito della pillola abortiva («RU486/ Paola Binetti ad Affari: “L’aborto torna alla clandestinità”», 31 luglio 2009):
“Non ne farei una questione di scomunica: non è il modo che cambia la sostanza e l’aborto è sempre sbagliato per un cattolico – spiega la senatrice – Qui invece si sta andando verso l’aborto fai da te, l’aborto bricolage, che restituisce le donne alla loro solitudine”. Questo della «solitudine» delle donne è un argomento molto gettonato dagli avversari della RU-486. Con l’aborto farmacologico l’espulsione dell’embrione può avvenire dopo che la donna è uscita dall’ospedale dove le è stata somministrata la pillola; ebbene, per i prolifers, in qualsiasi luogo ciò avvenga la donna vi si troverà sempre sola. Mariti, compagni, genitori, fratelli e/o sorelle, amiche, vicine di casa, passanti premurose: per qualche misterioso fenomeno la donna che ricorre alla RU non può contare su nessuno di costoro, mai. Forse sarà il senso di colpa inconsapevole – abortire, e per giunta con una pillola simile a una caramella! – che la spinge a ficcarsi in un buco sperduto ad espiare in solitudine; forse sarà la punizione divina che rende il paesaggio circostante identico a una città appena colpita dalla bomba al neutrone; il risultato comunque è quello.
Vuoi mettere invece la festosa compagnia che ti tocca con l’aborto chirurgico? L’infermiere che ti fa accomodare sul lettino, l’anestesista che ti chiede di contare alla rovescia… Forse riesci persino a vedere il chirurgo che ti opererà; e, se sei fortunata, arriva anche la polizia. Tutta un’altra cosa, decisamente.
Il problema principale delle commercializzazione della Ru486? “Si sta riportando l’aborto a una condizione di clandestinità, non legale, ma psicologica, sociale… che riconsegna le donne alla solitudine. La casa farmaceutica che produce questa pillola punta alla vendita diretta nelle farmacie”. Certo sarebbe bello che la Binetti offrisse qualche prova di quest’ultima asserzione, così recisa: chessò, un memorandum interno della Exelgyn, una dichiarazione intercettata dei suoi manager, un dossier confidenziale prontamente divulgato da qualche sottosegretario… Senza queste pezze d’appoggio qualcuno potrebbe altrimenti essere indotto a pensare che si tratti di una illazione tendenziosa e del tutto campata in aria: il che sarebbe gravemente ingeneroso verso l’onorevole Binetti, ma purtroppo – si sa – la gente tende a pensare male.
“Inoltre – conclude – questo tipo di somministrazione prevede che debba avvenire entro la settima settimana, termine al di sotto di quello previsto dalla 194. Se però questo termine viene superato si rende necessario un raschiamento e un intervento chirurgico successivo. Insomma, stiamo uscendo da una situazione in cui l’aborto chirurgico è diventato una sorta di aborto sicuro per entrare in un’altra condizione, quella dell’aborto chimico in cui la sicurezza sembra diventata un optional”. Temo di non riuscire bene a seguire il pensiero della Binetti, qui. Sette settimane, cioè 49 giorni, rientrano nel limite di 90 giorni per l’aborto non terapeutico previsto dalla legge 194, sì; ma non capisco in che modo questo sia significativo. Il peggio però viene subito dopo: perché mai passate le sette settimane una donna dovrebbe essere sottoposta a un raschiamento (e a un innominato «intervento chirurgico successivo»)? Se il termine per l’aborto farmacologico è passato la donna verrà sottoposta semplicemente a un comune aborto per aspirazione (il metodo chirurgico più indicato entro il primo trimestre di gestazione). Sembrerebbe che la Binetti abbia fatto confusione con ciò che succede quando l’aborto farmacologico fallisce, cioè quando l’embrione rimane in tutto o in parte nell’utero: è in questo caso che si rende necessario il raschiamento (e basta; può anche andare bene una semplice aspirazione).
Ma immagino che qui la Binetti sia stata male interpretata da chi la stava intervistando. Altrimenti dovremmo concluderne che l’onorevole non sappia di che cosa sta parlando; e questo, ne converrete, è assolutamente impossibile…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 01

Vi esorto calorosamente a pubblicare questo articolo sui vostri blog e mailing list.

