Nov 30

“Dicono che i frigoriferi sono freddi / ma cosa c’é di più freddo del cuore di un uomo / che si chiude nel suo egoismo / lasciando che la Madre Terra perisca? Ma verrà il tempo in cui / frigoriferi da tutto il mondo / apriranno lo sportello del loro caldo cuore / e salveranno il mondo dalla febbre / causata dal freddo cuore degli uomini / Essi marceranno a lungo verso il futuro.”*http://www.macrolibrarsi.it/libri/_la-marcia-dei-frigoriferi-verso-il-polo-nord.php

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Nov 30

E’ difficile dire quanto la battaglia annunciata in parlamento sulla legge per la cittadinanza sia da ascrivere ad un’autentica lungimiranza da parte di alcuni rappresentanti del governo, seriamente intenzionati a perseguire l’integrazione, e quanto ad un dispetto che alcuni settori della maggioranza vorrebbero fare ai loro avversari interni. Fatto sta che la proposta Granata-Sarubbi, sponsorizzata dal Presidente Fini e condivisa dall’opposizione, che si prefigge di ridurre i tempi di attesa per la cittadinanza a cinque anni invece dei dieci attualmente previsti è stata messa in calendario prima di Natale. Ovviamente i leghisti strepitano ed è comprensibile: a Natale loro mandano gli agenti di polizia a fare gli auguri ai cittadini stranieri con modalità tipicamente padane, da cui il nome dell’ operazione “White Christmas”: li visitano “casa per casa” per controllare se hanno rinnovato il permesso di soggiorno. Per loro, la concessione della cittadinanza dopo cinque anni è - manco a dirlo - “cittadinanza facile”.

Come spesso succede quando c’è confusione, ognuno dice la sua. La deputata più realista del re, Souad Sbai, ha presentato una proposta propria che - cito testualmente un articolo del portale Stranieri in Italia - nonostante abbassi l’attesa a otto anni, si pone su un piano decisamente diverso rispetto alla proposta bipartisan Sarubbi-Granata e per alcuni aspetti prevede un percorso anche più difficile rispetto a quello attuale”. Come cittadino straniero residente in Italia non posso ovviamente che ringraziare l’Onorevole marocchina per la passione con cui rappresenta le nostre istanze al contrario.

Il problema, però, e lo sanno tutti coloro che si occupano di immigrazione, non è tanto l’attesa di dieci, otto o cinque anni. Il problema è essere certi che dopo questo lasso di tempo ed entro un periodo prestabilito, la cittadinanza arriverà. Perché così come stanno le cose adesso uno può aspettare il periodo indicato (non importa se dieci o cinque), presentare regolare richiesta, quindi aspettare invano una risposta. Passano altri venti-trent’anni se va bene e - dopo cause, ricorsi e via discorrendo - si scopre che la richiesta è stata rifiutata. E i motivi per cui lo è stata spesso rimangono un mistero glorioso. I più temerari - sempre dopo cause, ricorsi e via discorrendo - possono per esempio scoprire che nonostante vivessero in Italia da decenni, erano considerati nientepopodimeno che pericoli per la sicurezza pubblica (e allora non si capisce perché nessuno li ha espulsi) e - solo dopo cause, ricorsi e via discorrendo - riescono a capire che rappresentavano un pericolo in quanto “rimasti legati alle tradizioni del paese di origine”. Chiamatela pure “cittadinanza facile”.

Fin quando la concessione della cittadinanza rimarrà, appunto, una “concessione”, e quindi soggetta alla clemenza o agli umori e interpretazioni delle varie amministrazioni, tutto questo cancan sul limite dei dieci, otto o cinque anni è fine a sé stesso. La cittadinanza dovrebbe essere, dopo un congruo periodo di permanenza in Italia (che può quindi rimanere di dieci anni o persino essere innalzato), un diritto automatico. Dopo quel lasso di tempo, se i requisiti (logici, please) sono soddisfatti, deve essere automaticamente rilasciata. Se rifiutata, anche le motivazioni dovrebbero essere logiche e trasparenti e pervenire automaticamente all’interessato. Non è possibile continuare a vivere in un paese in qualità di eterni “ospiti”. E scoprire, magari dopo decenni di versamenti regolari di contributi, che in caso di licenziamento si potrà usufruire degli ammortizzatori sociali solo per sei mesi in quanto “arrivano prima gli italiani”. Fermo restando che gli stranieri regolari, per giustificare la propria presenza in Italia, devono dichiarare il redditto e versare i contributi, gli italiani - che a queste richieste non devono sottostare - dov’erano, quando si trattava di versarli, i contributi?

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Nov 30

Alessandro Meluzzi, psichiatra, portavoce della Comunità Incontro di Don Pierino Gelmini, ci elargisce dalle colonne del Giornale le sue opinioni sull’attualità bioetica, in particolare sulla pillola abortiva RU-486 («Domanda: ma un embrione ha meno neuroni di un astice?», 28 novembre 2009, p. 18). Vediamo con quali risultati.
È giusto occuparsi del dolore di Caino, ma anche di quello di Abele. La vicenda del risveglio, dopo 23 anni di stato vegetativo ci può fare immaginare quale angoscia ci sarebbe stata nel trapasso, provocato, di chi pur senza poter parlare, come in un incubo, era perfettamente consapevole di quanto accadeva intorno a lui. Il riferimento, nonostante la forma un po’ contorta, è chiaramente alla vicenda di Rom Houben, l’uomo belga che i medici hanno riconosciuto possedere una coscienza quasi completa di ciò che lo circonda, dopo che per 23 anni era rimasto in totale mutismo e immobilità a causa di un grave incidente. C’è qualche dubbio sullo stato di Houben nel corso di questi anni, ma su una cosa tutti – o almeno tutti meno Meluzzi – sembrano essere d’accordo: l’uomo non si è risvegliato dallo stato vegetativo, perché in realtà in stato vegetativo persistente – a differenza per esempio di Eluana Englaro – non c’è mai stato.
Il Movimento Per la Vita ha dimostrato che una delle più efficaci forme per far riflettere una donna circa la scelta di interrompere la gravidanza, è mostrare la dettagliata ecografia tridimensionale di un feto di 12 settimane perfettamente eliminabile, anche senza ragioni terapeutiche, per sola scelta della donna. È un piccolo bambino quasi perfettamente formato, con occhi, naso, bocca, gambine, piedini, un cuoricino che batte, 5 dita nelle mani e nei piedi e i primi movimenti spontanei per succhiarsi il pollice.
[…] Bene, sapete quanto ci mette a morire questa creatura dopo la somministrazione di una RU486? Circa 48 ore, cioè 2 giorni. E per asfissia da espulsione dall’endometrio, cioè per soffocamento. La retorica dei piedini va ancora forte in campo antiabortista, ma un veterano del Movimento per la Vita non la applicherebbe mai – beh, mai per iscritto – a un aborto compiuto con la RU-486, visto che la pillola abortiva si usa in genere fino alla 7ª settimana di gestazione (cioè fino alla 5ª settimana dal concepimento), quando il feto – o meglio, l’embrione – ha l’aspetto di questo ragazzo qui. Niente piedini, temo.
Non so da dove Meluzzi tragga il dato delle 48 ore di agonia: 48 ore sono il periodo che nell’aborto farmacologico intercorre fra la somministrazione del primo farmaco (la RU-486) e quella del secondo (il misoprostolo); la morte dell’embrione può avvenire in qualsiasi momento di questo intervallo di tempo, o anche dopo. La cosa comunque è abbastanza irrilevante, visto che il «soffocamento» (altri, sempre naturalmente col nobile scopo di far «riflettere» le donne, preferiscono parlare di «morte per fame») in seguito al distacco dall’endometrio, che fornisce ossigeno (non aria!) e nutrimento al prodotto del concepimento, ha ben poche delle connotazioni che siamo soliti attribuire alla parola: prima di tutto perché l’embrione non percepisce nulla, e quindi nemmeno la mancanza di ossigeno nel sangue. Ma naturalmnte Meluzzi su questo la pensa diversamente:
Si obietterà che non c’è dolore perché non c’è coscienza. Innanzitutto, chi lo sa? Visto che comprovatamente poco più avanti nella gravidanza i feti persino sognano. «Poco più avanti nella gravidanza» sta qui per «a un’età quasi tre volte maggiore», visto che un sonno paragonabile al sonno REM inizia solo alla 30ª settimana (secondo Carlo Bellieni, noto antiabortista ma anche neonatologo). Spingendo un po’ più in là la stessa logica, Meluzzi avrebbe potuto dire che «poco più avanti» i feti scrivono persino articoli per il Giornale
Lungi dal voler colpevolizzare donne che non potranno mai essere obbligate a trattenere dentro il proprio corpo una creatura che considerano poco meno di un alien. Per carità! Chi potrebbe mai pensare che il buon Meluzzi voglia colpevolizzare le donne – queste Ellen Ripley della porta accanto – che «considerano poco meno di un alien» la loro creatura? Lungi, lungi!
Ma l’uso diffuso di un veleno, distribuito in Spagna alle minorenni in farmacia e senza l’autorizzazione dei genitori, ci pare davvero troppo. Ahia, Meluzzi! Mi cade proprio sul finale… Oramai l’hanno imparato persino quelli dei TG Rai a non confondere la pillola del giorno dopo (il Norlevo, quello che in Spagna distribuiscono in farmacia anche alle minorenni, ’sti disgraziati) con la pillola abortiva (che in Italia sarà disponibile solo in ospedale)… Vabbeh, cose che capitano; non colpevolizziamo il povero Meluzzi (certo che però dalla redazione del Giornale, un giornale così autorevole, uno si aspetterebbe più attenzione…). Vedrete che la prossima volta andrà meglio. Sicuramente.

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Nov 28

Secondo quanto dichiarato da fonti del Sudan Liberation Movement di Abdel Wahid al Nur, due villaggi nel Nord Darfur sarebbero stati attaccati da milizie filogovernative, mercoledì scorso.

I villaggi di Al-Harra e Jabel Issa sarebbero stati saccheggiati dai janjaweed, giunti con 25 veicoli: 11 i detenuti, fra di essi non ci sarebbero ribelli del movimento SLM/AW.

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Mar 11

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

fonte: www.lago-di-bolsena.biz » vai al post originale »

Nov 28

Mercoledì 16 dicembre 2009 ore 21:00al Teatro Albertino via Crivellucci 3/a Roma
Artisti Socialmente Utili – Circolo ACLI Municipio I Roma
ORGANIZZA
“DARFUR… urgente”A chi deve ascoltare… per chi non può sentire
L’incasso sarà devoluto a Italians For Darfur.
Il conflitto in Darfur, nell’arco di sei anni, ha provocato non meno di 300.000 morti, e ha costretto almeno due milioni di persone alla fuga, sia all’interno del Sudan, sia nei campi profughi in Ciad. Lo scopo del concerto è quello di portare in evidenza il grave problema che affligge le popolazioni di quei luoghi e tutte le iniziative che l’associazione “Italians For Darfur” sta portando avanti in questi anni, assicurando una corretta e completa informazione, facendo in modo che le istituzioni si mobilitino per trovare una soluzione al conflitto in corso.
Hanno aderito e parteciperanno al concerto:Luigi Montagna, Pino Tossici, Claudio Crescentini, Echos, Frankie’s Jazz Trio, The Bulldogs.
Visto l’importanza dell’evento ed i posti limitati, è consigliabile prenotare via e-mail o acquistare in prevendita il biglietto presso il teatro dal 9/12 al 13/12 dalle ore 19:00. Il prezzo del biglietto è di €10.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 28

Auguri a tutti i lettori musulmani

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Nov 28

DubaiIn questo momento la notizia che risalta di più è il crack finanziario a Dubai negli Emirati Arabi. Anche il cosidetto paradiso per gli investitori sta subendo una perdita economica pari a miliardi di dollari, diffatti il governo ha dato ordine alle banche di rimandare i pagamenti a 6 mesi. Il nostro governo Berlusconi ha rassicurato gli italiani che l’Italia è quella meno coinvolta in Europa, anche il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, dice che le banche italiane sono quelle meno esposte. Ma non tiene conto dei investitori privati che hanno sborsato soldi per investire in case e altro a Dubai convinti di guadagnare parecchi soldi fino ad adesso. Ancora adesso c’è la pubblicità su internet in merito alle possibilità di guadagno a Dubai. Adesso che la crisi finanziaria è appena cominciata è ovvio che investire in quel bel paese non conviene più.

Adesso se si hanno soldi liquidi bisogna investire sul mattone italiano visto che la domanda supera l’offerta e si possono spuntare dei buoni affari.

Le banche italiane hanno un’esposizione “molto limitata” nei confronti di Dubai World. Lo ha precisato il direttore generale di Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni.

Via ilsole24ore

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Nov 28

Ansa, 27 novembre, 16.07:
GENOVA - Con in mano i volantini per difendere il crocifisso, un attivista della Lega Nord Liguria si è fatto scappare una serie di bestemmie stamani a Genova durante una animata discussione con un passante che la pensava diversamente. È accaduto nella centrale Piazza De Ferrari, dove la Lega Nord ha allestito un gazebo per raccogliere firme per mantenere i crocifissi nelle scuole.
Verso le 11.20, un attivista del partito che distribuiva volantini ha iniziato a discutere animatamente con un passante che la pensava diversamente. In pochi secondi si è passati agli insulti e l’attivista, un uomo sui cinquant’anni, ha dato uno spintone all’altro, un uomo sui 60 anni. Sono intervenuti alcuni attivisti che hanno cercato di dividere i contendenti ma a quel punto il leghista ha perso il controllo e ha iniziato a urlare bestemmie tra lo stupore dei passanti. Sono intervenuti due agenti della Digos ai quali l’uomo ha spiegato di aver agito così perché da poco aveva perso il lavoro e l’altro gli aveva detto di “andare a lavorare”. (Hat-tip: UAAR Ultimissime.)

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 28

Dopo mesi di discussioni e dibattiti bizzarri sulla RU486 arriva dal Senato il no alla sua commercializzazione. La commissione Sanità ha votato e la maggioranza, costituita da Pdl e Lega, vuole un parere tecnico sulla compatibilità della RU con la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza. Soldi, tempo e energie spesi per avere un parere che anche un bambino potrebbe dare. Si legge infatti nella legge 194, articolo 15: “Le regioni […] promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Non è superfluo ricordare che la RU486 è usata da decenni in altri Paesi e che si offre come un mezzo diverso per ottenere una interruzione di gravidanza – cioè il medesimo risultato. Risultato che in Italia è ancora permesso, almeno sulla carta. Sembra verosimile che le polemiche sulla RU486 siano soltanto pretestuose e che il bersaglio non sia il “modo” in cui si abortisce, ma l’aborto stesso. Già poco tollerato, l’aborto diventa inammissibile se connotato di una sfumatura in più di scelta: aborto chirurgico o farmacologico? Impossibile lasciare la scelta alle donne.

DNews, 27 novembre 2009.

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Nov 28

Su Il Mucchio Selvaggio di dicembre (pp. 38-39).

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Nov 26

Ieri, durante il colloquio di selezione per un posto di account director in una web agency, la trentenne cacciatrice di teste della nota multinazionale leader nel recruitment specializzato così oracoleggia:

ottimo curriculum…non c’è che dire…complimenti!…purtroppo però… il suo livello di seniòriti è troppo alto…troppo alto, davvero…lei si troverebbe a disagio in un ambiente di giovani webbari… non riuscireste a capirvi…mi spiego?!…non parlereste la stessa lingua…è normale!…prenda i gusti musicali, per esempio… a lei piace… come ha detto che si chiama? ah sì… cet beker…loro, i giovani, quelli con cui dovrebbe lavorare, quei giovani smanettoni lì, non sanno mica chi è ’sto sassofonista…mi creda…

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Nov 26

(V. DARFUR: ASSOCIAZIONE, MAI PARTITA… DELLE 19.25 CIRCA)
(ANSA) - ROMA, 24 NOV - ”Nella seduta dell’11 novembre delleCommissioni riunite Difesa e Esteri il sottosegretario GiuseppeCossiga in merito alla partecipazione italiana alla missioneUnamid in Darfur, ha rilevato che essa non ha, di fatto, potutoaver corso a seguito dell’atteggiamento assunto dal Governosudanese in ordine al rilascio dei necessari visti d’ingresso”.Lo conferma il presidente della Commissione Diritti Umani, ilsenatore Pietro Marcenaro (Pd), in merito alla notizia dellamancata missione italiana in Sudan. ”In quella occasione e’ stato approvato un ordine del giorno- prosegue Marcenaro - che impegnava il Governo a dare seguitoall’invio dei due elicotteri e della logistica necessaria per lamissione Unamid e a prestare particolare attenzioneall’evoluzione delle missioni internazionali in quell’area,prevedendo anche la possibile estensione della collaborazionemilitare italiana”. Inoltre, dice ancora Marcenaro, ”in merito a quelli che sonogli intendimenti del ministero della Difesa e del Governoitaliano nei confronti della crisi umanitaria in Darfur e dellasempre piu’ pressante emergenza in Sud Sudan, ho presentato unamozione attraverso la quale, insieme ad altri colleghi,chiediamo un impegno del nostro Paese e un sostegnopolitico-diplomatico al processo di pace che mi auguro possariprendere al piu’ presto e portare a una soluzione delconflitto e della crisi nella regione occidentale del Paese cherischia di aggravarsi ulteriormente visto che le 13 ong espulsea marzo scorso - conclude l’esponente Pd - non sono ancora stateriammesse in Sudan”. (ANSA).
SV24-NOV-09 20:10 NNNNFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 26

SUDAN: ITALIANS FOR DARFUR, MAI PARTITA MISSIONE AUTORIZZATA A SUPPORTO UNAMID
Roma, 24 nov. (Adnkronos) - “Come purtroppo temevamo, la missione italiana in Darfur, annunciata dal ministro della Difesa nell’ambito dell’ultima discussione in parlamento sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, non e’ mai partita”. Lo denuncia in una nota l’associazione ‘Italians for Darfur’, impegnata per la promozione e la tutela dei diritti umani in Sudan.
“La notizia appresa ufficiosamente dalla delegazione dell’Intergruppo parlamentare Italia - Darfur, presieduto dall’onorevole Gianni Vernetti, in visita a Khartoum e ad El Fasher loscorso ottobre - prosegue la nota - e’ stata confermata dal sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga, nel corso di una seduta della commissione Difesa al Senato dell’11 novembre”. “Come si evince dal resoconto della seduta - prosegue l’associazione - Cossiga ha confermato che dal gennaio 2009 per sei mesi era previsto l’invio di due velivoli e di un piccolo contingente, finanziato per circa 6 milioni di euro nell’ambito del decreto sulle missioni all’estero, ma quest’ultimo non e’ mai partito perche’ il governo sudanese non ha rilasciato i visti per i nostri militari”.
Augurandosi che le risorse destinate al Darfur “non siano utilizzate diversamente”, l’associazione conclude ricordando che “l’emergenza nella regione e nel Sud Sudan, dove la tensione in vistadelle elezioni e del referendum per l’indipendenza e’ sempre piu’ alta, e’ ancora pressante e il supporto del nostro Paese rimane fondamentale”.
(Ses/Zn/Adnkronos)24-NOV-09 18:33NNNNFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 26

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban ki Moon ha riferito lunedì scorso sullo stato della missione congiunta ONU-Unione Africana, approvata nel 2007 con la risoluzione 1769 del Consiglio di Sicurezza, ma mai pienamente dispiegatasi in Darfur: conta, infatti, circa 20.000 militari contro i 26.000 previsti.Ban ki Moon ha sottolineato la grave responsabilità del governo sudanese nell aver ostacolato lo svolgimento del compito di controllo e sicurezza del contingente con intimidazioni, come sorvoli di elicotteri militari e spari,e rallentamenti nelle procedure burocratiche.Gli episodi, documentati, sono numerosi.Nel frattempo peggiorano anche le condizioni di sicurezza dei peacekeepers, nel mezzo di sempre più frequenti scontri tra etnie e fazioni diverse, rivalità riaccesesi con l approssimarsi delle elezioni presidenziali dell’Aprile 2010. Ora si teme una nuova ripresa delle ostilità anche tra governativi e ribelli.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 26

Fino ad oggi sono numerosi i governi e i leader in tutto il mondo che hanno deciso di aprirsi ad un confronto con i cittadini, utenti della rete, attraverso YouTube. Il Vaticano, la Camera dei Deputati, la Famiglia Reale, le Regina Ranja di Giordania e i presidenti di numerosi paesi tra cui: Stati Uniti, Francia, Corea del Sud e Estonia.

A questi si aggiunge oggi un altro importante contributo, quello del Governo Iracheno che oggi annuncia il lancio di un proprio canale YouTube (youtube.com/iraqigov), così come si evince dalle parole del Primo Ministro Nuri al-Malik:

Le caratteristiche di condivisione che sono alla base di YouTube consentiranno agli utenti che visitano il canale del Governo iracheno di interagire votando i video preferiti, esprimendo la propria opinione attraverso commenti scritti e risposte video in pieno rispetto della trasparenza e della libertà di espressione.

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 26

La storia di Rom Houben, l’uomo belga vittima di un incidente 23 anni fa e rimasto da allora paralizzato e incapace di comunicare con il mondo esterno ma tuttavia consapevole, mentre tutti lo ritenevano invece definitivamente privo di coscienza, ha fatto il giro del mondo, inorridendo e commuovendo l’opinione pubblica. Ma adesso cominciano a levarsi le prime voci scettiche sulla vicenda.
Se si guarda un video del paziente, ci si rende conto che – contrariamente a quanto affermato in alcuni resoconti giornalistici – non è Houben a muovere autonomamente la mano per battere sulla tastiera i suoi pensieri; invece la mano viene spostata da una terapeuta, Linda Wouters, che sostiene di essere guidata da una lieve pressione effettuata dal paziente, e di sentirne la resistenza quando sta per premere un pulsante sbagliato; il metodo si chiama «comunicazione facilitata». Vi ricorda qualcosa? Ebbene, questo è il medesimo principio delle tavolette ouija (il gioco del bicchierino), in cui un gruppo di persone pone le mano su una tavoletta o su un calice rovesciato, e l’oggetto comincia a muoversi in modo apparentemente autonomo su una base che reca impresse le lettere dell’alfabeto, componendo un messaggio di senso compiuto (che in genere viene interpretato come un messaggio dei defunti). Ovviamente sono le spinte – in genere inconsapevoli – dei partecipanti a muovere la tavoletta; molti sostengono che anche la «comunicazione facilitata» comunichi in realtà i pensieri del terapeuta e non quelli del paziente. Si tratta proprio per questo di una pratica generalmente ritenuta non credibile dagli ambienti medici.
Il dubbio è particolarmente lecito nel caso Houben: il video mostra chiaramente il contrasto fra lo stato fisico seriamente compromesso del paziente e la sicurezza e rapidità con cui l’assistente guida la sua mano sui pulsanti. Nota Arthur Caplan, uno dei maggiori bioeticisti americani, a proposito delle affermazioni attribuite a Houben:
Uno giace per 23 anni in un letto d’ospedale quasi del tutto privo di stimoli, e all’improvviso appare completamente coerente e razionale? C’è qualcosa che non va. I messaggi sono quasi poetici. Sembra tutto troppo lucido, come se qualcuno avesse preparato le cose da dire in anticipo. Non dico che sia tutta una frode, ma vorrei saperne molto di più. James Randi, il noto smascheratore di falsi fenomeni paranormali, ha invitato Houben e la terapeuta a concorrere al premio da un milione di dollari messo in palio dalla James Randi Educational Foundation per chi dimostrerà in condizioni controllate la validità della comunicazione facilitata. In un aggiornamento apparso sul suo sito Randi punta il dito su un altro video, in cui Houben sembra avere gli occhi chiusi mentre la sua mano vola imperterrita sulla tastiera.

Tutto ciò non significa naturalmente che non ci sia stata comunque una diagnosi sbagliata di stato vegetativo, e che le analisi del team guidato dal dottor Steven Laureys, che hanno portato a correggere questa diagnosi, siano meno che corrette. Houben, a quanto è stato riportato, ha recuperato la capacità di rispondere con un sì o con un no a domande tramite i movimenti del piede (quindi senza comunicazione facilitata), e questo mostra che è consapevole. Ciò che non è chiaro – e non lo sarà fino alla pubblicazione di uno studio scientifico sul caso; studio che ancora non esiste, malgrado quello che hanno sostenuto alcuni media – è in che stato si trovasse Houben durante la maggior parte di quei 23 anni. I medici gli attribuiscono adesso una sindrome locked-in: si tratta di una condizione generata di solito da un trauma al Ponte di Varolio, una struttura che si trova nel tronco encefalico e che rappresenta uno snodo cruciale nelle comunicazioni fra il corpo e le zone superiori del cervello. Il trauma può interrompere queste comunicazioni, portando a una paralisi totale, lasciando però integre le funzioni cognitive del cervello, localizzate più in alto del Ponte. Nella sindrome locked-in classica il paziente è in grado di muovere gli occhi (i nervi visivi corrono anch’essi al di sopra del Ponte), e quindi di comunicare con il mondo esterno; ma questo non accadeva allo sfortunato Houben. Siccome un trauma al Ponte di Varolio può non venire da solo (specialmente se è causato da un incidente meccanico), è in teoria possibile che un secondo trauma interessi le vie nervose visive, lasciando il paziente oltre che paralizzato anche incapace di muovere gli occhi, e quindi a tutti gli effetti sepolto vivo nel suo stesso corpo; si parla in questo caso di sindrome locked-in totale.
Intuitivamente, però, una lesione così localizzata è improbabile: l’encefalo superiore è una sorta di campo minato per quanto riguarda le funzioni cognitive, e un trauma esterno sufficientemente grave da causare sia un danno al Ponte sia alle vie visive causerà generalmente anche un’alterazione più o meno grave dello stato di consapevolezza. Il paziente paralizzato, in questo caso, non sarà cosciente del proprio stato, o lo sarà in maniera estremamente parziale; è questo che, sommato alla paralisi, rende molto difficile diagnosticarne le reali condizioni. Non sono un neurologo, ma la mia sensazione è che lo stato di Houben, prima del recupero avvenuto negli ultimi tempi, fosse probabilmente questo.

Per quanto riguarda le implicazioni bioetiche del caso, va detto che ogni paragone con i casi di Terri Schiavo o di Eluana Englaro è del tutto improponibile: le autopsie effettuate sulle due donne hanno dimostrato oltre ogni possibile dubbio che i danni alle parti superiori dell’encefalo erano così estesi da escludere la possibilità di una consapevolezza residua o del suo recupero. È comunque vero che il caso ripropone il problema di una diagnosi certa dello stato vegetativo e della sua distinzione rispetto a condizioni più o meno analoghe; gli studi di Laureys e del suo team sono in questo senso promettenti.
Non è però scontato quale debba essere la valutazione di stati differenti da quello vegetativo: il bioeticista Jacob M. Appel sostiene per esempio («The Rom Houben Tragedy and the Case for Active Euthanasia», The Huffington Post, 24 novembre 2009) che il caso di Houben vada di fatto a favore dell’eutanasia. Si tratta, come si può capire, di idee quanto meno controverse; quello che è certo è che la tragedia di Rom Houben non è ancora finita, se davvero l’uomo si è destato solo per ritrovarsi inerme nelle mani di chi lo usa alla stregua di un pupazzo da ventriloquo.

Aggiornamento 18:30: da un articolo del Times (David Charter, «Mystery as coma survivor Rom Houben finds voice at his fingertips», 25 novembre) si apprende che il dottor Steven Laureys avrebbe messo alla prova la comunicazione facilitata mostrando a Houben degli oggetti in assenza della terapeuta, e quindi chiedendo al paziente di nominarli con l’aiuto della donna rientrata nella stanza. Le risposte ottenute sarebbero state corrette. Mi sentirei però più tranquillo se a controllare ci fosse stato James Randi… (hat-tip per questo aggiornamento: Daniela Ovadia).

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 26

Mercoledì 25 novembre, alle 20.30 Nuova Proposta organizza un incontro sulla omogenitorialità con alcuni rappresentati di Famiglie Arcobaleno. Presso il Circolo Mario Mieli (Roma, via Efeso 2).

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Nov 24

Poco più di un anno fa il decreto firmato Mara Carfagna diventa legge e la prostituzione in strada diventa reato per chi la offre e chi ne fa uso. Così si colma un buco legislativo che vede il solo sfruttamento della prostituzione come reato.

punisce con l’arresto da cinque a quindici giorni e con l’ammenda da 200 a 3 mila euro “chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, esercita la prostituzione o invita ad avvalersene” (art.1), e con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da 15 mila a 150 mila euro “chi recluta o induce alla prostituzione minori o chi trae profitto, anche nelle norme del favoreggiamento, sfruttamento, gestione, organizzazione o controllo, dalla prostituzione di minori” (via diritti globali)

Solo poche settimane fa scoppia il caso Marrazzo e ne consegue una totale rivoluzione mediatica. La televisione e i giornali sono invasi – si sono fatti invadere – da una nuova forma di presenzialismo trans-mediatico: i le trans!

Da reietti di strada, o lussuose accompagnatrici particolari da 100-200 euro l’ora, le trans si sono trasformate nelle nuove prezzemoline della televisione. Non c’è trasmissione di cronaca che non ospiti almeno un paio di trans, trattati come massimi esperti del settore.

Ma cosa siamo diventati? Ma come è possibile che stiamo trasformando prostitute, che spesso adescano ancora in strada, come normalissimi cittadini? Non ci rendiamo conto che sono tra i massimi evasori fiscali, nonchè spesso addirittura persone in Italia come clandestini?

Sembra quasi che oggi dire “Stasera è con noi, da Milano, XXX, una delle prostitute più famose della Milano bene…” e giù applausi dal pubblico! Riflettiamoci: almeno facciamogli emettere fattura come dame da compagnia superdotate.

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Nov 24

A distanza ravvicinata dalla scorsa mini guida webmaster eccone un’altra con nuovi spunti sul tema dell’indicizzazione.
Come possiamo essere sicuri che un sito venga correttamente indicizzato da Google? Che ruolo ha la sitemap nell’indicizzazione? E come verificare che un sito sia effettivamente visibile nei risultati di ricerca di Google? Le risposte nella nuova mini guida “Lo sapevate che…”, il consueto appuntamento con i consigli di Google per i Webmaster che trova spazio tra le pagine del nostro Forum di Assistenza.

“Lo sapevate che…” tornerà a breve con una nuova e interessante mini guida sui link a pagamento.
Per commenti o consigli in tema con le mini-guide, scriveteci sul forum, nella sezione “Suggerimenti

Se intanto doveste aver perso gli appuntamenti precedenti, questi sono i link per ritrovarli:

Per qualsiasi dubbio o suggerimento, contattateci direttamente sul Forum di Assistenza per i Webmaster.

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 22

L‘Islam dominerà il mondo. Gli arabi invaderanno l’Europa. I musulmani governeranno l’Italia. Queste sono solo alcune delle farneticazioni che politici, giornalisti e chi più ne ha più ne metta ripetono da almeno dieci anni se non di più. Ora, a meno che costoro non siano davvero convinti che per “dominare il mondo”, “invadere l’Europa” e “governare l’Italia” basti un esercito di muratori, pizzaioli, badanti e lavavetri, io non vedo proprio come possano avverarsi i loro incubi peggiori. Basta osservare quanto è successo prima, durante e dopo la partita di qualificazione ai mondiali tra Egitto e Algeria, per rendersi conto che la tanto decantata “Ummah”, la “fratellanza islamica ed araba” che tanto spaventa l’occidente in realtà non esiste. Sassaiole, scontri, feriti e morti, devastazione di sedi aziendali e attacchi alle sedi diplomatiche, richiami di ambasciatori, e tutto per una partita di calcio. E questi, secondo voi, sarebbero in grado di conquistare il mondo?

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 22

Oggi Wired Italia lancia la bellissima iniziativa Internet 4 Peace. Il punto di partenza è l’idea che Internet sia un’arma di costruzione di massa, come ha detto Riccardo Luna, in grado di veicolare messaggi di solidarietà e civiltà, mentre l’obiettivo è candidare la Rete al prossimo Premio Nobel per la Pace.

Internet è il filo conduttore di una economia, di una società e di una politica innovative, un motore di crescita al quale non possiamo ne dobbiamo rinunciare. E’ una piattaforma di scambio, comunicazione e collaborazione, in grado di abbattere ogni tipo di muro e di avvicinare persone e culture, anche le più diverse.

Crediamo che questo sia il giusto modo per celebrare quella che è stata definita da Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del ‘900 e per aumentare la consapevolezza delle Istituzioni dell’importanza che Internet ha acquistato sul piano sociale e culturale. Brava Wired Italia!

Scritto da: Marco Pancini, European policy Counsel


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 20


Ad of the month, september 2009, The ANNAs.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 20

Dopo l’attentato di poco sventato al vicepresidente del Sud Sudan, domenica scorsa, in cui sono morti 4 uomini della scorta e feriti altri 5, altre 50 persone sono state uccise e una ventina ferite nel sud del Sudan e nel Darfur negli ultimi giorni. 47 persone sono morte negli scontri tra le tribu’ Mundari e Dinka. Altre sei persone sono morte in scontri tra le tribu’ Rizaiqat e Habbanyah nel distretto di Buram nel Darfur del sud.
L’incrementarsi del numero degli scontri tribali e degli episodi di violenza in Darfur e Sud Sudan fa temere ci possa essere un legame con le elezioni dell’aprile 2010, le prime dopo 24 anni, alle quali seguiranno le consultazioni per il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan.

Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Nov 20

Villa_certosaLa famosa villa di Berlusconi in Sardegna, Villa Certosa, verrà venduta a 450 milioni di euro a dei emiri di Abu Dhabi. Evidentemente il Presidente del Consiglio era stufo di vedersi intorno i paparazzi di tutto il  mondo che cercavano di beccarlo con una velina o escort di turno. Così l’ha messa in vendita, anche se l’immobiliarista non conferma il fatto, è probabile che questa villa diventerà famosa non perchè ci ha abitato Berlusconi ma perchè è la villa più costosa al mondo.

Gli emiri di Abu Dhabi che vogliono comprare  Villa Certosa sono: Khali­fa bin Zayed bin Sultan Al Nahayan e l’emiro Mohammed, principe della corona ed erede al trono sono attratti dalla bellezza di questa villa e non hanno battuto ciglio quando hanno chiesto il prezzo, 450 mln di euro. Questi sceicchi sono, a dir poco ricchi, pieni di soldi da spendere e vogliono il massimo e per questo hanno intenzione di comprare la Villa del Presidente del Consiglio.

Premesso che 450 mln di euro sono una enormità per una casa, neanche la popstar Madonna o altri personaggi del mondo dello spettacolo hanno venduto la loro villa per quei soldi. In ogni modo si dice che quei soldi verranno spesi per la campagna acquisti del Milan.

Villa Certosa vendesi. Richiesta: non meno di 450 milioni di euro. Amareggiato per le 5 mila foto «rubate» e l’intimità viola­ta, a giugno Silvio Berlusconi si era lasciato tentare, poi aveva smentito, infine aperto uno spiraglio

Via corriere

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Nov 20

Oggi abbiamo annunciato il progetto Chromium OS, che include:

Questo annuncio è in anticipo di un anno rispetto a quando Google Chrome OS sarà a tutti gli effetti disponibile e il motivo è che eravamo impazienti di coinvolgere la comunità di sviluppatori open source nel progetto. La sfida sta nello sviluppare una nuova concezione di computer, un dispositivo progettato appositamente per il web. Chromium OS dà infatti la possibilità a milioni di sviluppatori open source di contribuire al codice, condividere idee e progetti per aiutarci a plasmare una nuova forma di personal computing. Ci auguriamo di portare avanti i nostri documenti di progettazione e definire il sistema operativo attraverso i contributi della community. Velocità, semplicità e sicurezza sono i fondamenti di Chrome OS. Abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri ingegneri di raccontarci un po’ più nel dettaglio queste aree: Velocità: Semplicità: Sicurezza: Open Source: Stiamo portando avanti il grande lavoro svolto dalla community open source e ci teniamo a ribadire la nostra gratitudine nei confronti di progetti open source come: GNU, Linux Kernel, Moblin, Ubuntu, WebKit e molti altri che hanno contribuito allo sviluppo di tecnologie aperte e collaborative. Vogliamo riconoscere il contributo di questi progetti e continuare a collaborare con loro. I documenti di progettazione che abbiamo divulgato oggi non descrivono completamente tutto ciò che verrà lanciato con la versione 1. Nei prossimi mesi divulgheremo altri documenti di progettazione quindi continuate a seguirci ;)

Scritto da: Google Italy blog Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 18

STOPPA IL GENOCIDIO IN DARFUR - Emilio Caccaman suoni ANTHONY KEV (C) TRASHCOMIX

Link: Guarda le foto della iniziativa “Io bloggo per il Darfur”Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

Nov 18

benzinaioCome previsto, stanno per cominciare i ribassi dei prezzi del carburante. Adesso che è passata l’estate e siamo in un periodo “tranquillo” dove nessuno va in vacanza, quindi le compagnie pretrolifere hanno cominciato a tagliare i prezzi della benzina e del diesel. Le compagnie che hanno aderito a questo taglio sono: Agip, Erg, Esso, Shell e Total, la media è di 1 cent al litro. Sicuramente durerà poco in quanto tra poco è Natale e di conseguenza si metteranno d’accordo per aumentare, gradualmente, i prezzi.
 
Quindi il consiglio più ragionevole sarebbe quello di fare il pieno prima delle festività Natalizie in modo da spendere meno oppure rivolgersi alle pompe bianche.

‘Agip ha diminuito di 1 centesimo entrambi i prodotti, con la benzina andata a 1,307 euro/litro e il diesel a 1,143 euro/litro. Erg ha ridotto di 1,5 centesimi la verde e di 1,6 centesimi il diesel, portando i prezzi di riferimento rispettivamente a 1,304 e 1,139 euro/litro. Esso ha corretto all’ingiu’ la benzina di 0,9 centesimi, andando a 1,309 euro/litro, e il diesel di 0,5 centesimi, fino a 1,150 euro/litro’.

Via adnkronos

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Nov 18

A circa un anno dal lancio di Google Sites - il servizio gratuito che consente a chiunque di creare in pochi minuti veri siti web - annunciamo oggi il lancio di una nuova funzionalità: i template tematici di Google Sites. Attraverso questa funzione potrete personalizzare stile e grafica dei vostri siti, di qualunque tipo siano: collaborativi, informativi, di lavoro o personali.

Accedendo a Google Sites, dal vostro account Gmail, potrete scegliere tra i diversi template inseriti all’interno della gallery e raggruppati per tematiche: Business, Activities&Events, Family e molti altri.

A questo punto non vi resta che provare, fateci sapere che cosa ne pensate!

Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications&Public Affairs Manager


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 18

Ciao a tutti,

rieccoci con una nuova mini guida “Lo sapevate che…” dedicata ai webmaster e a coloro che vogliono approfondire le tematiche dell’indicizzazione e del posizionamento nei risultati di ricerca di Google. Questa settimana ci occupiamo di un argomento molto dibattuto, ovvero gli schemi di link. Come si riconoscono gli schemi di link? Quanto sono importanti i link verso un sito? E quale peso hanno le fonti da cui provengono? Troverete le risposte alle domande, insieme ad una serie di riferimenti fondamentali per approfondire la vostra conoscenza sui link, nella nuova mini guida.

“Lo sapevate che…” tornerà tra due settimane con una nuova e interessante mini guida sull’indicizzazione.
Per commenti o consigli in tema con le mini-guide, scriveteci sul forum, nella sezione “Suggerimenti

Se intanto doveste aver perso gli appuntamenti precedenti, questi sono i link per ritrovarli:

Per qualsiasi dubbio o suggerimento, contattateci direttamente sul Forum di Assistenza per i Webmaster .

Buona lettura e a presto!

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 18


Se le intenzioni di Della Vedova erano buone, ovvero di sostituire il ddl Calabrò e di presentare una “soft law”, il risultato è a dir poco mediocre. Si finisce per sentirsi stupidi a ripetere continuamente le stesse cose (che significa “accanimento terapeutico”? Perché rinviare alla deontologia medica? Perché richiamare e rinforzare il fantasma dell’eutanasia?), ma ci si sente anche stupidi, e pure un po’ arrabbiati, ad essere presi in giro. Presi in giro sì: perché non c’è nulla in questo emendamento che possa tranquillizzare chi ha a cuore l’autodeterminazione. Nulla che ribadisca chiaramente che sul nostro corpo e sulla nostra salute dovremmo poter scegliere (ed eventualmente delegare o scegliere di far scegliere qualcun altro), senza che nessuno (medico o familiari) ci venga a fare la ramanzina o peggio si nasconda dietro a una dissennata invocazione alla obiezione di coscienza o altre parole lesive delle nostre scelte. Definire la vita umana “diritto inviolabile ed indisponibile” è abbastanza pericoloso e sta bene in bocca a un oltranzista paternalista piuttosto che a uno che si dichiara liberale. Perché, è evidente, se il diritto alla vita è inviolabile quello di scelta passa in secondo piano o è fortemente limitato dalla inviolabilità stessa – sarebbe come dire che siamo liberi di uscire ma dalle 7 di sera c’è il coprifuoco.

Su Giornalettismo.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 16

Da Guardian: 100 years of great press photographs.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 16

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 16

Mentre si avvicina il picco pandemico dell’influenza H1N1 (o influenza suina, o influenza A, o messicana), un nuovo sito, darwinFlu, si propone di comunicare informazioni scientifiche accurate sulla malattia; informazioni sommerse finora da un lato dall’ottimismo sparso a piene mani da un governo che sembra considerare la spensieratezza del pubblico il rimedio a ogni male, economico o sanitario che sia (ma qualche incrinatura comincia già a vedersi nei sorrisi ostentati) e dall’altro lato dal catastrofismo dei media tradizionali, nonché dal complottismo paranoide (che in questa occasione ha raggiunto vette di autentico interesse psichiatrico) dei media non tradizionali. E forse questi vari atteggiamenti non sono del tutto slegati fra loro, come ci spiegano Peter Sandman e Jody Lanard in uno dei pezzi presenti sul sito («La via italiana alla comunicazione del rischio»):
tutta l’attività di comunicazione tesa a normalizzare la pandemia per creare l’impressione che sia come l’influenza stagionale è fuorviante, a meno che non metta fortemente in risalto anche le ragioni per cui il ceppo pandemico e quelli stagionali sono diversi. A volte questi messaggi fuorvianti vengono da fonti che non sono consapevoli dell’errore, come funzionari locali o giornalisti che non hanno studiato l’influenza o non hanno analizzato con attenzione le statistiche governative rilevanti. Ma quando il meme per cui la pandemia è «come l’influenza stagionale» viene diffuso da figure istituzionali allora la comunicazione ha lo scopo deliberato di ingannare. Spesso l’intenzione di questo fuorviante meme della normalizzazione è di evitare che l’opinione pubblica si spaventi. Noi abbiamo scritto estensivamente su questo tema, ovvero su come i funzionari della salute pubblica abbiano paura della paura. Quando questo tipo di rassicurazione eccessiva si combina con degli sforzi per spingere il pubblico ad adottare più precauzioni del solito (n.d.r. dalle misure igieniche alla vaccinazione), il messaggio finale è ibrido ed è probabile che si riveli controproducente in alcuni modi prevedibili:

  1. alcune persone, quelle che credono nella metà rassicurante del messaggio, non vedranno alcuna ragione per prendere delle precauzioni;
  2. altri, pur non credendo nella metà rassicurante del messaggio, prenderanno ugualmente le precauzioni, ma perderanno fiducia delle istituzioni da cui il messaggio proviene;
  3. altri ancora non crederanno a nessuna parte del messaggio e cercheranno fonti di informazione non ufficiali per decidere come comportarsi. E tutti noi sappiamo che genere di informazioni si trovino nella blogosfera.

Da seguire assiduamente.

(Disclaimer: il sito è curato dalla redazione di Darwin; collaboro regolarmente con questa rivista, ma non ho avuto nessuna parte nella costruzione e gestione di darwinFlu.)

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 14

Da The enduring legacy of Bill Bernbach.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 14

Le dichiarazioni del Ministro Scajola sui fondi da destinare alla banda larga hanno creato molta sorpresa. Eppure l’Italia è in cronico ritardo per quello che riguarda la diffusione delle tecnologie di connessione ad alta velocità, lo dicono da tempo i numeri (siamo sotto di due punti rispetto alla media europea per quello che riguarda la diffusione di Internet veloce) e molto probabilmente gli investimenti previsti non riusciranno a colmare il divario (se pensiamo che il fondo stanziato dovrebbe essere di 800 milioni di Euro a fronte dei 10 miliardi che la Francia investirà nei prossimi anni).

Internet veloce non vuole dire solo che sarà più facile collegarsi a Facebook o guardare i video su YouTube, ma anche più servizi pubblici per i cittadini, più opportunità di guadagno per le piccole e medie imprese e forse anche sessanta mila posti di lavoro. L’importanza di questa infrastruttura è stata anche sottolineata da tutti i più importanti attori dell’ecosistema dell’innovazione in una lettera aperta inviata ai Ministri competenti.

Internet veloce è un’infrastruttura essenziale per il nostro Paese, andrebbe considerata come l’acqua corrente o l’energia elettrica, non come un tema sul quale dividersi in favorevoli e contrari.
Ma voglio essere molto chiaro: il problema non è (solo) quanti soldi investire nella banda larga.
L’Italia, per sostenere le sfide della globalizzazione, deve avere un progetto coerente di rinnovamento basato su priorità che liberino energie per lo sviluppo.
Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, in un suo recente intervento, ha individuato una “tabella di corsa” con alcune priorità per il rilancio del paese e tra esse vorrei citare:
• Reti e infrastrutture: servono misure per dotare il Paese delle reti infrastrutturali e tecnologiche in linea con gli altri paesi europei, in particolare attraverso la promozione della banda larga.
• Paese digitale: nuovi business e regole ovvero politiche forti per ampliare il mercato dei contenuti digitali.

La politica industriale e normativa deve essere finalizzata ad ottenere la massima diffusione possibile della banda larga, in quanto quest’ultima è uno dei principali fattori di crescita economica del Paese.

In Italia il livello di penetrazione delle infrastrutture a banda larga e dei network di nuova generazione è estremamente basso rispetto agli altri paesi europei: il nostro Paese è sotto la media di EU27 per quanto riguarda la penetrazione di Internet veloce (molto più indietro rispetto a Francia, Inghilterra e Germania) e, nonostante siano stati fatti molti sforzi nell’aumentare la copertura DSL in tutto il territorio nazionale, nelle zone rurali i risultati non sono in linea con i Paesi più avanzati.
Proprio per questo, l’approccio italiano alla soluzione del problema dovrebbe e potrebbe essere più ‘creativo’. Mi spiego meglio: è assai probabile che il consolidamento del mercato sia una caratteristica dello scenario futuro nel campo delle reti di nuova generazione: il numero di provider in grado di investire in infrastrutture di accesso di nuova generazione potrebbe essere estremamente limitato. In Italia questo è dovuto anche alla mancanza di incentivi per lo sviluppo di reti di comunicazione alternative, come il Wimax o il broadband satellitare, e alla reticenza ad adottare soluzioni innovative come l’utilizzo dei cosiddetti “spazi bianchi” (white spaces), liberati dal passaggio al digitale terrestre.

L’assenza di una vera concorrenza tra le varie offerte di connessione a banda larga conduce spesso al blocco ingiustificato o al deterioramento del traffico online. Una discriminazione di questo tipo viola i Principi Costituzionali e quelli fondamentali della Rete come la conosciamo oggi: apertura, trasparenza e libertà di scelta per gli utenti. E’ il problema della cosiddetta Net Neutrality.
Per questo è importante che il Legislatore aiuti il nostro paese a cogliere le grandi opportunità offerte dalla rete grazie a misure specifiche in grado di assicurare l’apertura e la trasparenza sul web, prevedendo:

  • la necessità per gli operatori di comunicare ai consumatori in modo trasparente i livelli di servizio degli accessi alla banda larga da loro offerti,
  • la tutela della concorrenza fra le varie Reti e le tecnologie disponibili,
  • il divieto di forme di discriminazione basate sul tipo di dati che vengono instradati verso l’utente,
  • un adeguato regime sanzionatorio.

Convergenza, standard aperti e neutralità della Rete sono la chiave per permettere a tutti l’accesso alle nuove tecnologie.
Proprio in questo momento in cui iniziamo a vedere i primi segni di una timida ripresa dell’economia è importante investire in infrastrutture come Internet veloce, infatti, come ha dichierato Ken Ducatel, della Direzione Generale sulla società dell’Informazione e i media della Commissione Europea, l’economia post crisi dovrà essere high-speed (e,ha aggiunto, low-carbon - due concetti strettamente correlati).

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 14

Gabriella Gallozzi, «Alessandra Mussolini contro “Francesca”: l’uscita in sala sarà decisa dal tribunale», L’Unità, 12 novembre 2009, p. 43:
La data d’uscita nelle sale è prevista il prossimo 27 novembre. Ma dipenderà dalla sentenza del giudice del Tribunale civile di Roma che si è riservato di decidere dopo la visione del film. Stiamo parlando, infatti, dell’ultimo caso «politico cinematografico» del momento: Francesca, la pellicola del rumeno Bobby Paunescu portato sul banco degli imputati da Alessandra Mussolini …
Ad aver fatto scattare la richiesta di sequestro da parte della parlamentare è una frase pronunciata dal padre della protagonista che, cercando di convicere la ragazza a non emigrare in Italia, afferma: «la Mussolini, una troia che vuole ammazzare tutti i rumeni». …
Per Procacci [Domenico Procacci, distributore del film per Fandango] … è sorprendente che la querelle sia nata a causa dell’epiteto rivolto alla parlamentare e non per la seconda parte della frase in cui si dice «“che vuole ammazzare tutti i romeni”, questo non ha scandalizzato nessuno, neppure lei. Eppure rivela qualcosa di molto più grave».

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 14

Cos’ha da dire il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, sul caso di Stefano Cucchi, il giovane massacrato di botte mentre si trovava in custodia cautelare e morto all’ospedale Pertini di Roma? Vuole forse spendere qualche parola contro i medici che hanno lasciato morire Cucchi senza intraprendere tutte le misure atte a salvarne la vita? In un certo senso sì; ma per la Roccella la colpa dei medici consisterebbe sorprendentemente nell’aver rispettato il consenso informato. Scrive infatti sul Riformista di ieri («Cucchi andava curato pure contro la sua volontà», 11 novembre 2009, p. 6):
Non è ancora chiaro se Cucchi abbia effettivamente firmato il foglio con cui negava l’autorizzazione a informare i parenti, ma non abbiamo motivo, a oggi, di dubitare delle dichiarazioni degli operatori sanitari circa il suo rifiuto delle cure, del cibo, dell’idratazione per endovena. Cucchi, dicono, ha mantenuto la sua lucidità per tutto il tempo, e fino alla fine, lucidamente, non ha voluto le terapie, mostrando disinteresse per la propria salute. Ma anche se così fosse, se Stefano avesse firmato tutti i consensi informati possibili, e davvero si fosse lasciato andare alla disperazione, basterebbe questo a giustificare umanamente, e non solo burocraticamente, la sua morte? Dopo aver elencato alcuni casi controversi di rifiuto delle cure, compreso per ultimo quello di Eluana Englaro, scrive ancora:
Oggi c’è il caso, del tutto speculare, di Stefano, che forse ha rifiutato consapevolmente acqua e cibo. Ma di fronte a una persona sola e provata, a un ragazzo fragile, non era più giusto ribellarsi, intervenire, rischiare una solidarietà magari non voluta? Lo scopo della Roccella sembra essere duplice: da un lato, sotto l’apparenza di far loro un rimprovero, si assolvono sostanzialmente i sanitari – ma anche si attenua, senza parere, la responsabilità di chi ha provocato le lesioni al giovane; Stefano Cucchi, per il sottosegretario, si è praticamente suicidato. Dall’altro lato, e soprattutto, si cerca di segnare un punto nella diatriba in corso sull’autodeterminazione del malato, facendo leva sull’emozione suscitata dal caso Cucchi proprio in coloro che sono favorevoli a lasciare al paziente la più ampia possibilità di scelta.

Sfortunatamente per la Roccella, però, la vicenda di Stefano Cucchi è estremamente diversa da quella di un malato che sceglie di non proseguire i trattamenti sanitari per salvaguardare la propria visione di ciò che costituisce una vita degna di essere vissuta. Se si sfoglia la corposa documentazione clinica del caso (PDF, 12MB), meritoriamente raccolta e messa a disposizione da Luigi Manconi e dall’Associazione A buon diritto, ci si rende conto che il rifiuto delle terapie e dell’alimentazione non era altro che un mezzo disperato messo in opera da Stefano Cucchi per poter parlare con il proprio legale. A p. 27 del file troviamo infatti il diario clinico relativo al 21 ottobre, in cui un medico ha annotato di proprio pugno: «il paziente rifiuta perché vuole parlare prima con il suo avvocato e con l’assistente della comunità CEIS di Roma [una comunità di assistenza ai tossicodipendenti]». Lo stesso concetto è ripetuto in un fax inviato lo stesso giorno dall’ospedale al Tribunale di Roma (p. 30). (Un ulteriore motivo alla base del rifiuto sembra consistere in alcune informazioni errate che Stefano Cucchi aveva sulla celiachia di cui soffriva: il giovane, come nota il diario clinico alla stessa pagina 27, credeva di non poter mangiare riso, patate e carne.) Il dovere dei medici, dunque, era di attivarsi immediatamente per procurare un contatto del legale di Cucchi con il suo assistito, e non certo di sottoporre il giovane all’alimentazione forzata, atto vietato dal Codice di deontologia medica, mentre il codice di procedura penale (art. 104, c. 1) stabilisce che «L’imputato in stato di custodia cautelare ha diritto di conferire con il difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della misura» (non mi risulta che sussistessero le «specifiche ed eccezionali ragioni di cautela», previste dallo stesso articolo, che sole possono far dilazionare l’esercizio del diritto di conferire con il difensore). Non so cosa abbiano fatto i medici, ma in ogni caso era troppo tardi, perché il giorno dopo Stefano Cucchi moriva per una crisi cardiaca.
È importante notare che il sottosegretario sembra conoscere questo diario clinico, visto che ne cita quasi alla lettera un passo: si confronti la frase «mostrando disinteresse per la propria salute» della Roccella con l’annotazione «il paziente tuttavia esprime verbalmente disinteresse per le proprie condizioni di salute» a p. 26 del file. E del resto del rifiuto delle terapie allo scopo di poter parlare con il proprio avvocato si era parlato nei giorni precedenti (si veda il pezzo dello stesso Riformista, 10 novembre, p. 7). Ma delle circostanze più scomode per la sua tesi Eugenia Roccella non fa parola…

Quello prefigurato dalla Roccella è una sorta di ciclo integrale della violenza di Stato: lo Stato che prima viola l’integrità corporea di chi si trova in sua balia, rompendogli (letteralmente) la schiena a furia di percosse, la dovrebbe violare poi una seconda volta cacciandogli nel naso un sondino per l’alimentazione forzata; alla violazione delle libertà fondamentali (che la Roccella ovviamente condanna) si risponde non ripristinandole, ma procedendo a un’ulteriore violazione (che la Roccella loda). I diritti dileguano; il linguaggio dello Stato rimane unicamente quello del puro dominio, declinato ora nella forma più brutale delle legnate, ora in quella più ipocrita delle cure obbligatorie.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 12

Da The art of the idea and how it can change your life, di John Hunt.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 12

Link grazie a house of mystery.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 12

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 12

Insulti a Maometto: timore di reazioni
Santanché e le accuse di pedofilia.
cattolici e musulmani concordi:
a rischio l’integrazione ma attenti anche alla reciprocità.

di Karima Moual, Il Sole24Ore

Tra i più colpiti è Carlo Cardia. «Quello che ha detto l’onorevole Santanchè - dice il giurista cattolico ed editorialista di Avvenire - mi sembra una cosa fuori dal mondo». Maometto pedofilo? «Se dobbiamo affrontare il problema dei rapporti tra religioni è difficile partire senza il rispetto reciproco che vale per tutti». Il timore, sia chiaro, non è a senso unico: «A me preoccupano tutti gli insulti, anche quelli fatti ai cristiani, che sono stati molti ma per i quali non è stato fatto niente». Per Cardia «non è educativo per i nostri giovani i che crescono in questo ambiente. Stiamo trascurando l’integrazione delle comunità degli immigrati, e se manca la politica dell’integrazione anche gli episodi più piccoli possono provocare dei piccoli incendi e favorire i fondamentalismi». Maneggiare con cura, è il messaggio. Magari favorendo il dialogo con i moderati e i mettendo ai margini i fondamentalisti. Lo sostiene anche la fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini, che sottolinea come «così non si fa neanche la peggiore politica. Si fa comunicazione, e in modo spregiudicato». Esperto di comunicazione è Sherif El Sebaie, 28 anni, egiziano, in Italia da 10 anni, animatore di un blog (salamelik.blogspot.com) attivo dal 2004 su Islam e immigrazione che si è aggiudicato il posto tra i 1000 blog più visti in Italia: «Chi ha a cuore la società che vorrebbe rappresentare non si atteggia in modo provocatorio rischiando di mettere in pericolo la pace sociale. Così c’è il rischio di alimentare reazioni su persone deboli e facilmente manipolabili». Valentina Colombo, moglie di Magdi Allam e docente di geopolitica del mondo islamico all’università europea di Roma, la pensa diversamente: «Giusto moderare i toni, ma c’è un dato di fatto, Maometto ha avuto una moglie piccola e giovanissima, Aisha. Lui rappresenta il profeta ed è il modello da seguire per tutti i musulmani. Ci sono oggi diversi religiosi, come dimostrano alcuni casi in Arabia Saudita e nello Yemen, che giustificano i matrimoni con i minori, questo è un dato grave e inammessibile». Khalid Chaouki, giornalista di origini marocchina e direttore del portale sul mondo islamico minareti.it, invita a «un gesto collettivo di condanna». Ma in un paese libero e democratico non c’è il diritto per ogni persona di dire quello che vuole? «Certo - risponde Zouhair Louassini giornalista di Rai-news24, di origine marocchina e professore di letteratura araba all’Università Roma 3 - la libertà d’espressione è uno dei grandi valori di democrazia. Il problema è che l’onorevole Santanchè fa il gioco di molti altri fanatici, che con la loro aggressività dimostrano poca obiettività e incitano alla violenza. Da ateo cresciuto nella cultura musulmana, devo anche dire che l’affermazione sul profeta Muhammad, senza analizzare il contesto storico, dimostra una mancanza di rigore scientifico».

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 10

Il Sud Sudan tra autodeterminazione e armi

da Limes - rivista italiana di geopolitica

Nel 2001 è previsto il voto sul futuro del Sudan meridionale, ma ci sono ancora molti nodi da sciogliere. La nuova politica di Obama.
La notizia è passata quasi in silenzio. Cosa che capita spesso quando si parla di Sudan. Il 16 ottobre, dopo lunghe trattative e qualche cedimento da entrambe le parti, Sud Sudan e governo centrale hanno raggiunto l’accordo sul referendum per l’indipendenza della regione meridionale del paese, che dovrebbe tenersi nel 2011. Il punto più importante, la determinazione del quorum fissato al 75% degli aventi diritto ad esprimersi sul quesito.

Con la definizione delle regole del voto si è scongiurata la ripresa palese delle ostilità tra Khartoum e Sudan People’s Liberation Movement (principale movimento politico-militare del Sud Sudan) che dall’83 hanno combattuto una guerra ultra ventennale che ha causato 2 milioni di morti ed oltre 4 milioni di rifugiati.

Mentre il National Congress Party del presidente Omar al Bashir fa affidamento sulle elezioni generali (slittate di un anno rispetto alla tabella di marcia del Comprehensive Peace Agreement, che sancì la fine al conflitto nel 2005 nda) per legittimare il proprio potere e quello del candidato unico, Bashir appunto (nonostante su di lui penda un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati in Darfur), l’Splm si concentra sul referendum che dovrebbe determinare la separazione tra Sud e Nord Sudan.
I nodi da sciogliere risultano alquanto intricati, come delinea chiaramente Sadig al Mahdi, ex primo ministro e presidente dell’Umma Party. In primis il varo della legge sulla sicurezza nazionale e la contestazione dei dati dell’ultima relazione demografica del governo sudanese.

“Servono regole e metodi che garantiscano un democratico e libero confronto fra le forze politiche – sottolinea Sadiq, seduto su una comoda poltrona di vimini nel gazebo del giardino della sua villa nella periferia di Khartoum.
Nella sua ‘candida’ jalabia, la tipica tunica bianca sudanese, spiega perché l’accordo non delinei chiaramente “come utilizzare i risultati del censimento nazionale del 2008, dati contestati dal Sud perché la popolazione sarebbe stata sottostimata. Se il Cpa rischia di arenarsi è anche a causa della sfiducia crescente tra le parti. Ma il punto è un altro: così com’è strutturato, l’Accordo - insiste Sadiq - non attribuisce alcun ruolo ai partiti minori che non lo hanno firmato e garantirebbe esclusivamente il Sud Sudan, senza tenere conto di altre aree, come l’Est del Paese e il Darfur, penalizzate allo stesso modo.
Per rilanciare il processo di attuazione dell’Accordo è necessario ampliare il confronto sul futuro del Paese. Costituire un’assemblea con tutte le formazioni politiche, comprese quelle dell’opposizione, che abbia il sostegno della Comunità Internazionale che rilancia le riforme in Sudan e garantisca la transizione democratica su basi più ampie e condivise, dando vita a un vero decentramento a vantaggio di tutte le aree finora marginalizzate”.

Ancora più netta la posizione di Hassan Al Turabi, leader del maggiore partito di opposizione del Sudan, il Popular congress party, più volte arrestato per gli aspri attacchi politici rivolti a Bashir.
“Non ho alcuna fiducia nel processo elettorale che dovrebbe portare alle presidenziali e alle legislative del 2010, tanto meno nel referendum – afferma sicuro circondato dalla sua corte di consiglieri e addetti alla sicurezza che per discrezione vengono presentati come ‘colleghi di partito’ – E’ tutto fermo e non credo che le urne saranno mai aperte. Dopo la firma del Cpa il governo sudanese non ha fatto nulla per preservare l’unità del Paese. Anzi. Ha alimentato le tendenze secessioniste dell’Splm che, però, non credo sia capace di governare un Sud Sudan totalmente indipendente. Bashir conta su questo e se può rallentare il processo elettorale e referendario lo farà”.

Su quest’ultimo punto anche gli osservatori esterni hanno qualche dubbio: non sono in pochi a ritenere che il regime sudanese possa attuare un subdolo ostruzionismo per far slittare la data del referendum. Cosa che di fatto decreterebbe la fine dell’Accordo e potrebbe riaccendere il conflitto. Eppure gli ultimi avvenimenti farebbero pensare il contrario. E Khartoum lo rivendica con decisione. Esponenti di spicco del governo, negli incontri con gli inviati della diplomazia internazionale. anche nelle ultime settimane hanno espresso valutazioni positive sulle prospettive di piena attuazione del Cpa.
Dal ministero degli Esteri hanno più volte fatto filtrare la convinzione che “le questioni in sospeso possano essere risolte dalle parti entro la fine dell’anno”.

Osman Hussein Mudawi, responsabile delle Relazioni internazionali del Parlamento, si spinge oltre sottolineando come “lo svolgimento delle elezioni e del referendum sia un obbligo costituzionale e malgrado oggettive difficoltà di carattere logistico-operativo il Governo sudanese stia profondendo il massimo impegno affinché sia garantito un processo elettorale il più ‘inclusivo’ e democratico possibile”. Eppure, nonostante le rassicurazioni di Khartoum, lo scetticismo di esperti e analisti resta forte. Per comprenderne i motivi è necessario fare un passo indietro e capire cosa sia successo negli ultimi quattro anni e quali prospettive (reali) abbia la totale attuazione del Cpa.

“Con l’Accordo Globale di Pace sottoscritto a Nairobi il 9 gennaio 2005 dal Governo di Khartoum e dall’Splm – spiega Mauro Annarumma, vice presidente di Italians for Darfur, l’associazione italiana che da anni si batte per la difesa dei diritti umani in Sudan e Darfur e che ha recentemente partecipato a una missione nel paese subsahariano con l’Intergruppo parlamentare Italia – Darfur - furono tracciati nuovi parametri della distribuzione del potere politico ed economico nel Paese, garantiti dalla nascita di un Governo semi-autonomo del Sud Sudan con capitale Juba. Fu stabilito che il presidente designato assumesse anche la carica di Primo vice presidente del Sudan (il primo a ricoprire questo ruolo fu John Garang, morto in un sospetto incidente di elicottero in Uganda, al quale successe Salva Kiir che è tuttora in carica nda). Punti fondamentali dell’accordo, la suddivisione al 50% dei proventi petroliferi dei pozzi sud sudanesi, la definizione dei confini e il ‘diritto di autodeterminazione del Sud’ attraverso un referendum previsto per la fine di un periodo interinale di cinque anni. Il 2011. Ed è proprio il rischio che questo termine ultimo non venga rispettato a suscitare la preoccupazione della Comunità Internazionale”.

In questo contesto geopolitico è maturata e ha preso corpo nelle ultime settimane la nuova policy, nei confronti del Sudan, dell’amministrazione Obama fatta di ‘incentivi e disincentivi’, la classica politica ‘del bastone e della carota’.
Obiettivo degli States: accelerare l’attuazione dell’Accordo e convincere Khartoum a sospendere attacchi e azioni che violino i diritti umani sia in Sud Sudan sia in Darfur, utilizzando per quest’ultima area di crisi il termine ‘genocidio’.
Sull’annuncio della nuova strategia americana si sono animate non poche polemiche e l’atteggiamento del governo sudanese è stato alquanto freddo, infastidito soprattutto dalla definizione, assai sgradita, usata da Obama.
Dal regime sono arrivati velati avvertimenti su come “assumendo atteggiamenti punitivi nei confronti del Sudan, come sanzioni e mancata cancellazione del debito, si metterebbero a rischio sia la riconciliazione in Darfur sia lo sviluppo di altre aree depresse del Paese come l’Est Sudan”.

Nonostante le criticità siano numerose, l’elemento più preoccupante resta l’instabilità dell’accordo di pace, in bilico fino a quando non sarà attuata una precisa e incontestabile definizione e delimitazione dei confini tra Nord e Sud Sudan, fondamentale per potere dare attuazione agli altri punti del Comprehensive Peace Agreement.
Tra le aree contese Abyei, ricca di petrolio e posta proprio al confine tra Nord e Sud (attualmente ha uno status amministrativo autonomo) e Sud Kordofan.
Il referendum per l’autodeterminazione del Sudan meridionale, nel 2011, sarà l’occasione per Abyei di pronunciarsi sul mantenimento del proprio status speciale rimanendo nel Nord o sulla sua inclusione nel Sud.
Le tensioni nell’area non mancano essendo abitata sia dagli autoctoni Dinka, etnia vicina all’Splm, sia da gruppi nomadi, in particolare Misseriya e Nuer, filogovernativi. Proprio a causa delle divergenze etniche, ma anche per ll controllo di acqua e terra destinata alle attività agricole e pastorali, si sono susseguiti negli ultimi mesi violenti scontri (il più grave poche settimane fa, oltre 400 vittime in poche ore) che non hanno risparmiato donne e bambini.
Per cercare di dare un freno alle violenze nella regione nel giugno 2008 i governi di Khartoum e Juba hanno delineato una road map per la risoluzione dei problemi dell’area. Ma tale iniziativa non ha sortito gli effetti sperati.
Le speranze, ora, sono affidate al protocollo proposto dalla Corte Permanete di Arbitrato dell’Aja, che investita della questione ha determinato la posizione dei campi petroliferi in Sud Kordofan (dove nel frattempo è stato nominato governatore Ahmed Harun, ex ministro per gli Affari umanitari del gabinetto di Bashir, anch’egli incriminato dal Tribunale penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità) e ha parzialmente ridefinito, lo scorso 22 luglio, i confini dell’area di Abyei, aumentando le zone attribuite al Nord. La decisione è stata accettata dalle parti politiche, ma non ha placato il malcontento della popolazione locale.

La situazione, dunque, è tutt’altro che sotto controllo. E poco o nulla può fare la missione di pace dell’Onu, Unmis (United Nation Mission in the Sudan), istituita con la Risoluzione 1590 del 24 marzo 2005 (8.400 soldati e 680 poliziotti) per sostenere l’assistenza umanitaria e garantire il rispetto dei diritti umani.
Lo stato della crisi, visto il costante deterioramento delle condizioni umanitarie e di sicurezza, desta grandi preoccupazioni in tutta la comunità internazionale. Dall’inizio dell’anno i morti sarebbero circa 3mila.

E il contesto non può che peggiorare. Continua infatti a registrarsi un flusso di carichi di armi che, attraverso Port Sudan, arrivano nelle mani dei militari dell’Splm. E’ di pochi mesi fa la notizia del sequestro, ad opera dei pirati somali, della nave cargo ucraina ‘MV Faina’ che trasportava 33 carri armati, 150 lanciarazzi e 6 sistemi missilistici antiaerei destinati al Sudan meridionale. I marinai a bordo dell’imbarcazione hanno dichiarato e mostrato la bolla merci e il contratto relativo al carico a un giornalista della Bbc che ha documentato tutto in un’inchiesta smentita sia dal governo di Juba, sia dal Kenya che avrebbe effettuato l’acquisto per conto del Sud Sudan. Secondo la Bbc i carri armati e il resto del materiale, dissequestrati a seguito del pagamento di un riscatto, erano parte di una lunga serie di carichi bellici destinati a riarmare (clandestinamente visto che in Sudan è in vigore l’embargo della vendita di armi) l’esercito di Juba.
Insomma, nel caso che il referendum non avesse mai luogo, l’esercito sudsudanese sarebbe pronto a conquistarsi con la forza l’indipendenza negata.
Antonella Napoli

Gruppo Espresso, 6 novembre 2009 Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 10

Io ste cose le so da la padrona
che lo disse a llei stessa l’antro ggiorno
la puttana santissima in perzona

Giuseppe Gioachino Belli
Un antro viaggio der Papa
2 giugno 1835

Quella buon’anima di Montesquieu aveva proprio ragione: “Mai in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come in Italia. (…) hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una puttana, non mancherà certo la sua messa per nessuna cosa al mondo”. Questo spirito di grande devozione lo stiamo rivivendo, a quanto pare, in questi giorni. Tra uno scandalo e l’altro, i politici italiani trovano il tempo di difendere il crocefisso e criticare la sentenza della Corte Europea che ne ha definito la presenza nelle aule scolastiche “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni”.

A volte rimango colpito dal misticisimo delle loro dichiarazioni. Se non è frutto della devozione, è sicuramente originato da qualche prodotto sudamericano. Probabilmente il caffé. Altrimenti non si spiega come qualcuno abbia addirittura definito il crocefisso “simbolo della laicità dello stato e dell’identità italiana”. Per quanto mi risulta, il crocefisso è simbolo di una religione precisa e l’Italia - cosi come la conosciamo oggi - è frutto di una strategia risorgimentale che considerava il Papa un diavolo in tonaca. A differenza di altri osservatori però, io non credo che i politici italiani siano dei furbacchioni in malafede. Sono convinto, invece, che siano autenticamente e genuinamente ignoranti. Nel senso letterale della parola, ovvero di chi “non ha sufficiente padronanza di una materia, manca globalmente di cultura” e spesso e volentieri anche nel senso metaforico: “chi non conosce le regole della buona educazione e dunque si comporta scortesemente”.

L’altro giorno, Daniela Santadecché, ospite della trasmissione di Barbara D’Urso su Canale 5, ci ha fatto sapere che Maometto era un poligamo e un pedofilo. E ha continuato per almeno un quarto d’ora, a ripetere quest’ultimo concetto: “per la nostra cultura è un pedofilo. Ha sposato una bambina di 9 anni”. Ora si potrebbe rispondere alla Santadecché che bisogna innanzittutto contestualizzare il matrimonio di Maometto con la figlia del suo più fidato alleato nella penisola arabica del VII secolo dove un uomo di quarant’anni era già vecchio. Io preferisco invece invitarla ad approffondire la sua, di cultura, prima di parlare di quelle altrui. Vada a rivedersi la storia di Maria Antonietta data in sposa, quattordicenne, al delfino di Francia o quella di Eleonora d’Acquitania, data in sposa alla veneranda età di 15 anni.

Questo per non parlare di Papa Borgia. Giovanni Burcardo, suo cancelliere, racconta di un banchetto «al quale prendono parte cinquanta meretrici (…) da principio vestite, poi nude. (…) vengono sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolgono passando fra i candelabri sulle mani o sui piedi. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del Papa (…)». Persino Papa Gregorio XVI (1831-1846), “aveva un’amante, la moglie del suo ex barbiere, che viene cantata dal Belli come “puttana santissima””. A ben rileggere le recenti cronache politiche, sembra che non sia cambiato nulla, anche in tema di rapporti con minorenni. Che volete che vi dica? Per parafrasare un proverbio veneziano del Settecento, in Italia la vita deve essere trascorsa cosi: «La mattina una messetta, dopo pranzo una bassetta e in televisione una donnetta». Nel senso di “velina”, ovviamente.

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Nov 10

La Rete Lenford presenta il II Convegno nazionale: Rapporto di filiazione e omosessualità: profili giuridici (Aula degli Avvocati dell’Ordine, Piazza Cavour, Roma, il 27- 28 novembre 2009).

27 novembre 2009

16.00 Registrazione partecipanti

16.30 Saluti

Avv. Antonio Rotelli - Presidente Avvocatura per i Diritti LGBT

Avv. Alessandro Cassiani - Presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma

16.45 Introduzione

Prof. Stefano Rodotà

I SESSIONE - ESSERE GENITORI

17.00 – Coordina Avv. ta Saveria Ricci

Prof. Vittorio Lingiardi - Aspetti psicologici

Dott.ssa Chiara Lalli - Aspetti bioetici

28 novembre 2009

II SESSIONE – DIVENTARE GENITORI

9.30 – Coordina Avv. Michele Potè

Avv.ta Susanna Lollini - La procreazione medicalmente assistita

Avv. Francesco Bilotta - Adozione e affido

Dott. Giacomo Oberto - Problemi di coppia e filiazione

Prof. Tiziana Vettor - Nuove famiglie e sfera pubblica: lavoro e sicurezza sociale

11.00 Pausa

III SESSIONE – VIVERE DA GENITORI

11.30 – Coordina Avv. Alexander Schuster

Avv.ta Maria Federica Moscati - La genitorialità sociale: profili di diritto comparato

Avv. Matteo Winkler - Aspetti di diritto internazionale privato

Avv.ta Maria Grazia Sangalli - Le prospettive di riforma

13.00 – Dibattito

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Nov 10

Elisa Battistini intervista Vittorio Lingiardi, medico, psicoanalista, direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università «La Sapienza» di Roma («Sul lettino c’è l’omosessuale ma il malato è l’omofobo», Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2009, p. 7):
“Qualsiasi tentativo di cambiare un orientamento omosessuale è destinato al fallimento. La psicoterapia serve a riconoscere la propria omosessualità, non a correggerla”. […]
Perché allora un omosessuale si rivolge a un analista?
“Perché vive un conflitto a causa dell’interiorizzazione di uno stigma che viene dall’esterno. In generale, l’omosessualità è ancora vista come una devianza, una sfortuna, un’anomalia”.
Chi è il paziente tipo?
“Giovani sotto i 30 anni, nell’età in cui si struttura la personalità. Adolescenti che temono di dare un dispiacere ai genitori. Giovani che risentono di un contesto sociale discriminatorio. Perciò è fondamentale dare diritti e mostrare rispetto”.
[…]
Di cosa ha paura l’omofobo?
“L’omosessualità lo spaventa perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile, l’attivo e il passivo. L’omosessualità disorienta l’omofobo. Poi c’è la paura di ciò che non si conosce, dell’ignoto. Infine c’è anche una sorta di inaccettabile invidia per chi vive liberamente la propria sessualità”. Da leggere tutto.

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Nov 08

Dal 2003, migliaia di persone continuano a perdere la vita a causa di malattie, fame e sete, conseguenti ai frequenti scontri armati tra ribelli e forze governative che hanno caratterizzato gli ultimi anni.
Questa volta abbiamo voluto raggiungere direttamente il Dott. Ibrahim Abdelrahman Ahmed, medico del Darfur. In Darfur, il Dott. Ibrahim è sposato e ha un figlio, e ha lavorato come medico presso l’El Fashir Teaching Hospital, al centro di maternità dell’ospedale di El Fashir, nonché nelle cliniche dell’International Rescue Committee (IRC) che forniscono assistenza medica ai profughi di diversi campi del Nord Darfur.

M:Dott. Ibrahim di cosa si occupa all’ospedale di El Fasher?
Attualmente lavoro al pronto soccorso delle cliniche universitarie di El Fasher, mi occupo di emergenze cliniche e pediatriche in qualità di medico generico.
Ho a che fare con diversi tipi di casi di medicina generale, chirurgici e traumatici. Le malattie più comuni sono la malaria, la febbre tifoide, le malattie del tratto respiratorio, le epatiti virali, malattie gastrointestinali di varia eziologia, tubercolosi, malnutrizione in bambini sotto i cinque anni, diabete, ipertensione, infarti. insufficienza renale e tante altre.
Le più comuni tra le cause di accesso alla struttura sono appendicite acuta, colecistite acuta e cronica, fratture, e ferite da arma da fuoco e da taglio.
M:Nella tua esperienza, al Saudi Maternity Hospital e al Teaching Hospital di El Fasher, quali sono le patologie più frequentemente causa di mortalità nella popolazione del Nord Darfur e che richiedono maggiore assistenza?
La causa più importante di morbilità e mortalità nel Nord Darfur sono le infezioni sistemiche, seguite dalle ferite di guerra. E’ importante un’appropriata e tempestiva pianificazione del trattamento per i casi di aborto, ma anche assistenza pre e post-natale clinica e farmacologica.
La malaria in gravidanza è uno dei problemi più gravi.
Le cause principali di morte delle gestanti sono:
-Emorragie massive legate alla gravidanza;
-Eclampsia e preeclampsia;
-Sepsi.
Nel corso della mia attività al Teaching Hospital di El Fasher, ho riscontrato un’elevata casistica per quanto riguarda malaria, dissenteria, epatiti, meningiti, febbre tifoide, tubercolosi, leishmaniosi, pneumonia, ma anche malnutrizione infantile e ferite e traumi da armi da fuoco o da taglio.
Al Saudi Maternity Hospital i casi più frequenti riguardavano invece quelli di malaria in corso di gravidanza, aborti spontanei in urgenza, ipertensione e rischi correlati in gravidanza, fistole vescicovaginali e retto vaginali legate al travaglio difficile.
M: L’accesso alle cure e ai servizi ospedalieri è garantito a tutta la popolazione del Darfur? Il personale sanitario proviene da tutto il Sudan o origina prevalentemente dal Darfur?
L’assistenza ospedaliera è per tutti gli abitanti della città così come per quelli che affluiscono dai centri di assistenza dei campi profughi dell’area.
Per quanto riguarda il personale, i medici vengono selezionati dal Ministero federale della salute da tutte le parti del Sudan, e in considerazione della loro ridotta disponibilità, un considerevole numero di essi proviene comunque dallo stesso Darfur. Infermieri, levatrici e altre figure professionali sono Darfuri. Diversi tecnici di laboratorio giungono da altre parti del Sudan.
M: Pochi mesi fa, hai frequentato con successo il master “Doctors for Africa” del Centro Universitario per Cooperazione Internazionale di Parma.
Crediamo che la collaborazione tra Europa e Africa debba fondarsi proprio sulla formazione tecnica del personale già impiegato in Africa, come medici e infermieri, attraverso corsi intensivi che abbiano un impatto sulla realtà dello Stato da cui provengono.
Crediamo, quindi, che il master “Doctors for Africa” sia un meraviglioso esempio di cooperazione.
Nessuno può aiutare l’Africa meglio di se stessa, ma spesso gli africani non sono liberi abbastanza per poterlo fare. Cosa ne pensi?
Quello che dici è verissimo, come ho potuto vedere c’è una differenza enorme tra Europa e Africa nella disponibilità di medici specialisti (per esempio specialisti in cardiologia, malattie infettive, endocrinologia, nefrologia, gastroenterologia, pneumologia etc..). Noi abbiamo essenzialmente medici di medicina generale, chirurgia generale e pediatria. Non c’è un solo specialista medico o chirurgico in tutto il Nord Darfur.
Per esempio, dal mio punto di vista, i corsi sono buoni ma sarebbe meglio concentrarsi su esercitazioni mediche di tipo specialistico per incisivi cambiamenti sul terreno. So che tu puoi capirmi in quanto medico. Non c’è un solo medico o chirurgo specialista in tutto il Nord Darfur.
Il master è stata una buona esperienza.
Quello che stai dicendo è verissimo. Gli africani giocano un grande ruolo a questo proposito ma, come sai, dipende principalmente da chi dirige la politica e l’economia.
M: I mezzi di informazione e le organizzazioni umanitarie hanno promosso a livello internazionale campagne sulle problematiche del Darfur, dovute alla guerra tra ribelli e governo sudanese in corso dal 2003 e che ha ucciso migliaia di civili.
Come sono le condizioni della popolazione in questo periodo? Quali sono le principali preoccupazioni a carattere sanitario per i prossimi mesi?
Come hai detto non c’è ancora pace in Darfur. Ci sono molti campi profughi, rifugiati in Chad e persone ferrite o traumatizzate dalla guerra, tutte queste persone hanno perso le loro risorse e dipendono dagli aiuti internazionali. In generale le criticità di tipo sanitario per i prossimi mesi restano le stesse di ora. Tuttavia, così come la sicurezza è frequentemente incerta è veramente difficile predire cosa possa accadere.
M: E per finire, last but not least.. hai gradito il tuo soggiorno in Italia? Certamente è stato interessante. Ho molti buoni amici lì.
M:Grazie mille, Dr. Ahmed Ibrahim e buon lavoro!Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 08

Sono trascorsi 73 giorni dall’arresto dell’attivista per i diritti umani Abdelmageed Salih. Il co-fondatore del Darfur Democratic Forum era detenuto nel braccio politico del carcere di Kobar, rendendone in tal modo impossibile la visita di parenti e colleghi, fino a pochi giorni fa, quando è stato trasferito nella prigione con i criminali comuni.
Link: Abdelmageed Salih, attivista darfuriano, in carcere per aver denunciato stupri Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Nov 08

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Nov 08

Nato in Virginia. Laureato in biochimica alla Virginia Tech. Maggiore dell’esercito USA per vent’anni. Tre riconoscimenti: la National Defense Service medal, la Global War on Terrorism Service medal e l’Army Service Ribbon. Eppure è di origine palestinese e di fede islamica, frequenta la moschea e fa la spesa al supermercato della base con indosso la tipica tunica bianca che i musulmani portano per la preghiera del Venerdi. Avrebbe potuto essere un perfetto esempio dell’integrazione islamica all’americana. Un modello di cui sono stato entusiasta testimone nel 2008, quando venni ufficialmente invitato dal Governo statunitense e dal Dipartimento di Stato USA per appurare in loco l’elevatissimo grado di integrazione e benessere raggiunto dalla comunità islamica locale.

Sfortunatamente, però, stiamo parlando dello stesso uomo che ha ucciso dodici commilitoni e ferito altri 31 perché non voleva andare in Iraq: Il maggiore Nidal Malik Hasan, 39 anni. Le cause scatenanti sembrano chiare ed evidenti: stiamo parlando di un medico che si occupa di problemi mentali, rimasto evidentemente impressionato e traumatizzato dalle fobie e dagli squilibri dei soldati ritornati dal fronte iracheno. Nonostante la sua opposizione alla guerra e il fatto che si era rivolto ad un avvocato per evitare di essere mandato in Iraq, stava per essere mandato comunque proprio su quel fronte. Questo per non parlare delle discriminazioni e dei commenti anti-musulmani e anti-arabi che, a detta dei suoi famigliari, subiva da alcuni suoi commilitoni e da coloro che ne valutavano il rendimento. Che una “rotella” del suo cervello possa essere, ad un certo punto, “saltata” è un’ipotesi che non può essere scartata a priori.

Non è la prima volta che un soldato americano spara ad altri soldati americani: è il settimo episodio. Eppure sono sicuro che proprio questo sconvolgente e plateale “ammutinamento” verrà strumentalizzato in tutto il mondo occidentale per dimostrare che è impossibile confidare nell’integrazione dei musulmani. Per alimentare la paura e la sfiducia nei confronti degli immigrati islamici, dei loro figli e dei loro nipoti nati all’estero. Per spingere le autorità a rendere più difficile la concessione della cittadinanza, l’accesso ai posti pubblici e forse anche il rilascio dei permessi di soggiorno ai fedeli dell’Islam. Sono sicuro che nel Bel paese saranno in tanti a gongolare: ecco la prova lampante - diranno - che l’Italia fa bene a ostacolare la costruzione delle moschee, a non concedere il voto agli immigrati, a non rilasciare la cittadinanza automaticamente a chi nasce in Italia, a non permettere ad un marocchino di lavorare sui mezzi di trasporto pubblici. Non si rendono conto, costoro, che cosi non fanno che esasperare il clima inquisitorio ed accusatorio che favorisce lo stress, la tensione, la rabbia che possono essere strumentalizzate da parte dei fondamentalisti e dei guerrafondai.

Il fatto che un maggiore medico insignito di tre medaglie abbia commesso una strage in un paese dotato di un efficientissimo modello di integrazione, ma che non è stato attento - per ciò che concerne questo singolo episodio - al disagio psicologico patito da un suo dipendente, dovrebbe essere un campanello d’allarme. Nessuno aveva pensato a curare il medico che curava i soldati mandati al fronte. Nessuno si era reso conto del suo stato d’animo. Ma è proprio ora che si vedrà la differenza tra un paese come gli Stati Uniti e l’Italia. Negli USA questo episodio scatenerà sì un grande dibattito sui media, ma nello stesso tempo sarà oggetto di un’approffondita indagine - non solo poliziesca - sulle cause scatenanti, per elaborare immediatamente le contromisure sociali adeguate. Nonostante questa disgrazia, gli Stati Uniti continueranno ad arruolare personale islamico nelle fila dell’esercito, ad agevolare la costruzione delle moschee e a permettere ai musulmani in divisa di frequentarle il Venerdi. Gli USA rimarranno - in poche parole - quel grande paese fermamente ancorato alle libertà civili e religiose che ho conosciuto nel 2008.

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Nov 08

C’è sempre, in chi si occupa di bioetica (o anche di altri campi del sapere), un’attesa piena di aspettative per nuove argomentazioni che giungano a scompigliare le carte dei ragionamenti sempre identici, già percorsi mille volte; un’attesa se vogliamo anche un po’ masochistica, perché quelli che si aspettano con più impazienza sono spesso gli argomenti contrari alle nostre tesi più care. Affrontare per la prima volta un tentativo di confutazione costituisce una sfida intellettuale che non può che essere benvenuta, già solo per il mero piacere dello sforzo di ragionarci su, ma anche per la luce che può portare sulle nostre credenze morali, fino eventualmente a farcele mutare.
Ma proprio per questo, quando gli argomenti nuovi arrivano davvero la delusione può essere cocente. Prendiamo per esempio un’argomentazione – per me inedita – presentata da Carlo Casini, storico avversario della legge sull’aborto e presidente del Movimento per la Vita, in un articolo apparso due giorni fa sul giornale della Conferenza Episcopale Italiana («Approvare subito la “legge Calabrò” sul fine vita», Avvenire, 5 novembre 2009, p. 16):
il tempo ha attutito l’emozione provocata dalla morte della giovane donna lecchese [Eluana Englaro], ma la drammaticità del fatto resta. Per non stendere su di essa una nebbia ovattante ho ripensato in questi giorni a Padre Massimiliano Kolbe. Nel luglio del 1941 egli era prigioniero nel lager di Auschwitz. Si offrì di sostituire un padre di famiglia nella decimazione decisa per terrorizzare i detenuti dopo la fuga di uno di loro e, chiuso in un sotterraneo, fu ucciso «per fame e per sete». Morì il 14 agosto 1941. Dunque l’alimentazione e la idratazione non sono una terapia se la loro privazione costituisce, come è avvenuto per Padre Kolbe, una «condanna a morte con tormenti». Quanti secondi ci vogliono per confutare questo argomento? Due sarebbero già troppi, perché la sua assurdità salta immediatamente agli occhi: siamo subito in grado di citare innumerevoli controesempi che invalidano il ragionamento di Casini. Si pensi per esempio all’edema polmonare, che se non curato provoca letteralmente l’annegamento del paziente nelle sue stesse secrezioni: questo dimostra forse che il trattamento di questa patologia (a base per esempio di nitroglicerina e diuretici) non costituisce un trattamento sanitario, visto che la sua privazione costituisce una «condanna a morte con tormenti»?
Carlo Casini avrebbe potuto fare benissimo a meno di scomodare noi e, soprattutto, l’incolpevole santo…

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Nov 08

Useless

Il dibattito che si è scatenato sulla sentenza di Strasburgo sul crocifisso è perlopiù noioso e sciocco.
Uno degli argomenti più idioti, tra i molteplici e solo presunti tali a favore di Gesù in croce appeso alle pareti dei luoghi pubblici, è il richiamo alla tradizione.
Basterebbe un po’ di buon senso per capire che invocare la “tradizione” non dimostra nulla, se non che sia trascorso del tempo. Ma il trascorrere del tempo, di per sé, è neutrale.
E l’elenco di tradizioni moralmente ripugnanti sarebbe lungo, lunghissimo. E, si spera, ripugnante anche per chi oggi si sgola in difesa della ubiquità del simbolo religioso e cattolico. Il matrimonio riparatore, tanto per cominciare: quell’accomodamento per cui se un uomo sposava la donna che aveva stuprato era tutto a posto. La tortura e la pena di morte – radicate tradizioni. Il divieto di sposare qualcuno con un diverso colore della pelle e l’indissolubilità del contratto matrimoniale.
Esistono anche tradizioni neutrali e tradizioni moralmente ineccepibili. In tutti i casi lo spessore morale non deriva dalla loro durata.
Non importa da quanti secoli la croce se ne sta appesa sui muri, a contare è il suo significato. E questo un giudice straniero lo ha spiegato bene, anche un bambino distratto potrebbe capirlo. L’imposizione (simbolica) di una confessione è contraria alla libertà religiosa e alla laicità dello Stato. Sempre che lo Stato sia liberale e laico.

DNews, 6 novembre 2009.

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Nov 06


Una storica intervista a David Ogilvy, nella serie The Open Mind (disponibile anche la trascrizione).

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Nov 06

Il solito chuukyuu ha organizzato una discreta galleria di annunci Chivas Regal firmati da DDB. Son tre pagine da sorseggiare senza fretta.

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Nov 06

Creativity in the Age of Social MediaView more documents from edward boches.

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Nov 06

Oggi abbiamo lanciato Google Dashboard, una nuova funzionalità attraverso la quale è possibile gestire tutte le informazioni associate al proprio account Google. Su Google Dashboard potete infatti disporre di un sommario con tutte le informazioni salvate dalle applicazioni che utilizzate, gestire e cambiare le impostazioni dei servizi in modo facile e veloce.

I dati salvati dalle varie applicazioni di Google sono diversi: ad esempio l’account di posta Gmail vi permette di salvare la posta ricevuta ed inviata, le bozze ma anche gli allegati e le conversazioni fatte attraverso la chat. Se decidete di attivare la funzione Cronologia Web, invece, vengono salvate le pagine web che avete visitato in passato, il che consente di ottenere risultati di ricerca ancora più personalizzati. La Dashboard raccoglie tutti questi dati in un unico formato, facile da usare e in grado di offrirvi un livello di accesso e controllo dei dati che ci auguriamo possa esservi d’aiuto.

Google Dashboard è stata sviluppata in Europa dal team di ingegneri di Monaco e Zurigo e oggi è accessibile in 17 lingue al seguente link google.com/dashboard o, in alternativa, tramite la pagina delle impostazioni dell’account di Google.

Scritto da: Google Italy Blog Team


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Nov 06

Si trova sul blog di Alessandro Gilioli («Signora Lautsi contro il governo: sentenza integrale», Piovono rane, 4 novembre 2009). Non c’è il nome del traduttore ma a una prima occhiata la versione sembra professionale, impeccabile.

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Nov 06

In mezzo a tante sciocchezze e a tanta violenza verbale, un commento luminoso sulla vicenda del crocifisso in classe: quello di Marco Politi, ieri sul Fatto QuotidianoLa Croce che non s’impone», 4 novembre 2009, p. 18).
Da tempo l’Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza, per sfuggire alla questione della laicità delle istituzioni, si è inventata la spiegazione che il crocifisso sia soltanto un simbolo della tradizione italiana, un’espressione del suo patrimonio storico e ideale, un incoraggiamento alla bontà e a valori di umanità condivisibili da credenti e non credenti. Non è così. O meglio, tutto questo insieme di richiami è certamente comprensibile ma non può cancellare il significato profondo e in ultima istanza esplicito di un crocifisso esposto in un ambiente scolastico o nell’aula di un tribunale. Il crocifisso sulla cattedra è il richiamo preciso ad una Verità superiore a qualsiasi insegnamento umano. Il crocifisso sovrastante le toghe dei magistrati è il monito a ispirarsi e non dimenticare mai la Giustizia superiore che promana da Dio. È accettabile tutto ciò da parte di chi non crede in “quel” simbolo? E’ lecito imporlo a quanti sono diversamente credenti sia che seguano un’altra religione sia che abbiano fatto un’opzione etica non legata alla trascendenza? La risposta non può che essere no. […]
Il messaggio di Strasburgo porta in Italia una ventata di chiarezza. Non nega affatto la vitalità di una tradizione culturale. Non “colpisce”, come lamenta l’Osservatore Romano, una grande tradizione. Strade, piazze, monumenti continueranno a testimoniare il vissuto secolare di un’esperienza religiosa. Edicole, crocifissi, statue di santi, chiese e oratori continueranno a parlare di una storia straordinaria. (Ma meglio sarebbe che gli alfieri della difesa delle «radici cristiane» si chiedessero perché tante chiese vuote, perché tanta ignoranza religiosa negli alunni che escono da più di dieci anni di insegnamento della religione a scuola, perché sono semivuoti i seminari e deserti i confessionali). Né viene toccato il diritto fondamentale dei credenti, come di ogni altro cittadino di diverso orientamento, di agire sulla scena pubblica. La Corte europea dei diritti dell’uomo afferma invece un principio basilare: nessuna istituzione può essere sotto il marchio di un unico segno religioso. Laicità significa apertura e neutralità, rifiuto del monopolio. Da leggere tutto.

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Nov 06

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Nov 06

La marea delle reazioni alla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha dato ragione a una cittadina italiana che sosteneva che l’esposizione dei crocifissi nelle aule della scuola pubblica costituisce una lesione della libertà di coscienza e di religione e del diritto a ricevere un’istruzione conforme alle proprie convinzioni religiose e filosofiche, comprende come sempre una miscela di cattiva informazione e di cattivi argomenti. Nella prima possiamo far rientrare gli allarmi sulla imminente asportazione delle croci dalle scuole – quando invece nell’immediato la sentenza della Corte avrà il solo effetto di costringere lo Stato italiano a pagare un risarcimento alla ricorrente – e le ingiure lanciate contro l’Unione Europea, già colpevole di aver lasciato fuori dalla propria costituzione le «radici cristiane» – ma la Corte dei diritti dell’uomo è espressione del Consiglio d’Europa, che non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea (ne fanno parte 47 stati, contro i 27 dell’Unione).
Fra i cattivi argomenti, che sono legione, ce n’è uno adoperato da molti commentatori, che vorrei qui esaminare. L’esposizione più eloquente, come accade spesso, si deve alla penna di Antonio Socci («Così cancellano la nostra cultura», Libero, 4 novembre 2009, p. 1):
Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.
I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “Italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?
Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?
Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, «se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che “incombe” su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?».
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?
Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana? L’errore di questo tentativo di reductio ad absurdum è del tutto evidente. Socci crede (o finge di credere?) che alla base del ricorso alla Corte e della sentenza ci sia l’intolleranza verso qualsiasi manifestazione religiosa diversa dalla propria: l’ebreo, il musulmano o – come nel caso concreto – il non credente vedrebbero il crocifisso (o una croce appesa al collo, o il Duomo, o il velo di una monaca) e ne ricaverebbero un senso di turbamento: lì c’è qualcuno che non la pensa come loro, e questo spettacolo intollerabile va immediatamente cancellato rimuovendo il segno dell’appartenenza diversa. Ma lo spirito della sentenza – che Socci evidentemente non ha letto – è ovviamente tutt’altro. Quella che si condanna è l’esposizione di un simbolo religioso nello spazio dello Stato; quel che si condanna è la sanzione che lo Stato imprime su una tradizione religiosa a preferenza delle altre. Quella che si condanna è insomma una forma di statalismo: una forma impropria di aiuto di Stato, per così dire. Stato che getta il proprio peso spropositato sulla bilancia e fa percepire, specialmente (ma non solo) a menti ancora in formazione, di essere schierato a fianco di una religione particolare.

È chiaro che in quest’ottica le conseguenze estreme paventate da Socci mostrano tutta la loro pretestuosità. Tralasciamo quelle più vertiginosamente paradossali, come il significato ebraico del nome d’Italia (’i tal Yah, appunto «isola della rugiada del Signore», è solo un’espressione casualmente omofona di Italia) o l’aspetto delle colline umbre, e limitiamoci alle altre. La manifestazione del culto – anche pubblica, come portare una croce al collo o in processione – non ha nulla a che fare con lo Stato, con scuole, ospedali o tribunali, così come non ce l’ha la Santa Casa di Loreto. Quanto all’insegnamento nelle scuole a base di autori cattolici o di opere d’arte ispirate al cristianesimo o di dottrine filosofiche connesse a questa religione, non è possibile non vedere l’immane differenza rispetto a un simbolo esibito per il suo valore esemplare, là dove nell’educazione è fondamentale la distanza critica interposta fra soggetto e oggetto, che è ha tutt’al più un valore conoscitivo (si può – forse – fare un’eccezione là dove i valori non sono controversi e non investono la nostra coscienza più intima, come per esempio nell’educazione a certi tipi di gusto); tant’è vero che si possono e devono insegnare anche le pagine oscure della nostra storia: non si vorrà dire, spero, che non c’è differenza fra una lezione dedicata al fascismo e un ritratto del Duce appeso in classe… (Tralascio qui le pretese connessioni fra cristianesimo e democrazia, di cui mi sono occupato recentemente in un altro post.)

La tradizione dovrebbe essere una cosa viva, sempre mutevole, che cresce, si adatta, e infine – perché no? – muore. Religioni, modi di pensare, cucinare, parlare, ballare sono in flusso perenne, anche se spesso fingiamo di dimenticarlo. Qualcuno, in particolare, cerca sempre di cristallizzare quel fiume, essenzializzando la tradizione, facendone un modello iperuranio, sostanza di un popolo, la cui perdita sarebbe come una morte parziale (nella retorica di certi conservatori estremi si parla non a caso di etnocidio anche solo per cause banali come l’apertura di un McDonald’s…): oggi Mariastella Gelmini commentava in un’intervista la decisione della corte di Strasburgo con queste parole: «Le radici dell’Italia passano anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi» (Flavia Amabile, «“Si distrugge tutto in nome della laicità”», La Stampa, 4 novembre, p. 3). Anche da idee come queste dipende la statalizzazione delle tradizioni, la corsa al sostegno statale. Ma sono solo le tradizioni morenti ad avere bisogno della stampella pubblica, proprio come – non è un paragone irriverente – le industrie decotte. Altrimenti dovremmo fare ciò che ci propone un commento, apparso stamattina in uno dei più foschi blog integralisti, piccolo capolavoro d’umorismo (credo non involontario) fra tanta furia impotente e lugubri vaticini: «La pizza! La pizza! Io appenderei anche la pizza. Non sia mai che i bambini crescano senza la tradizione italiana».

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Nov 06

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Nov 04

http://www.marcolla.it

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Nov 04

Ricevo e pubblico volentieri - anche se con un po’ di ritardo - il seguente contributo di un lettore del blog.

La puntata di Porta a Porta, del 21 settembre scorso, ha dimostrato l’ennesimo fallimento della Tv pubblica italiana, pagata tra l’altro dalle tasse di tutti i cittadini. La trasmissione di Vespa intitolata “ Sanaa uccisa per amore”, sulla vicenda dell’omicidio della ragazza marocchina da suo padre, ha proposto all’opinione pubblica un quadro dell’islam come religione di odio, terrore e intolleranza. Questo tipo di programmi, come dice Sherif El Sebaie, sono “costruiti per trasmettere un’immagine preconfezionata”. La strategia del resto è stata ben preparata attraverso la scelta degli ospiti: presenti in studio oltre al maestro della scena Vespa, il Ministro Carfagna, Livia Turco e un professore universitario, un ex giornalista, una deputata, tutti questi ultimi di origine da un paese del mondo arabo musulmano e quindi affini ai temi in relazione con l’Islam. In diretta da Pordenone la mamma della vittima Sanaa, lo zio e un gruppo di marocchini tra cui anche l’Imam locale. Per tutto il tempo - tranne il litigio finale tra le due ministre – è stato fatto un interrogatorio all’imam e alla madre di Sanaa. Vespa ha insistito senza tregua perché l’imam dichiarasse la sua posizione sul rapporto uomo donna secondo l’islam, sulla’autorizzazione o meno della convivenza fuori dal matrimonio e sul velo; fino a chiedere il suo parere sulla guerra in Afganistan e la morte dei soldati italiani. Non ho capito che legame esiste tra l’omicidio di Sanaa e i soldati italiani e le domande fatte all’imam sulla presenza delle truppe italiane e della NATO in Afganistan! In tutto ciò mi ha colpito la mancanza di un senso di uguaglianza e di obiettività nel trattare un tema cosi delicato, come quello della violenza a una donna, che per le sue origini e quelle della sua famiglia ha necessariamente richiamato l’attenzione sull’Islam e le sue manifestazioni oggi in Italia. Sembrava davvero di essere in un tribunale. Il povero Imam, spaventato dal contesto mediatico del programma e da ospiti “esperti di migrazione e di integrazione” è stato addirittura incapace di formulare una posizione chiara su talune questioni, malgrado il suo ruolo di referente religioso e questo certo per paura di esprimere idee che potevano attirare aspre critiche. Ed è un peccato perché un imam dovrebbe essere capace di difendere idee e principi religiosi. La convivenza fuori dal matrimonio, sia per gli uomini sia per le donne, nell’islam non è tollerata; ma questo, sebbene discutibile, in un dibattito onesto ed equilibrato può essere presentato come una delle opzioni, come uno degli elementi della realtà su cui si è chiamati a discutere. Invece, nel clima di aggressione mediatica creato da Vespa e la sua trasmissione, la mamma della vittima quasi non parlava l’italiano, il traduttore a tratti interpretava le sue parole trasformandosi in un testimone, lo zio anche lui non era in grado di esprimere chiaramente le proprie idee. A fronte di ciò, l’omicidio di Sanaa rimane un gesto barbaro perché privare una persona della sua vita, per qualsiasi motivo, non può che essere condannato. Il diritto alla vita è un diritto inviolabile e riconosciuto a tutte le persone senza distinzioni di colore, di genere, di religione. Da parte degli altri ospiti così spesso chiamati a intervenire su integrazione e Islam in Italia, nessuno ha discusso con equità, tutti hanno manifestato, in un modo o nell’altro, un atteggiamento di offesa e di superiorità nei confronti dei marocchini di Pordenone. Anche Khaled Fouad Allam che proviene dal mondo dell’università si è limitato solo a dire che l’hijab rappresenta un controllo sulla sessualità delle donne…E’ importante interrogarsi sulle rappresentazione culturali e sull’immaginario arabo-musulmano per capire meglio certe problematiche che oggi ci riguardano, ma un vero approfondimento (sociologico, culturale, storico…) si impone. E poi ne è emersa, come sempre, una grande confusione tra burka e hijab e attenzione a non confondere i due termini ! Avremmo invece bisogno di un dibattito pubblico serio e sereno oggi in Italia, per affrontare, senza pregiudizi, polemiche o strumentalizzazione politica, la questione dell’islam e i rapporti con i musulmani che vivono nel nostro paese, coinvolgendo intellettuali italiani e non, ma soprattutto voci nuove. Limitarsi ogni volta ai contributi di Souad Sbai (deputata PDL) Khaled Fouad Allam (ex deputato Margherita) e Magdi Cristiano Allam (europarlamentare UDC) per parlare di (Islam, integrazione e migrazione) non chiarirà sicuramente la questione e non trasmetterà nessuna novità o messaggio utile al grande pubblico. Infine, attenzione a nascondere agli italiani la realtà della crisi attuale del governo Berlusconi, con delle trasmissioni prefabbricate sugli immigrati !

Mustapha Azaitraoui

Mustapha Azaitraoui. Dottore di ricerca in analisi e governance dello sviluppo sostenibile, Università Ca’ Foscari e IUAV di Venezia. Attualmente è il coordinatore progetti Marocco per la Fondazione spagnola CIREM.

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Nov 04

Bentornati al consueto appuntamento con “Lo sapevate che…”, le mini-guide di Google dedicate ai webmaster ad uscita bisettimanale. Questa settimana ci siamo soffermati su un argomento molto familiare e allo stesso tempo complesso per i webmaster, ovvero la Sitemap. Nella nuova mini guida troverete, in particolare, le differenze tra sitemap html e XML, alcune buone pratiche e consigli sul loro utilizzo, nonché una serie di risorse utili per approfondire l’argomento.
Come sempre, se avete ulteriori dubbi o domande, potete contattarci direttamente sul Forum di Assistenza per i Webmaster .

Vi ricordo che “Lo sapevate che…” tornerà tra due settimane con una nuova mini guida, questa volta dedicata agli “schemi di link”.
Se avete particolari questioni da sottoporre o commenti utili nell’ambito delle mini-guide, scriveteci sul forum, nella sezione “Suggerimenti

Se intanto doveste aver perso l’appuntamenti precedente, eccovi il link per ritrovarlo:

Per qualsiasi altra domanda/commento scriveteci sul Forum di Assistenza per i Webmaster.

Buona lettura!

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Team


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Nov 04

Ilaria, detta Miele, è una giovane donna che aiuta i malati senza speranza a morire. Clandestinamente, fra mille precauzioni, con farmaci acquistati in Messico; non (solo) per denaro, ma per alleviare il ricordo della madre, morta fra lunghe sofferenze senza possibilità di aiuto. Ilaria/Miele è la protagonista del romanzo Vi perdono (Einaudi 2009, pp. 164, Euro 16,00), di Angela Del Fabbro, nom de plume di una scrittrice (scrittore?) che ha scelto di rimanere anonima.
Può sembrare strano per un romanzo che non volge altrove lo sguardo quando si tratta di descrivere tecniche eutanasiche o corpi colpiti dalla malattia, ma Vi perdono è uno di quei libri che è difficile mettere giù anche solo per un attimo prima di averli finiti. Forse è per l’ansia di lasciarsi rapidamente alle spalle quelle pagine angosciosamente realistiche; forse è per la scrittura impeccabile, alla quale al massimo si può rimproverare di comunicare talvolta una sia pur indefinibile sensazione di deja vu (ma può darsi che questo accada perché l’autrice, che non sembra un’esordiente, avrà già dato altre prove letterarie); forse è per il guizzo della trama che a un tratto pone sulla strada di Miele la figura di Augusto Grimaldi, ingegnere in pensione con la passione per Virgilio, che vuole morire per taedium vitae, senza essere affetto da malattie di sorta. Ma non sta qui, nel dilemma morale se sia lecito aiutare a suicidarsi una persona perfettamente sana (dilemma che l’autrice del resto lascia sospeso), l’interesse principale del romanzo.

È frequente, per chi argomenta a favore dell’eutanasia e più in generale del diritto a disporre del proprio corpo, presentare la propria posizione come quella di una minoranza, degna di rispetto a fianco di altre, opposte concezioni. Ma leggendo Vi perdono, con le sue rappresentazioni mai morbose ma tuttavia realistiche di disfacimento e di dignità offesa, è inevitabile giungere a considerare l’eutanasia come l’unica risposta veramente possibile al problema della sofferenza ineliminabile. Unica a causa della comune natura umana, della carne e del sangue che più di tanto non resistono agli insulti, e soprattutto dello spirito che non riesce più di tanto a piegarsi – anche se poi il terrore del nulla, la speranza irrazionale o, più banalmente, la difficoltà di trovare al momento giusto una misericordiosa Miele ci trattengono fino al limite estremo.
In questo senso Vi perdono è un romanzo post-cristiano: perché le ragioni contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito sbiadiscono inevitabilmente di fronte alla terribile concretezza della dignità offesa dei corpi che il romanzo ci propone, e non riescono più a succhiare energia da un serbatoio ideologico che palesemente è ormai svuotato. Non occorre nemmeno una polemica esplicita, e non solo perché non abbiamo di fronte un pamphlet: quelle ragioni possono essere trascurate, tanto appaiono remote nella loro strana arcaicità. La guerra è, in un certo senso, già vinta.
Di questo sembrano in qualche modo essersi accorti i recensori cattolici: abbiamo così i fraintendimenti un po’ patetici di Famiglia cristiana, i tentativi di volgere il romanzo a una tesi più gradita di Lucetta Scaraffia, la pagina gonfia di livore di Nicoletta Tiliacos. (I laici non sono stati a dire il vero molto più simpatetici: si va dalla lettura corretta ma un po’ distaccata di Adriano Sofri all’intervista di un Michele Smargiassi che tenta in tutti i modi di far convenire l’autrice sulla propria errata interpretazione.)
Ma è questo anche un romanzo anti-cristiano? No, anzi. Del Fabbro giunge alla fine a una visione riconciliata del cristianesimo come bella invenzione che sottrae chi ci crede al terrore della fine: «Vi perdono» sono le parole che Miele rivolge infine a «stregoni, guerrieri, pastori» della fede. Una visione che è anche profondamente distaccata.
Per Miele infatti la morte non è schermata da care illusioni: è una cosa orribile, ingiusta, oscena, che non meritiamo, e che nulla allevia, neppure l’amore. Tutti gli aspiranti suicidi del romanzo hanno accanto chi li ama o chi offre loro amore, ma senza che questo cambi alcunché. Ed è il contatto prolungato, intimo con la morte, non altro, che alla fine piega Miele. L’unico rifugio sembra essere la narrazione: Ilaria/Miele/Angela comincia a scrivere, a confidare i segreti fino ad allora inconfidabili; noi leggiamo, e ciò che avremmo detto insostenibile ci sembra improvvisamente sopportabile, una storia di cui vuoi sapere la fine. La vecchia catarsi pare funzionare ancora – ma conviene sempre comunque tenere i barbiturici messicani a portata di mano, in fondo all’armadietto dei medicinali.

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Nov 02

Nuovi scontri, nelle ultime ore, hanno causato la morte di decine e decine di persone nel Nord Darfur. Un nuovo massacro di donne e bambini si è consumato sotto lo sguardo inerme dei peacekeeper dispiegati nella regione sudanese per proteggere la popolazione. Le vittime sarebbero almeno una cinquantina. Sembra che si sia riaccesa la tensione interetnica tra le tribù dei Burgud e Zaghawa che si sono scontrati senza esclusione di colpi e coinvolgendo anche persone inermi. La notizia è stata annunciata oggi dal portavoce della forza mista di pace (Unamid). Questo a conferma che la guerra e gli scontri fra frazioni contrapposte in Darfur non sono finiti…Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Nov 02

La notizia, pubblicata il 28 ottobre scorso su Nature, che da cellule staminali embrionali sarebbero state derivate cellule germinali, progenitrici di spermatozoi e ovociti, ha generato il prevedibile sciame di commenti, oscillanti fra l’allarmismo infondato e l’indignazione compiaciuta. Colpisce in particolare la sconfortante uniformità con cui nei giornali italiani di ieri si è cercato di far passare il concetto che la scoperta aprirebbe la strada alla nascita di bambini privi di genitori: anche trascurando le volgarità di LiberoChe disastro, non ci saranno più i figli “di buona donna”», p. 23), in cui si cerca come d’abitudine di titillare le sordide paranoie e l’infondato senso di superiorità della canaille microborghese che costituisce il pubblico naturale di quel giornale, l’idea trova ospitalità sulle colonne della Stampa («bambini concepibili […] senza mamma e papà»; il titolo – indegno – è «Il papà di Dolly e i dubbi sul seme di Frankenstein», p. 13) e del Corriere («procreare, estremizzando, senza padre o senza madre»; la sfumatura di prudenza si perde nel titolo: «Le nascite senza genitori. La vita dalle staminali», p. 29). Paradossalmente è più prudente Avvenire, che almeno pone i propri terrori in prospettiva («Un’altra possibile deriva verso la vita “artificiale”», p. 6), mentre col Giornale ritorniamo all’ossessione dominante («Generazione X: così i bimbi nasceranno senza genitori», pp. 16-17), aggravata dalle curiose concezioni dell’articolista («Spermatozoi artificiali […] e ovuli artificiali […] accoppiati in una provetta potrebbero arrivare a fare tutto da soli: creare un embrione, un futuro essere vivente senza l’intervento di mamma e papà»: perché, spermatozoi e ovuli naturali accoppiati in una provetta o anche in una tuba di Falloppio cosa fanno? Hanno bisogno di essere accompagnati per mano?) e da qualche metafora infelice («scienziati che masticano cellule staminali da una vita»). Ci vuole Carlo Flamigni, intervistato dalla Stampa per un soprassalto di sanità mentale («“Passo fondamentale per battere la sterilità”», p. 13), per far notare ciò che dovrebbe essere ovvio a chiunque sia in possesso della dotazione minima di buon senso (e di un diploma di scuola superiore):
Allora professore, ci saranno bambini concepiti già «orfani»?
«Assolutamente no, mi sono stupito quando ho sentito questa sciocchezza. I genitori ci sono eccome e sono le persone dalle quali sono state estratte le cellule staminali. I cromosomi sono i loro. La creazione di bambini senza genitori presuppone la creazione di materiale genetico e siamo mille miglia lontano. È fantascienza». E naturalmente anche la prospettiva di generare bambini con gameti tratti da staminali è abbastanza remota; per adesso l’unica possibile applicazione della scoperta è lo studio dei fattori che influiscono su sperma e ovociti per determinare sterilità e infertilità.

La cosa più grave, però, non sono le reazioni semi-pavloviane di cronisti fuori dal loro elemento, che cercano nel titolo ad effetto la maniera più spiccia per sbrigarsi e tornare a casa per la cena, ma bensì i commenti in teoria più meditati. In essi il legame con la realtà fattuale dell’annuncio degli scienziati di Stanford, già particolarmente esiguo nelle cronache passate in rassegna più sopra, viene del tutto abbandonato in favore di una sorta di associazione libera di parole e concetti, in cui a uno stimolo meramente verbale («bambini senza genitori») si risponde con ciò che per primo passa per la mente, in modo da far affiorare alla coscienza incubi e nevrosi personali. Così, sempre sul GiornaleSe la scienza ruba emozioni e incontri a uomini e donne», p. 17), per Annamaria Bernardini De Pace, celebre avvocato matrimonialista, la scoperta odierna «toglie definitivamente valore alla coppia»; inoltre, «qualche mamma sarà persino felice di non deformare il suo corpo; di non “partorire con dolore”, ma non potrà mai apprezzare la carezza dell’uomo amato al suo pancione e il primo strillo del bambino che si stacca da lei». Qui il lettore si ferma smarrito: cosa c’entra mai questo scenario da fantascienza con la produzione di gameti a partire da cellule staminali? Il fatto è che l’autrice s’è immaginata – Dio solo sa perché – che a Stanford abbiano tratto dalle cellule staminali, «per una sorta di autogerminazione, sperma e ovuli, tanto che non esisterebbero più né l’altro genitore biologico né, forse, l’utero formativo»; una sorta di partenogenesi combinata con utero artificiale, di cui non c’è ovviamente nessuna traccia nel lavoro degli scienziati (unire a caso gameti derivati da un solo individuo servirebbe oltretutto solo a ottenere embrioni affetti da malformazioni gravissime).
Ancora sul GiornaleQuei figli di nessuno condannati alla follia dal delirio dei medici», p. 17), Claudio Risé associa «la costruzione di figli di nessuno, di essere [sic] umani fabbricati in laboratorio […] senza nessun contributo né di un padre né di una madre» alla sua annosa personale battaglia in favore del ritorno alla figura del padre autoritario:
Quando la mamma non c’è, non guarda e non tocca il suo cucciolo, quello che gli psicologi chiamano Io non si costituisce […]. Quando il papà non è presente, e non aiuta i figli a uscire dalla fusione che si instaura con la madre nelle prime settimane di gravidanza e continua per anni, il soggetto umano non si forma […] Negli ultimi trent’anni, in cui i padri assenti, o espulsi dal matrimonio sono diventati fenomeno di massa, le statistiche hanno mostrato che questi figli senza padre rappresentano in ogni paese il gruppo di testa dei principali disagi psichici, dalle tossicomanie agli atti di violenza, dai disturbi alimentari alle depressioni.
La famiglia è spesso un problema, ma non averla per niente è peggio. Di nuovo: cosa c’entra questo con la scoperta di cui parla Nature? L’unica possibilità di dare un senso a queste righe è che Risé abbia indebitamente generalizzato la notizia (già in partenza fasulla), interpretandola in maniera estensiva e passando quindi dal piano biologico a quello sociale: i bambini non sarebbero solo concepiti in laboratorio, ma – sembra di capire – vi verrebbero anche cresciuti.
Risé, ad essere sinceri, conclude l’articolo con un appello condivisibile: «Tuttavia di fronte al sinistro circo Barnum tecnoscienza & mercato dei bambini, preoccupiamoci pure, ma non cadiamo nell’isteria»; ma l’esempio che subito dopo ci fornisce di reazione non isterica è questo:
È proprio ciò che gli scienziati pazzi vorrebbero, per poter dire che gli amanti della natura sono poveri matti retrogradi, e loro i sani. Per contrastare i loro scenari avidi, occorre lucidità e sangue freddo. In fondo, non sono passati neppure due secoli da quando, nel 1916 [sic], Mary Shelley, spinta da Lord Byron a scrivere un racconto gotico, vide in un incubo uno studente, Victor Frankenstein, che si inginocchiava di fianco ad una creatura che aveva costruito; e questa, grazie a qualche forza ancora sconosciuta, mostrava segni di vita. Era l’annuncio della tecnoscienza, ed il primo grido di allarme per i suoi futuri deliri. Non serve scandalizzarsi per le visioni umane, vanno però messe sotto controllo. O sono guai. Scienziati pazzi, «scenari avidi», il mostro di Frankestein e i deliri della tecnoscienza: non c’è che dire, una risposta proprio compassata…

Queste risposte, fra l’isterico e lo stralunato, a una scoperta che si sarebbe dovuta accogliere invece con interesse e apertura, ci mostrano ancora una volta come il sentimento antiscientifico dominante sia un segnale di grave pericolo per il progresso del nostro paese; progresso non solo civile ma anche materiale, non tanto perché la scienza costituisce il motore ultimo della crescita economica, ma perché là dove si reagisce con terrore inarticolato a ogni minima opportunità e a ogni minimo rischio, lo spirito di intraprendenza non può essere che morto da un pezzo.

Aggiornamento 1/11: da leggere la riflessione di Michele Serra (nell’«Amaca» di ieri) su come è stata data la notizia.

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