set 30

“Io sono la via, la verità e la vita” (Gv. 14,6)

Molti si interrogano sulla possibile fine del mondo, sull’avverarsi delle profezie e sul concretizzarsi delle proprie percezioni. Il libro di Giovanni descrive uno scenario inquietante e doloroso per l’umanità, uno scenario fatto di cambiamenti e dolore. La chiave di lettura di questo testo spesso è filtrata attraverso la legge di causa effetto, attraverso una visione degli eventi piuttosto parziale. Credo che l’umanità stia attraversando quello che possiamo definire Apocalisse già da molti mesi, probabilmente non siamo nemmeno a metà di questo percorso.

I ricercatori attenti agli eventi che caratterizzano l’evoluzione umana, potranno costatare come la fine dei tempi sia prossima e un nuovo inizio sia pronto per coloro i quali vorranno costruire un mondo con regole universali, piuttosto che con ego e potere oligarchico. Non credo nella punizione divina, credo che il libero arbitrio sia la più grande libertà concessa dal Creatore ad ogni essere vivente. Ogni giorno possiamo compiere le nostre scelte nel rispetto del prossimo e al servizio di un Bene Universale.

In questo contesto l’Apocalisse non è altro che un periodo al quale prestare attenzione e profonda fede nella liberazione da tutte le catene imposte dalla mente umana. Certo è possibile che si verifichino catastrofi, sconvolgimenti planetari e tutto quello che ormai è ampiamente documentato su libri e speciali dedicati all’argomento. Plausibile l’avvento di carestie, pandemie e guerre mondiali, che a poco a poco vengano alimentate dal colpo di coda di un mondo che non può far a meno di autodistruggere se stesso.

Il male non è altro che Bene in trasformazione, non è altro che la possibilità di riscattare la nostra condotta. Il pensiero umano è in continua evoluzione, così come si evolve lo Spirito e i mondi spirituali. Duemila anni fa il Logos si è incarnato in un uomo per caricarsi della Croce del mondo, per purificare il corpo eterico terrestre e liberarlo da anni di oscurità. Altri secoli sono serviti per arrivare al punto in cui ci troviamo oggi, al punto in cui possiamo scegliere da che parte stare, ancora una volta poter essere artefici del cambiamento, oppure limitarci ad essere ignavi osservatori degli eventi.

Ognuno di noi ha un potenziale inscritto nel proprio cuore, un potenziale che l’anima ha rafforzato nelle proprie incarnazioni, ha perfezionato costantemente per arrivare al punto in cui tutto verrà manifestato. Viviamo il tempo della separazione più aspra, della divisione e delle guerre interne al nostro essere, tutto questo perché dobbiamo purificare e liberare ogni forma di oscurità e abbracciare interamente la via del Cuore.

La via consiste nel divenire il vangelo vivente, applicare quelle pochissime regole che fanno di un uomo il vero Uomo. Non si tratta di compiacersi in rituali pragmatici, di adottare o aderire ad alcun credo, è solo necessario aprire il cuore e lasciar entrare Cristo, unica via per ricongiungersi con il Tutto. Lo scopo dell’anima umana è quello di tornare all’origine, di riappropriarsi dell’essenza primaria da cui ogni cosa deriva, liberarsi dal corpo fisico, liberarsi dalla morte e da ogni vincolo terreno. L’Apocalisse sarà foriera di tutto quello che internamente sarà necessario purificare, sarà la chiave per aderire a leggi cosmiche, piuttosto che a ridicole leggi umane.

Credo che l’Uomo debba rispondere della sua condotta, debba essere il canale che infonde lo Spirito del Padre-Madre su ogni atomo dell’universo, credo che debba aderire a qualcosa che difficilmente può comprendere la mente umana. Lo strumento sarà la nostra parola, la nostra azione e la nostra Forza, una forza che distruggerà ogni prova secondo le leggi dell’Amore. Ci donerà profonda pace nei momenti difficili, rappresenterà un magnete che attira le persone che hanno bisogno del nostro aiuto.

Oggi ci viene chiesto di essere forti, di essere coloro i quali accompagnano i più deboli nel cammino, mano nella mano, passo dopo passo. Se guardiamo con fede e amore a tutto questo, l’Apocalisse è l’ultima benedizione che dobbiamo interpretare come il più grande passo per operare la trasformazione finale. La più grande opportunità concessa alle nostre anime per creare un’umanità migliore. Nessun cataclisma, nessun problema potrà affliggerci se siamo Uno con Tutto e con tutti, nulla sarà difficile o impossibile, per chi abbandona se stesso per seguire un principio più grande.

Articolo correlato: 2012, Ottobre 2008, Freenfo

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set 30

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Titolo dell’opera: “Macché, non siamo mica un paese razzista”.
Autore: Metilparaben

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set 30

È arrivato Google SketchUp 7 in italiano, francese, tedesco e spagnolo. Leggi le novità della versione 7 in questa pagina web.

Per SketchUp 7 abbiamo deciso di concentrarci su tre obiettivi principali: rendere SketchUp più semplice per i neofiti della modellazione, semplificare la procedura di condivisione e collaborazione al modello e aggiungere nuovi strumenti per i clienti di SketchUp Pro.

Abbiamo apportato modifiche che rendono più semplice la vita a tutti quanti e abbiamo lanciato LayOut 2, un programma a parte grazie al quale gli utenti della versione Pro possono creare dettagliati documenti e presentazioni multipagina.

Il modo migliore per scoprire SketchUp 7 è quello di scaricarlo e provarlo da te. Prima di iniziare, però, ecco alcune informazioni sull’aggiornamento:

  • L’installazione di SketchUp 7 sul computer non influirà su SketchUp 6 e avrai accesso a entrambe le versioni per tutto il tempo che desideri.
  • Se possiedi una licenza di SketchUp Pro 6 e desideri effettuare l’aggiornamento a Pro 7, puoi farlo dal nostro negozio online. Il costo dell’aggiornamento di ciascuna licenza è di 95 dollari, 72 euro o 62 sterline e se hai acquistato una licenza di SketchUp Pro 6 il 1 agosto 2009 o dopo tale data, l’aggiornamento è gratuito purché tu lo esegua entro il 31 ottobre 2009.
  • Se hai acquistato una licenza di SketchUp Pro tramite uno dei nostri rivenditori autorizzati, contatta direttamente il rivenditore per conoscere le condizioni dell’aggiornamento.

Cosa aspetti? Scarica una copia di Google SketchUp 7 e provalo. Buon divertimento!

Scritto da: SketchUp Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

set 30

Oggi affronteremo un tema importante nell’ambito della Qualità della Ricerca del nostro mercato: il testo nascosto. E’ bene tener presente, innanzitutto, che le pagine web dovrebbero essere accessibili a qualsiasi utente, a prescindere dal tipo di browser che essi usano (ad esempio browser a lettura per ipovedenti e non vedenti). Per ottenere questo risultato è alle volte necessario aggiungere del testo alternativo visibile solo a tali browser testuali, come potete vedere nell’esempio che segue.

Spesso però il testo nascosto viene utilizzato al fine di modificare artificialmente il posizionamento. Per tale motivo, Google lavora costantemente al miglioramento dei sistemi che permettono di distinguere il testo inserito per facilitare l’accessibilità delle pagine web da quello inserito per manipolare i risultati di ricerca.

Vediamo perché il testo nascosto che ha come fine esclusivo il posizionamento è dannoso:

  • altera la percezione della pagina rispetto ai suoi contenuti reali – l’utente che ha trovato quella pagina non visualizza in realtà l’informazione di cui ha bisogno e questo si traduce in una cattiva esperienza per l’utente;
  • può causare una perdita di fiducia da parte del motore di ricerca rispetto alla pagina poiché tale testo nascosto ha lo scopo di manipolare il posizionamento nei risultati;
  • peggiora l’accessibilità della pagina per un browser alternativo che, ad esempio, effettua la lettura del contenuto delle pagine.

Qui di seguito vi segnaliamo alcune delle tecniche contrarie alle linee guida relative al testo nascosto:

  • L’utilizzo di testo dello stesso colore dello sfondo
  • Inserire testo dietro le immagini
  • L’utilizzo di fogli di stile CSS al fine di nascondere testo
  • L’uso di un font size zero
  • L’uso di Javascript per nascondere o alterare testo in modo tale che sia visibile solo ai motori di ricerca.
  • Cloaking – il cloaking è la pratica di presentare agli utenti contenuti o URL diversi da quelli presentati ai motori di ricerca. La restituzione di risultati diversi a seconda dello user-agent può provocare l’identificazione del tuo sito come ingannevole e la sua conseguente rimozione dall’indice di Google.

Se siete i proprietari di un sito e decidete di far ottimizzare delle vostre pagine web affidandovi ad agenzie terze o ottimizzatori web (SEO), è importante che controlliate attentamente come il sito viene ottimizato.

Cosa controllare:

  • La versione solo testo della cache delle vostre pagine (cerca cache:www.esempio.it): corrisponde alla pagina proposta agli utenti?
  • L’account degli Strumenti per i Webmaster: controllate i link in entrata, il testo che più di frequente compare sulle vostre pagine e se avete ricevuto un messaggio di esclusione dall’indice da parte di Google.

Ecco come comportarsi nel caso il vostro sito abbia testo nascosto e si verifichi una delle seguenti condizioni:

  • ricevete un’email o una comunicazione nel message center degli Strumenti per i Webmaster
  • notate un drastico calo nel traffico proveniente dai motori di ricerca

Se avete competenze tecniche sufficenti per rimuovere il testo nascosto, vi consigliamo di farlo immediatamente e di effettuare una richiesta di riconsiderazione. Se non avete le competenze necessarie per farlo, contattate al piu’ presto la persona che gestisce il vostro sito e chiedete che il testo nascosto venga rimosso e che venga effettuata la richiesta di riconsiderazione. E’ importante che facciate presente al vostro SEO che questa pratica è contro le linee guida di Google.

Prima di decidere di avvalervi dei servizi di un SEO, ecco alcune domande utili che potete fargli:

  • Seguite le Istruzioni per i Webmaster di Google?
  • Che tipo di risultati prevedete di ottenere e in che tempi?
  • Quali sono le vostre tecniche SEO più importanti?
  • In che modo posso comunicare con voi? Mi informerete su tutte le modifiche apportate al mio sito?

Vi raccomandiamo pertanto di studiare le nostre Istruzioni per i Webmaster e di leggere la nostra Guida introduttiva di Google all’ottimizzazione per i motori di ricerca.

Ciao e grazie per l’attenzione.

Scritto da: Search Quality Team


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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

fonte: www.lago-di-bolsena.biz » vai al post originale »

set 28

Uno dei fondatori del Darfur Democratic Forum, Abdelmageed Salih Abbaker, attivista del Darfur per i diritti umani, è stato arrestato il 27 agosto e da allora non se ne hanno piu notizie. Sarebbe stata la recente campagna condotta dall’attivista su alcuni casi di stupro di ragazze del Darfur a Khartoum, agli inizi del 2009, a indurre la SSF (Sudanese Security Forces) a segregare Abdelmageed nel braccio politico della prigione di Kobar. E’ possibile chiederne il rilascio al seguente n° di fax:Omar Hassan al-BashirPresident of SudanOffice of the PresidentPeople’s PalacePO Box 281KhartoumSUDANFax: +00249-183 782 541
Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
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fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

set 28

Tranquilli…sono tutti episodi isolati. Infatti ne capita solo uno al giorno (nel migliore dei casi).

Due ragazzi di origine egiziana sono stati picchiati, secondo quanto riferito alla polizia “senza motivo”, da quattro ragazzi italiani con calci e pugni. È successo la scorsa notte a Milano in via Chiese all’angolo con via Sarca. Le vittime sono due egiziani di 22 anni e 27 anni, regolarmente residenti in Italia, entrambi hanno riportato ferite non gravi e sono stati portati al pronto soccorso del S. Raffaele. Secondo quanto i due immigrati hanno raccontato alla Polizia giunta sul posto, si tratterebbe di una aggressione a stampo razzista. I quattro italiani sarebbero, infatti, scesi dalla loro macchina, una Y 10, e senza alcun motivo si sarebbero scagliati contro i due con calci e pugni, per poi rimettersi in macchina e scappare. (Leggo)

L‘automobilista è una donna di colore originaria del Congo. Vive in Italia da 20 anni, da 15 abita a Udine e una cosa così – dice – «non le era mai capitata prima».(…) Il diverbio scoppia proprio all’uscita della scuola di via della Roggia, di fronte agli occhi sgranati di decine di bambini e genitori che assistono increduli a quanto sta accadendo. B.M. sa di non aver fatto un parcheggio perfetto, ma quando viene insultata da tre donne anche per il colore della sua pelle pretende delle scuse e rimedia uno sputo in faccia e un morsicone alla mano. La “discussione” degenera: spinte, strattoni, anche calci e pugni. Qualcuno prova a intervenire per mettere fine allo scontro mentre B.M. decide di chiamare i carabinieri. «Mi hanno sputato in faccia dicendomi “brutta negra tornatene in Africa”. (…) Il referto dei medici parla di una prognosi di 15 giorni.(Il giornale del Friuli)

Erano le tre della notte tra Venerdì e Sabato della scorsa settimana: un autobus con targa romena è (…) in attesa di ripartire verso Bucarest la mattina seguente. All’improvviso un commando di giovani, approfittando dell’oscurità e del fatto che nessun testimone si aggirava nei paraggi, ha cosparso il mezzo con liquido infiammabile e gli ha dato fuoco. Sviluppatesi le fiamme l’autista, un padroncino romeno di soli trentacinque anni che dormiva all’interno del mezzo, è stato svegliato dal loro crepitio, giusto in tempo per salvarsi e sentire gli aggressori allontanarsi dal luogo gridando “ Vi bruceremo tutti vivi cani di romeni che non siete altro”. Nel disperato tentativo di uscire dal mezzo in fiamme il romeno si è ustionato a braccia e gambe ed è stato ricoverato al centro grandi ustionati dell’ospedale romano di Sant’ Eugenio con ustioni sul 20% del corpo. Nei pressi i carabinieri della locale stazione hanno rinvenuto la tanica usata dagli attentatori razzisti. Il mezzo è andato distrutto. (Agoravox)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

set 26

Questa è la risposta che ho trovato a pagina 27 di Nobody’s Perfect, Bill Bernbach and the golden age of advertising, scritto da Doris Willens, responsabile delle PR in DDB dal 1966 al 1984:

These days, ads are tested for overnight recall. Doyle Dane Bernbach’s ads are remembered decades after they ran.

Fonte immagine: Deconstruction on Madison Avenue.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

set 26

di Susan Dabbous, Agoravox

La caduta delle Torri gemelle, l’omicidio di una giovane ragazza marocchina per mano del padre, l’attentato costato la vita a sei militari italiani a Kabul e, infine, una legge anti Burqa in Italia. Non è un’estrazione casuale di temi per la maturità ma gli argomenti che ieri sera si sono concatenati senza distinzione nel salotto di Vespa. Sul Banco degli imputati un unico grande colpevole: l’Islam, la religione. Categoria un po’ generica? No, non lo è affatto perché ha un volto: l’imam di Pordenone, la città dove si è consumata la tragedia della giovanissima Sanaa. Se mescolare le carte funziona con l’Islam e i Paesi arabi, forse può funzionare anche col cristianesimo e l’Occidente. Ok, allora proviamo ad immaginare una puntata di Porta a Porta su: le Crociate, la Seconda Guerra mondiale con l’Olocausto, la strage di 90 civili afgani provocata dal bombardamento Nato due settimane fa (l’ennesimo), Anna Maria Franzoni e la legge sul testamento biologico. Argomenti che non c’entrano nulla? Non so, con “il mondo islamico” funziona. L’importante è scegliere un capro espiatorio. Così Bruno Vespa ha pescato la sua piccola vittima sacrificale da immolare sull’altare dello share: una marocchina velata di 18 anni. La incalza con domande come: “Tu vai alle feste dei compagni di classe? Potresti mai innamorarti di un ragazzo italiano? Condividi quello che ha fatto la ragazza assassinata dal padre?”. Dalle labbra della diciottenne escono proprio le parole che servono a fare incetta di telespettatori: “Non vado alle feste, non sono fidanzata e la ragazza uccisa si è comportata male”. Ma non è tutto. Per gli amanti del lieto fine arriva l’esempio dell’arabo buono, quello rassicurante. Ecco allora il servizio sul tunisino di bell’aspetto che vive a Venezia (neanche a dirlo ristoratore). È sposato con un’italiana cattolica ed hanno figli diciamo pure “a religione mista”. Però i conti non tornano, l’Islam non era quel monolite granitico piovuto sulla terra con l’unica missione di sopraffare ed umiliare le donne? O tutt’al più trucidare gli infedeli e condannare a morte gli apostati come Magdi Cristiano Allam? Non so forse mi è sfuggito qualcosa. Ah sì, certo, l’integrazione. Il signore che accoltella la figlia perché esce con un ragazzo italiano non è un violento malato di mente, no no, lui è un “non integrato” . Il secondo signore, il ristoratore di successo, “è un integrato”. Sullo sfondo resta l’Islam, massacrato dalla banalità della tv italiana il giorno dopo l’Eid la festa di fine di Ramadan. Peccato che anche questa volta si è persa un’occasione per rispettare un milione e mezzo di musulmani che vivono in questo Paese senza necessariamente essere né ristoratori di successo né assassini. Un milione e mezzo di persone che tutti i giorni si sveglia la mattina presto per andare al lavoro, a scuola o all’università. Un milione e mezzo di persone che probabilmente avrebbe voluto passare questi giorni di festa dopo il Ramadan senza sentirsi insultato da una melange stucchevole di stereotipi umilianti.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

set 26

Un anno fa abbiamo lanciato il Progetto 10^100 con l’ambizioso obiettivo di cambiare il mondo aiutando il maggior numero di persone.
Abbiamo fatto appello alle vostre idee e alla vostra sensibilità per raccogliere quanti più progetti, promettendo un investimento di 10 milioni di dollari per la realizzazione delle proposte migliori. La risposta è andata oltre ogni nostra aspettativa.

Ci avete inviato più di 150.000 idee, in 25 lingue diverse. Ci sono voluti più di 3000 Googler sparsi negli uffici di tutto il mondo per raccogliere e analizzare le vostre proposte, una ad una. Questo purtroppo ha protratto i termini di scadenza fino a oggi e non possiamo che ringraziarvi per la pazienza che ci avete dimostrato.

Alcune delle idee inviateci prevedono ampie aree di investimento, altre invece vertono su specifici aspetti tecnologici. Visto che molti dei progetti mostrano aree in comune tra loro, abbiamo deciso di raggrupparli in 16 macro-temi che raccolgono idee simili per finalità: dal rendere i governi più trasparenti all’innovazione dei trasporti pubblici.
Visto che ogni tema implica diverse aree di implementazionie riteniamo doveroso prenderle tutte in considerazione. Per questo abbiamo bisogno del vostro aiuto.

A partire da oggi e per le prossime due settimane raccoglieremo i vostri voti per aiutare la giuria a selezionare fino a cinque idee che riceveranno il finanziamento. A seguire, presenteremo i finalisti a individui e società che possano metterle in atto.

Chi ha lavorato direttamente a questo progetto sa quanto sia stato lungo e impegnativo, ma finalmente siamo in dirittura d’arrivo e felici di potervi coinvolgere nel processo finale di selezione.

Ora non resta che votare: che vinca il migliore!

Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


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set 24

Ricolmo di Spirito aleggio fra le pieghe del tempo,
cesello frasi,
profondo sguardi,
penetro anime.

Gronda di amore il cuore colpito,
illusione di aver agito,
di aver cambiato qualcosa,
consapevole di essere stato,
senza dubbio,
vivo nell’istante.

Tutto è reale alla nostra mente,
compiacimento della Luce,
illusione di aver agito individualmente con uno scopo preciso.

La fine svela il significato dell’azione,
nient’altro che l’osservazione dell’ovvio,
scorrere dell’elettricità fra anime che si rincorrono dall’eternità.

Tutto così semplice da comprendere,
da essere confuso fra la banalità
e la sua stessa impossibilità apparente.

Cosa resta?
La domanda perpetua senza la quale
nessuna risposta potrebbe essere formulata,
senza la quale il movimento non sarebbe tale,
senza la quale la vita sarebbe solo una fotografia in bianco e nero,
in questo squarcio di esperienza terrena.

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set 24

Oltre 100 civili uccisi, circa 2000 case bruciate: questo il bilancio degli ultimi attacchi interetnici in Sud Sudan. Tre giorni fa è stato colpito il villaggio di Duk Padiet nel Jonglei.

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set 24

di Stefano Cera, in Affari Internazionali – http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1249

Prima di lasciare il loro incarico ai vertici, rispettivamente civile e militare, dell’Unamid (la missione ibrida Onu-Unione africana in Darfur), Rodolphe Adada e Martin Luther Agwai hanno sollevato, alla fine del mese di agosto, un interessante interrogativo: la guerra in Darfur può considerarsi conclusa? Dai primi mesi di quest’anno è certamente diminuito il numero di azioni condotte su larga scala nella regione da parte dell’esercito sudanese, così come il numero di decessi mensili (secondo i dati Onu, dai 200 del solo gennaio 2005 si è scesi a 150 del periodo gennaio 2008 – aprile 2009). Per questo il conflitto nella regione occidentale del Sudan non costituisce più un’emergenza ed ha assunto il carattere di ‘conflitto a bassa intensità’, sicuramente più accettabile dall’opinione pubblica mondiale.
Il Sudan meridionale va a rotoli
Secondo autorevoli esponenti della comunità internazionale la situazione del Darfur è ormai decisamente migliore rispetto a quella del Sudan meridionale; Lise Grande, coordinatrice umanitaria Onu per il Sudan mette in evidenza che mentre nella regione occidentale del Sudan “l’attenzione e la solidarietà internazionale stanno facendo la differenza”, nel Sud “si sta invece passando da una situazione disastrosa a una vera catastrofe” (Internazionale, n. 809, p. 38). Infatti, la situazione di transizione del Darfur rende il quadro tendenzialmente migliore rispetto a quello della zona meridionale del paese, dove da diverso tempo sono riprese le tensioni legate ai timori che Khartoum voglia impedire il referendum per l’indipendenza, previsto per il 2011. Ciò autorizza a pensare a un clima diverso, propizio a nuove e più convinte iniziative di pace. Purtroppo, però, la giustizia e l’ordine sociale sono ancora ben lungi dall’essere ristabiliti e proseguono gli episodi di banditismo e di violenza nei confronti degli sfollati e ai danni dello stesso personale civile e militare della missione Unamid.
Dalle insidiose iniziative di pace della Libia…
In questo clima si inseriscono le recenti iniziative della Libia e degli Stati Uniti per dare nuovo slancio unitario ai movimenti di opposizione del Darfur. Il 31 agosto scorso il governo libico ha annunciato la nascita del Sudan’s Liberation Revolutionary Forces (Slrf), in seguito alla riunificazione di sei gruppi. Il paese del colonnello Gheddafi è legato a doppio filo alle vicende della regione, a partire dalle origini del conflitto: il Darfur è stato infatti utilizzato come retrovia durante la guerra con il Chad nella seconda metà degli anni ’70 e il leader libico ha avuto un ruolo di primo piano nel supporto all’Arab Gathering, il cui fine era la presa del potere nell’area centrale sub-sahariana e nell’Africa occidentale.Ma la Libia è stata anche coinvolta nelle diverse iniziative legate al processo di pace, di cui l’ultima due anni fa, quando il tentativo di favorire la riunificazione delle forze ribelli è fallito in seguito alla mancata partecipazione di alcuni fra i più importanti fra loro. Inoltre, Gheddafi è fra i maggiori sostenitori del presidente Bashir; è stato uno dei primi ad ospitarlo all’indomani della richiesta di arresto da parte della Corte penale internazionale (Cpi) e, nelle vesti di presidente dell’Unione Africana (UA), nel recente mese di luglio ha promosso la dichiarazione di non cooperazione con la richiesta di arresto della Corte, gettando gravi ombre sull’azione dell’organizzazione e sull’efficacia della pronuncia della Cpi. Infine, nei giorni scorsi, il presidente dell’UA (nel corso del summit africano sul tema della risoluzione dei conflitti nel continente) ha accusato Israele di dare supporto alle forze ribelli, facendo proprie le argomentazioni delle autorità sudanesi.
… a quelle degli Stati UnitiL’inviato speciale Usa, Scott Gration, sta concentrando la propria attenzione su tre gruppi, URF, SLM-Juba di Ahmed Abdel Shafi e SLM-Unity di Abdalla Yahya. Anche gli Usa hanno avuto un ruolo importante nel Darfur (nel 2004 l’allora segretario di stato Colin Powell è stato il primo a parlare di “genocidio”) e l’iniziativa del nuovo inviato speciale Gration indica l’intenzione di Washington di partecipare più attivamente alla ripresa del dialogo sia fra le forze ribelli che tra queste e Khartoum. Tuttavia ad alcuni il suo operato non piace: alcune fazioni locali lo hanno paragonato a un ministro degli esteri sudanese, mentre alcuni attivisti americani gli rimproverano di distogliere l’attenzione dai gravi crimini contro l’umanità perpetrati ai danni della popolazione per ottenere dal Sudan un compromesso per la stabilità nella regione.
Successi e debolezze della presenza internazionaleAlla fine di luglio si sono celebrati i due anni dall’inizio della missione Unamid, considerata da molti un fallimento a causa soprattutto dell’ostruzionismo del governo sudanese, del mancato adempimento degli impegni da parte della comunità internazionale e della cronica mancanza di risorse (tra cui la ormai tristemente “famosa”mancanza di 18 elicotteri da trasporto, ritenuta necessaria per rendere efficace l’azione di peacekeeping in un territorio grande come la Francia). A tal fine, il Dipartimento della Difesa americano sta valutando la possibilità di inviare “consiglieri” per dare supporto alla missione per le questioni logistiche, mentre l’inviato speciale Gration ha dichiarato che, per garantire un cessate il fuoco duraturo tra le parti , è necessaria la presenza sul territorio di una forza di intelligence in grado di effettuare un continuo monitoraggio del processo di pace. Nonostante le indubbie difficoltà, la missione è spesso riuscita a fare la differenza; il rifiuto di abbandonare Muhajeria (come invece richiesto dal governo sudanese) nel mese di febbraio ha impedito un attacco su larga scala e dopo l’espulsione di 13 Ong avvenuta a marzo, l’Unamid è intervenuta per colmare le lacune nel programma di protezione e ristabilire così un efficace accesso umanitario. Sul piano diplomatico invece il mediatore congiunto Djibril Bassolè ha annunciato per la fine del mese di ottobre lo svolgimento del prossimo round negoziale tra il governo e i movimenti di opposizione, preceduto da due workshop: il primo che riunirà a Doha tutte le forze ribelli, finalizzato alla discussione di tutti gli aspetti legati al processo di pace, comprese le iniziative per garantire una più efficace sicurezza della popolazione e lo sviluppo socio-economico; il secondo, il forum della società civile, che si svolgerà in parallelo rispetto all’incontro di Doha e permetterà a tutte le comunità della regione di dare il proprio contributo alla pace, alla riconciliazione e alla promozione dello sviluppo nella regione. In conclusione, anche se molti dei problemi che affliggono in Darfur restano ancora non risolti, la speranza è che, con il maggior sostegno da parte dell’amministrazione Obama, le diverse tessere che compongono il mosaico del processo di pace possano finalmente integrarsi per arrivare alla definizione di una pace durevole.
Stefano Cera è il Responsabile della Formazione dell’Associazione “Italians for Darfur”; autore del volume “Le sfide della diplomazia internazionale – Il conflitto nel Darfur – L’escalation della questione cecena: i sequestri di ostaggi del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan”.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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set 24

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set 24

Nelle ore successive all’uccisione di Sanaa ho provato ad immaginare la puntata di Porta a Porta che sarebbe stata costruita sul dramma (poteva forse mancare?). La puntata poi è ovviamente ed immancabilmente andata in onda e devo dire che non mi ha affatto deluso: è andata esattamente come l’avevo immaginata. Il parterre era composto da personaggi notoriamente obiettivi e imparziali: Magdi Exmusulmano Allam, Souad Sbai e la Ministra Carfagna. Ad affiancarli, c’erano i fidanzati di Sanaa e Hina assistiti dai rispettivi avvocati. Uno dei legali ha impostato tutto un sermone sui musulmani che vogliono seguire la Shahirah (e perché non la Shakirah?) e imporre le loro leggi. Poi c’erano l’onorevole Livia Turco e il sociologo Khaled Fouad Allam: se non ho frainteso, dovevano rappresentare l’opposizione ai soggetti sopra elencati. Ma probabilmente ho capito male. A condurre la caccia, pardon…puntata, c’era Bruno Vespa, che alternava il ruolo dell’inquisitore spagnolo a quello paternalistico sinceramente preoccupato per la sorte del buon selvaggio. Dall’altra parte c’erano le vittime mediatiche predestinate al sacrificio televisivo: la madre della vittima, che siccome ha perdonato il marito, era ovviamente un mostro. Quelli invece che perdonano gli estranei che uccidono moglie, figlia e nipote vengono considerati, manco a dirlo, dei santi, esempi viventi della carità cristiana. C’erano anche l’Imam di Pordenone e una decina di musulmani fra cui alcune giovani. Mancava la Santanché: davvero imperdonabile. Non riesco a capire come abbia fatto un professionista dell’informazione come Vespa a tenere fuori da questa indispensabile puntata una protagonista dell’attualità come la Santanché. La non più onorevole era andata a inveire, protetta da poliziotti e agenti della Digos, contro i musulmani in preghiera per la fine del Ramadan. Secondo alcuni avrebbe anche cercato di strappare il velo alle donne. E qualcuno ha reagito dandole uno spintone. Gravissimo. Quando penso che le è stata assegnata la scorta solo perché un musulmano le ha dato dell’ignorante nel corso di una trasmissione, non oso immaginare cosa possa succedere adesso. E perché correre questo altissimo rischio? Per protestare contro il Burka, segno di sottomissione delle donne”. Inutile dire che anche nello studio di Porta a Porta gli ospiti hanno passato mezza puntata per darsi ragione a vicenda sulla necessità di varare una legge contro il burka. A nessuno è venuto per la mente di fermarli un attimo e chiedere: “Scusate, ma di che c*** state parlando?”. Personalmente di donne con il burka ne ho visto finora una sola ed era pure in televisione: l’italianissima e convintissima moglie convertita del cosiddetto Imam di Carmagnola che – per quanto mi risulta – ora vive in Senegal. E poi il caso di Sanaa non ha niente a che vedere con il burka, visto che la povera ragazza non portava il velo integrale e tanto meno quello parziale. Magdi Exmusulmano Allam si è limitato a dirci che era vittima di una fatwa da quando si è convertito (ma, detto tra di noi, lo diceva anche prima di convertirsi quindi niente di nuovo sotto il sole) e che Maometto era uno che – pensate un po’ – nell’anarchico deserto dell’Arabia del 600 d.C, faceva la guerra alle tribù che lo attaccavano o tradivano. Ovviamente lo ha detto con termini un po’ più coloriti e truci, tipo “sgozzava personalmente” ecc, ma la sostanza era questa. E dire che i Profeti dell’Antico Testamento sono ricordati proprio in quanto feroci guerrieri ed implacabili sterminatori, ma questo ovviamente l’espertone si è ben guardato dal dirlo. Souad Sbai ha tenuto a precisare che anche lei è stata vittima di “una fatwa”. Non sia mai che si pensi che ne era sprovvista. Un immigrato le ha detto in uno scambio su una mailing list che era “cristiana”. E il giudice l’ha interpretata come minaccia di morte. Mi ha fatto tenerezza Khaled Fouad Allam. Era l’unico musulmano in studio ad essere sprovvisto di fatwa. Non era per nulla trendy e ne risentivano persino le sue dotte citazioni francofone. Quasi quasi gli lancio la fatwa io, oppure lo chiedo come favore al kebabbaro all’angolo. A proposito, fossi al posto di Souad Sbai sarei andato a nascondermi. Non per la temutissima fatwa, ci mancherebbe. Ha tutta la mia solidarietà. Ma perché dopo anni di battaglie mediatiche incentrate sulla “violenza contro le donne islamiche”, l’appoggio – oserei dire unanime – dei mezzi di informazione e del mondo politico che è sbocciato nella sua elezione al parlamento, i centri di ascolto per donne islamiche con tanto di numero verde, il fatto che proprio una ragazza marocchina (e quindi della comunità di origine della Sbai) sia stata uccisa dovrebbe essere vissuto come un fallimento e non come un’occasione per mostrarsi in televisione. Soprattutto se si tiene conto che mentre era in corso il dramma di Sanaa, sola ed impaurita, l’onorevole era tutta impegnata nel lanciare accuse contro un moderatissimo esponente della comunità islamica di Torino che ha ricevuto un milione di euro da parte del Regno del Marocco nell’ambito di una strategia di lotta antiestremista approvata anche dal Ministero degli Affari Esteri Italiano. Stendiamo invece un velo pietoso sui musulmani chiamati a parlare in trasmissione. I musulmani di Pordenone, evidentemente, pensavano che bastasse andare li e dire due cose in un italiano più o meno accettabile per uscirne indenni. Eppure c’è voluto poco per farli passare come degli integralisti ambigui e potenzialmente pericolosi. I musulmani in questo paese ancora non sono riusciti a capire che certe trasmissioni sono scientificamente, lo ripeto: scientificamente, costruite per trasmettere di loro un’immagine preconfezionata. E’ tutto studiato a tavolino: gli ospiti, il modo in cui sono disposti, i servizi, le domande, le riprese, persino l’illuminazione. E quindi anche gli ospiti devono essere preparati: contano le parole, ma anche i gesti, il modo in cui si è vestiti. Tutto. Io stesso, pur avendo parecchie esperienze televisive alle spalle, ho imparato diverse cose nuove in un’apposita simulazione in studio condotta da una professionista americana già consulente mediatica di Condoleeza Rice e Colin Powell. Un esperimento reso possibile grazie alle missioni diplomatiche statunitensi e grazie al quale posso capire meglio come la scelta da parte degli islamici di Pordenone di essere preseti in venti abbia contribuito a farli passare per un branco che soggioga e condiziona. Una ragazzina si è fatta ingenuamente manipolare ma non possiamo che perdonarla: una diciottenne che ubbidisce ai genitori e non va alle feste degli amici italiani che finiscono alle 4 del mattino non può che sembrare strana in un paese in cui certe madri gareggiano con le figlie pur di stare sotto i riflettori. La moglie dell’Imam non era al fianco del marito, ma una o due file più indietro. Quando è stata chiamata a intervenire, il coniuge – già esacerbato dal modo con cui lo hanno trattato in trasmissione – si è rivolto a lei dicendole “Alzati!” per permettere alla telecamera di riprenderla quando Vespa l’ha chiesto. Proprio quello che non si doveva fare in una puntata in prima serata sui musulmani e le loro mogli. E in effetti la Sbai si è subito lanciata: “Può respirare?”. Giocare con i media è come giocare con la roulette russa, soprattutto in Italia. La regola è “tutto quello che dirà – ma proprio tutto – potrà essere usato contro di lei”. Si rischia la demonizzazione ma anche l’espulsione per una battuta. Non dico che i musulmani debbano smetterla di andare in televisione per limitare i danni. Ma che debbano pensare mille volte prima di varcare la soglia di Vespa, questo decisamente si.

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set 24

Diminuiscono le assunzioni fra gli immigrati che fanno sempre più figli degli italiani e aumentano le discriminazioni nei loro confronti. Sono alcuni dati che emergono dall’ultimo Rapporto ‘International Migration Outlook’ del Censis, che in qualità di corrispondente per l’Italia ogni anno raccoglie e analizza i principali dati disponibili sul fenomeno migratorio (Corriere)

Diffidenti, talora ostili. E realisti ai limiti del cinismo. E’ il ritratto dei giovani – studenti di liceo o di istituti professionali, veneti e emiliani, toscani e pugliesi, che la Fondazione Intercultura ha intervistato per sapere quali sono i ‘confini’ che i ragazzi tracciano tra se stessi e chiunque sia ‘diverso’. Ne emerge il ritratto di una generazione che potrebbe, se qualcosa non cambierà soprattutto nelle scuole, rivelarsi disinformata e più chiusa verso gli ‘altri’ rispetto al resto d’Europa. (Repubblica)

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set 24

A dicembre si terrà il COP15, la quindicesima Conferenza sul Clima organizzata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. I rappresentanti di tutti i paesi del mondo si riuniranno a Copenhagen per discutere un possibile accordo volto ad affrontare a livello globale il problema del cambiamento climatico.
L’obiettivo è ridurre le emissioni inquinanti che stanno surriscaldando il nostro pianeta in modo da limitare i danni peggiori, e al contempo educare i diversi popoli agli inevitabili cambiamenti che ci troveremo ad affrontare.

In occasione di questo importante evento abbiamo collaborato con il governo danese e altri importanti interlocutori per realizzare una serie di layer su Google Earth che, attraverso tour virtuali della Terra, vi permetteranno di osservare direttamente i potenziali effetti del cambiamento climatico sul nostro pianeta e le possibili soluzioni che oggi abbiamo ancora a disposizione.

I dati raccolti grazie alla collaborazione con l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ci permettono di mostrare su Google Earth il cambiamento delle temperature e del clima che il nostro pianeta rischia di subire nel corso del secolo, così come mostra questo video.

Anche YouTube è coinvolta nel progetto. Abbiamo infatti creato un apposito canale: Youtube.com/cop15 che permetterà a ciascuno di voi di farsi sentire e di esporre in prima persona le proprie riflessioni, domande e preoccupazioni alla community e ai leader mondiali che si riuniranno tra pochi mesi a Copenhagen. I video più votati del canale verranno infatti proiettati al Cop15 e saranno oggetto di discussione nel corso del dibattito TV che verrà trasmesso in tutto il mondo dalla CNN e YouTube, il prossimo 15 dicembre. I primi due, inoltre, vinceranno un viaggio a Copenhagen per assistere al dibattito in prima persona.

Avete la possibilità di farvi ascoltare: caricate il vostro video!

Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

set 24

Luca Simonetti (noto nella blogosfera come Karl Kraus) ha scritto una critica devastante dell’ideologia di Slow Food, il movimento fondato da Carlo Petrini per la riscoperta dei sapori «tradizionali». In 31 pagine ricchissime di citazioni, Simonetti mette in luce il carattere essenzialmente reazionario di un pensiero che serve da copertura a una sinistra affluente, desiderosa di consumi di lusso ma anche ansiosa di dar loro una giustificazione ideologica, e al tempo stesso ignara (e forse disinteressata) dei destini e dei bisogni reali delle masse contadine del mondo.
[I]l ritratto della vita dell’uomo-slow è quella di un signore benestante e fornito in abbondanza di tempo libero. Il modo in cui questo signore è divenuto quel che è, a S[low ]F[ood] non interessa, lo riceve come già dato, lo presuppone. Il fatto che i mezzi che consentono all’uomo-slow di esercitare il suo gusto, i suoi sensi, il suo amore per la ‘lentezza’ possano provenirgli, come di fatto spesso accade, proprio dall’esercizio delle attività ‘diaboliche’ della velocità, dell’industrializzazione, dell’omologazione, insomma del capitalismo, è qualcosa che a SF non viene neppure in mente. Così come non immagina affatto che un simile modo di vita non sia proponibile al di sotto di un determinato livello di reddito, e come tale quindi non possa costituire il fondamento di un ‘nuovo modello di sviluppo’, presupponendo, al contrario, lo sviluppo proprio come di fatto già avvenuto. Questo mettere fra parentesi i processi reali, concreti, questo completo oblio o travisamento dello sviluppo storico reale, è tipico dell’operazione ideologica così come vien definita fin dai tempi di Marx […] attribuire alle società preindustriali, ‘arretrate’ o peggio primitive, la lentezza e il tempo necessario per pensare ecc., è una pura mistificazione. Sono proprio le società ‘sviluppate’ quelle che possono permettersi di ‘perdere tempo’, in quanto gli aumenti di produttività (altra parolaccia, su cui il manifesto di SF, come si è visto, scagliava anatemi) consentono ad esse di produrre maggior reddito in tempi minori. Sono in realtà proprio le società tradizionali, pre-industriali, ‘sottosviluppate’ quelle che dedicano la maggiore quantità di tempo alla produzione del reddito, quelle più ossessionate dalla produzione, nonché quelle che sfruttano più spietatamente le risorse naturali mettendo più a repentaglio l’ambiente. Ma anche questo punto, che pure non è del tutto ignoto a SF, viene sistematicamente taciuto nei suoi tentativi di elaborazione teorica.
Il risultato allora è fatalmente la denigrazione o anzi negazione del progresso, che in SF si coniuga con l’elogio delle ‘piccole’ comunità locali e la rivalutazione delle tradizioni ataviche e secolari. Neanche questa è una novità: il pensiero reazionario, da Herder in poi, ha sempre insistito sull’imprescindibilità del legame coi luoghi, perché è solo nella dimensione locale che le ‘tradizioni’ possono sopravvivere, e perché solo l’ancoraggio al concreto, al particolare garantisce dagli attacchi che il razionalismo illuminista muove alle istituzioni della società tradizionale. Ma il paradosso è che le “tradizioni” a cui si richiama SF, cioè quelle locali, sono, nella quasi totalità, fenomeni quanto mai recenti, frutto della irrimediabile scomparsa della civiltà contadina preindustriale e, nello stesso tempo, tentativi ideologici di ovviare alla loro scomparsa mettendo al loro posto una “civiltà contadina” e una “campagna” idillico-pastorali del tutto artificiose. La finalità di questa operazione è, storicamente, quella di quietare le ansie della nuova classe egemone trasportando in un passato remoto gli ideali di pace, tranquillità, armonia che essa faticava a trovare nel presente. È difficile negare che il passato idillico a cui SF si richiama (e che non è mai esistito) fosse un passato nel quale le differenze di classe e di sesso erano soverchianti, in cui la mobilità sociale era sostanzialmente inesistente, in cui la quasi totalità della popolazione mancava del cibo in quantità sufficiente, e che la fine di questo sistema – profondamente iniquo ed oppressivo – è dovuta proprio alla vittoria di quel progresso tecnico e a quella crescita economica che SF ritiene responsabile di ogni male.
In questo lavoro ho quindi cercato di enucleare i principali “miti” costitutivi dell’ideologia di SF: le idee di natura, di tradizione, di limite, la critica del progresso e la diffidenza per la scienza, l’elogio del ruolo tradizionale della donna, il legame con la terra e con i luoghi – il semplice elenco sembra piuttosto eloquente. Lo stratagemma che consente a SF, così come ad altre ideologie politiche contemporanee, di presentare questa posizione come “progressista” consiste nel collegare la critica dello sviluppo economico, del progresso scientifico e tecnico e dell’industrializzazione – critica che di per sé è antichissima, avendo accompagnato la Rivoluzione Industriale fin dal suo sorgere – alla critica dell’imperialismo e dell’etnocentrismo da un lato, e dall’altro alla critica del consumismo e della cultura di massa (una posizione quest’ultima del resto assai vicina alla cultura cattolica contemporanea più conservatrice). Da leggere tutto: anche per portare alla luce, fra tante scorie, le cose buone – qualcuna c’è – che Slow Food ha prodotto.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

set 24

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set 22

Mi hanno regalato questo bel libro, scritto da Juan Rulfo.

Guardando attentamente, ho scoperto che la grafica è opera di Albe Steiner che dal 1955 collaborava con l’editore Feltrinelli.

In rete ho trovato altre copertine steineriane per Le Comete e un testo di Roberta Cesana dedicato alla storia della collana.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

set 22

A fronte degli insuccessi della politica internazionale, i rappresentanti delle comunità di rifugiati del Darfur nel mondo si riuniscono ad Addis Ababa per trovare una exit strategy al conflitto in corso. La forte presenza della stampa filogovernativa sudanese, però, getta ombre sulle finalità dell’operazione.

Il conflitto in Darfur dura ormai da quasi sette anni.
Una crisi profonda, politica e militare, ma soprattutto una immane tragedia umanitaria, che ha coinvolto oltre tre milioni di persone, tra rifugiati, morti e sfollati, alla quale sembra non si riesca a trovare una via di uscita
Nonostante l’impegno profuso in questi anni da parte della comunità internazionale e, in particolare, degli attivisti e delle ONG della Save Darfur Coalition, della cui coalizione fa parte anche l’associazione italiana per i diritti umani Italians for Darfur ONLUS, i tentativi di pacificare l’area si risolvono spesso in sterili comunicati delle Nazioni Unite, mentre le diplomazie si affannano nella speranza di portare a termine difficili trattative e colloqui di pace.
La missione ibrida delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, che avrebbe rappresentato un efficace cuscinetto tra la popolazione e le milizie armate, con oltre 30.000 unità previste tra peacekeepers e poliziotti, è ben lungi dall’essere operativa, insufficiente sia in termini di uomini, circa la metà di quelli pianificati, sia di mezzi di trasporto.
Dilaniato dagli interessi di interni ed esterni al Paese, il Darfur rischia quindi una lenta agonia.
L’8 settembre, ad Addis Ababa, Suliman Ahmed Hamed e altri nove tra rappresentanti dei rifugiati del Darfur ed ex combattenti ribelli, giunti da tutto il mondo, hanno presentato alla stampa il National Group for Correcting the Track of Darfur Crisis, una nuova organizzazione di rifugiati e profughi del Darfur che chiedono il rispetto dei diritti del loro popolo, senza l’uso delle armi, ma attraverso lo sviluppo, la trattativa e l’istruzione
Nel comunicato, saltano all’occhio alcune dichiarazioni di denuncia dell’ingerenza straniera nella crisi in Darfur, che sarebbe finalizzata al perseguimento di propri interessi nazionali, divenendo essi stessi ostacolo alla pace nella regione.
Tale passaggio è stato ripreso e sottolineato dalla stampa sudanese, stranamente numerosa in sala, che ne ha colto una chiusura verso la comunità internazionale, la quale avrebbe esagerato la portata del conflitto in Darfur e ne avrebbe manipolato le sorti per coltivare propri interessi e per dividere il Sudan come l’Iraq e la Jugoslavia.
Parole forti, registrate dall’agenzia di stampa ufficiale del Sudan, la SUNA, e dal Sudanese Media Center (SMC), il cui sito si ritiene sia gestito dai servizi di intelligence governativi, la National Intelligence and Security Services (NISS). Gli esponenti della nuova piattaforma affermano che ribelli, traduttori e mediatori hanno da sempre esagerato le cifre delle morti e delle vittime di violenze dei janjaweed e delle forze militari governative.
A sei anni dall’inizio della crisi, fonti ONU hanno fissato a 400.000 le morti in Darfur, mentre il governo sudanese parla di massimo 10.000 civili uccisi nel corso del conflitto.
Una guerra, che nelle ultime settimane, il governo sudanese sembra voglia combattere anche sui media.

pubblicato su Meltin’Pot (Univ. RomaTre)
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