In queste ore sta circolando su internet la traduzione italiana di un testo francese attribuito ad un tale Mohammed Sabaoui, “sociologo dell’università cattolica di Lille. Nel testo in questione, il presunto sociologo - ovviamente un “musulmano fondamentalista” - fa affermazioni del tipo “La nostra invasione pacifica a livello europeo non è ancora arrivata al suo culmine. Noi intendiamo agire in tutti i paesi simultaneamente. Dal momento che ci liberate sempre maggiori spazi, sarebbe stupido, da parte nostra, non approfittarne. Noi saremo il vostro cavallo di Troiaoppure “Le leggi della vostra Repubblica non sono conformi a quelle del Corano e non devono essere imposte a dei musulmani, che non possono essere governati che dalla sharia. Noi dunque agiremo per prendere questo potere che ci è dovuto. Incominceremo da Roubaix, che attualmente è una città musulmana per oltre il 60%. (…) Dopo le negoziazioni con lo Stato e il Dipartimento, noi proclameremo Roubaix enclave musulmana indipendente e imporremo la sharia (legge di Dio) a tutti gli abitanti.

Ora basterebbe avere un po’ di buonsenso per fiutare la bufala da almeno 300 km di distanza. Si, certo: l’Occidente è civile, democratico, aperto al dialogo e garantisce la libertà di espressione. E gli occidentali sono - a detta degli islamofobi - tutti degli eunuchi che si preparano a pregare con il culo per l’aria cinque volte al giorno. Ma non si era ancora visto un sociologo musulmano fondamentalista che sbandiera i Protocolli dei Savi di Sion in salsa islamica da un’università cattolica. Francese, per di più. Quando si sa benissimo che i francesi sono tutto fuorché degli smollaccioni quando gli si tocca la République: hanno vietato il velo nei luoghi pubblici e hanno persino negato la cittadinanza ad una che aveva il burka perché “ha adottato, in nome di una pratica radicale della sua religione, un comportamento sociale incompatibile con i valori della società francese, con particolare riferimento all’uguaglianza dei sessi”. Viene quindi naturale chiedersi come fa, di questi tempi, un musulmano fondamentalista a balterare impunemente di enclave islamiche indipendenti da un’università cattolica?

E in effetti a me il dubbio è venuto. Anche perché gli unici riferimenti al Sabaoui in rete sono quelli relativi alle sopra riportate affermazioni. Un po’ strano per uno che lancia provocazioni col bazooka. E’ così che ho scoperto che queste affermazioni non sono mai state proferite da Mohammed Sabaoui semplicemente perché non esiste nessun Mohammed Sabaoui. Lo dice un comunicato dell’Università di Lille - datato 22 aprile 2008 - che afferma che “L’Università Cattolica di Lille conferma che, dal 1996, data della prima diffusione di queste informazioni, questa persona non ha mai fatto parte degli effettivi dell’Università, né come studente, né come insegnante o membro del personale. Essa condanna vivamente le tesi sviluppate in questi messaggi e articoli, attribuiti a questa persona di cui l’esistenza ancora oggi non è stata provata. E in effetti Le Monde Diplomatique, in un editoriale di giugno 1997, parlava già difalsificazione di un colloquio pubblicato nel “Paradoxe di Roubaix”. Un volantino che turba affermando che “Roubaix, città musulmana con una maggioranza del 60%” diventerà un “enclave musulmana indipendente”. L’autore del “Paradoxe di Roubaix”, Philippe Aziz, aveva - già all’epoca - immediatamente smentito che il suo libro contenesse il sucitato colloquio. Anzi, se volete proprio saperla tutta, secondo i quotidiani Le Monde, La Voix du Nord e Nord-Eclair, il libro stesso è una bufala: la percentuale che quantifica la presenza musulmana nella città di Roubaix al 60% non è basata su statistiche o ricerche ma è l’esito di una passeggiata durante la quale l’autore ha visto in giro “tantissimi musulmani”.

Ora, se i siti che hanno lanciato e diffuso la “bufala Sabaoui” in Italia, paventando persino il rischio di un’invasione islamica del Bel Paese, agiscono in buona fede, dovrebbero ritirarla immediatamente, pubblicare una rettifica sul loro sito ed inviarla a chiunque l’abbia da loro ripresa. Mi riferisco in particolare al sito Informazione Corretta, un sito di propaganda filo-israeliana, che ha pubblicato queste affermazioni con un’insistenza a dir poco curiosa: prima il 20 maggio 2008, e poi di nuovo il 28 luglio del 2009 e ancora una volta ieri. E, guarda caso, proprio in questi giorni si assiste ad un abnorme diffusione di questo testo nella rete italiana. Invierò ad Informazionecorretta il link al comunicato dell’Università di Lille e all’editoriale di Le Monde e chiederò la rettifica. Vi terrò informati sugli sviluppi. A proposito: l’Università di Lille ha promesso di querelare chiunque contribuirà alla diffusione di queste false informazioni. E infatti il sottoscritto provvederà volontariamente e personalmente a segnalare all’Università in questione chiunque, in Italia, si ostinerà a portare avanti questa opera di disinformazione, nonostante le segnalazioni comprovanti la loro falsità.

Sherif El Sebaie (Http://salamelik.blogspot.com)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 01

“Abbiamo scovato e denunciato una bella cellula di Al Qaida in Italia, tra un blog, un forum e un video di You Tube, una di quelle che si nascondono dietro sermoni prolissi sulla Costituzione italiana e accusano il governo di non farla rispettare, uno di quelli che indica i nemici da eliminare in personaggi coraggiosi come Magdi Cristiano Allam, Souad Sbai, l’avvocato Loredana Gemelli, costringendoli a vivere nella paura, e non tutti adeguatamente protetti dal nostro Stato; uno di quelli che intimidiscono i giornalisti che, come chi scrive, continuano a occuparsi di fondamentalismo islamico in Europa, con querele e minacce indirette. (…) Il capo si fa chiamare Usama , è probabilmente italiano, sicuramente laureato in Diritto, e studioso della sharia. (…) un blog italiano, http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it, lo ha beccato e segnalato a chi frequenta senza timore la minaccia jihadista e cerca le cellule nascoste di Al Qaida in Italia. (…) Attenzione, non c’è in quello che scrivo nessuna esagerazione, nessuna enfasi inappropriata. (…) Bisogna tornare su http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it e soffermarsi su questa sequenza: si comincia da un’immagine di Al Zawahiri che inneggia alla Guerra Santa contro i cristiani, si scende e arriva a Bin Laden, capo indiscusso di Al Qaida e finanziatore del jihad fondamentalista, poi ancora giù e compare una mitraglietta con tanto di spiegazione sul modello, sulle caratteristiche. Sembra un invito all’acquisto, un modo per dire: «Comprate che ve ne saremo grati». Ancora più in basso ed ecco l’ultima immagine. È una foto di Souad Sbai, ha gli occhi coperti e una scritta sulla pancia: «È una musulmana nemica di tutti i musulmani». Ha tutta l’aria di essere la foto di un obiettivo.

Maria Giovanna Maglie, “Se tocchi l’Islam “muori”: su internet le minacce a chi denuncia gli estremisti”, su Il Giornale

Le ultime due foto sono due fotogrammi presi da alcuni video realizzati da Usama stesso (spiegheremo tra breve) mentre le prime tre sono altre foto pubblicate dalla blogger: una foto di Al Zarqawi, una di Bin Laden, e una con un mitragliatore. Queste ultime tre foto, però, niente hanno a che vedere con quanto pubblicato su Internet da Usama. Ho chiesto spiegazioni alla blogger via mail. Le ho chiesto se solo le ultime due foto sono prese dai video di Usama. Lei mi conferma: “Sì, le ultime due. Gli altri video appartengono ad un italiano convertito all’islam. Ad ogni modo, si linkano a vicenda” (…) Nella pagina Live Space di Usama, c’è un bottone: “Usama non è incluso/a nella tua rete di amici. Aggiungi Usama come amico”. Allora, per curiosità, verifichiamo anche su Facebook. Sorpresa: lo troviamo anche là. Un terrorista pericolosissimo con il suo nome su Facebbok: già che c’erano quelli de Il Giornale avrebbero potuto chiedergli l’amicizia sul social network e fare un’intervista sensazionale direttamente in chat.

Federico Mello, autore de “L’Italia spiegata a mio nonno” (Mondadori, 2007), sul suo blog

“Avevo diciassette anni quando riapparve una delle mie sorelle naturali, Ivana, la maggiore, che mi aveva rintracciato dopo lunghe ricerche. Non sapevo nulla di lei, mi attaccai comunque al legame di sangue che ci univa e decisi di andare a vivere con lei e il marito. Proprio in quel periodo iniziai anche la corrispondenza con Hesham. Dopo neppure un’anno, Ivana mi comunicò che mi sarei dovua trovare un’altra sistemazione. Lei e la sua famiglia avevano bisogno di più spazio, e per di più, io non lavoravo ancora e quindi non contribuivo al loro bilancio. La mia relazione con Hesham, conosciuto attraverso le pagine di un giornale, non sembrava preoccuparla, anzi. (…) “Stefania, cosa vuoi che ti succeda?” mi incoraggiava Ivana “non vedi quante volte ti scrive e ti telefona Hesham? Non può essere un uomo cattivo. E, in ogni caso, qui da me non potresti continuare a stare. Se sei furba, te lo sposi: è ricco, ha una buona posizione. Sei fortunata, tu. Vedrai che con lui ti sistemi per tutta la vita”.

Stefania Atzori, curatrice del blog citato dalla Maglie, racconta su un instant-book che ho trovato su una bancarella come è ingenuamente iniziata la sua tragica esperienza matrimoniale con un cittadino egiziano residente in Kuwait. La sua esperienza adolescenziale diventa però nientepopodimeno che un paradigma internazionale sulla retrocopertina del libretto: “l’amore e l’odio per un uomo e per un mondo, la drammatica denuncia dell’abisso culturale fra due civiltà. La Atzori è una nostra vecchia conoscenza: su La Padania aveva scritto, quattro anni fa, che questo blog contiene “materiale che dovrebbe destare preoccupazione o quantomeno un interessamento da parte delle autorità“. Infatti un interessamento l’autore di questo blog l’ha destato: quello del Dipartimento di Stato Americano che mi ha ufficialmente invitato negli Stati Uniti. E all’epoca c’era ancora Bush…

Buone notizie per Maria Giovanna Maglie. L’inchiesta per truffa in cui è coinvolta la giornalista televisiva deve essere archiviata: la richiesta è del Pm della Procura circondariale presso la Pretura Maria Teresa Covatta che ha concluso le indagini sulla documentazione presentata dagli ispettori della Rai. Negli ultimi mesi dello scorso anno i vertici di viale Mazzini avevano infatti presentato una documentazione delle spese della ex corrispondente da New York del Tg2, ipotizzando che la giornalista avesse commesso delle irregolarità nella fatturazione per i rimborsi. In particolare erano state allegate le note spese di 2 milioni e mezzo al mese presentate da Maria Giovanna Maglie per l’ acquisto di libri, giornali e riviste; e quelle di oltre 6 milioni al mese per taxi, nonostante avesse a disposizione un auto in leasing che costava alla Rai 1.150.000 lire al mese. Il Pm, pur ritenendo le spese “indubbiamente elevatissime”, ha ritenuto che “è del tutto impossibile raggiungere la prova di una falsa rappresentazione delle spese”. Per questo ha chiesto al Gip l’ archiviazione della posizione della giornalista.

Il Corriere, 1994

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 01

Questo è il comunicato stampa n. 120, 30 luglio 2009, dell’Agenzia Italiana per il Farmaco (il corsivo è mio):
Il Consiglio di Amministrazione dell’AIFA ha deliberato l’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco mifepristone (Mifegyne).
La decisione assunta conclude anche in Italia quell’iter registrativo di Mutuo Riconoscimento seguito dagli altri Paesi europei in cui il farmaco è già in commercio, interrompendone l’uso off-label.
Il Consiglio di Amministrazione ha ritenuto di dover precisare, a garanzia e a tutela della salute della donna, che l’utilizzo del farmaco è subordinato al rigoroso rispetto della legge per l’interruzione volontaria della gravidanza (L. 194/78). In particolare deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall’art. 8 della Legge n.194, dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza escludendo la possibilità che si verifichino successivi effetti teratogeni. La stessa legge n.194 prevede inoltre una stretta sorveglianza da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse (emorragie, infezioni ed eventi fatali).
Ulteriori valutazioni sulla sicurezza del farmaco hanno indotto il CdA a limitare l’utilizzo del farmaco entro la settima settimana di gestazione anziché la nona come invece avviene in gran parte d’Europa. Tra la settima e la nona settimana, infatti, si registra il maggior numero di eventi avversi e il maggior ricorso all’integrazione con la metodica chirurgica.
Il Consiglio di Amministrazione si è avvalso anche dei pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici la scrupolosa osservanza della legge.
La decisione assunta dal CdA rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto. È chiaro che se davvero le donne fossero costrette a restare in ospedale fino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza (cioè fino all’espulsione dell’embrione), l’aborto farmacologico diventerebbe sostanzialmente impraticabile: l’espulsione dell’embrione, in questo tipo di intervento, è imprevedibile, e benché avvenga a volte poco dopo l’assunzione del primo dei due farmaci previsti dalla procedura (la RU-486) senza neanche aspettare il secondo (il misoprostol), è possibile anche che passino giorni o, in rari casi, persino settimane. Non c’è bisogno di spiegare che una degenza ospedaliera di durata non prevedibile è inaccettabile per la stragrande maggioranza delle donne; inoltre molti dei vantaggi rispetto all’aborto chirurgico – riduzione dei tempi di attesa, riduzione al minimo dei contatti con l’ambito ospedaliero (in Italia spesso ostile) e dell’impegno logistico delle stesse strutture sanitarie, riconduzione dell’esperienza abortiva nel contesto domestico e degli affetti familiari – sarebbero annullati.
La decisione positiva dell’Aifa è stata dunque una beffa? La risposta non è tanto semplice. Un ospedale non ha infatti il potere di trattenere le donne contro la loro volontà (farlo configurerebbe il reato di sequestro di persona); se una paziente vuole essere dimessa dopo poche ore dalla somministrazione della RU-486 bisognerà accontentarla. Detto questo, è possibile però che la decisione condizionata dell’Aifa possa essere usata domani, una volta constatata la sua inapplicabilità di fatto, come un grimaldello per tornare sui propri passi e ritirare l’autorizzazione concessa.

Due chiarimenti sul comunicato dell’Aifa. Gli «effetti teratogeni» di cui si parla sono le malformazioni che la RU-486 o il misoprostol possono causare al feto, nell’eventualità che dopo la loro somministrazione la gravidanza non si arresti e giunga al termine (può capitare in rarissimi casi). Ovviamente per evitare questa ed altre complicanze basta una visita di follow-up; è vero che alcune donne si sottraggono a questo passo (in genere perché l’interruzione di gravidanza è avvenuta senza problemi), ma un semplice screening delle pazienti da ammettere a questo tipo di aborto può limitare il problema, e la considerazione che anche le donne – checché ne pensino alcuni – sono esseri umani responsabili di sé e delle proprie azioni può servire a inquadrarlo correttamente.
Il richiamo infine all’art. 8 della legge n. 194/1978 è quanto di più pretestuoso si possa concepire. L’articolo in questione specifica quali professionisti siano abilitati a «praticare» l’interruzione di gravidanza e in quali strutture sanitarie possano farlo. Se i farmaci che causano l’aborto vengono somministrati da uno di questi professionisti in una di queste strutture ma l’espulsione dell’embrione avviene altrove, diremo dunque che l’aborto è stato «praticato» dalla donna stessa? E questo sarebbe un caso indistinguibile da quello in cui invece la pillola sia stata somministrata da Amalasunta la Mammana nel sottoscala della sua casa di abitazione di Vicolo dei Miracoli? «Praticare X» significa eseguire l’azione che causa X o fare esperienza dell’effetto X? Se una legge imponesse che la cura dei tumori con la radioterapia venga «praticata» solo da certi specialisti e presso certe strutture abilitate, il paziente dovrebbe per questo essere sempre trattenuto fino all’avvenuta remissione? La risposta sembra ovvia…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 01

(ANSA) - ROMA, 30 LUG, 23:19 - Via libera a maggioranza dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) alla pillola abortiva Ru 486. Il Consiglio di amministrazione dell’Aifa ha infatti approvato l’immissione in commercio del farmaco in Italia. Qualcosa tuttavia mi dice che non finisce qui…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 01

Comunicato stampa del 28 luglio 2009 di Amnesty International Italia:
In un rapporto diffuso il 27 luglio a Città del Messico, Amnesty International ha reso noto che il divieto assoluto di abortire, in vigore dal luglio 2008 in Nicaragua, mette in pericolo la vita delle donne e delle ragazze, negando loro trattamenti salvavita, impedendo agli operatori sanitari di fornire cure mediche efficaci e contribuendo all’aumento della mortalità materna in tutto il paese.
Secondo i dati ufficiali, quest’anno 33 donne e ragazze sono morte durante la gravidanza, rispetto alle 20 dello stesso periodo del 2008. Amnesty International ritiene che queste cifre siano inferiori alla realtà, poiché lo stesso governo ha riconosciuto che i numeri sulla mortalità materna sono sottostimati.
Il rapporto “Il divieto totale di abortire in Nicaragua: la salute e la vita delle donne minacciate, gli operatori sanitari criminalizzati” è il primo studio realizzato da Amnesty International sulle implicazioni, dal punto di vista dei diritti umani, del divieto di abortire nei casi in cui la salute o la vita di una donna o di una ragazza siano a rischio o quest’ultima sia stata vittima di stupro o incesto.
Il nuovo codice penale del Nicaragua prevede pene detentive per le donne e le ragazze che cercano di abortire e per gli operatori sanitari che forniscono servizi associati all’aborto.
Le nuove disposizioni di legge introducono sanzioni penali per medici e infermiere che forniscono cure a donne o a ragazze ammalate di cancro o malaria, che abbiano contratto il virus dell’Hiv/Aids o abbiano una crisi cardiaca, qualora tali cure risultino controindicate in gravidanza e possano causare danni o la morte dell’embrione o del feto.
Addirittura, la normativa punisce le donne e le ragazze che hanno perso un bambino, poiché in molti casi è impossibile distinguere tra un aborto spontaneo e un aborto procurato.
La nuova legge è in contrasto con le norme e i protocolli di Ostetricia del ministero della Salute del Nicaragua, che in casi particolari prevedono l’aborto terapeutico. Le autorità non hanno dato alcuna garanzia che gli operatori sanitari che rispetteranno queste norme non saranno puniti.
Il divieto di aborto terapeutico in Nicaragua rappresenta una disgrazia. È uno scandalo dei diritti umani che ridicolizza la scienza medica e trasforma la legge in un’arma contro la somministrazione di cure mediche alle donne e alle ragazze incinte” – ha dichiarato Kate Gilmore, vice Segretaria generale di Amnesty International, rientrata a Città del Messico da una visita in Nicaragua. “Il nuovo codice penale in vigore nel paese è una conseguenza, cinica e insensibile, della contrattazione politica delle elezioni del 2006. Il risultato è che oggi una legge punisce le donne e le ragazze che hanno bisogno di cure salvavita e i medici che le forniscono”.
La delegazione di Amnesty International che ha visitato il Nicaragua ha avuto colloqui con organizzazioni per i diritti umani, operatori sanitari, parlamentari e il ministro della Salute. Nonostante ripetute richieste, la Commissione parlamentare sulle donne, l’Istituto governativo sulle donne e lo stesso presidente Ortega hanno rifiutato il confronto.
I delegati hanno incontrato giovani ragazze che, dopo essere state sottoposte a violenza sessuale da parte di familiari stretti o amici, non avendo alternative sono state obbligate a portare a termine la gravidanza, dando alla luce molto spesso il loro fratello o la loro sorella. L’organizzazione per i diritti umani ha appreso con grande turbamento che c’è stata un’impennata dei suicidi da avvelenamento di ragazze incinte nel 2008.
Le ostetriche, i ginecologi e i medici di famiglia hanno detto ad Amnesty International che, in base al codice penale, non possono più fornire legalmente cure mediche a una donna o a una ragazza incinta in pericolo di vita, a causa del potenziale rischio per il feto. Una dottoressa ha dichiarato che prega ogni giorno di non ricevere una donna in gravidanza anencefalica (una condizione che significa che il feto non potrà sopravvivere), poiché in quel caso dovrà dirle che sarà obbligata a portare a termine la gravidanza, nonostante le conseguenze devastanti per la gestante dal punto di vista fisico e psicologico.
C’è solo un modo per descrivere quello che abbiamo visto in Nicaragua: orrore profondo” – ha dichiarato Gilmore. “Bambine costrette a portare in grembo bambine, donne incinte cui vengono negate cure essenziali per salvare le loro vite. Che alternativa offre il governo a una bambina di 10 anni rimasta incinta a seguito di uno stupro? O a una donna ammalata di cancro cui sono negate le cure mediche dato che è incinta, mentre lei ha altri bambini a casa che la stanno aspettando?”.
Ragazze rimaste incinte a causa di un incesto hanno avuto il coraggio di incontrarci, il presidente Ortega no” – ha concluso Gilmore.
Amnesty International sollecita le autorità del Nicaragua a:

  • ritirare immediatamente la legge che proibisce tutte le forme di aborto;
  • garantire servizi sicuri e accessibili di aborto per le vittime dello stupro e per tutte le donne la cui salute o la cui vita sarebbero a rischio se proseguissero la gravidanza;
  • proteggere la libertà di parola di coloro che si schierano contro la legge e offrono sostegno alle donne e alle ragazze colpite da questa normativa.

Amnesty International sollecita con la massima urgenza la Corte suprema del Nicaragua a pronunciarsi sulla legalità e costituzionalità della legge.
Il rapporto “Il divieto totale di abortire in Nicaragua: la salute e la vita delle donne minacciate, gli operatori sanitari criminalizzati” fa parte della campagna “Io pretendo dignità”, lanciata da Amnesty International il 28 maggio 2009.
La campagna intende denunciare e combattere le violazioni dei diritti umani che rendono le persone povere e le intrappolano nella povertà, mobilitando persone di ogni parte del mondo affinché chiedano ai governi, alle grandi aziende e ad altri soggetti di ascoltare la voce di chi vive in povertà e riconoscere e proteggere i loro diritti. Del rapporto di Amnesty (disponibile in inglese, spagnolo e francese) esiste anche una sintesi di 7 pagine (sempre in inglese, spagnolo e francese).

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale