
Human evolution
Inserito originariamente da gianlucacostantini
image © 2009 – Gianluca Costantini
Text:
Tom Hodgkinson
The Guardian, Monday 14 January 2008
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Con il Mullah Omar e da queste parti il satellitare non prende molto. Appuntamento alla prossima settimana. Nell’attesa, auguri in ritardo di Buon Ramadan.
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Giuseppe D’Avanzo sulla Repubblica di oggi a proposito dell’«informativa» su cui si è basato Il Giornale per attaccare Dino Boffo («Su Boffo una velina che non viene dal Tribunale», 30 agosto 2009):
È falso che quella “nota” accompagni l’ordinanza del giudice, come riferisce il Giornale. L’“informativa” riepiloga l’esito del procedimento. Non è stata scritta, quindi, durante le indagini preliminari, ma dopo che tutto l’affare era già stato risolto con il pagamento dell’ammenda. Dunque, non è un atto del fascicolo giudiziario. […] La “nota informativa”, pubblicata dal Giornale del presidente del Consiglio, è dunque soltanto una “velina” che qualcuno manda a qualche altro per informarlo di che cosa è accaduto a Terni, anni addietro, in un “caso” che ha visto coinvolto il direttore dell’Avvenire.
[…]
Risolte le domande preliminari, bisogna ora affrontare il secondo aspetto della questione: chi è quel qualcuno che redige la “velina”? Per quale motivo o sollecitazione? Chi ne è il destinatario?
C’è un secondo stralcio della cronaca del Giornale che aiuta a orientarsi. Scrive il quotidiano del capo del governo: “Nell’informativa si legge ancora che (…) delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo ‘sono a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori’”. C’è qui come un’impronta. Nessuna polizia giudiziaria, incaricata di accertare se ci siano state o meno molestie in una piccola città di provincia (deve soltanto scrutinare i tabulati telefonici), si dà da fare per accertare chi sia o meno a conoscenza nella gerarchia della Chiesa delle presunte “debolezze” di un indagato. Che c’azzecca? E infatti è una “bufala” che il documento del Giornale sia un atto giudiziario. È una “velina” e dietro la “velina” ci sono i miasmi infetti di un lavoro sporco che vuole offrire al potere strumenti di pressione, di influenza, di coercizione verso l’alto (Ruini, Tettamanzi, Betori) e verso il basso (Boffo). È questo il lavoro sporco peculiare di servizi segreti o burocrazie della sicurezza spregiudicate indirizzate o messe sotto pressione da un’autorità politica spregiudicatissima e violenta. È il cuore di questa storia. Dovrebbe inquietare chiunque. Dovrebbe sollecitare l’allarme dell’opinione pubblica, l’intervento del Parlamento, le indagini del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), ammesso che questo comitato abbia davvero la volontà, la capacità e soprattutto il coraggio civile, prima che istituzionale, di controllare la correttezza delle mosse dell’intelligence. Conclusioni molto simili le avevate già lette due giorni fa qui.
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Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.
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The fundamentalist community has a strong interest for some bizarre reason in converting homosexuals into heterosexuals. They consider homosexuality nothing but a bad personal choice, and therefore all gay people need is a little Jesus and they’ll switch back to finding the other sex more attractive.
It never seems to occur to them that that implies that their own sexual orientation would then be an arbitrary matter of a trained esthetic, and that that would imply that they should be easily flipped into homosexuality themselves (probably with a little Satan). It’s strange: I’d be rather upset if a group of Baptists tried to brainwash me into thinking Al Mohler, president of the Southern Baptist Theological Seminary, was a hot dude I ought to fantasize about.Gay conversion works! If you ignore the data and the methods, that is, PZ Myers.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
La guerra in Darfur è finita, secondo quanto dichiarato da Martin Luther Agwai, comandante uscente del contingente UNAMID in Darfur. Affermazione che rischia di essere male interpretata: la pace non è l’assenza, infatti, della guerra, ovvero delle azioni prettamente militari alle quali il comandante dei peacekeepers si riferisce, ma il ristabilimento della giustizia e dell’ordine sociale. Al contrario, come precisa lo stesso Martin Agwai, non danno tregua i tragici episodi di banditismo e di violenza indiscriminata sui civili in fuga.
Continuano a preoccupare, quindi, le gravi carenze alimentari, sanitarie, e le condizioni di sicurezza dei circa 2,7 milioni di sfollati che vivono ammassati nei campi profughi allestiti in tutto il Darfur e oltre, lungo il confine con il Chad e la Rep. Centro Africana, e che non possono tornare ai loro villaggi, per lo più dati alle fiamme come hanno testimoniato le immagini satellitari delgi ultimi sei anni.
Stime ufficiali delle Nazioni Unite continuano a parlare di 300.000 morti, cifra che viene sempre più spesso messa a confronto con la versione ufficiale del governo sudanese, sul cui presidente pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, che parla invece di 10.000 morti.
Il Sudan, che negli anni 90 ospitava Osama bin Laden e il suo gruppo terrorista, ed è per questo ancora inscritto tra gli “stati canaglia”, è dal 2000 uno dei principali collaboratori della CIA, al punto che dal 2005 diversi capi dei servizi segreti sudanesi sarebbero stati ospitati in suolo statunitense, secondo quanto riferito dal Los Angeles Times dello stesso anno.
Non sembra improbabile che un maggior impegno di questa amministrazione USA in Afghanistan, nella lotta al terrorismo, comporti il consolidamento di alleanze tra i servizi di intelligence e i rispettivi governi.
LEGGI:
Bombardamenti a Jebel Moon e Umm Dkuhumm (luglio 2009)
Continuano i bombardamenti aerei in Darfur (rapporto ONU gennaio-giugno 2009)
M.A.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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di Stefano CeraLe presunte “distorsioni” delle associazioni internazionali
L’articolo (dal titolo L’emergenza sotto i riflettori, comparso sul britannico New Statesman e ripreso da Internazionale, n. 809 del 21 agosto 2009) sottolinea che a differenza del conflitto nel Sudan meridionale, quello nel Darfur in realtà è sempre stato al centro dell’attenzione della stampa internazionale, anche grazie all’attività di alcune associazioni (Mamdani cita Save Darfur), che tuttavia avrebbe prodotto anche alcune pericolose distorsioni, come dimostra, secondo l’autore, la denuncia di un numero di morti superiore a quello effettivo nel periodo 2003-2004 (l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di meno di 120.000 morti mentre Save Darfur e diverse fonti giornalistiche hanno parlato invece di oltre 400.000 morti).
Gli aspetti significativi
Ma aldilà di questo (ricordiamo che le cifre ufficiali dell’ONU, sicuramente per difetto, parlano ormai di 300.000 morti e di quasi 3 milioni di profughi dall’inizio del conflitto), l’articolo di Mamdani è significativo almeno per altri due aspetti. Il primo riguarda una riflessione sulle origini del conflitto (seconda metà degli anni ’80), dovuto soprattutto a un salto di qualità nelle dispute territoriali che hanno periodicamente riguardato le popolazioni nomadi e le tribù agricole stanziali. Infatti, in seguito alla progressiva desertificazione (il Sahara si è esteso di 100 km in quarant’anni) le popolazioni nomadi dedite alla pastorizia (di origine prevalentemente araba) sono state costrette a migrare da nord a sud entrando in contrasto con le tribù agricole (di origine africana) per il possesso delle terre più fertili. Questo in un quadro regionale confuso in cui il Chad è diventato una delle pedine del confronto tra i “blocchi” (Stati Uniti, Francia e Israele da un lato e Unione Sovietica e Libia dall’altro). Il secondo aspetto significativo riguarda invece le due “direttrici” lungo le quali si è sviluppata la violenza nella regione: quella da nord a sud che, come abbiamo detto, ha contrapposto popolazioni nomade e tribù agricole stanziali e quella da est a ovest, che ha riguardato invece le sole tribù nomadi. Secondo Mamdani, le associazioni e la stampa internazionale si sono concentrati solo sull’asse “nord-sud”, nel tentativo di concentrare l’attenzione sul tradizionale dominio degli arabi sugli africani (tesi nata nel periodo del colonialismo inglese) e sul conseguente contrasto arabi-africani, mentre alla base del conflitto ci sarebbe soprattutto la ricerca della terra e la crescente crisi ambientale. L’autore conclude l’articolo profilando per il Darfur due possibili scenari: il c.d. “paradigma di Norimberga” per cui “vittime e carnefici non dovranno convivere nello stesso paese e i sopravvissuti ricostruiranno una nuova identità in uno stato separato, come è successo nel caso di Israele” e il “modello del dopo apartheid” in cui tutti, vittime e autori dei crimini, dovranno imparare a sopravvivere sul modello di quanto accaduto in altri contesti, ad es. in Sud Africa.
Commenti
Certamente Mamdani, autore del volume Saviors and survivors: Darfur, politics and the war on terror (Pantheon, 2009) ha il merito di toccare temi al centro del conflitto del Darfur, in qualche caso dando anche spunti originali (come ad es. le tensioni del “fronte arabo”, elemento importante tanto è vero che una delle direttrici della mediazione congiunta ONU/Unione Africana mira proprio a ristabilire il dialogo al suo interno); tuttavia, a mio avviso, va fatta qualche considerazione. La prima riguarda il fatto che il censimento britannico della metà degli anni ’50 (che ha diviso la popolazione tra dominatori “arabi” e nativi “africani”) da solo non è sufficiente a spiegare le crescenti tensioni della seconda metà degli anni ’80, dovute anche alla decisione del regime del presidente del Sudan Nimeiri di cancellare il sistema di “native administration” che aveva regolato il sistema di proprietà della terra e di amministrazione locale, nonché all’affermarsi dell’”arabismo”, ideologia razzista che esaltava la “nazione” araba (a cui ha contribuito la presenza di militari libici che hanno usato il Darfur come retroguardia durante il conflitto con il Chad). Inoltre definire, come alcuni hanno fatto, il conflitto del Darfur come il primo esempio di conflitto per cause “ambientali”, come affermato anche dal segretario generale ONU Ban Ki-Moon fa correre il rischio di sminuire il triste peso del regime di Khartoum che invece, come dimostrato dalle incriminazioni della Corte Penale Internazionale, ha precise responsabilità nell’escalation del conflitto e nelle iniziative contro la popolazione civile.
Per chi volesse approfondire, riporto l’elenco dei volumi sul Darfur disponibili in lingua italiana:
- Stefano Cera, Le sfide della diplomazia internazionale, LED Edizioni, 2006
- Daoud Hari, Il traduttore del silenzio, Piemme, 2008
- Luca Pierantoni, Darfur, Chimienti, 2008
- Antonella Napoli, Volti e colori del Darfur, Edizioni Goreè, 2009Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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George Orwell dava alcuni preziosi suggerimenti per diventare scrittori famosi: raggiunta finalmente la censura, ora dovrò lavorare su omosessualità e comunismo.
I due screenshot che vedete sono stati salvati contemporaneamente stamattina. Come molti sapranno le prime tre notizie di OKNOtizie vengono riportate sulla homepage di “Virgilio”, e come molti potranno notare del mio post su “Virgilio”, nonostante il suo ruolo da mentore, non vi è traccia alcuna.
A questo punto sono indeciso se ringraziare OKNOtizie per la mancata censura o far arrabbiare il collega Alighieri e rubare il lauro al poeta-censore latino. Ma, in considerazione dei prezzi della libertà che, grazie a Mavalà-Lerch-Ghedini, crescono come nemmeno la benzina a ferragosto, credo ringrazierò entrambi e aggiungerò la libertà tra i sogni da subordinare ad un’eventuale vincita al Superenalotto, in compagnia di ville, yacht, viaggi e fuoriserie.
E visto che si parla di poeti, possiamo concludere citandone uno mio conterraneo e astigiano: “Libertà e perline colorate…”. Da come butta, sarà già molto se ci rimarranno le perline colorate…
fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale

come potete vedere la Lega Nord, sezione di Mirano, ci invita a superare l’inevitabile depressione di fineferie trastullandoci a torturare qualche immigrato clandestino. Tra gli aspiranti kapò, oltre ad un centinaio di altri circoli della stessa Lega, paiono esserci un ministro e un deputato della “Repubblica” alla quale, ormai troppo spesso, mi vergogno di appartenere.
La “Repubblica”, di cui si diceva, come sappiamo, è guidata dal nano “fraintesolo”, Gran Maestro (tessera numero 1816) nell’arte del “fai gettare il sasso e nascondi la mano”:inevitabile quindi una pioggia di smentite che si spera in grado di mitigare l’afa di questo irrespirabile fine agosto. Ma questo è uno di quei rari casi in cui non ha molta importanza se una notizia sia vera o meno: il fatto che sia altamente plausibile è più che sufficiente.
Del resto, non mi stupisce questa ennesima dimostrazione di totale assenza di attività cerebrale degli ideatori del logo e dei loro accolti, e mi limito a invocare una legge che in simili casi consenta un espianto di organi in vivo: non tanto per mettermi a livello degli espiantati, quanto per risolvere uno dei tanti annosi problemi che affliggono la nostra Sanità.
Il vero punto focale della questione, invece, restano le “sdegnate” reazioni.
Uolter, informato da un’amica, che non ci è dato sapere se di nome, quantomeno d’arte, faccia “Veronica”, promette di darsi da fare affinchè il logo sia prontamente cancellato. E visto che i nostri pennivendoli definiscono “dura” la reazione, devo concludere che l’apologia di reato e di genocidio e l’istigazione all’odio razziale si siano a loro volta dati alla clandestinità e abbiano perso diritto di cittadinanza nel nostro Codice Penale.
Ecco il motivo per cui, approfittando di questa “latitatio legis”, ribadisco il titolo di questo articolo e vi invito a sottoscriverlo.
fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale
Traduciamo e ripubblichiamo qui un post che è appena stato pubblicato sul nostro European Public Policy Blog, nel quale si chiarisce come funziona il meccanismo di esclusione di una notizia da Google News. Un argomento che oggi ha riscosso una grande attenzione e su cui pensiamo sia importante fare chiarezza.
Ecco, in italiano, il testo del post di Josh Cohen:
“E’ possibile che abbiate letto oggi sulla stampa italiana che l’Antitrust ci ha notificato un’indagine in relazione a Google News come conseguenza di una segnalazione della FIEG (Federazione Italiana Editori di Giornali). In questo momento stiamo rivedendo la notifica in dettaglio, ma nel frattempo abbiamo pensato che fosse utile fare chiarezza sul meccanismo con cui gli editori possono controllare i loro contenuti sul web.
Primo, l’obiettivo di Google News è sempre stato quello di mettere a disposizione prospettive diverse su una notizia e di portare i lettori di tutto il mondo sui siti degli editori. Noi non visualizziamo le notizie nella loro completezza, piuttosto il nostro approccio è simile a quello che adottiamo per la ricerca su web: mostriamo semplicemente il titolo della notizia, una o due righe di testo e poi il link al sito dell’editore. Insomma, giusto le informazioni utili perché il lettore sia invogliato a leggere l’intero articolo. Una volta che l’utente fa click sul link e viene reindirizzato all’articolo, sta all’editore decidere come trarre profitto dal contenuto. Il giornale può scegliere se far pagare il lettore per accedere all’intero articolo oppure può ospitare pubblicità sul proprio sito.
Chi fornisce notizie, analogamente a qualsiasi altro editore online, ha il pieno controllo sul fatto di rendere visibili i propri contenuti attraverso i servizi di Google. Quindi, se un editore non vuole essere trovato su Google.com o su Google.it o su un altro motore di ricerca, può evitare l’indicizzazione automatica utilizzando uno standard universalmente accettato, chiamato robot.txt. Gli editori hanno anche una serie di altre modalità per controllare come i loro contenuti appaiono (o non appaiono). Una di queste opzioni è per esempio quella di continuare a comparire nei risultati di ricerca di Google senza comparire su Google News. In questo caso, tutto quello che deve fare è contattarci e richiedere la rimozione dal servizio. In effetti, abbiamo incontrato diversi editori italiani e rappresentanti della FIEG proprio quest’estate per spiegare loro queste opzioni.
Noi rispettiamo i desideri dei proprietari del contenuto, ed è per questo che abbiamo fatto in modo che non far parte dei nostri servizi sia semplice. Tuttavia, quando si tratta di Google News, riceviamo di gran lunga più richieste di essere inclusi nel servizio di quante ne riceviamo per la rimozione. Questo è perché gli editori capiscono che il traffico generato da Google News, e da servizi ad esso analoghi, è un traffico di valore: Google News porta oltre 1 miliardo di click al mese agli editori di notizie, molti dei quali traggono profitti da questo traffico grazie alla pubblicità presente sui loro siti.”
Scritto da: Josh Cohen, Business Product Manager Google News
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
La vicenda di Dino Boffo, direttore del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, che il Giornale di Vittorio Feltri rivela oggi essere stato condannato nel 2004 per molestie a una donna (Gabriele Villa, «Boffo, il supercensore condannato per molestie», 28 agosto 2009; la notizia era già apparsa in forma parziale alcuni mesi fa su Panorama, come si legge in un post di Malvino dell’epoca), in una palese ritorsione per i giudizi negativi espressi da Boffo sulle propensioni sessuali del Presidente del Consiglio, si presta a molteplici riflessioni (ammesso naturalmente che la notizia si riveli fondata: in un comunicato di pochi minuti fa Boffo accusa il Giornale di avere montato «una vicenda inverosimile, capziosa, assurda», e annuncia velatamente querela). Una riflessione, in primo luogo, sull’involuzione sempre più smaccatamente autoritaria di un capo del governo che risponde con l’intimidazione e il dossieraggio alle critiche della stampa – non sembra una coincidenza che la vicenda coincida con la querela di Berlusconi a Repubblica; sulla miseria del Giornale, che tiene a rivelarci l’omosessualità di Dino Boffo (la fonte che Villa cita riporterebbe che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione»), ben sapendo che per una larga fetta del suo pubblico è questa – e non tanto la persecuzione di una donna – la ‘colpa’ vera; sulla perdurante propensione della Polizia alla schedatura degli omosessuali in quanto omosessuali, come sembra emergere dal passo citato (l’«attenzionamento» precede chiaramente i fatti di rilevanza penale imputati a Boffo); sulla coerenza morale e l’ipocrisia del direttore di Avvenire, che in passato è giunto ad accusare un padre di essere il boia della propria figlia e dirige un giornale che non è mai stato noto per la sua indulgenza nei confronti degli omosessuali che praticano la propria sessualità.
Due riflessioni meritano un po’ più di spazio. La prima è sulla fonte del Giornale: all’inizio dell’articolo si cita «la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004», e si aggiunge subito dopo che «Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti». La prima impressione è che la fonte sia un atto giudiziario di qualche tipo, appena precedente il rinvio a giudizio o contemporanea ad esso; ma più avanti nell’articolo la fonte citata, sempre tra virgolette, ci informa dell’esito del processo, e deve essere quindi posteriore al rinvio al giudizio. Capiamo infine di che genere di informativa si tratti alla fine del pezzo: «Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, “sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”». Questo genere di deduzioni sembra tipico di un’informativa dei servizi segreti; se questo è vero, vuol dire che la situazione è arrivata a un punto grave; si noti come il Giornale non tenti di mascherare più di tanto la natura della fonte, in un gesto dal valore intimidatorio – pour encourager les autres, diciamo. A meno che – ipotesi meno probabile ma da non scartare – non si sia voluta dare l’apparenza di una fonte proveniente dai servizi segreti a un documento costruito in casa…
L’ultima riflessione è su come reagiranno le gerarchie ecclesiastiche a questa sfida. Non leggeremo mai più sulla stampa controllata dalle gerarchie una critica alle imprese di «Papi», e la pace riconquistata tra esecutivo e Vaticano verrà magari celebrata sulla pelle dei malati in stato vegetativo? O assisteremo al contrario a un’escalation, con una rottura totale fra Vaticano e governo di centrodestra? La risposta, credo, dipenderà in massima parte dalla percezione che la Chiesa ha del proprio potere nella politica e, soprattutto, nella società. Il Vaticano può scegliere la via più semplice e chinare la testa; ma in questo modo avrà mostrato a tutti di essere ormai soltanto una tigre di carta.
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È uno dei vanti della modernità: grazie ai progressi della medicina, delle tecniche di conservazione dei cibi e di trattamento delle acque reflue etc., viviamo più a lungo dei nostri predecessori; sempre più a lungo. Negli Stati Uniti, per esempio, la speranza di vita alla nascita era di 45,6 anni nel 1907, di 66,4 nel 1957 e di 75,5 nel 2007. I nemici della modernità non possono negare queste cifre; hanno tentato quindi di screditarle con un argomento che si sente ripetere spesso. La speranza di vita, sostengono, è aumentata più che altro a causa della diminuzione della mortalità infantile (cioè del numero di bambini minori di un anno morti per ogni mille nati vivi), che sempre negli Stati Uniti era di 99,9 nel 1907, 26,3 nel 1957 e 6,8 nel 2007. Non è dunque che nel 1907 la gente cadesse morta a frotte prima di arrivare a 46 anni; piuttosto, per chi superava lo scoglio dell’alta mortalità infantile, che faceva abbassare la media, la durata della vita residua era paragonabile alla nostra, che è poi ancora quella biblica: «settanta sono gli anni della nostra vita (ottanta per i più robusti)».
Già dal punto di vista dei valori in gioco questo argomento è criticabile: la sconfitta quasi totale della mortalità infantile è una conquista immensa, che ha cancellato lo strazio di chi vedeva buona parte dei propri figli morire. (Se ricordo bene, ho visto usare l’argomento in questione anche da alcuni integralisti, per i quali curiosamente la vita dei bambini minori di un anno sembrava non costituire un bene così fondamentale: si vede che per loro vale più quella degli embrioni…) Ma c’è di più: l’argomento è sbagliato anche di fatto, come ci aiuta a capire John Hawks sul suo blog («Human lifespans have not been constant for the last 2000 years», John Hawks Weblog, 25 agosto 2009):
Well, it’s just not true. You can see for yourself easily with a little reading. For example, a free article (PDF) by John Bongaarts and Griffith Feeney reviews the concepts and provides convenient summary figures of mortality rates by age in the U.S. for 1950 and 1995. Age-specific mortality rates have declined across the adult lifespan. A smaller fraction of adults die at 20, at 30, at 40, at 50, and so on across the lifespan. As a result, we live longer on average. Reductions in juvenile and infant mortality also contribute to increased life expectancy at birth, but the same trend is evident if we consider life expectancy at 15, 20, 30, or even 80. We live longer now than in the past.
What about 2000 years ago? […] there’s no doubt that Romans, Egyptians, and Greeks were dropping dead at age 30, 40, 50 and 60 – at much higher age-specific mortality rates than today […] if human lifespan had really not changed in 2000 years, then 35-year-olds shouldn’t have left their skeletons very often in the Roman catacombs. Unfortunately (for them), we find those 35-year-old bodies. A rough estimate (gleaned from tomb inscriptions that give ages) is that half of Romans who lived to age 15 – and therefore escaped juvenile mortality – were dead before age 45.
[…]
In every way we can measure, human lifespans are longer today than in the immediate past, and longer today than they were 2000 years ago. Infant and juvenile mortality do make a difference – especially if we use “life expectancy at birth” as the statistic – but age-specific mortality rates in adults really have reduced substantially.
That’s a good thing! Più empiricamente, ricordo di aver letto anni fa l’epistolario di Emily Dickinson, che copriva grosso modo il periodo a cavallo del 1850: quel che colpiva di più era la sequenza inarrestabile, angosciante, terribile di morti – morti non solo di infanti o di anziani, ma di giovani adulti. Morti a cui avrebbe posto fine solo l’installazione di una moderna rete fognaria: uno di quei ritrovati bassamente materialistici che i nemici della modernità usano così spesso deridere.
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Sergio Nazzaro http://www.sergionazzaro.com
Mauro Biani http://maurobiani.splinder.com
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In questi giorni si è parlato molto, sulla stampa italiana, dei pro e dei contro di una eventuale partecipazione delle biblioteche italiane al nostro progetto di digitalizzazione dei libri Google Books. Oggi Mario Resca, Direttore Generale della Valorizzazione del Patrimonio Culturale del MIBAC, ha preso parte al convegno mondiale dei bibliotecari che si sta svolgendo in questi giorni a Milano (l’IFLA) e di fronte a una platea altamente qualificata per parlare di libri, della loro diffusione e della loro digitalizzazione, ha annunciato che il Ministero per i Beni Culturali sta valutando di prendere parte all’iniziativa Google Books.
Google sta già collaborando con successo con le biblioteche di vari Paesi, tra cui Francia, Belgio, Inghilterra, Svizzera, Germania e Spagna. La nostra biblioteca digitale conta già oltre 100 lingue diverse, ma la lingua italiana ne era per ora sostanzialmente esclusa. L’obiettivo di Google Books è quello di offrire agli utenti un servizio che consenta loro di cercare i milioni di libri che esistono nel mondo, trovando un posto per comprarli (offline o online), prenderli in prestito da una biblioteca o anche, nel caso in cui siano opere non più coperte da copyright, leggerli direttamente dal loro computer. Si tratta di una iniziativa che non intende affatto monopolizzare l’accesso alla cultura ma, al contrario, mira a renderla accessibile al maggior numero di persone possibile.
Siamo molto soddisfatti dell’interesse mostrato dalla Direzione per la valorizzazione dei beni culturali del MIBAC a diventare partner del nostro progetto. Il supporto da parte delle autorità italiane è un’importante dimostrazione dell’attenzione del Paese alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie per la diffusione della conoscenza e, allo stesso tempo, un riconoscimento del valore che il nostro progetto di digitalizzazione può portare all’Europa.
Scritto da: Simona Panseri, Corporate Communications and Public Affairs Manager
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Gay Liberation Monument by George Segal.
Cristopher Park, New York City (set).
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Un articolo che vale la pena riportare integralmente: Chiara Saraceno, «La doppia etica della vita» (La Repubblica, 24 agosto 2009, p. 1).
Il Bossi che se la piglia con le parole di condanna del Vaticano sulla crudeltà dei respingimenti è lo stesso che parla di identità cristiana-cattolica e di valori cristiano-cattolici quando vuole contrapporre il “noi” italiano (e meglio ancora padano) al “loro” dei migranti. Il Giovanardi che dichiara che parlare di Shoah nel caso delle centinaia (migliaia) di migranti che muoiono lungo le vie della migrazione – nei deserti, nelle prigioni libiche, in mare – è lo stesso che non fa una piega quando papa e vescovi parlando dell’aborto come assassinio, che si è scatenato contro la pillola Ru486, che parla degli embrioni appena fecondati come fossero esseri umani da proteggere (purché italiani, ovviamente).
Insieme al governo e alla maggioranza di cui fanno parte, ed anche con l’attivo sostegno di una parte dei cattolici dell’opposizione, hanno sostenuto le posizioni della Chiesa in difesa della “vita nascente” e perché si continuino a mantenere artificialmente in vita corpi che hanno ormai perduto ogni traccia di vita umana. Hanno promosso leggi “in difesa della vita”. E sempre “in difesa della vita” si sono opposti e si oppongono fino allo spasimo vuoi a sentenze dei tribunali, vuoi a pareri dei medici e delle comunità scientifiche. Apparentemente va bene difendere gli embrioni (italiani) e accanirsi su corpi impotenti (italiani) in nome della vita e dell’etica cristiana, chiamando assassini coloro che invece cercano di distinguere tra esseri umani e esseri che non lo sono ancora o non più. Quando si tratta di immigrati invece cadono tutti i principi, tutte le norme di difesa della vita e della dignità della persona. Gli immigrati sono vite impunemente spendibili, senza valore, meno umani di un embrione al primo stadio e di un corpo da cui si è allontanato ogni barlume di coscienza e di capacità di vita (respirare, nutrirsi) autonoma. E questa siderale distanza nel valore attribuito alla vita umana che deve dare scandalo, non il fatto, in sé del tutto legittimo, di reagire anche duramente ad un giudizio della Chiesa cattolica. Non soccorrere chi è in pericolo, rimandare, come si sta facendo, chi arriva sulle nostre coste nei paesi da cui provengono senza contestualmente preoccuparsi dei rischi per la loro vita che in molti casi questo comporta – è uno scandalo in sé, a prescindere dalle idee che si hanno su aborto e fine vita.
Ma diventa intollerabile, inaccettabile, se queste azioni sono promosse da chi, quando si tratta di aborto, fecondazione assistita, fine vita e testamento biologico, dichiara di aderire al concetto di vita umana proposto dalla Chiesa cattolica e lo impone per legge a tutti. Per una volta, verrebbe da dire finalmente, la Chiesa cattolica ha usato nei confronti delle morti tra i migranti per mancanza di soccorso e solidarietà umana termini simili a quelli che normalmente riserva a chi decide di abortire o di porre fine a una vita solo artificiale. A mio parere si tratta di situazioni assolutamente incomparabili. E l’accusa di esagerazione, rivolta da Bossi e Giovanardi alle parole del vescovo Vegliò, presidente della pontificia opera per i migranti, dovrebbe riguardare piuttosto l’accusa ricorrente di assassinio per le donne che abortiscono e per chi pietosamente sospende le cure a chi non può vivere più. Non il fatto di denunciare le responsabilità politiche e umane di chi abbandona al proprio destino di morte i disperati delle migrazioni, impaurendo e minacciando di sanzioni anche chi vorrebbe aiutarli. Non è il laicismo che sta corrodendo le basi morali della nostra società. È piuttosto l’uso strumentale della religione per scatenare campagne amico-nemico, noi loro, buoni-cattivi, salvo poi rivendicare ogni possibile eccezione quando serve, nei comportamenti privati come nelle politiche pubbliche.
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Salvatore Dama, «Cena Vaticano-PdL contro la legge sui gay» (Libero, 24 agosto 2009, p. 17):
È il rettore della cappellania della Camera. Ruolo che gli offre un osservatorio privilegiato, ma anche un canale di relazione diretta con la politica. Una sorta di ambasciatore della Santa Sede presso il Parlamento. Si tratta di monsignor Rino Fisichella. E capita che il Vaticano possa affidargli dei messaggi da far pervenire al di qua del Tevere. Alla maggioranza e al governo. L’ultima volta? Alcune settimane fa – era già agosto, le Camere chiuse per ferie – quando Fisichella ha cenato con un gruppo di parlamentari del Popolo della Libertà. Onorevoli scelti tra quelli considerati più vicini alle posizioni della Chiesa. Due le questioni intavolate: il progetto di legge sull’omofobia e quello che istituisce i DiDoRe, diritti e doveri delle coppie conviventi. Il Vaticano, e non è una notizia, è contrario a entrambe le iniziative legislative. Il timore è che si finisca per introdurre nella legislazione italiana una terza identità di genere: dopo la donna e l’uomo, l’omosessuale. E ciò, pur nella convinzione che le discriminazioni sessuali vadano punite, per la Santa Sede è inconcepibile. Non i presunti festini del presidente del Consiglio: sono questi i temi per cui l’alto prelato si sarebbe detto «molto preoccupato». Ed è a quel punto che i commensali avrebbero dato rassicurazioni. I DiDoRe sono finiti in un cassetto. E lì rimarranno per il resto della legislatura.
L’omofobia? La proposta di legge è ferma in Commissione a Montecitorio. E, caso unico a Palazzo, il relatore di maggioranza del provvedimento appartiene alla minoranza: la deputata del Partito democratico Paola Concia. Il PdL, in pratica, molla la pratica in mano all’opposizione e lascia libertà di coscienza ai suoi. Il che significa che quel testo non passerà mai. La maggioranza non alzerà un dito perché ciò accada. […] La notizia della cena sembra credibile, vista la fonte (che comunque mi sembra mostrare qualche accento inusitato – lasciando da parte l’orrendo svarione sulla «terza identità di genere»). E del resto è ben noto che simili cose accadono.
Non so quanto potrebbe essere efficace la legge contro l’omofobia; ma provvedimenti come questo contribuiscono anche indirettamente a mutare un clima culturale. Per questo, il sangue degli aggrediti di questi giorni ricade in parte anche sulla testa di Monsignor Fisichella e dei suoi commensali.
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Ismail Rifa Jara va ad Addis Abeba con un suo gruppo e il leader dell’SLM Wahid al Nour ne prende le distanze.
Il meeting tra le più piccole e meno rappresentative fazioni di ribelli tenutosi ad Addis Abeba, sollecitato dall’inviato speciale per gli Stati Uniti Scott Gration, provoca un altra rottura nel Sudan Liberation Movement, già provato dalla separazione dalla componente fedele a Minni MInnawi, unico firmatario degli accordi di Abuja, nel 2006.
All’incontro, teso a unificare le sigle di ribelli in Darfur in vista di un possibile incontro di trattative con il governo sudanese, hanno partecipato SLM-Unity, SLM Juba di Ahmed Abdel Shafi, lo United Resistance Front (URF) e i diaspori dello SLM di Al-Nur guidati da Ismail Rifa Jara.
Ma l’operato di Scott Gration non piace. Nè ai gruppi ribelli più rappresentativi, SLM al Nur e Jem, che lo paragonano a un ministro degli esteri sudanese, nè agli attivisti statunitensi che gli rimproverano di voler soprassedere sui gravi crimini contro l’umanità perpretati ai danni della popolazione civile in Darfur per ottenere quanto prima dal Sudan un compromesso per la stabilità nella regione.
Leggi anche: Movimenti ribelli del Darfur si impegnano per unificazioneFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Il fotogiornalista Stuart Price ha vissuto tredici mesi in Darfur, catturandone volti, colori, luci ed ombre. Le foto di Stuart Price continuano a girare il mondo, sulle pagine dei principali canali di informazione di tutto il mondo.
Vi segnaliamo il sito dell’autore, dove è possibile visionarne la galleria fotografica: www.stuartpriceimages.com
Vedi anche: fotogallery Italians for Darfur
Libro: “Volti e colori del Darfur”, Ed. GoréeFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Tratto da “BITTA GENERATION _ Fumetti d’oltremare”
Contributo di Harry Lagoussis
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