Ott 31

Tra gli argomenti più cercati su Google da sempre c’è la musica, milioni di ricerche ogni giorno solo negli Stati Uniti. Le persone cercano informazioni sui cantanti e i gruppi preferiti, sugli album in uscita o su un brano che hanno in testa, ma del quale non ricordano il titolo. La migliore risposta per molte di queste ricerche spesso è una canzone, ma non è sempre così immediato e rapido arrivarvi attraverso il motore.

Ecco perché negli Stati Uniti abbiamo annunciato una nuova funzionalità che si pone proprio questo obiettivo: cercare e trovare più facilmente milioni di canzoni attraverso una semplicissima ricerca su Google. Come funziona? basta digitare il titolo di un album, di una canzone, oppure semplicemente il nome di un artista e il motore restituisce un link ad una preview della canzone fornita direttamente da partner come MySpace (che ha di recente acquisito iLike) o Lala. In questo modo con un semplice clic è possibile ascoltare il brano oppure acquistarlo tramite queste piattaforme autorizzate.

E se non ricordiamo il titolo esatto della canzone o l’artista di riferimento? in questo caso basta digitare su Google.com una o due frasi del brano per vedere apparire la canzone nei risultati.
Questa funzionalità ha l’obiettivo di aiutarci a trovare la musica che amiamo, anche se non stiamo cercando un brano in particolare. Per questo, abbiamo stretto una partnership con Pandora, iMeem e Rhapsody, che ci consente di includere link ai loro siti, dove è possibile scoprire musica correlata alle nostre ricerche.

Questo annuncio è solo il primo passo per rendere la ricerca…più musicale! Non possiamo garantirvi che troverete sempre tutti i brani che state cercando, ma lavoreremo insieme ai nostri partner per dare sempre più “ritmo” alle vostre ricerche su Google.

Scritto da: Google Italy Blog Team



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Ott 29

Fonti ufficiali dell’UNAMID, la missione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in Darfur, riconducono gli ultimi scontri tribali nel Nord Darfur alla lotta per l’accesso alle fonti d’acqua .

Almeno 10 persone della tribù Birgid sono state uccise nella giornata di eri con alcuni uomini della comunità Zaghawa nei pressi di Shangil Tobaya, a circa 70 Km da El Fasher.

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Ott 29

Presentata una mostra patrocinata dalla Commissione per i Diritti Umani del Senato

Una mostra per non dimenticare il Darfur, è quanto si propone la Commissione per i diritti umani del Senato, presieduta dal senatore Pietro Marcenaro, che patrocina l’iniziativa promossadall’associazione Italians for Darfur Onlus.La mostra, presentata a Palazzo Madama il 26 ottobre, sarà aperta al pubblico dal 10 novembre fino al 10 dicembre 2009.Nel corso della conferenza è stata illustrata una mozione, che sarà presentata nell’ambito del rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, attraverso cui si chiederà un nuovo intervento del Governo italiano a sostegno della missione di pace dispiegata nella regione sudanese.Sono intervenuti, oltre al presidente della Commissione, il senatore Marcenaro che ha illustrato la mozione, la testimonial della campagna per il Darfur, Monica Guerritore, Esam Elhag, rappresentante dei rifugiati del Darfur e portavoce dell’Slm Juba Unity, movimento per la liberazione del Darfur e la presidente di Italians for Darfur, Antonella Napoli – giornalista e autrice del libro “Volti e colori del Darfur”, Ed. Goree - rientrata da pochi giorni da una missione in Sudan, che ha illustrato la situazione della crisi umanitaria in corso in Darfur dal 2003.”Nel mio recente viaggio in Darfur - ha ricordato la Napoli, che è anche autrice delle foto della mostra - pur non trovando una situazione alimentare al tracollo ho potuto constatare gravi carenze. Se è vero che nonostante l’espulsione di 13 ong che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza sanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale abbia retto, la crisi è ancora pressante, incancrenita nella sua mancata soluzione. Per di più l’area continua a non essere sicura. In particolare sono venuti meno progetti di educazione sanitaria e di igiene, sostegno psicologico a donne e bambini traumatizzati e, sotto l’aspetto del sostentamento primario, manca l’acqua. Ed è proprio questa, con l’esigenza di maggiore protezione, la richiesta più prestante. Non a caso i capi tribali di Zam Zam camp smentiscono quanto sostenuto dagli esponenti del governo del Sudan che hanno annunciato il rientro di molti profughi nei propri villaggi”.”Nessuno - ha ribadito il presidente di Italians for Darfur - potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza. Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (non del tutto ma solo al 75% dei 26mila uomini previsti) per proteggere la popolazione darfuriana, e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto, contninuano a suseguirsi attacchi ai villaggi, rapimenti e violenze”.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Ott 29

Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, leghista della prima ora, è stato condannato dal Tribunale di Venezia per aver usato parole troppo forti contro gli immigrati e contro la possibilità di aprire moschee in Italia. Gentilini aveva detto la sua dal palco del raduno della Lega di Venezia nel 2008. Parole forti, come è nel costume dello «sceriffo», già noto alle cronache per le sue esternazioni colorite. Ne era seguita una denuncia con l’accusa di istigazione al razzismo. Il Tribunale di Venezia, in rito abbreviato, ha accolto la tesi dell’accusa condannando Gentilini a 4 mila euro di multa e sospensione per tre anni dai pubblici comizi. L’accusatore era il procuratore Vittorio Borraccetti che aveva chiesto 6 mila euro di multa pari a 1 anno e 5 mesi di reclusione.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Mar 17

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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Ott 29

Copertina definitiva?

Presentazione di Buoni genitori presso la sede nazionale UAAR (Roma, Via Ostiense 89 ore 18.00).

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Ott 29

Ilaria Carra, «Melzo, in tre chiedono di abortire. Il primario urla in corsia: “Assassine”», Repubblica, 27 ottobre 2009:
Avevano deciso di abortire. Ma una volta all’ospedale, per gli accertamenti preliminari all’interruzione di gravidanza, il primario, obiettore di coscienza, le ha umiliate nel corridoio del reparto, davanti al personale e alle degenti. «Assassina, sta uccidendo suo figlio», ha urlato Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, a ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire.
L’aggressione verbale è riportata nella denuncia per ingiuria presentata al giudice di pace di Cassano d’Adda […]. In un paese civile, il responsabile sarebbe stato licenziato e l’ospedale costretto a un risarcimento multimilionario. Qui è già tanto che si arrivi a una letterina di scuse più o meno ipocrite.

Aggiornamento: l’Aletti, a quanto pare, ha fatto anche di peggio (ma la condanna subita non ha interrotto la sua carriera).

Aggiornamento 2: impagabile il titolo del post che Guia Soncini ha dedicato all’episodio: «Poi, quando qualcuno fonda il gruppo Facebook “Aspettiamo Leandro Aletti con delle mazze chiodate nel parcheggio dell’ospedale”, tocca pure leggere dichiarazioni indignate e solidali».

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 27

Da Febbre da cavallo, caposaldo della commedia all’italiana.

Link grazie a Daniele Nuti, Sirio 6070.

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Ott 27

Una mostra per non dimenticare il Darfur, è quanto si propone la Commissione per i diritti umani del Senato, presieduta dal senatore Pietro Marcenaro, che patrocina l’iniziativa promossa dall’associazione Italians for Darfur Onlus.
La mostra, presentata nella sala delle conferenze dell’ex Hotel Bologna (via di S. Chiara 5),lunedì 26 ottobre alle 12, sarà aperta al pubblico fino al 10 dicembre 2009. Nel corso della conferenza sarà inoltre illustrata una mozione, che sarà presentata nell’ambito del rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, attraverso cui si chiederà un intervento del Governo italiano a sostegno della missione di pace dispiegata nella regione sudanese. Interverranno, oltre al presidente della Commissione, la presidente di Italians for Darfur, Antonella Napoli – giornalista e autrice del libro “Volti e colori del Darfur”, Ed. Goree - rientrata da pochi giorni da una missione in Sudan, che relazionerà sulla situazione della crisi umanitaria in corso in Darfur dal 2003.Saranno presenti la testimonial della campagna per il Darfur, Monica Guerritore, ed Esam Elhag, rappresentante dei rifugiati del Darfur e portavoce dell’Slm, movimento per la liberazione del Darfur.

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Ott 27

Normalmente non mi avventuro sul minatissimo e scandalosissimo territorio delle “questioni interne” italiane. Ho già spiegato il motivo in altre occasioni. Già un immigrato che si esprime sulle vicende che lo riguardano direttamente, come le leggi sull’immigrazione, il razzismo ecc, viene linciato perché un “ospite” non dovrebbe “sputare nel piatto dove mangia”. Figuriamoci se si mettesse pure a sindacare sull’autorevolezza e la qualità delle istituzioni che governano il paese in cui si trova. Questo comportamento, abbastanza diffuso per dire la verità nella società italiana, è sostanzialmente un indice di immaturità. Non si vuole capire che l’immigrato veramente “integrato” è anche colui che “interagisce” con la società in cui vive, lavora e paga le tasse. L’integrazione non è l’ “adeguarsi alla volontà della maggioranza” e quindi arrendersi allo status quo, come a qualche cretino piace ripetere. Integrarsi è soprattutto interagire con gli altri, dire la propria, provare a cambiare le cose. Solo interagendo, l’immigrato si sente accettato e compartecipe dello sviluppo del contesto in cui vive. Diversamente, si sente emarginato ed escluso e questo - ormai lo sappiamo bene - può portare a sentimenti di rancore e di vendetta che poi sfociano in maldestri tentativi di fare male a sé e agli altri, come è successo a Milano recentemente.

Faccio eccezione alla regola che mi sono autoimposto per dire la mia sul caso Marrazzo, presidente della Regione Lazio, oggetto - a quanto riferiscono i media - di un ricatto da parte di alcuni carabinieri che lo avrebbero filmato in compagnia di alcuni trans. Ora, ciò che mi sconvolge in questa faccenda non è il presunto comportamento di Marrazzo prima, durante o dopo il ricatto. I gusti sessuali sono affari privati e la paura e la vergogna che uno potrebbe provare in una situazione simile sono umanamente comprensibili. Anche se uno poi certe domande se le pone lo stesso: per esempio sul perché una serata di sesso - fossanche con una muscolosissima trans - costa 3000 euro e con quali fondi si può sostenere un simile stile di vita, se è opportuno che una persona soggetta a ricatti copra funzioni pubbliche e si rechi a simili appuntamenti con l’auto blu. Ma non è questo il punto: ciò che mi sconvolge veramente è il modo con cui i media hanno trattato questa questione. E non mi riferisco a come la stanno trattando ora, ma come l’hanno trattata prima. O forse sarebbe meglio dire a come non l’hanno trattata prima. Il video - o i video?- che, a quanto riferiscono i media, ritraggono Marrazzo con trans, strisce di cocaina, ecc non giravano solo nell’ambiente dei viado e dei carabinieri deviati. Tramite alcuni mediatori erano finiti anche nelle redazioni di diversi giornali e riviste. E questo è successo non ieri o l’altro ieri, ma settimane se non mesi fa. Eppure nessuno ha pubblicato niente. Come mai?

Il fatto che un mezzo di informazione rinunci - in una società libera o che si professa tale, mediatizzata e capitalista - a pubblicare una notizia bomba (come quella di cui stiamo parlando), indipendemente dal fatto che tratti questioni private e dal come è stata acquisita, è estremamente allarmante. La domanda che mi pongo quindi è: come mai i video imbarazzanti che coinvolgono Marrazzo non sono stati resi pubblici prima? Prima delle elezioni regionali, prima delle primarie del Partito Democratico, prima che i magistrati scoprissero il girone infernale in cui era caduto il governatore? Avevano forse remore nello sbattere gli atteggiamenti privati di Marrazzo in prima pagina? Non credo proprio. I nomi noti finiti sulle pagine dei giornali per le loro frequentazioni notturne ormai non si contano più. Festini con vagonate di ragazze, molestie telefoniche a sfondo omosessuale, macchine che si fermano vicino a transessuali. C’è stato di tutto, finora. Anche servizi ridicoli e incomprensibili come quello che ritrare il giudice Mesiano coi calzini turchesi mentre aspetta, fumando, il turno dal barbiere (atteggiamenti “stravaganti,” secondo la giornalista che ha realizzato il servizio). E i direttori dei quotidiani e dei telegiornali che hanno diffuso queste notizie, vere o false, utili o inutili che siano, hanno tutti difeso il loro operato e invocato la libertà di “rendere nota la notizia”. Ciò che è allarmante, però, è che le rendano note quando conviene, o quando viene loro ordinato di farlo, anche se ciò significa aspettare giorni, settimane, mesi se non addirittura anni. Viene quindi spontaneo chiedersi che funzione esercitano, esattamente, i media italiani? Sono organi che tengono informati i cittadini o strumenti utili alla loro manipolazione? Sono megafoni della consapevolezza e della presa di coscienza o buie casseforti di documenti compromettenti che vengono tirati fuori ad orlogeria? Ho frequentato l’ambiente dei media televisivi e cartacei abbastanza per darmi delle risposte precise e convincenti. Quindi non sono io quello che ha bisogno di una risposta ma voi, cittadini, italiani, lettori: siete davvero sicuri di essere liberi e informati?

Foto: Il cardinale Camillo Ruini e Piero Marrazzo siglano, sorridenti, un protocollo d’intesa per la costruzione di nuove chiese nel Lazio.

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Ott 27

Dopo il successo delle prime sei “mini guide”, abbiamo chiesto agli utenti del nostro Forum di Assistenza per i Webmaster di indicarci dei temi da affrontare con dei nuovi post, utili per chi gestisce uno o più siti web.
Così oggi vi presentiamo l’agenda dei nuovi “Lo sapevate che…” che pubblicheremo nel corso delle prossime settimane, e che ancora una volta affrontano gli argomenti più salienti della Guida di Google per i Webmaster.

1 - Malware
2 - Sitemap
3 - Link Schemes
4 - Indexing
5 - Paid links
6 - SEO

Le mini guide verranno pubblicate ogni due settimane circa, e la prima (malware) è già disponibile sul Forum.
Speriamo che i nuovi “Lo sapevate che…” saranno di vostro interesse. Come sempre, vi aspettiamo sul nostro Forum di Assistenza per i Webmaster.

Scritto da: Alfredo Pulvirenti, Search Quality Team

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Ott 25

Qualche presentazione da Planning-ness: per riflettere e fare diversamente.

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Ott 25


Reportage da un inferno già visto,
che si vuole mascherare da purgatorio


Tante volte dalle pagine di questo blog vi abbiamo parlato di Darfur, dei soprusi subiti da una popolazione vittima di un sanguinoso conflitto iniziato nel 2003: un conflitto e una crisi umanitaria troppo spesso dimenticate.
Italians for Darfur che nel 2006 ha lanciato una campagna e una raccolta di firme affinché si accendessero i riflettori sugli orrori di questa guerra coinvolgendo altre associazioni come Articolo 21, Amnesty International, Giovani ebrei d’Italia e molti altri, ha fornito un importante contributo a una causa che col tempo ha raccolto adesioni sia del mondo dello spettacolo e della politica sia della società civile.
Questa volta, però, andiamo oltre. Di ritorno da una missione in Sudan (la seconda in due anni) organizzata e promossa insieme all’Intergruppo parlamentare Italia Darfur, la consapevolezza - e passo a raccontarvi impressioni, emozioni e frustrazioni in prima persona - che tutto quello che si è riusciti a fare finora non sia sufficiente, che bisogna fare di più, è più forte che mai… e vi spiego il perché.
Rispetto al 2007, quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevo visitato ‘Al Salam Camp’, nel nord Darfur, non ho trovato volti scavati dalla fame, fantasmi senza futuro che non avevano neanche la forza di chiedere aiuto. Stavolta non sono state le migliaia di persone che pelle e ossa vagavano per il campo con gli occhi sbarrati dal panico o le agghiaccianti testimonianze delle ragazze che raccontavano il terrore degli stupri subiti a segnarmi profondamente. Questa volta è bastato il ‘contesto’… Il degrado umano dilagante, l’assenza di ogni barlume di speranza negli sguardi che ti scrutano nel profondo, la delusione trasformata in rassegnazione di non poter cambiare uno ‘status’ incancrenito, che ti porta a perdere dignità e futuro.
E’ vero, la situazione alimentare non è al tracollo. Nonostante l’espulsione di 13 organizzazioni internazionali che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza umanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale ha retto. Ma la rabbia repressa e il dolore immane per un’esistenza ai limiti della sopravvivenza e del decoro, hanno ‘inciso’ un marchio indelebile sulla pelle di questa gente. Avrei preferito trovarli con qualche chilo di meno addosso piuttosto che deturpati da una ferita aperta che neanche il tempo riuscirà a guarire.
Quando bambini di quattro – cinque anni si azzuffano e calpestano i fratellini di pochi mesi pur di strappare dalle mani di chi li porge quaderni e matite che probabilmente non useranno mai, comprendi che per loro il presente e il futuro sono segnati da abbandono, disinteresse e violenza.
Tutto questo e molto di più, o di peggio, è ancor oggi il Darfur. Eppure ci dicono che la fase critica è passata, che ai trecentomila morti causati dal conflitto che ha spinto alla fuga due milioni e mezzo di persone non si aggiungeranno altre vittime perché la guerra è finita!
E allora se la guerra è davvero ‘finita’ perché negli ultimi dieci mesi la popolazione di Zam Zam Camp, il centro di accoglienza visitato pochi giorni fa con il presidente del’Interparlamentare Italia – Darfur, Gianni Vernetti, è praticamente raddoppiato passando dai circa 60mila del 2008 agli oltre 100mila di quest’anno? E non è l’unico punto di approdo di questa marea di disperati che non si arresta in tutta la regione.
A spingerli lontani dai loro villaggi non sarà più la paura dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’ – che secondo la Corte penale internazionale, hanno compiuto massacri indicibili sotto la guida del regime di Khartoum - ma la mancanza di sicurezza, che espone sia la popolazione locale sia gli operatori umanitari e gli stessi peacekeeper della missione Onu – Ua che dovrebbe garantire ad essi protezione, lo è di certo!
La crisi umanitaria, già gravissima, rischia di diventare incontrollabile a causa delle continue incursioni di gruppi criminali armati che sequestrano indifferentemente civili, militari e cooperanti persino nelle loro abitazioni e/o sedi di lavoro.
Nonostante la complessità della situazione che si è delineata nel corso delle ultime visite degli osservatori delle Nazioni Unite e le preoccupazioni esternate dagli operatori delle Ong ‘superstiti’, il governo sudanese - interpellato nel corso della visita - non è sembrato affatto preoccupato. Anzi. Il Governatore del Darfur ha annunciato che è in atto un flusso di rientro dei profughi nelle proprie abitazioni e che i villaggi abbandonati in passato per timori di attacchi, si stiano ripopolando.
Peccato che i capi tribali di Zam Zam, ai quali abbiamo chiesto informazioni in merito, abbiano smentito quanto sostenuto dagli esponenti governativi incontrati poco prima. Non hanno esitato un attimo nel confermare che nessuno potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza per rendere i rientri possibili. Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher e i rifugiati per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (ancora non completamente, siamo ancora al 75% dei 26 mila uomini previsti) per proteggere la popolazione darfuriana e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto.
Girando tra le capanne e le tende di Zam Zam è facile rendersi conto di quanto l’emergenza sia ancora pressante.
Dopo gli ultimi arrivi dell’estate scorsa non c’è più posto. Non viene più accettato nessuno.
Il messaggio degli sfollati e di chi li assiste è forte e chiaro. ”Abbiamo bisogno di voi più di prima”.
Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla.
L’appello di aiuto viene pronunciato da tutti gli interlocutori che si incontrano. Un’invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così.
Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.
Sono soprattutto i bambini a tendere le mani, a tirarti per la giacca e a chiedere… ‘money?’, l’unica parola in inglese conosciuta.
Sono proprio loro le vittime maggiori di questa crisi umanitaria, crisi che ormai sembra cronicizzata, congelata nella sua mancata soluzione. Tutto ciò lascia davvero poche possibilità a questi piccoli di vivere, un giorno, un’esistenza migliore dei loro padri e delle loro madri.

Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Ott 25

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Ott 25

Mi si chiede un’opinione sull’ora di religione islamica a scuola. Il ritardo con cui rispondo alle sollecitazioni dei miei lettori su questa cosiddetta “apertura” dovrebbe essere di per sè indicativo di ciò che penso in merito. La verità è che sono stufo di queste sparate mediatiche funzionali a farci conoscere la faccia di qualche politico o al regolamento dei conti tra diverse fazioni della maggioranza. Alla lunga, tutti dimenticano che la proposta dell’ ora di religione islamica non è stata lanciata da un musulmano ma dal sottosegretario al Commercio Estero Adolfo Urso, in quota Alleanza Nazionale. E il messaggio che serpeggia nell’opinione pubblica è che “i musulmani vogliono imporre la loro religione anche ai nostri bimbi a scuola”: un’altra leggenda metropolitana che si aggiunge a quella dei “musulmani che non vogliono il crocefisso”, ai “musulmani che non vogliono il presepe” e via discorrendo. Agli imprenditori italiani questa sparata forse frutterà qualche contratto interessante in Libia, che ha prontamente ringraziato l’Onorevole Urso. Ma noi, umili immigrati musulmani residenti in Italia, cosa abbiamo riportato davvero “a casa”? L’ennesimo - indecente - teatrino mediatico in prima serata. Bruno Vespa ha propinato la solita macedonia islamica che serve in queste occasioni: un nauseabondo pot-pourri di “ora di religione islamica”, “matrimoni misti falliti”, “genocidio in Sudan” e chi più ne ha più ne metta. Con la solita platea di politici e monsignori in vena di sbranare l’Imam di turno. Stavolta è andata male visto che l’Imam, che è anche portavoce dell’Ucoii, era una persona presentabile: viso sbarbato, atteggiamento posato, italiano accettabile. Vogliamo scommettere che alla prossima puntata comparirà - a scelta - un macellaio barbuto e sdentato che sputacchia fatwe a comando in un italiano stentato, un’adolescente velata che non sa come reagire ai trabocchetti mediatici o un/a neofita zelota in vena di provocazioni teologiche? La disinformazione nella puntata di Vespa sull’ora di religione islamica a scuola ha toccato vette inimmaginabili persino per me, già maldisposto nei confronti di Porta a Porta. In un servizio la giornalista ha affermato che “una cristiana per sposare un musulmano deve convertirsi all’Islam”. Ovviamente falso. Persino il neofita Magdi Exmusulmano Allam, ospite immancabile in queste orge della manipolazione mediatica, ha dovuto smentire. L’ha fatto ovviamente con grande imbarazzo, e solo quando è stato chiamato in causa da Vespa in persona. Anche perchè lui era tutto impegnato a dire altre sciocchezze, tipo che il Corano contiene versi che giustificano la lapidazione (falso) o che Maometto ha fatto uccidere i membri di una tribù ebraica (vero, ma va spiegato anche il contesto guerriero tribale del VII secolo). A dargli manforte c’era Monsignor Fisichella che affermava che alla conquista araba “i cristiani sono stati mandati via dalla Siria” (non si capisce allora come mai ci siano ancora) e che la storia è “fatta di fatti” (qualcuno gli spieghi per cortesia che la storia è fatta di fonti, e quindi anche di interpretazioni e di ricerca). Alla fine, come una ciliegina sulla torta, è arrivato un servizio sui cristiani crocefissi in Sudan. E chi li ha crocefissi? In una puntata che parla di Islam e di musulmani, viene normale pensare che siano stati gli islamici - questi farabutti! - a commettere l’ennesima atrocità. Il giornalista di Vespa, in realtà, dice apertamente chi ha commesso questa barbarie: “Il Lord Resistance Army”. Lo dice però in inglese e senza fornire ulteriori dettagli, tanto i telespettatori italiani sono notoriamente esperti in guerriglia e conflitti africani. Ebbene: sarei davvero curioso di sapere quanti, fra i telespettatori di Vespa quella sera, sapevano che “l’Esercito di Liberazione del Signore” è un gruppo ribelle di matrice cristiana e cioè che stiamo parlando di cristiani che hanno crocefisso altri cristiani per “purificarli”. Il bello è che Roberto Cota, candidato a quanto pare alla guida della Regione Piemonte, si è pure messo a sbraitare di “reciprocità”. Ora, ammesso e non concesso (e non lo concedo) che siano stati islamici a crocefiggere quei cristiani, di quale reciprocità parla Cota? Dobbiamo crocefiggere sette islamici per farlo contento? Povero Vespa…e dire continuava ad affermare che “si può girare il Vangelo in tutti i sensi senza trovare qualcosa che si presti a giustificare certi atti”. Mi chiedevo se sarebbe cosi gentile da spiegarlo anche ai signori dell’Esercito di Liberazione del Signore. Sono sicuro che un bel viaggio nelle zone di conflitto in Uganda o in Sudan, lontano dalle poltroncine bianche imbottite del suo studio, gli farebbe un gran bene.

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Ott 25

Se siete fan degli U2, la storica rock band irlandese, forse siete già venuti a conoscenza di un appuntamento imperdibile.
Come ha infatti anticipato pochi giorni fa The Edge, il chitarrista del gruppo, il prossimo concerto degli U2 (previsto per Domenica 25 Ottobre al Rose Bowl di Los Angeles alle ore 20:30) verrà trasmesso live su YouTube (alle 5:30 del mattino, ora italiana) direttamente sul canale ufficiale degli U2.

I fan di 15 paesi, tra cui il nostro, potranno seguire il concerto da casa e interagire tra loro, direttamente sul canale YouTube degli U2.

Troppo stanchi per resistere fino all’alba? niente panico…la registrazione dell’intero spettacolo sarà disponibile anche il giorno successivo. Buon concerto!


Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


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Ott 25

Just homeless

Le ingiustizie e le mistificazioni cominciano dalle parole: clandestini, sbandati, bivacco, decoro urbano.
E proseguono con una cieca e ignobile azione esclusivamente punitiva e coercitiva. Dopo il divieto di mangiare e bere nei luoghi “pregiati” di Roma, l’ordinanza contro i lavavetri, i giocolieri e gli ambulanti e la cosiddetta ordinanza antiborsoni, ecco in arrivo un altro stupido gradino di un progetto miope e osceno: le panchine antibarbone. Ovvero panchine divise in due da un bracciolo per evitare che qualcuno vi si posa sdraiare. Nani e bambini a parte. Forse ai nostri burocrati dell’ordine è sfuggita questa possibilità. Ma i nani sono pochi e i bambini magari fanno tenerezza anche agli aridi cuori della giunta capitolina.
I fondi per modificare le panchine o per costruirne di nuove ci sono già: quanti soldi saranno spesi per evitare di sdraiarsi a chi non ha nessun posto dove andare? Nessuno ha nemmeno considerato che si potrebbero spendere per offrire un luogo dove dormire e non per rendere ancora più dolente una esistenza che è già disgraziata?
No, l’unica preoccupazione di gente come Fabio de Lillo, assessore all’Ambiente, è di cacciare la polvere sotto al tappeto e negare o fregarsene della drammatica realtà di alcuni esseri umani. Già. Perché quella polvere che non si vuole vedere non è quella presente anche nei loro salotti buoni, ma sono persone.

DNews, 23 ottobre 2009

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Ott 23

Il Sudanese People’s Liberation Movement (SPLM) minaccia di abbandonare il Parlamento sudanese, del quale fa parte a seguito degli accordi di pace del 2005(CPA) se non ci saranno nuovi provvedimenti del Governo che spianino la strada a una libera consultazione popolare per il referendum del 2011 e per le elezioni presidenziali del prossimo anno.
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Ott 23

DARFUR: ASSOCIAZIONE, DA OBAMA PIU’ PRESSIONI MENO INCENTIVI

(ANSA) - ROMA, 20 OTT - L’associazione Italians for Darfur auspica che, all’indomani della nuova strategia di ”pressioni e incentivi” annunciata ieri dal presidente Usa Barack Obama nei confronti del Sudan, ”vengano attuate innanzitutto le maggiori pressioni, e non i promessi incentivi, in caso di una mancata risposta alle richieste rivolte al governo sudanese e, tra queste, oltre alla cessazione del ‘genocidio e degli abusi’, l’organizzazione di elezioni credibili nell’aprile prossimo (gia’ rinviate due volte) e la collaborazione nel contrasto del terrorismo internazionale”. Lo si legge in una nota dell’associazione che da anni si occupa della campagna in favore del Darfur. La nuova strategia della Casa Bianca, avverte pero’ l’associazione, ”rappresenta ancora un’incognita, soprattutto perche’ l’uso stesso della parola ‘genocidio’ potrebbe intralciare con la politica dialogante intrapresa da Washington”. ”Di certo auspichiamo che ora si passi dalle azioni ai fatti e che innanzitutto gli Usa si impegnino a mantenere il dossier Darfur in cima all’agenda politica e umanitaria internazionale: solo non spegnendo i riflettori su questo conflitto - conclude la nota - sara’ possibile avviare un’azione piu’ determinata di quanto non sia stato finora da parte della comunita’ internazionale nei confronti del regime guidato dal presidente Al Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l’umanita”’.(ANSA).

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Ott 23

irapIl governo Berlusconi sta studiando un sistema che permetta di tagliare l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) in maniera graduale fino alla sua totale eliminazione. Questo interveto è stato preso in considerazione in modo da ridurre la pressione fiscale ed aumentare i consumi delle famiglie. Insomma con questa operazione l’economia famigliare potrà solo migliorare, il potere di acquisto aumenterà sensibilmente. Bisogna tenere conto che la Francia sta provvedendo ad eliminarla, mentre la Germania la sta diminuendo, quindi quello che sta facendo il nostro governo è una soluzione necessaria per arginare la crisi economica che sta attanagliando il nostro paese.

In ogni modo prima di gridare vittoria, staremo a vedere quando verrà approvato questo intervento.

Il governo sta studiando nuovi interventi per agevolare i consumi come il taglio graduale dell’Irap che dovrebbe progressivamente sparire.

Via reuters

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Ott 23

Come saprete, l’obiettivo di Google è da sempre dare accesso al maggior numero di informazioni, nel minore tempo possibile.
Negli ultimi anni in rete si sono sviluppati nuovi modi per condividere informazioni in tempo reale e Twitter ne è un esempio.

Data l’importanza di questo fenomeno e di ciò che oggi rappresenta, siamo felici di poter annunciare che abbiamo raggiunto un accordo con Twitter per includere i loro aggiornamenti all’interno dei risultati di ricerca di Google. Siamo sicuri che sia i risultati di ricerca, sia l’esperienza utente possano trarre un notevole vantaggio dall’aggiunta di questi aggiornamenti in tempo reale.

In questo modo, la prossima volta che cercherete informazioni legate a commenti in tempo reale, ad esempio informazioni sulle condizioni meteo nella vostra località sciistica preferita, potrete trovare i tweet di utenti che si trovano già là e che hanno deciso di condividere le ultime informazioni sul posto.

Scritto da: Google Blog Team


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Ott 21

Partito DemocraticoIl 25 ottobre 2009 ci saranno le primarie per l’elezione del nuovo segretatio del Partito Democratico. Magari non interessa a nessuno, ma sarebbe utile sapere, anticipatamente, chi sarà il nuovo segretario del PD sotto forma di sondaggio.

Date la vostra preferenza. I risultati sono disponibili in questa pagina.

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Ott 21

La Rete Lenford (un gruppo di avvocati che si occupano della tutela giudiziaria delle persone omosessuali) ha emesso un comunicato stampa in cui si dimostra come siano del tutto inesistenti le pretese violazioni delle norme costituzionali elencate nella pregiudiziale presentata dall’UDC e approvata dalla Camera di Deputati il 13 ottobre scorso, con la quale è stato affossato il disegno di legge che introduceva la circostanza aggravante relativa all’orientamento sessuale.
Secondo gli estensori della questione pregiudiziale il progetto di legge introduceva, in violazione dell’art. 3, un trattamento differenziato fondato su un elemento irragionevole, che risiederebbe nel fatto che l’espressione “orientamento sessuale” comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”.
Questa affermazione è del tutto incongruente ed errata.
Infatti, nel suo significato semantico l’espressione “orientamento sessuale” non corrisponde a nessuno dei fenomeni sopra elencati, essendo una condizione personale ascritta e avendo una sua precisa definizione scientifica come attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona del proprio sesso o del sesso opposto.
Neppure nel suo contenuto legislativo, la dizione “orientamento sessuale” può dirsi comprensiva delle sopra menzionate condotte erotiche che invece non sono condizioni personali ascritte, ma vengono fatte rientrare dalla scienza medica nella categoria dei disturbi del comportamento sessuale.
Peraltro, è proprio l’asserita arbitraria assimilazione tra “orientamento sessuale” da un lato, e condotte erotiche quali incesto, pedofilia, zoofilia ecc. dall’altro, che costituisce una disparità di trattamento del tutto irragionevole, e ciò perché, com’è evidente, l’orientamento sessuale è cosa ben diversa dalle predette condotte, che si caratterizzano tutte come indirizzate a specifiche categorie di soggetti che non possono catalogarsi in base all’orientamento sessuale. Così, ad esempio, un pedofilo è tale in virtù dell’età della sua vittima, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia o meno il suo stesso sesso. Analogamente, un necrofilo è tale in virtù del fatto che la sua vittima è morta, cioè, ancora, a prescindere dalla circostanza che la vittima abbia il suo stesso sesso o quello opposto. Inutile dilungarsi sulle altre condotte.
Del resto, l’ordinamento italiano e sovranazionale già sanziona, con norme di natura penale, le condotte sopra elencate, che sono considerate dannose per la vittima, mentre protegge espressamente l’orientamento sessuale, per esempio contro le discriminazioni nei luoghi di lavori o nella definizione dei requisiti per lo status di rifugiato. […]
Si vorrebbe far credere, nella mente degli estensori della questione pregiudiziale, che l’elemento soggettivo in capo all’autore del reato (“l’interiorità dell’animo” quale “autentico movente”), sarebbe difficilmente accertabile, e quindi di per sé contrario al principio di uguaglianza, perché irragionevolmente discriminatorio.
A questa visione basta rispondere che il codice penale ben conosce ipotesi di dolo specifico e che le difficoltà di accertamento del reato non possono, da sole, giustificare un rifiuto di tutela da parte del legislatore, che è chiamato, in virtù dei suoi doveri costituzionali, a porre fine alle discriminazioni e non ad alimentarle attraverso considerazioni di ordine pratico che la legge, invece, assegna sempre al giudice perché le risolva nel corso di un procedimento giudiziario, con gli strumenti che il diritto processuale mette a sua disposizione.
Quale ulteriore asserita motivazione di incostituzionalità della proposta di legge, basata sull’art. 25 della Costituzione, ed in particolare sul principio nullum crimen sine lege, mancherebbe una definizione dell’espressione “orientamento sessuale”, mancanza che renderebbe imprecisato l’oggetto dell’aggravante.
Si tratta, anche qui, di un’opinione del tutto incongruente, per le stesse ragioni evidenziate sopra e in più perché la nozione di orientamento sessuale è già presente nella legislazione penale italiana. Infatti dal combinato disposto degli articoli 10 e 18 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e dall’articolo 38 dello Statuto dei lavoratori risulta una fattispecie penale tra i cui elementi vi è proprio l’orientamento sessuale. […] Da leggere tutto.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 19

Le immagini della immane crisi umanitaria in Darfur e i numeri dell’imponente impegno del Programma alimentare mondiale e delle ONG in quelle stesse aree, così come nelle altre periferie del Sudan, se viste e letti a Khartoum, la capitale, sembrano appartenere a un altro Paese, a terre lontane.

Negli ultimi anni, la capitale sudanese è, infatti, in pieno boom demografico ed edilizio, con agenzie ONU, uffici e sedi di aziende e multinazionali europee e dell’est asiatico che investono milioni di dollari nelle terre ricche di petrolio del Sudan.
Nel centro di Khartoum, un terreno edificabile tra i 400 e i 1000 mq vale 1-2 milioni di dollari. Un bilocale è affittato a non meno di 800-1000 dollari al mese.
Grandi complessi abitativi stanno sorgendo tutto intorno al centro della città e le banche offrono, per la prima volta nella storia del Paese, mutui fino a 15 anni.
Anche confrontando il prezzo degli appartamenti e dei terreni con altre città africane e straniere, come fa il Sudan Tribune, emerge un dato chiarissimo: il loro costo è altissimo.
Il valore di un appartamento a Khartoum è pari a quello di due o tre appartamenti a Il Cairo o a un trilocale a Chicago.

Approfondisci: Un morto e sei feriti per una scodella di sorgo in DarfurFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Ott 17

Collett Dickenson Pearce Celebration. Nient’altro da aggiungere.

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Ott 17

VIDEOGIOCO by Donato Sansone from Enrico Ascoli - Sound Design on Vimeo.

Segnalato da cartoon brew.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 17

L’essere umano è davvero una creazione meravigliosa. Il concepimento di questa creatura così perfetta, è la sintesi del mistero della vita e del suo più intimo funzionamento. Il soffio primordiale dal quale tutto è nato, prosegue la sua onda di espansione in un piccolo zigote nell’intero universo. Un evento così microscopico da risultare non classificabile secondo parametri universali, talmente grande da risultare il più ampio e completo momento dell’evoluzione della specie. L’universo è un compendio di vite, manifestazioni visibili e invisibili, a volte lontane dall’immaginazione, al punto da non poter nemmeno essere pensate. I parametri umani sottendono alle regole del nostro sistema, universo intersecante altre infinite possibilità, le quali sono tutte potenzialmente attuabili. La nascita non è altro che l’atto consapevole di un anima che decide di incarnarsi nel momento del concepimento, per compiere il suo piano dimensionale. Il concetto di anima è molto complesso, metafisica e religione se ne contendono la definizione più accurata. A coloro i quali è a cuore la verità, anche la scienza comincia a interrogarsi a fondo su tale parola.

Si finisce per avere a che fare con lo Spirito, con le sostanze che compongono il cosmo, con l’infinitesimamente piccolo e l’infinitesimamente grande, a seconda del punto di vista. Impossibile dare la definizione che metta d’accordo l’opinione comune, altro non resta che intraprendere il vero viaggio, che porta alla scoperta di tutto quello che tale parola rappresenta. Incarnazione, concepimento, nascita, parole prive di significato se non rapportate al loro concetto più autentico, la loro espansione nell’intero che esse stesse rappresentano.

La nascita quindi è il momento in cui un individuo decide l’inizio della sua avventura dimensionale, il proseguimento naturale del viaggio intrapreso nella dimensione atemporale. Il tempo non è altro che la proiezione dei nostri pensieri a livello materiale, una forma di densità che l’uomo sperimenta nel corso della sua esistenza. Un operatore che riprende una scena con una videocamera, non è altro che lo scandire dell’azione dettata dal tempo. L’operatore è conscio del movimento, del modificarsi della luce e delle prospettive, è coerente con le leggi che regolano la sua andatura, il suo peso, il colore, le forme e tutto ciò che compone la materia. Il non tempo è la proiezione del tempo all’infinito, in un punto preciso in cui la contrazione è massima al punto da scomparire. L’operatore riprende con la videocamera la scena, ma ora è come se fosse posizionato su un velivolo a diecimila metri da terra e riprendesse la terra dall’oblò. Impossibile scorgere il passaggio di auto, di persone, di luci e di colori, tutto sarebbe istantaneo e invisibile, completamente estraneo alla percezione dei cinque sensi.

La nascita rappresenta la discesa dell’operatore dal velivolo sulla terra, da un riferimento di movimento macroscopico, apparentemente governato da leggi diverse, ad uno microscopico, adatto alla struttura sensoriale umana. Analogie che non possono essere esaustive del quadro generale, in quanto prive di quello che l’emozione e il sentimento conferisce all’essere vivente e alla sua differenziazione con gli oggetti inanimati.

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Ott 17

«In quattro sono scesi dalla macchina in pieno giorno, verso le 12, all’altezza di Valco San Paolo - Viale Marconi, hanno aggredito un ragazzo egiziano e se ne sono andati via, dopo ‘l’eroica vigliaccatà, inneggiando a Mussolini». Lo denuncia Andrea Catarci, presidente del Municipio XI. «Il ragazzo, in evidente stato di shock, è stato ricoverato all’ospedale San Camillo, dove gli è stata riscontrata la rottura del setto nasale», racconta Catarci. (Corriere)

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Ott 17

Giustamente la Procura sta indagando sui compli­ci dell’ingegnere libico che ha tentato una avventura da kamikaze nella caserma di piazzale Perrucchetti a Milano. Altre parti della città, altre istituzioni ed i co­muni cittadini faranno bene a chiedersi perché di un gesto così disperato. Il suicidio, anche quando è com­piuto per una causa ritenuta santa, è una scelta grave che deve essere motivata da ragioni convincenti che è pericoloso liquidare con una generica affermazione di fanatismo. Il libico potrebbe aver coltivato un rancore sordo verso una nazione che tratta lui e tutti i suoi connazio­nali con diffidenza e disprezzo. Forse le condizioni economiche molto precarie, una famiglia pesante con dei figli ai quali non poteva assicurare un futuro dignitoso possono aver logorato le difese e convoglia­to la frustrazione verso la violenza o forse altri motivi ancora. Io conosco e ascolto molti ragazzi di religione isla­mica di prima e soprattutto di seconda generazione. Ragazzi e ragazze che hanno studiato e si sono diplo­mati o laureati a Milano o in Italia i quali fanno una enorme fatica a sopportare tutte le forme di discrimi­nazione quando non di disprezzo di cui sono fatti og­getto: loro e la loro religione, la loro nazionalità. Si sente il desiderio, il dispiacere e la rabbia che monta perché è giusto che la ribellione monti in chi capi­sce di non essere rispettato. Sento che ci stiamo allevando come nemici deci­ne di migliaia di giovani ormai italiani e milanesi o lombardi i quali hanno il diritto al rispetto, che potrebbero diventare cittadini a pieno titolo, che vivranno certamente in­sieme con noi e tra di noi. Troppi atteggiamenti di politici, di amministratori e di cittadini ammaestrati da cattivi maestri sono ingiusti, immorali, pericolosi. Quanti italiani potrebbero sopportare di essere trattati come persone di serie B, uomini e donne che non solo devono percorrere vie burocratiche e onero­se per avere un permesso di soggiorno o il ricongiun­gimento familiare ma anche quando lavorano e paga­no le tasse nella nazione della mafia e della ’ndran­gheta sono sospettati di essere l’origine della crimina­lità e della violenza, un pericolo per la fede cristiana e altre sciocchezze del genere. I giovani islamici, molti islamici moderati che so­no nati e che vivono e vivranno a Milano vogliono essere una risorsa per la città, istituzioni islamiche come il Centro Islamico di Milano cercano il dialogo, la moschea per Milano è diventata una necessità ed una risposta di riconoscimento e di dignità. Possiamo solo sperare, da persone intelligenti ed intellettualmente oneste che l’attentato fallito alla Perrucchetti non diventi un’altra delle logore argo­mentazioni contro.

Don Gino Rigoldi, Il Corriere

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Ott 17

Non sono giornalista ma spero vivamente che i responsabili di questo servizio possano essere tutelati, in quanto al momento in cui hanno redatto questo servizio erano in preda a qualche droga particolare.

Non vedo altra motivazione per cui si possa montare 3 minuti di video in cui il giudice Mesiano viene ripreso a non fare nulla. Volontariamente mi esonero dal trattare l’argomento “promozione giudice Mesiano” ma posso affermare che uno che aspetta davanti al barbiere, si spara 2-3 sigarette nell’attesa e si ferma sulle strisce pedonali, è assolutamente normale.

Penso che una buona dose di vergogna per chi ha permesso /ordinato un servizio simile sia dovuta. E sono anche convinto che chi fisicamente ha scritto questo servizio, non era certamente in preda a qualche fumo strano, ma sotto preciso “obbligo professionale”.

Al signor Mesiano l’unico consiglio che posso dare è: fuma poco che fa male!

C’est la vie, ognuno ha i propri problemi di lavoro! Grazie al Franz per la segnalazione.

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Ott 17

berlusconiOgni giorno la polemica nei confronti di Berlusconi è sempre più ricca. Chi gli da ferocemente contro e chi lo esalta a super uomo. Decine e decine di statistiche ogni giorno: qualcuno dice che ha ancora il70% dell’approvazione popolare, qualcuno dice che ha il 70% di diniego popolare.

Ma quale sarà realmente lo status di Berlusconi? Lo amiamo o lo odiamo? Lo rivotiamo o  è ora che torni a fare solo l’imprenditore?

La nostra proposta è questa: senza troppe polemiche politiche, che spesso sono aride di contenuti e infruttuose, facciamo girare il più possibile questo sondaggio nel web e verifichiamo il risultato.

Clicca qui per votare

Grazie della vostra collaborazione.

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Ott 17

RovigoDopo le candidature di Venezia e Roma, anche Palermo si candida per ospitare le olimpiadi del 2020, però anche il capoluogo del polesine, Rovigo, ha le sue carte in regola per ospitare questa importante manifestazione sportiva. Premesso che questa mia rappresenta una provocazione nei confronti di chi vuole candidare mezza Italia alle olimpiadi, invece di fare delle proposte serie.

Premesso che la provincia di Rovigo ha le sue belle zone e ha dei impianti sportivi di tutto rispetto, in più questa manifestazione porterebbe il polesine a dei livelli turistici molto elevati, insomma il tanto bistrattato polesine potrebbe lanciare la sua carta vincente!

Scherzi a parte, le uniche città italiane adatte ad ospitare le olimpiadi sono Milano e Roma.

Via reuters

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Ott 17

Ultimamente abbiamo ricevuto alcune domande su come Google usa (o, per essere precisi, su come non usa) i meta tag keywords per il posizionamento dei risultati di ricerca. Poniamo il caso di due persone che hanno un sito web, Alice e Bob. Alice ha un’azienda che si chiama AliceCo mentre Bob ne ha una che si chiama BobCo. Un giorno, mentre visita il sito di Bob, Alice nota che Bob ha copiato alcune delle parole che lei usa nel meta tag keywords. E, cosa più interessante, Bob ha aggiunto la parola “AliceCo” nel suo meta tag keywords. Alice si deve preoccupare di questa cosa?

Almeno per quanto riguarda i risultati di ricerca di Google, al momento (Settembre 2009), la risposta è no. Google non usa i meta tag keywords per il posizionamento dei risultati di ricerca. Se volete, potete approfondire il tema con le domande qui di seguito.

D: Google utilizza i meta tag keywords nel posizionamento dei risultati di ricerca?
R: No. Google vende un prodotto che si chiama Google Search Appliance, e questo prodotto usa diversi meta tag, fra cui, eventualmente, i meta tag keywords. Ma si tratta di un prodotto per la ricerca aziendale, completamente separato dal nostro motore di ricerca web. La nostra ricerca sul web (il famoso Google.com che centinaia di milioni di persone usano ogni giorno) trascura completamente i meta tag keywords. In parole povere, allo stato attuale questi non hanno nessun effetto sul posizionamento dei risultati di ricerca.

D: Perché Google non fa uso dei meta tag keywords?
R: Una decina di anni fa i motori di ricerca giudicavano le pagine web basandosi esclusivamente sul loro contenuto e non tenevano conto di alcun fattore cosiddetto “esterno” alla pagina, come ad esempio i link che puntano ad un sito. Durante quel periodo, in maniera piuttosto rapida, i meta tag keywords sono diventati per qualcuno un’area da riempire di parole chiave spesso irrilevanti e che in genere non vengono mai visualizzate dagli utenti abituali. Poiché i meta tag keywords venivano spesso usati in questo modo, Google ha iniziato ad ignorarli.

D: Questo vuol dire che Google ignora tutti i meta tags? R: No, Google supporta molti altri meta tag. Questa pagina offre maggiori informazioni su altri meta tag utilizzati. Ad esempio, a volte utilizziamo il meta tag “description” (in italiano, descrizione) come snippet, cioè come testo visualizzato sotto il titolo della pagina nei risultati della ricerca. Ecco un’immagine di esempio:

Anche se a volte utilizziamo il meta tag “description” come testo relativo ad un risultato di ricerca, non lo utilizziamo per il posizionamento.
D: Questo significa che Google ignorerà per sempre i meta tag keywords?
R: E’ possible, ma improbabile, che Google possa utilizzare questo tipo di informazioni in futuro. Google ha ignorato i meta tag keywords per anni e allo stato attuale non vediamo motivi per cambiare questa decisione.

Scritto da: Search Quality Team - traduzione del post di Matt Cutts

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 17

Come ha giustificato l’onorevole Binetti il suo voto contrario alla legge sull’omofobia? L’agenzia Adnkronos ha battuto ieri alle 18.10 il seguente dispaccio:
«Per come era formulata la legge, le mie opinioni sull’omosessualità potevano essere individuate come un reato… le mie e quelle di tante altre persone». Paola Binetti spiega così il suo voto a favore della pregiudiziale di costituzionalità che ha bocciato il ‘testo Concia’ sull’omofobia. Per la deputata teodem quel testo «era ambiguo, io ho votato per rinviarlo in Commissione e migliorarlo ma la richiesta di rinvio è stata bocciata. C’era un’ambiguità che giustificava le mie riserve». Binetti sottolinea di essere, ovviamente, «contraria a ogni forma di violenza, in questo caso alla violenza contro gli omosessuali. Ma la formulazione della legge lasciava aperta la strada a successive interpretazioni che potevano configurare il reato di omofobia solo per aver espresso delle opinioni, o per una madre che prova a convincere il figlio che gli ha appena detto di essere gay». […] Dichiarazioni quasi identiche sono state riportate dall’Ansa. Andiamo allora a vedere il testo del disegno di legge bocciato che tante apprensioni ha provocato alla Binetti, il cui titolo era «Introduzione nel Codice Penale della circostanza aggravante inerente all’orientamento o alla discriminazione sessuale» (C. 1658-1882):
All’articolo 61, comma 1, del codice penale, dopo il numero 11-ter), è aggiunto il seguente:
«11-quater) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato». L’art. 61 del C.P. esordisce così: «Aggravano il reato quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali le circostanze seguenti». Come si vede, il ddl avrebbe introdotto non una nuova figura di reato, ma un’aggravante per delitti già previsti e puniti dal codice. Non si capisce allora come l’onorevole Binetti possa trovare «ambiguo» questo testo: se le sue opinioni sull’omosessualità non costituiscono già oggi reato, il nuovo comma del Codice penale introdotto dal ddl non avrebbe potuto certo modificare la situazione. Per fare un altro esempio, siccome oggi non è un delitto che una madre cerchi di convincere (senza usare violenza) il proprio figlio a fare qualcosa, non sarebbe stato domani un delitto cercare di convincerlo a cambiare orientamento sessuale.

Delle due l’una, allora: o la Binetti ha votato – in un’occasione importante, in cui si è trovata sola contro tutto il resto del suo partito – senza conoscere il testo su cui si esprimeva; oppure ha mentito, e il suo voto è stato dettato da motivazioni inconfessabili. Non so decidere cosa sia più grave.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 14

Il testo del jingle del nuovo spot cameo budino:

dammi tre parole
cameo budino amore
così buono che non fa parlare
è il dolce che ci vuole
cremoso da stupire
cioccolatoso da impazzire

Nel sito cameo potete vedere il capolavoro, ispirato alla canzone di Valeria Rossi Tre parole, pubblicata nel 2001. Difficile far meglio, me ne rendo conto…

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 14

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 14

“Non sopportava più la relazione della figlia di 23 anni con un albanese. Perciò l’ha colpita alla gola con un punteruolo la scorsa notte. Mario Matarazzo, 44 anni, di Osimo, è ora rinchiuso in carcere con l’accusa di tentato omicidio aggravato”.

Su Repubblica: 12 righe. Sul Corriere: 12 righe. Evidentemente quando un italiano aggredisce e cerca di uccidere la figlia per la sua relazione con uno straniero, la misura standard giornalistica è quella. Non ho sentito la Carfagna, però. Forse mi sbaglio. A quanto pare è impegnata a presentare con Souad Sbai la situazione “allarmante” delle donne immigrate (e solo quelle) in Italia attraverso i risultati di un anno di attività del numero verde «Mai più sola» promosso dall’Acmid donna onlus (associazione marocchina) con il contributo della fondazione Nando Peretti. Peccato che, nonostante l’immenso impegno dell’Acmid e il contributo della Fondazione Peretti, recentemente proprio un ragazza marocchina è stata sgozzata dal padre per il suo fidanzamento con un italiano. E poi ha altre priorità, il ministro: per esempio vietare Burka e Niqab nelle scuole. E’ stranoto, infatti, che le scuole italiane pullulano di studentesse bardate all’afghana. A quando la prossima sparata mediatica? Quando un altro marocchino sgozzerà la figlia, of course.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 14

“Per aver diffuso tra il grande pubblico, attraverso l’applicazione Google Earth, l’utilizzo delle immagini satellitari e per aver contribuito in maniera innovativa allo sviluppo delle applicazioni connesse alla diffusione capillare della cartografia elettronica su base georeferenziale, con importanti ricadute economiche e sociali”. Questa la motivazione che nella giornata di oggi ha accompagnato il conferimento a Google del Premio Internazionale per le comunicazioni Cristoforo Colombo, da parte del comune di Genova.

Per la prima volta nella storia di questa onorificenza, ad essere premiata è stata un’azienda e non una persona e l’onore nel ricevere questo premio è stato reso ancora più grande dalle parole espresse dal Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, presente alla cerimonia e che ha così commentato l’avvenimento: “Google vuol dire innovazione, ricerca, sviluppo e crescita per i giovani. Google vuol dire navigare come ha fatto Cristoforo Colombo. Oggi grazie a Google scambiamo, cresciamo e comunichiamo globalmente”.

Quello di oggi per noi è un riconoscimento molto importante, che appaga gli sforzi compiuti da numerose persone in questa azienda, come il team di Google Earth, e al contempo incentiva nuovi progetti per portare avanti l’ambiziosa missione di rendere le informazioni facilmente accessibili attraverso Internet.

Di seguito il video della cerimonia e dell’intervista fatta per l’occasionea Susan Pointer, responsabile rapporti istituzionali di Google.

Scritto da: Google Italy Blog Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 14

Sempre attuale.

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Ott 14

C’è qualcosa che non va in un articolo pubblicato pochi giorni fa su Liberazione (Massimo De Santi, «Prove di guerre stellari?», 10 ottobre 2009, p. 10):
Sconcertante e allarmante il recente annuncio dato dalla Nasa: gli Stati Uniti d’America hanno lanciato ieri alle 4.30 ora della Florida (10.30 in Italia) un missile probabilmente a testata nucleare che colpirà il suolo lunare nella zona del Polo Sud con il fine, si dice, di scoprire se il nostro satellite contenga acqua. Il «missile» era in realtà l’ultimo stadio, ormai privo di carburante, del razzo che era servito per portare assieme nello spazio le sonde Lunar Reconnaissance Orbiter e LCROSS (Lunar CRater Observation and Sensing Satellite). Che recasse «probabilmente» anche una testata nucleare è una illazione dell’autore dell’articolo che non solo è falsa, ma non ha nemmeno il minimo addentellato nella realtà: lo stadio (del tipo Centaur) non aveva testate esplosive di nessun tipo, e doveva formare un cratere sulla superficie lunare con la sola energia cinetica liberata nell’impatto.
Il missile Centaur è stato lanciato dalla navicella spaziale Lacross, messa in orbita attorno alla luna nel mese di giugno, e dovrebbe provocare un cratere di circa 4 metri e largo 20, sollevando un’enorme nuvola di detriti. Il Centaur aveva una massa di 2366 kilogrammi al momento dell’impatto lunare, mentre la sonda LCROSS (non Lacross…) ne pesava al lancio da terra 891, compreso il carburante (traggo tutti i dati dal kit per la stampa della Nasa). Sarebbe quindi più corretto dire che il Centaur ha lanciato LCROSS, non viceversa. Sonda e stadio orbitavano attorno alla Terra (in 37 giorni), non attorno alla Luna.
Dopo il violentissimo impatto, la parte rimanente della navicella Lacross, dal nome del Progetto stesso, dovrebbe passare dentro la nube di detriti per raccogliere materiale e consentire ai ricercatori e ai tecnici di verificare se ci sono resti di ghiaccio e vapore, la cui presenza confermerebbe l’esistenza di acqua al di sotto del suolo lunare.
Si dice che sulla navicella non ci sono esseri umani (ci mancherebbe altro!), ma ciò non giustifica le immense spese sostenute per soddisfare la curiosità scientifica di vedere se c’è acqua sulla luna, mentre sulla terra questa risorsa, bene prezioso per la nostra vita, si continua a sprecare invece di salvaguardare. Dio solo sa perché De Santi usi una formula dubitativa («Si dice») per qualcosa in cui non crede nemmeno lui («ci mancherebbe altro!»). Quanto alle «immense spese sostenute» dalla Nasa per questa missione, ammontano a 79 milioni di dollari. Possono sembrare tanti, ma il budget della Nasa per l’anno fiscale 2009 è stato di 17,6 miliardi di dollari: 223 volte tanto. A sua volta il bilancio della Nasa ammonta a meno dell’1% del bilancio federale americano.
Sorvolo sulle elucubrazioni complottistiche dell’autore («Allora: qual è lo scopo occulto?»), che si firma alla fine «Massimo De Santi (fisico nucleare, Cpr Toscano)», anche se risulta specializzato in fisica sanitaria e protezione dalle radiazioni nucleari.

La missione LCROSS non sembra essere stata un clamoroso successo; forse quei soldi sarebbero stati spesi meglio dirigendo il razzo Centaur su qualche redazione…

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Ott 14

L’urlo di trionfo è echeggiato a lungo negli scorsi giorni: ben tre articoli (E. Del Soldato, «Londra “scarica” le chimere», Avvenire, 6 ottobre 2009, p. 24; «Il flop degli embrioni ibridi in Gb», Il Foglio, 7 ottobre, p. 3; A. Morresi, «Scandaloso silenzio sul fallimento delle chimere», Avvenire, 8 ottobre, p. 2) hanno riportato con esultanza nella stampa integralista una notizia apparsa sull’Independent (Steve Connor, «Vital embryo research driven out of Britain», 5 ottobre 2009), che raccontava dell’abbandono delle ricerche sui cosiddetti cibridi nel Regno Unito, dopo che i comitati finanziatori avevano rifiutato tre richieste di fondi da parte di altrettanti scienziati, uno dei quali ha lasciato in seguito l’università per dedicarsi alla ricerca industriale, mentre altri due si sono trasferiti in Spagna e in Australia.
Cosa sono i cibridi? Uno dei problemi della clonazione terapeutica (la tecnica con cui si potrebbero creare tessuti ed organi per trapianti, geneticamente identici a quelli di un paziente e quindi non soggetti a rigetto) è quello della scarsità di ovociti umani. Normalmente nella clonazione si sostituisce il nucleo dell’ovocita di una donatrice con il nucleo di una cellula del paziente, e si fa moltiplicare la cellula risultante fino ad ottenere cellule staminali embrionali. Ma le donatrici, per vari motivi, sono poche, mentre la tecnica – ancora molto inefficiente – richiede molti ovociti. L’espediente ideato da alcuni ricercatori consiste allora nell’usare al posto degli ovociti umani ovociti animali (in genere di bovini o conigli), disponibili in grande quantità. Dopo l’inserimento del nucleo di una cellula umana nell’ovocita animale, si ottiene quello che viene chiamato ibrido citoplasmatico (perché il citoplasma della cellula non ha la stessa origine del nucleo), in inglese cytoplasmic hybrid, che si contrae in cybrid, cibride.
All’inizio di settembre del 2007, dopo pubbliche consultazioni, la Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) del Regno Unito aveva concesso la licenza di perseguire questi studi ad alcuni gruppi di ricerca, ritenendoli compatibili con l’esistente quadro normativo (in seguito una nuova legge ha codificato più chiaramente questa possibilità). Lo sviluppo delle cellule eventualmente ottenute sarebbe stato arrestato dopo pochi giorni, senza tentare per il momento applicazioni terapeutiche, e naturalmente senza tentare di far nascere degli ibridi uomo-animale (che comunque sarebbero stati praticamente indistinguibili da normali esseri umani). L’abbandono delle ricerche di cui parla l’Independent non ha dunque nulla a che fare con la legge o con questioni morali: come ha dichiarato Colin Miles, uno dei decisori che hanno negato i finanziamenti, «possedere una licenza della HFEA che autorizza a condurre un certo tipo di ricerca non comporta automaticamente l’assegnazione di finanziamenti ai ricercatori, che devono ancora competere per i fondi in base alla qualità scientifica, all’impatto strategico e alle potenzialità del progetto di contribuire significativamente al corpus di conoscenze in quell’area particolare». Il rifiuto è insomma stato di natura tecnico-scientifica (le ricerche non porteranno a risultati tali da giustificare la spesa), non giuridico-morale (le ricerche sono mostruose e non si devono fare).

È questa una sconfitta per chi si batte a favore della libertà di ricerca? Naturalmente la notizia non è positiva: una linea di ricerca abortita significa un’opportunità in meno di conoscenza e un’opportunità in meno di terapie. Ma «libertà di ricerca» non ha mai significato che qualsiasi ricerca debba essere perseguita; viviamo in un mondo di risorse – tempo, attenzione, fondi – limitate, e per quanto alta possa essere la percentuale di esse destinate alla ricerca, è ovvio che solo un numero limitato di progetti potranno venire finanziati. La ricerca è libera, piuttosto, quando non deve sottostare a vincoli esterni arbitrari, che – nel caso dei cibridi – erano rappresentati dalle ubbie ideologiche di chi pretendeva di salvaguardare la propria visione essenzialistica dell’umanità, che non andrebbe «contaminata» con il citoplasma «bestiale» per evitare pericolose «confusioni». Con la decisione della HFEA del 2007 e la successiva legge approvata dal parlamento britannico, la causa della libertà di ricerca ha vinto, e se domani nuovi dati dovessero dimostrare che i cibridi rappresentano tutto sommato una via che vale pena percorrere, nulla potrà opporsi alla ricerca in questo campo.

Se il partito della libertà di ricerca dice: le idiosincrasie morali non contano, quel che conta è solo se una ricerca sia utile o meno, cosa dovrebbe dire il partito avversario? Naturalmente l’opposto: l’utilità di una ricerca non conta, conta solo la sua moralità. Consideriamo un principio etico su cui esiste un consenso praticamente universale: non possiamo sacrificare persone umane – vere persone umane, non quelle che il Culto dell’Embrione si sforza di far passare per tali – alla ricerca. Questo è un assoluto, che non varia nemmeno se a un certo punto qualcuno progettasse una ricerca con cavie umane capace di dare benefici all’intero genere umano al prezzo del sacrificio di poche dozzine di soggetti sperimentali.
Quali commenti ci saremmo allora aspettati di trovare nella stampa integralista in seguito alle notizie dal Regno Unito? Più o meno qualcosa del genere: siamo sollevati nel sapere che quelle ricerche per adesso sono state sospese, ma purtroppo questo non significa che i nostri principi siano stati accolti; la lotta continua, etc. etc. Cosa troviamo, invece? In un certo senso, l’esatto opposto: gli integralisti tengono a sottolineare di aver sempre sostenuto che quelle erano in primo luogo ricerche inutili. Così, la fanatica Josephine Quintavalle dichiara ad Avvenire che si sapeva che «tali esperimenti non garantiscono nulla, tanto meno una cura per malattie terminali». Per il Foglio, «la storia è parecchio istruttiva»; ma istruttiva perché? Per l’anonimo editorialista, se ne può trarre un insegnamento «soprattutto se ci si ricorda delle infuocate polemiche con tanto di appelli sullo sullo [sic] Times di scienziati per la libertà di ricerca, contro il parere di altri scienziati che avevano avvertito della inconsistenza e della assurdità di “quella” ricerca». Addirittura, di nuovo su Avvenire, Assuntina Morresi tiene a precisare che i motivi dell’abbandono della ricerca «non sono etici», e ribadisce: «Che quel filone di ricerca fosse inutile e superato lo si poteva capire leggendo la letteratura scientifica sul tema».
Quel che manca cospicuamente, in tutti questi commenti, è appunto il primato della dimensione morale; gli autori sembrano fare proprio l’argomento opposto, che quel che conta è solo se una ricerca sia utile o meno. Naturalmente non sono stupidi, e se fanno questo è solo perché sanno bene che le loro argomentazioni morali posseggono ben poco appeal, persino per il loro stesso pubblico; ma in questo modo, proprio nel momento in cui esultano, rendono un servigio non di poco conto ai loro avversari, perché sembrano implicare che ove quelle ricerche fossero utili, sarebbero per questo giustificate. E la loro vittoria, allora, si rivela infine per quello che è: una mesta vittoria di Pirro.

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Ott 12

“A good photograph is one that communicates a fact, touches the heart and leaves the viewer a changed person for having seen it. It is, in a word, effective.”

Irving Penn è morto quattro giorni fa, aveva 92 anni.

Su photography now una selezione di foto, altro su masters of photography, altro su getty edu.

Fonte immagine lemondegala.

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Ott 12

Visto a Torino

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Ott 10

La nostra vita è soggetta a infinite regole scritte e altrettante di senso comune. Molto spesso le regole si trasformano in divieti, limitando la libertà individuale e distruggendo i sogni di chi ancora crede in un mondo migliore. Il percorso individuale deve necessariamente fare i conti con altri individui, altrimenti ne consegue un progressivo e inevitabile isolamento. Un isolamento spesso inevitabile, poiché frutto di continui mutamenti di pensiero, in linea con una ritrovata coerenza nell’affrontare la vita quotidiana. Quelle che per molti sembrano rinunce, per altri sono scelte consapevoli nel rispetto del sistema in cui credono, opposto a quello che quotidianamente viene somministrato alle nostre menti. Rompere le regole, non è altro che uscire dagli schemi prestabiliti, senza tener conto di qualcosa che non ci rappresenta, se pur nostro malgrado ancora parte delle nostre vite. Siamo nel mondo ma non siamo di questo mondo. Questa frase rispecchia perfettamente coloro i quali sono in cammino verso qualcosa di più grande. La sintesi dell’atteggiamento di chi scopre tesori celati dietro il velo dell’illusione terrena. Difficile confrontarsi in questi tempi, molti sono i contrasti e le discordie, tutti sono contro tutti, ogni cosa è al suo limite massimo di contrasto. Pian piano ogni resistenza verrà alla Luce per essere trasformata, alla fine non esisteranno più regole, perché non ci saranno più menti da controllare, ci sarà un solo unico Cuore universale, con un solo battito per tutti. La ricerca dell’armonia interiore trasformerà il mondo esterno, perché così verrà percepito e sarà il frutto della volontà e della fede certa di tutti gli uomini di buona volontà. Una regola è necessaria laddove sia necessario il predominio, in caso contrario la regola cessa di esistere automaticamente.

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Ott 10

La Nasa ha dichiarato di aver colpito la superficie lunare, per mezzo di una bomba. Non commento da troppo notizie del genere, ne è mia intenzione continuare a farlo, per ora. Questa aggressione lascia tuttavia notevoli spunti di riflessione. Qual è lo scopo di tale azione contro il nostro satellite? La Luna rappresenta molteplici aspetti pratici e spirituali per la vita di ogni essere vivente sulla terra. Certo la bomba in questione non è assolutamente un pericolo per nessuno, ma rischia di turbare gli equilibri sottili presenti a livello macroscopico. L’attitudine umana di dover colpire, bombardare e ferire la Terra e ora anche la Luna, sotto la bandiera protettrice della scienza, rischia di creare ancora più danni rispetto a quelli che già quotidianamente avvertiamo a livello globale. Sapere se la luna contiene acqua o altre sostanze scientificamente rilevanti, non comporta nessun passo avanti, per una scienza che non sa più come prolungare la sua agonia priva di significato. Ci troviamo di fronte alla più grande crisi di valori mai esistita, ogni riferimento sta saltando sotto i nostri occhi, ogni creazione viene indebolita e distrutta, come se avessimo il diritto di appropriarci di qualcosa che invece dovremmo solo tutelare. Il rispetto verso quello che ci è stato donato dovrebbe essere la nuova politica sociale universale, al contrario di quello che invece sembra il solito copione dei giochi di potere. Mi chiedo se le numerose “colonie” presenti sulla luna, almeno per chi crede questo, rimarranno ancora per molto a guardare, o si decideranno di rimettere a posto le cose, rimettere l’uomo al suo posto, così come è stato creato nel principio.

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Ott 10

Donne senza pace in fuga dal Darfurvittime di aggressioni e stupri in Ciad Le donne del Darfur sono destinate a non trovare pace. Fuggite in Ciad per scampare alle violenze nella regione sudanese subiscono la stessa drammatica sorte nei campi profughi nel paese confinante. Nonostante la presenza delle forze delle Nazioni Unite. schierate proprio per proteggere la popolazione. gli stupri continuano a essere perpetrati impunemente nel territorio ciadiano. A denunciarlo, in un rapporto presentato a Londra il 30 settembre scorso, Amnesty International che accusa la polizia del Ciad. sostenuta dai Caschi blu, di fare ben poco per impedire che donne, ragazze e bambine siano vittime di aggressioni sessuali da parte degli abitanti dei villaggi confinanti i campi profughi e, in alcuni casi, degli operatori umanitari e degli stessi soldati ciadiani che dovrebbero tutelare la loro incolumità. Amnesty ha riferito che la popolazione femminile a rischio è composta da oltre 142mila unità, su 260mila rifugiati che hanno lasciato il Darfur negli ultimi sei anni e che sono ospitati in 12 centri di accoglienza ai confini con il Sudan. Tawanda Hondora, vicedirettore del Programma Africa di Amnesty International, ha sottolineato che “se è un fatto risaputo che le rifugiate del Darfur rischiano di subire aggressioni e stupri quando escono dai campi per raccogliere legna e acqua, si ignora che la situazione all’interno delle strutture dove dovrebbero essere al sicuro non è migliore, giacché quelle stesse donne rischiano la violenza anche da parte dei familiari, di altri rifugiati, dei militari dell’esercito regolare del Ciad e del personale delle organizzazioni umanitarie».Secondo il rapporto di Amnesty International il pericolo proviene principalmente dagli abitanti dei villaggi situati nelle vicinanze dei campi. A garantire l’incolumità di queste persone dovrebbe essere l’Unità integrata di sicurezza, un reparto speciale di polizia sostenuto dalla Missione dell’Onu nella Repubblica centrafricana e nel Ciad.
Ma possono bastare 800 agenti, dispiegati in tutta l’area che ospita le istallazioni umanitarie, a proteggere 260mila persone, la maggior parte dei quali sono donne e bambini?“Gli agenti del Dis - si legge ancora nel rapporto di Amnesty - sono diventati bersagli della violenza locale ma si sono resi anche responsabili di violazioni dei diritti umani. Molte donne rifugiate affermano che questi agenti pensano solo a proteggere se stessi e che hanno fatto ben poco per garantire la sicurezza dei rifugiati”. Le fonti dell’organizzazione internazionale che ha stilato questo desolante resoconto hanno segnalato, inoltre, violenze ancor più, se possibile, vili e subdole. Sono state accertate, infatti, molestie da parte di insegnanti che abusano delle loro alunne promettendo voti alti in cambio. “Alcune bambine hanno dovuto lasciare le scuole – afferma con rammarico Tawanda Hondora - per questa ragione. Il propagarsi della violenza sessuale è, putroppo, dovuto alla cultura dell’impunità, profondamente radicata nel Ciad orientale. L’uso del metodo tradizionale del «negoziato» per risolvere le dispute e i conflitti mostra tutta la propria pericolosità quando si tratta di casi di stupro”.”No place for us here: violence against refugee woman in eastern Chad”, traccia quindi un quadro ben più drammatico di quello che vogliono ‘mostrare’ le Nazioni Unite e le organizzazioni coinvolte in progetti di cooperazione in Ciad.Il portavoce della missione Onu – Minurcat, Michel Bonnardeaux, ha ammesso con riluttanza la perpetrazione di atti di violenza contro le donne e ha difeso la polizia sostenendo che la situazione della sicurezza stia migliorando.Ovviamente dal Palazzo di Vetro contestano questi dati, affermando che la Dis ha ricevuto uno speciale addestramento per i casi di stupro, e che il documento “è un po’ affrettato e basato su un campione molto piccolo e su una breve visita”.Ma abbiamo già avuto modo, purtroppo, di verificare e denunciare che tra i caschi blu non mancano individui privi di scrupoli che approfittano del loro ruolo per compiere impunemente atti orribili. Congo, Ruanda e Uganda insegnano.

Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur

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Ott 10

BarackObama Presidente USACi è giunta notizia che il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha conquistato il Nobel per la Pace, premesso che lui è diventato presidente da poco tempo e non ha fatto molto, ha solo auspicato la pace nel mondo, come tutti i presidenti del mondo chiedono, quindi nulla di più. Anche PierFerdinando Casini solleva dubbi sull’assegnazione del premio a Obama dicendo espicitamente “Non ho ancora capito che cosa ha fatto”, il che ci fa capire come sia stato possibile assegnare un premio a chi ha fatto poco a discapito di altri leader come l’ex presidente Bill Clinton che ha fatto molto di più.

Addirittura il presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, è contento di questa decisione perchè, a suo dire, segna “il ritorno dell’America nei cuori della gente del mondo” e questo significa che il potere dell America è molto più forte di quello che si creda, con questo premio si spera che l’America faccia molto di più per la pace nel mondo, sia in Irak, sia in Afganistan.

“Non ho ancora capito che cosa ha fatto”. E’ il commento del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini al Nobel per la Pace assegnato al presidente americano Barack Obama.

Via adnkronos

Il Premio Nobel per la Pace assegnato al presidente Usa Barack Obama segna ”il ritorno dell’America nei cuori della gente del mondo”. A dichiararlo il presidente francese Nicolas Sarkozy.

Via asca

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Ott 10

YouTube tocca un nuovo record. Per l’occasione vi proponiamo il post scritto appositamente dal co-fondatore di YouTube, Chad Hurley:

“Soltanto tre anni fa Steve ed io annunciavamo al mondo la nostra decisione di unirci a Google nella missione di organizzare le informazioni a livello mondiale (nel nostro caso i video) e renderle universalmente accessibili e fruibili.
Oggi sono orgoglioso di poter dire che abbiamo raggiunto lo straordinario risultato di oltre un miliardo di visualizzazioni al giorno su YouTube. Per la nostra breve storia questo è un momento speciale e lo dobbiamo interamente a voi.

Guardando indietro nel tempo, possiamo dire che i principi di base che ci animavano sono diventati i punti cardine del mondo dei video online:

  • la velocità é importante: i video devono caricarsi e partire velocemente
  • la cultura del video clip avrà lunga vita: i video brevi vengono consumati voracemente e sono la soluzione ideale per avere accesso ad un’ampia gamma di contenuti
  • le piattaforme aperte danno accesso a nuove possibilità: creare contenuti non è il nostro mestiere, ma il vostro. Volevamo dar vita a un luogo in cui chiunque, con una telecamera, un computer e una connessione a Internet, potesse condividere con il resto del mondo la propria vita, la propria arte o fare sentire la propria voce e magari fare di questo la propria fonte di sostentamento.

Tre anni dopo l’acquisizione, la nostra piattaforma e il nostro business continuano a crescere e a evolversi. Noi crediamo ancora negli stessi principi che hanno dato vita a questo sito, ma siamo consapevoli del fatto che molte cose sono cambiate. E’ cresciuto l’utilizzo della banda larga e di conseguenza la qualità dei nostri video.
La richiesta di contenuti più lunghi e completi é aumentata, pertanto abbiamo aggiunto show e film. Oggi più che mai ci sono numerose vie per produrre e fruire dei contenuti e molti di voi stanno trasformando quello che era un hobby in una vera e propria professione.
Noi continuiamo a lavorare per tenerci al passo con gli sviluppi della tecnologia e potervi offrire quanto di meglio vi aspettereste dalla più grande community di video sharing nel mondo: migliore qualità, un’ampia scelta di opzioni e strumenti per i nostri partner e inserzionisti e funzionalità in grado di rendere sempre più personale l’esperienza di utilizzo di YouTube, ovunque vi troviate”.

Scritto da: Chad Hurley, CEO and Co-founder

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 10

Oggi si è conclusa a Pisa la riunione annuale dell’Internet Governance Forum (IGF) Italia. l’IGF è l’organo deputato dalle Nazioni Unite a discutere dei temi della Internt Governance con la partecipazione e il confronto di tutti i soggetti interessati (Istituzioni, aziende ed utenti).

Vittorio Bertola, uno dei primi che hanno creduto in questo processo, ha scritto che il concetto di Internet Governance include tutte le attività che in qualche modo determinano la direzione di sviluppo della rete, nei suoi vari aspetti tecnici, economici, sociali e politici. Si tratta quindi di un concetto più ampio di quello di “governo” in senso stretto, poiché oltre agli aspetti puramente legislativi comprende anche quelli che derivano dalle azioni di altre entità, quali aziende, associazioni, singoli utenti.

I temi affrontati quest’anno hanno riguardato l’importanza del processo dell’Internet Governance Forum, il ruolo dell’Italia nella governance della rete, le politiche della Internet governance per le imprese ed i servizi e l’importanza dell’esistenza dell’Internet Governance Forum Italia come sede di confronto ed analisi delle questioni aperte a livello locale.
Si sono sentiti interventi molto interessanti, dall’accorata richiesta di una riforma del diritto d’autore fatta dai fondatori di stampa alternativa alla sempre illuminante relazione del Prof. Rodotà sui diritti degli utenti ed il problema dell’identità dei navigatori, che non si risolve con quello dell’identificazione.

Un punto su cui tutti ci siamo trovati d’accordo è la necessità di mantenere aperto uno spazio di confronto in cui i soggetti interessati possano partecipare e discutere allo stesso livello. Questa è la più grande conquista raggiunta dall’IGF e la ragione per cui, secondo il nostro parere, deve continuare nella sua opera di decision shaping. A Sharm El Sheik durante l’IGF globale a novembre verrà deciso se le Nazioni Unite debbano o no rinnovare il mandato a questo forum e proprio a Pisa l’Italia ha deciso di appoggiare il rinnovo del mandato.

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel


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Ott 10

Paolo Flores d’Arcais scrive una lettera aperta al Presidente della Camera Gianfranco Fini sulle ipotesi di compromesso che circolano in merito alla legge sul testamento biologico («Caro Fini, non scenda a compromessi», Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2009, p. 18):
Stimato presidente Fini, sento che circolano ipotesi di “compromesso”. Ma in questa materia che compromesso è mai ipotizzabile? Al dunque, o sul sondino decide chi lo dovrebbe subire, o decide qualcun altro, medico, familiare, monsignore o governo che sia. La cosa non è indifferente, ma comunque anche nel caso meno osceno (il medico o il familiare) l’autonomia del paziente, cioè la sua dignità umana, viene calpestata. Si torna a prima dell’Habeas corpus (dal latino habeas corpus ad subiciendum, cioè “che tu abbia la disposizione del tuo corpo, della tua persona”), che data alla Magna Charta libertatum di Giovanni senza Terra (1215).

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Ott 08

Un classico di Larry Dobrow, da leggere anche per ispirarsi in questi tempi poco esaltanti.

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Ott 08

Le trappole e gli incidenti di percorso del branding internazionale sono tanti. A volte sono errori grossolani dovuti a sottovalutazione dei diversi contesti culturali, linguistici, politici e religiosi dei paesi in cui una marca desidera operare. Fantasiosa approssimazione, se non addirittura sprovvedutezza e ignoranza producono effetti di mercato imprevisti, sicuramente devastanti.
Qui un gustoso elenco degli errori-orrori di marketing più famosi (non tutti veri forse).

A proposito di nomi azzeccati. La rock band americana qui sopra, dall’impeccapile stile psichedelico, si chiama Black Merda!. Tutto sommato, suona bene… ma vi deve piacere il genere, però.

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Ott 08

Come abbiamo più volte denunciato noi negli ultimi mesi, anche Human Rights Watch (HRW) afferma che la “guerra in Darfur non è finita”.
L’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, contraddicendo le recenti affermazioni dei responsabili della missione di pace nella regione dell’ovest del Sudan, teatro di una guerra civile, denuncia che ”nel Darfur gli scontri tra le Forze armate sudanesi guidate dal partito al potere a Khartoum e i ribelli e i bombardamenti alla cieca dimostrano che la guerra non si è conclusa”.
Human Rights Watch ha anche esortato le autorità sudanesi ad impegnarsi nelle riforme per garantire il rispetto dei diritti fondamentali in vista delle elezioni nell’aprile 2010 e ha chiesto loro di mettere fine “agli arresti arbitrari” degli attivisti dell’opposizione. “Il Sudan è a un crocevia”, scrive HRW, “può decidere di rispettare al meglio i suoi impegni o permettere che la situazioni si deteriori con le pratiche repressive”, sottolinea Georgette Gagnon, direttore dell’organizzazione per l’Africa,.
In questi giorni, intanto, si è aperta a Mosca una riunione sul Darfur cui partecipano i rappresentanti di Sudan, Russia, Stati uniti, Cina, Francia, Regno unito e Unione europea ai quali è stata inviata una lettera aperta, firmata da varie organizzazioni non governative tra cui la nostra associazione, attraverso la quale si chiede un maggiore impegno nei confronti delle emergenze in Darfur e Sud Sudan, dove la tensione è sempre più alta. Il comandante uscente delle operazioni militari della FOrza Onu-Ua (Unamid) in Darfur, Martin Luther Agwai, aveva affermato a fine agosto che la fase di guerra era terminata: secondo le ultime stime Onu in Darfur sono morte 300mila persone e 2,7 milioni sono state costrette ad abbandonare le loro case.

(fonte afp) Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Ott 08

Donna cineseSembra che il fascino delle donne orientali, in particolare modo quelle cinesi, abbia colpito i single italiani. Se conosce bene la lingua italiana ancora meglio, se non si riesce a trovare in Italia, allora la prendono direttamente dalla Cina. Spesso le agenzie matrimoniali si ritrovano con delle richieste di questo tipo, anche perchè la donna cinese è più “addomesticabile” della donna italiana. A tal punto i cinesi hanno fiutato il business e hanno cominciato ad creare delle agenzie matrimoniali che propongono solo giovani donne cinesi. In Primis la città di Rovigo ha già la sua agenzia, ed è probabile che nel giro di poco tempo ce ne saranno parecchie in tutta Italia.

Premesso che la donna italiana è unica nel suo genere e sta agli uomini saper conviverci come hanno fatto i nostri genitori, nonni, bisnonni etc., invece di prendere come moglie una orientale ammansita, in ogni modo i gusti sono gusti e intanto sono i cinesi a guadagnare.

Si chiama «Xi Ciao» ed è un’agenzia matrimoniale che propone solo giovani spose cinesi ai suoi clienti, anche italiani. L’ha aperta a Rovigo il signor Huang Ying, cinese come la signorina «Luisa» – nome italiano e occhi a mandorla – che propone il book con le fotografie e le caratteristiche delle candidate mogli.

Via corrieredelveneto

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Ott 08

Abbiamo appena caricato sul nostro canale YouTube un nuovo video che raccontare il funzionamento di Street View, la tecnologia per il blurring e gli strumenti che vi permettono di tutelare la vostra privacy online.

Buona visione!

Scritto da: Google Italy Blog team


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Ott 08

Nell’ultima versione di Google Chrome abbiamo cercato di rendere il nostro browser più personalizzabile, oltre che semplice ed elegante, e abbiamo notato con piacere che molti di voi hanno già provato ad usare i primi temi che abbiamo messo a disposizione qualche tempo fa.

Oggi siamo lieti di presentare i Temi d’artista di Google Chrome. Abbiamo invitato i più importanti artisti, stilisti, architetti, musicisti, illustratori, registi e designer di tutto il mondo a cimentarsi in un’opera quanto mai insolita: rifare il look al nostro browser web. Il risultato è una sorprendente miscela di arte e tecnologia, con un centinaio di Temi che speriamo doneranno un tocco di ispirazione e bellezza alla vostra esperienza di navigazione.

Abbiamo avuto la fantastica opportunità di lavorare con oltre un centinaio di artisti a livello internazionale, tra cui Jeff Koons, Jenny Holzer, Karim Rashid, Jonathan Adler, Oscar de la Renta, Anita Kunz, Tom Sachs, Kate Spade, Donna Karan, Kid Robot, Michael Graves, Todd Oldham, Yann Arthus-Bertrand, Mariah Carey, and Wes Craven (solo per nominarne alcuni!).

Tra tutte le opere realizzate vorremmo segnalarvi quella degli stilisti italiani Dolce & Gabbana, che come già per iGoogle, hanno partecipato con entusiasmo al progetto. Grazie di cuore a tutti gli artisti che hanno dato vita a questa collaborazione con la loro immaginazione, creatività e impegno.

Se non avete provato Google Chrome di recente, potete scaricare l’ultima versione e dare un’occhiata ai Temi d’artista. Se invece lo state già usando, potete visitare la Galleria di temi e scegliere quello che vi piace di più.


Scritto da: Fabio Ercolani, Product Marketing Manager


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Ott 08

È una storia triste, quella di Kerrie Wooltorton, ventiseiennne di Norwich, Inghilterra. Dopo aver ingerito intenzionalmente un liquido antigelo la donna aveva chiamato un’ambulanza, ma all’arrivo in ospedale si era opposta a che i medici intervenissero per salvarle la vita; a questo scopo aveva anche redatto tre giorni prima un testamento biologico e l’aveva portato con sé. I medici, dopo aver constatato che la donna appariva capace di intendere e di volere, avevano ritenuto che fosse contrario alla legge (il Mental Capacity Act del 2005) imporre un trattamento sanitario, e si erano limitati a fornire cure compassionevoli. Kerrie era morta il giorno dopo.

I fatti risalgono a due anni fa, ma in questi giorni un tribunale britannico ha stabilito che il comportamento dei medici non è stato contrario alla legge. Questa decisione ha scatenato inevitabilmente le polemiche: alcuni vi hanno visto una forzatura dello strumento legale del testamento biologico, che si trasformerebbe in questo modo in un mezzo per portare a termine indisturbati propositi suicidi. Per la verità, non è affatto chiaro che le direttive anticipate abbiano avuto un ruolo nella vicenda: Kerrie era cosciente al suo ingresso in ospedale, e si è opposta a voce all’intervento dei medici; il testamento biologico può aver al massimo rafforzato le parole della donna (si veda «Sheila McLean on advance directives and the case of Kerrie Wooltorton», BMJ Group Blogs, 1 ottobre 2009).
Più seria è la contestazione relativa alle reali condizioni mentali della donna. Sembra che alla Wooltorton fosse stato diagnosticato in passato il disturbo borderline di personalità; la donna risentiva fortemente dell’impossibilità di avere figli a causa di una malformazione fisica. La circostanza, se fosse vera, getterebbe forti dubbi sulla sentenza (o sulla legge su cui questa si è basata): una condizione necessaria per la validità del consenso informato in materia di fine vita è senza dubbio la capacità mentale. Vero è che in casi di disturbo mentale intrattabile la sofferenza del paziente può essere tanto intensa da rendere difficile per chiunque altro opporsi su basi morali a una decisione suicida. Al di là del caso in questione, va poi decisamente evitato quel vero e proprio comma-22 che fa dire ad alcuni che chiunque non sia pazzo può suicidarsi, ma chi decide di suicidarsi va per ciò stesso considerato pazzo: la diagnosi psichiatrica non deve fondarsi unicamente sul proposito suicida in sé.
Un altro requisito per avere un consenso informato valido in casi come questo è che il gesto non sia dettato dall’impulso del momento. Sicuramente non è stato così per Kerrie Wooltorton, che in un anno aveva tentato già altre nove volte di uccidersi, sempre con l’antigelo. In queste occasioni la donna non era riuscita ad andare fino in fondo, acconsentendo alla fine sempre alle cure. Dall’altra parte, questi reiterati tentativi pongono inevitabilmente una domanda: è possibile che una persona che voglia davvero suicidarsi non riesca a trovare un sistema più efficace? Esiste però una risposta: Kerrie ha specificato, arrivando in ospedale, che non voleva morire sola. Il ricorso a un veleno dall’effetto lento (e la telefonata al servizio di emergenza sanitaria) sembra essere stato determinato dal timore di finire in solitudine; ed è questo che dà alla vicenda tutta la sua tragica malinconia.

Il tema della solitudine ricorre spesso nelle discussioni sull’autoderminazione nei casi di fine vita. Lo evoca per esempio Assuntina Morresi in un articolo dedicato proprio al caso di Kerrie Wooltorton («Morte a comando. Purché sia salva la forma», Avvenire, 3 ottobre, p. 2). La Morresi denuncia il «verbo dell’autodeterminazione, ridotto ad un individualismo esasperato, in una società da cui si esigono “servizi” e “nuovi diritti”, ma nella quale le relazioni umane hanno sempre meno importanza». Nota acutamente Ivo Silvestro («Solitudine», L’Estinto, 3 ottobre), a proposito di questo articolo:
Il problema è che l’autrice sembra convinta che si tratti di una storia di autodeterminazione e quindi di solitudine, come se l’unico modo per stare vicino a una persona fosse non rispettare la sua volontà.
Nel finale dell’articolo, sembra quasi che una possibile soluzione al tragico evento possa essere ridurre il potere giuridico del living will, dando ai medici la possibilità di ignorare le volontà del malato – il che avrebbe probabilmente salvato la vita a Kerrie, ma certo non l’avrebbe fatta sentire meno sola. L’autodeterminazione implica sempre una scelta dell’individuo; né potrebbe essere diversamente (la cosiddetta autodeterminazione dei popoli, delle classi, delle comunità, etc. è poco più della mera somma di molte scelte individuali). Ma scelta individuale non è affatto uguale a scelta in solitudine, e men che meno a scelta per la solitudine. La mia scelta può essere aperta ai consigli degli altri, alle loro critiche, alle loro offerte d’aiuto, alle loro richieste di riconsiderare la questione, persino – in qualche misura – alle loro suggestioni e ai loro influssi, senza cessare per questo di essere perfettamente libera (per quanto può esserlo una scelta umana); purché rimanga sempre la mia scelta, quella con cui mi determino da me. E l’oggetto della mia scelta non sarà necessariamente una vita solitaria: al contrario – siamo animali sociali, in fondo – riguarderà più spesso che no le mie amicizie, i miei amori, i partiti (le chiese, i movimenti, i circoli) cui aderisco. Una scelta può perfino, come nel caso di Kerrie Wooltorton (ammesso che la sua sia stata davvero una scelta consapevole: il dubbio rimane), consistere tragicamente nel non voler morire da soli. Se i medici le avessero detto di no, quali alternative avrebbe verosimilmente avuto Kerrie? Di finire istupidita dai farmaci, isolata in un reparto di ospedale psichiatrico, o di morire con un sacchetto di plastica stretto attorno al collo nella solitudine della sua stanza. Autodeterminazione non è necessariamente sinonimo di solitudine; il suo opposto lo è quasi sempre.

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Ott 06

Ahmed Abdel Shafi, leader di una delle fazioni dello SLM nel Nord Darfur, accusa il governo di aver attaccatto, giovedì scorso, una loro postazione vicino a Moo, con 56 veicoli armati, 4 elicotteri e due Antonov, uccidendo 28 persone, trai quali civili. Ahmed Abdel Shafi è una delle parti coinvolte nelle trattative portate avanti da Scott Gration, inviato speciale degli USA per il Darfur, e finalizzate alla unificazione del fronte ribelle. (Sudan Tribune)Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Ott 06

Sarà Omar Hassan al Bashir il candidato ufficiale del National Congress Party alle elezioni presidenziali del prossimo Aprile in Sudan, le prime dopo 24 anni: lo ha annunciato il portavoce del partito, che ha confermato il voto anche in Darfur e ha fatto sapere che le 13 ONG espulse a Marzo dal Darfur non verranno riammesse.Scettici i partiti di opposizione, i quali chiedono che vengano approvate nuove norme che, nel pieno rispetto della costituzione sudanese, garantiscano libertà di stampa ed espressione. Le rappresentanze dei ribelli domandano invece di rinviare le elezioni dopo la fimra di un accordo di pace tra le parti in conflitto in Darfur.Aumentano gli scontri armati anche in Sud Sudan, in un crescente clima di tensione e paura: palese l’incapacità delle forze governative del Nord e Sud Darfur di proteggere la popolazione e garantire stabilità nella regione, ricca di greggio. Il 30-40 % dei fondi destinati al Sud sono spesi in armamenti pesanti (Small Arms Survey)

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Ott 06

I miei lettori sanno che, da tempo, il sottoscritto raccoglie in un’ apposita sezione del blog atti di criminalità comune o di razzismo commessi da cittadini italiani a danno di cittadini stranieri. La sezione è ironicamente intitolata “Brava Gente”. Non ce ne sarebbe stato bisogno, se i quotidiani in Italia non facessero questo gioco al contrario, ovvero sottolineando la nazionalità dell’aggressore ogni qualvolta questi fosse straniero, col risultato che “l’opinione pubblica” italiana è ormai del tutto convinta che gli italiani siano “brava gente” e “vittime” a prescindere e gli stranieri invece “quasi tutti delinquenti”.

Il mio intento - e l’ho ripetuto mille volte - non è quello di dimostrare che “gli italiani sono tutti razzisti” partendo da episodi di cronaca nera, come fanno invece i media italiani a ruolo invertito con gli extracomunitari, ma quello di provare che non esiste “brava gente” o “cattiva gente” per definizione etnica. Mi sembrava, all’inizio, un ragionamento del tutto elementare ma evidentemente non è cosi, visto che quasi ogni giorno ricevo vere e proprie “fatwe” elettoniche nella casella di posta. Pazienza.

Ci sono però due altri obiettivi dietro questa mia attività di certosina catalogazione: il primo è quello di permettere - a chi è interessato - di rendersi conto da solo, sfogliando le pagine di questo sito (diventato nel tempo un vero e proprio osservatorio sul razzismo e non solo in Italia, e quindi meta di pellegrinaggio di sociologi e studenti di tutta la penisola) del numero impressionante di episodi in cui le vittime sono extracomunitarie. Detto cosi, ovviamente non significa niente, ma - mediaticamente parlando - significa molto.

Salta agli occhi immediatamente che gli episodi dove i “carnefici” sono italiani ricevono una copertura mediatica mille volte inferiore. Cosi come salta agli occhi un certo tipo di linguaggio omertoso, in alcuni casi persino giustificatorio. Perché? E’ una domanda interessante, a cui - purtroppo - pochi hanno il coraggio di rispondere. Col risultato che, prima o poi, ci troveremo a gestire una situazione a dir poco esplosiva.

Ora prendete questo recentissimo episodio, tratto da Repubblica:

Un uomo di 57 anni è stato arrestato a Carpenedolo dopo essere stato trovato seminudo in un’auto con a bordo quattro bambine di età compresa tra i cinque e i 12 anni. A notare l’auto, con a bordo l’uomo e le piccole, è stata una pattuglia della polizia stradale di Montichiari (Brescia). Le bambine, due coppie di sorelle di origine marocchina, cugine tra loro, quando sono state soccorse dagli agenti erano in lacrime. L’uomo, un agricoltore, è un vicino di casa di due di loro e che le avrebbe adescate in un parco giochi nei pressi di un centro commerciale dicendo loro che le avrebbe portate a casa. Agenti in servizio di perlustrazione hanno notato l’auto ferma in una stradina laterale della provinciale 343, nascosta dagli arbusti. Insospettiti dalla posizione del veicolo si sono avvicinati. All’interno c’erano l’uomo nudo dalla cintola in giù e le bambine. Al momento dell’arresto il cinquantasettenne ha provato a opporre resistenza scatenando una colluttazione ma in breve tempo è stato immobilizzato e ammanettato. E’ accusato di sequestro di minorenni, atti osceni in luogo pubblico, atti sessuali con minorenni..

Repubblica parla genericamente di “un uomo”. Il che mi fa pensare - all’istante- che stiamo parlando di un cittadino italiano. Non perché gli italiani siano pedofili a prescindere (Apro una parentesi per far notare ai blogger che dipingono Maometto - che visse quando l’aspettativa di vita era di circa 40 anni - come un pedofilo che i consumatori italiani di pornografia minorile sono triplicati in quattro anni, con un incremento del 188% rispetto al 2004, il che pone l’Italia al quinto posto della classifica dei paesi del G8, che sono proprio i primi otto Paesi ‘consumatori’ di pornografia minorile, con una domanda che assorbe circa i tre quarti degli scambi mondiali“) ma semplicemente perché basta saper interpretare il linguaggio dei media italici: se il pedofilo fosse stato marocchino, il titolo e l’esordio dell’articolo sarebbe sicuramente stato: “marocchino, 57 anni, sorpreso in macchina ecc ecc”. E non un generico “uomo”. Visto che però si è optato per gli asettici “un uomo”, “l’uomo”, “il cinquantasettenne” ci sono centouno possibilità su cento che non sia né marocchino, né rumeno, né peruviano e tanto meno cinese. E’ un vizio tipicamente italiano, infatti, quello di strombazzare la nazionalità quando l’aggressore è straniero e nasconderla quando è invece italiano. Se questa non è omertà, sinceramente non saprei come definirla…

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 06

Una deliziosa poesiola (purtroppo intraducibile) sulla prevedibile accoglienza che i creazionisti riserveranno – anzi: che stanno già riservando – ad Ardi, il fossile di Ardipithecus ramidus che è la nuova star fra i nostri lontani antenati («Ardi, You Gorgeous Creature!», The Digital Cuttlefish, 2 ottobre 2009):
It’s predictable as sunrise; it’s predicable as tide;
As the evidence is published, it is just as soon denied.
“It’s the fossil of a monkey!” “Hey, my brother’s also short!”
“There is nothing in the Bible that’s denied by this report!”
“Evolutionist conspiracy!” I cannot list them all,
As if Ardi acts as proof there was Creation, and then Fall.
There will never be a fossil found to calm the silly storm,
That’s accepted as example that’s transitional in form.
The specimens were numerous, but never quite enough –
Unless you’ve found “the missing link”, they’re gonna call your bluff.

Our family tree has changed again, as many times before;
Each fossil was disputed in its turn, so what’s one more?
How comforting – there’s one thing that’s consistent from the start:
Creationists and ignorance will never, ever part. Tempo pochi giorni, e la potremo applicare pari pari ai creazionisti di casa nostra…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 04

Dal sito di Jonathan Kranz, autore dell’ottimo Writing copy for dummies, consiglio di scaricare l’agile volumetto Content marketing playbook: 42 ways to connect with costumers compilato insieme a Joe Pulizzi.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 04



KOMIKAZEN Festival del fumetto di realtà 2009
www.mirada.it

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 04

Cosa spinge Davide Rondoni («Quando si muore non si muore soli», Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2009, p. 1) a definire l’autodeterminazione come una «parola algida, filosoficamente debole e per certi aspetti comica»? L’affermazione è impegnativa; il modo in cui viene giustificata lo è un po’ di meno:
[Autodeterminazione è una] parola che nella vita reale non indica niente di veramente reale. Non ci autodeterminiamo in niente, mai. Nemmeno decidiamo quando nascere e come siamo fisicamente fatti. E nemmeno il nostro carattere. Nemmeno di chi ci innamoriamo. O cosa ci addolora. O se ci piacciono di più i fichi o le fragole. Nemmeno come saranno i nostri figli per quanto possiamo programmarli. Non ci autodeterminiamo in niente – accettiamo addirittura che le leggi dello stato entrino nella nostra vita pesantemente in molti campi: il fisco, il codice della strada, i confini della proprietà… Una prima cosa che salta all’occhio è la stranezza di un cattolico – a quanto ne so Rondoni, noto editorialista di Avvenire, è tale – che apparentemente non crede al libero arbitrio. L’impressione (confermata anche da altri esempi) è che gli integralisti cattolici abbiano sviluppato negli ultimi tempi una sorta di eclettismo ideologico: per giustificare le loro vedute fanno man bassa negli scaffali della storia delle idee, senza andare troppo per il sottile. Il fatto ha delle implicazioni interessanti per quello che riguarda la caratura culturale dell’integralismo, ma non è il caso di soffermarvisi adesso; così come non è nemmeno il caso di esaminare la tenuta logica della concezione rondoniana della libertà umana. Prendiamo per buona la sua visione del servo arbitrio; cambia qualcosa per i difensori dell’autodeterminazione? La risposta, naturalmente, è no. L’autodeterminazione non è – non principalmente, almeno – una tesi metafisica sulla libertà umana; è invece una massima pratica che impone di rispettare le scelte degli individui quando queste non ledano i diritti degli altri. Qui non importa realmente da dove vengano le nostre preferenze in materia di partner sentimentali o di frutta e verdura – purché si possa dire che quelle preferenze siano comunque, per il senso comune, preferenze nostre. Sarà anche vero che X si è innamorato di Y perché gli ricordava inconsapevolmente la sua prima bambinaia, o che a Z non piacciono le mele perché da piccino ci ha trovato un verme; queste sono comunque le loro preferenze, e il rispetto per la loro autodeterminazione consiste – per esempio – nel non costringere X a lasciare Y perché non è socialmente alla sua altezza, o nel non obbligare Z a mangiare mele perché «una mela al giorno leva il medico di torno». Consideriamo anche gli altri esempi dell’elenco di Rondoni (escluso ovviamente quello della nascita: vacuo paradosso, visto che la condizione necessaria per scegliere qualcosa è di esistere preliminarmente). Noi non scegliamo come siamo fatti fisicamente, è vero, ma neanche permettiamo a chicchessia di modificarci i connotati perché offendono il suo senso estetico; non scegliamo il nostro carattere, ma ci opponiamo ad essere portati da uno psichiatra solo perché qualcuno ci trova troppo timidi o troppo espansivi; non scegliamo cosa ci addolora, ma pretendiamo che nessuno ci costringa con la forza a riderne; non possiamo programmare in tutto i nostri figli, ma non tolleriamo che ci provino altri; e così via.

Rondoni aggiunge anche altre considerazioni. Per lui gli uomini di oggi «hanno ansia di autodeterminarsi di fronte al potere dello stato, perché tra ognuno di loro e lo stato non c’è più nessuno di cui si fidano, nessuno a cui affidarsi»; ci sono «solo l’individuo e lo stato. Nessun altro, nei momenti che contano». Ma chi dovrebbe esserci, invece, per Rondoni? La risposta alla domanda è complicata e anche abbastanza interessante. Inizialmente il nostro dà questa risposta:
Non ci sarebbe bisogno, in un mondo di uomini non soli, di fare il testamento a cui lo stato e i suoi rappresentanti si devono attenere per la mia buona morte. Ci penserebbero i miei cari, i medici scelti da me o da loro. Stabilendo con libertà e responsabilità quando la cura diviene accanimento. Questo è sorprendente, per almeno due motivi. Per prima cosa, come mai se io non mi posso autodeterminare, è invece concesso alla mia famiglia e ai medici di determinare me? Non valgono anche per loro i (presunti) limiti alla libertà personale che Rondoni identificava? Secondo: in un caso notissimo e recente, mi sembrava di ricordare che Rondoni non fosse stato precisamente a favore che «a pensarci» fossero i familiari della persona in questione e «i medici scelti da loro»…
Rondoni deve essersi reso conto, mentre andava avanti a scrivere, della contraddizione; ecco dunque che qualche rigo più sotto i familiari (nonché «i medici scelti da loro») sono discretamente spariti:
Se poi la comunità medica è per la maggior parte propensa a pensare che l’alimentazione e l’idratazione artificiali non sono pratiche terapeutiche accanite, mi sembra naturale che questa legge […] rispetti tale convinzione. E se invece la comunità medica fosse per la maggior parte non propensa? Beh, è semplice: puff!, sparisce anch’essa. Prosegue infatti Rondoni:
Ma se anche fosse una minoranza di medici, beh, l’amore e il rispetto della vita, porterebbe comunque ad essere cauti nel dare via a una legge che in sostanza direbbe: se la vita ti è divenuta insopportabile trova uno con il distintivo di dipendente dello Stato che sia disposto a ucciderti e nessuno ha diritto di intervenire. Ed ecco che così l’individuo si ritrova di nuovo da solo, davanti a uno Stato che non vuole promulgare leggi avventate…
O forse no: perché il problema, conclude Rondoni, è «come si pensa a sé, vivi o moribondi. Soli o insieme a qualcuno che amiamo e che ci vuol davvero bene». E che Davide Rondoni ci voglia davvero bene, più di familiari e medici troppo propensi a compiacerci, è cosa certa: su di lui potete contare. Magari non sarà presente fisicamente mentre un infermiere vi caccia un sondino su per il naso, ma di sicuro assisterà in spirito.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Ott 04

Marcello Pera torna sulla tesi che gli è più cara: nella relazione introduttiva a un convegno tenutosi presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, ripresa in parte dall’Osservatore RomanoI diritti umani? Prima non c’erano», 1 ottobre 2009, p. 4), sostiene che «l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini rispetto ai loro diritti» dipende dalla «legge morale cristiana», per la ragione che «nel cristianesimo, e più in generale nella tradizione biblica, l’uomo è creato a immagine di Dio. E se l’uomo rispecchia Dio fino a essere fatto come lui, allora ogni uomo è una persona, è figlio di Dio, fratello di ogni altro uomo, membro della stessa famiglia». Ne segue che «se si toglie la morale cristiana, si toglie anche il fondamento dei nostri Stati liberali», e «senza quel fondamento, si mette a rischio lo stesso Stato liberale e secolare. Esso diventa una cittadella senza guarnigione: come si potrebbe sostenerlo e difenderlo?». Conclude Pera che «se il secolarismo oggi nega qualunque rapporto fra politica e religione, nega anche il fondamento di quella stessa tolleranza che vuole promuovere e finisce col distruggere se stesso».

Nel suo rozzo schematismo la tesi di Pera è ovviamente da rigettare: la creazione dell’uomo a immagine di Dio non è condizione sufficiente a spiegare la moderna dottrina dell’uguaglianza dei diritti, visto che almeno 1600 anni separano quest’ultima dalle prime formulazioni della morale cristiana, e ancor di più dal primo racconto biblico della creazione. La stessa tradizione biblica, che è molto più varia di quanto alcuni possano pensare, ospita non solo apprezzabili professioni di universalismo, ma anche pagine di crudo particolarismo. Il fatto che la prima parola a essere storicamente traducibile con «uguglianza di fronte alla legge» sia isonomia, che è una parola greca, dovrebbe indurre a qualche riflessione: è vero, donne, schiavi e barbari non facevano parte di quella comunità di uguali, ma la concezione sottostante era fortemente dinamica, dato che nel volgere di pochi anni aveva condotto all’inaudita estensione dei diritti ai nullatenenti di Atene.
Inoltre, la circostanza che la riscoperta umanistica della civiltà greca abbia preceduto di poco le prime formulazioni dell’uguaglianza dei diritti (nonché del moderno metodo scientifico) ha molte meno probabilità della nascita dei diritti in terra cristiana di essere una mera coincidenza, checché ne pensino quanti sembrano ignorare che post hoc, ergo propter hoc è una fallacia logica, non un principio dell’indagine razionale.
Ma la creazione dell’uomo a immagine di Dio non è forse neppure condizione necessaria per spiegare la moderna uguaglianza dei diritti: si pensi soltanto al pensiero di un Seneca, che nelle Lettere a Lucilio poteva scrivere «Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te!» (come qualche ottimista cerca ancora di spiegare a un pubblico chiaramente refrattario), tanto che la tradizione cristiana ha poi tentato di sminuire l’imbarazzante precedente creando dal nulla un’immaginaria corrispondenza del filosofo con San Paolo. Nel contesto umanistico del ritorno all’antico queste idee possono avere avuto un influsso potente. Con il che non si vuole comunque negare il ruolo delle tradizioni bibliche nella nascita del pensiero moderno dei diritti, ma solo mostrare che quel ruolo non è stato probabilmente né unico né insostituibile.

Ma ammettiamo pure, per amore di discussione, che Pera abbia ragione. Cosa ne dovremmo dedurre? Dovremmo fare nostre anche le sue conclusioni sulla promozione della morale cristiana? Vediamo.
Il punto chiave è lo status della «legge morale da cui dipende la cultura dei diritti umani», per usare la terminologia di Pera. Si tratta di un’evidenza di ragione, fondata per esempio sulla constatazione empirica di una sostanziale uguaglianza in certi attributi (autocoscienza, capacità di provare dolore, interesse a vivere) e su un principio razionale di economia che ci imponga di trattare allo stesso modo chi è uguale? In questo caso potremmo dire che la tradizione biblica ha scoperto (assieme eventualmente ad altre tradizioni) un principio indipendente, non che lo fonda. E per comprendere e aderire a quel principio sarebbe allora del tutto superfluo immedesimarsi in tutto e per tutto con coloro che lo hanno scoperto, così come per capire la teoria della relatività speciale è inessenziale essere dei giovani ebrei tedeschi, farsi assumere dall’Ufficio Brevetti di Berna e imparare a suonare il violino.
O si tratta invece di un’ideologia storicamente determinata, che non ha nessuna esistenza indipendente dai gusti e dagli interessi contingenti di chi la propugna? Questa è la tesi del relativismo radicale (ed è curioso che sembri essere anche la tesi di Marcello Pera, che contro il relativismo tuona ogni tre per due; che non si sia accorto della contraddizione?); tesi opposta a quella precedente, ma non nelle conclusioni. Infatti, in assenza di un principio astorico razionale, in nome di che cosa dovremmo opporci alla fine della morale cristiana e, con essa, nell’ipotesi, alla fine dell’ideologia dell’uguaglianza dei diritti? Le nostre preferenze ovviamente cambierebbero di conseguenza – anzi, secondo chi la pensa come Marcello Pera sarebbero già cambiate: il nichilismo sta già avanzando, e l’eugenismo, e la mentalità eutanasica… Perché opporre resistenza al flusso della storia (cosa sempre scomoda e pericolosa) se ammettiamo che le nostre preferenze sono storicamente determinate? Ancora un attimo, ed esse saranno diverse: opprimeremo con gioia i deboli e schiacceremo con gusto gli inferiori. Certo, la prospettiva sarebbe diversa per questi ultimi (e per gli inguaribili nostalgici del passato), che avrebbero tutto l’interesse a mantenere la «vecchia» uguaglianza dei diritti; ma neppure per loro seguirebbe la necessità di aderire alla morale cristiana. Perché stare a cincischiare con fondazioni indirette dell’uguaglianza, infatti, quando sono in gioco interessi vitali? Che bisogno ha, il malato congenito, di riandare al racconto della creazione, quando (nell’ipotesi) ciò che lo motiva è la propria volontà di salvare la pelle ed evitare l’iniezione letale?

Si potrebbe obiettare che questa dicotomia è un po’ troppo schematica; che, per esempio, i diritti umani si basano sì su un imperativo categorico autonomo, ma che ciò non basta – specie presso le masse più riottose – a far sì che quest’ultimo sia seguito e praticato con coerenza. In questo caso la religione diventa per così dire instrumentum regni, e aiuta a perseguire l’ideale in sé giusto dell’uguaglianza, fornendo motivazioni più immediate e comprensibili.
Qui la risposta non può più rifarsi a ragionamenti di principio, ma deve appellarsi a un criterio squisitamente empirico: è vero o no che la morale cristiana aiuta il progresso dei diritti? Nel nostro paese la morale cristiana è identificata in genere con l’insegnamento della Chiesa; ci chiederemo allora: la Chiesa è stata ed è a favore dell’uguaglianza dei diritti degli omosessuali? La Chiesa è stata storicamente la forza propulsiva dietro le richieste del movimento delle donne? La Chiesa ha favorito le richieste di uguaglianza giuridica delle varie classi subalterne che si sono succedute, dalla Rivoluzione Francese fino a oggi? Lascio la risposta a Marcello Pera, nel pezzo che stiamo qui commentando: «non è un’obiezione che la Chiesa cattolica abbia impiegato quasi due millenni per proclamare formalmente i diritti umani, o che molti prelati di casa nostra pongano ancora mano all’aspersorio al solo sentir parlare di liberalismo […]. Il punto è concettuale». Tutto giusto – tranne per il fatto che il punto, qui, come abbiamo appena detto, non è concettuale ma empirico. E qui la Chiesa fallisce; fallisce miseramente. Il 20 giugno 1866, in risposta ai dubbi di un vicario apostolico in Etiopia, il Sant’Uffizio rispondeva che, a certe condizioni, «non ripugna al diritto naturale e divino che un servo sia venduto, comprato, scambiato, donato». Nel 1866, non nell’Alto Medioevo.
Lascio aperta la possibilità che una fede cristiana non confessionale, indipendente o perfino opposta alle Chiese organizzate, possa comunque essere d’appoggio alla causa dell’uguaglianza dei diritti; il futuro, sempre più secolarizzato (almeno fuori d’Italia) ce lo dirà. Ma certo non è a questo che si riferiva Marcello Pera; si può stare sicuri che l’Osservatore non gli avrebbe altrimenti pubblicato la relazione…

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Ott 02

Questo l’ha scritto Stefan Engeseth di detective marketing e potete scaricarlo dal suo sito.

Link grazie a Publiteca.

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Ott 02

La guerra in Darfur ‘è finita’… ma si continua a morire

Un peacekeeper della missione di pace congiunta dell’Unione africana e delle Nazioni Unite in Darfur è stato ucciso lunedì scorso in un’imboscata nella provincia sudanese. Lo ha riferito ieri, attraverso una nota ufficiale, Kemal Saiki capo della comunicazione dell’Unamid. Nell’attacco sono rimasti feriti altri due soldati e un poliziotto del contingente Onu. Il militare ucciso viaggiava su un fuoristrada di scorta aun minibus con a bordo due funzionari della missione di pacediretto a El-Geneina, quando e’ stato attaccato da otto uominiarmati. Sale così a 17 il numero di peacekeeper uccisidall’inizio della missione Unamid, nel gennaio 2008. Come ho già scritto in altre occasioni, se questi sono i presupposti per affermare che in Darfur la ‘guerra è finita’ e che, oramai, si possa parlare solo ‘di problemi di sicurezza’, come ha affermato Martin Luther Agwai, comandante uscente del contingente Unamid, beh… credo che qualcuno abbia metri di misura quantomeno imprecisi.

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Ott 02

Lo avevamo lanciato qualche mese fa negli Stati Uniti e oggi arriva ufficialmente anche da noi: YouTube Edu.
Si tratta di un vero e proprio contenitore di informazioni legato al mondo delle Università, accessibile su YouTube all’indirizzo: www.youtube.com/edu.

All’interno di YouTube Edu é possibile visualizzare i contenuti video caricati da centinaia di università in tutto il mondo. Da Stanford alla UCLA, sono presenti numerosi video che raccontano la vita del Campus, i corsi universitari e che riprendono importanti conferenze così come interventi degli studenti.
Interessati ad una lezione di astrofisica? Niente di più facile, basta cercare questo tema all’interno del canale e certamente troverete contenuti che fanno al caso vostro.

Questo hub rappresenta un’importante canale di comunicazione per le università di tutto il mondo e una porta per tutti coloro che sono interessati alla vita dei Campus e ai contenuti che queste università possono offrire.

In Italia Università Bocconi e Politecnico di Milano sono i primi atenei ad aderire al progetto. Altre università che volessero farne parte, possono inviarci richiesta direttamente all’indirizzo email: youtube_edu_it@google.com

In attesa che YouTube Edu si popoli di nuovi contenuti e ancor più Università Italiane, non resta che navigare tra le centinaia di video che già oggi sono online: www.youtube.com/edu.
Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale