Dic 30

Non piove da troppo tempo in tutto il Nord Darfur. In Sudan la produzione di cereali e segale è tra le prime al mondo ma le periferie dimenticate da Khartoum soffrono la fame quotidianamente per conflitti e clima ostile.Il Consiglio del Nord Darfur, nel giorno in cui nel resto del mondo finanche nel Sud Sudan si celebrava il Natale, ha lanciato l’allarme carestia per i prossimi mesi e ha chiesto al governo sudanese di intervenire con urgenza.
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Dic 30

«Un’altra tragedia di questi microaccampamenti abusivi». Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha commentato l’episodio. Il sindaco durante la sua visita presso l’area dove sorge il micro campo abusivo ha sottolineato che «in questa zona già la polizia municipale è intervenuta quattro volte, aveva sgomberato e abbattuto baracche, in qualche caso, che poi sistematicamente si sono riformate. Si tratta di persone che vivono di piccoli lavori - ha aggiunto il sindaco dopo essere entrato in una delle baracche - che per non pagare gli affitti si attrezzano in questa maniera».Fuoco in una baraccopoli, diciottenne carbonizzata, Il Corriere della Sera, 28 dicembre 2009.

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Dic 28

Da qualche settimana ormai, il Corriere della Sera propina una specie di pubblicità ingannevole che recita: “Un’informazione di parte crea delle persone immobili. Per questo ci battiamo per un’informazione indipendente che permetta ad ognuno di farsi la sua opinione”. Per avere un assaggio dell’ informazione indipendente di cui si fregia il quotidiano della borghesiuccia italiota, basta analizzare il modo con cui affronta, da quasi 10 anni ormai, la cosiddetta “questione islamica”. Non vi sarà di certo sfuggito che le uniche versioni propinate ai suoi lettori su questo tema sono quelle di persone decisamente imparziali (sic) come Fu Oriana Fallaci “la più grande scrittrice italiana di tutti i tempi”, Magdi Allam “il più autorevole esperto di cose islamiche in Italia” e altri nomi dalle posizioni perfettamente sovrapponibili che si fa fatica a capire chi di loro ha scritto cosa. A questa pregiata categoria di persone talmente esperte da risultare inqualificabili, si è accodato ultimamente anche Giovanni Sartori, “il più grande politologo italiano ed uno dei massimi esperti di politologia a livello internazionale”.

Sartori, nato nell’anno in cui moriva Lenin e veniva esiliato l’ultimo sultano di Istanbul, è stato scomodato dal Corriere per spiegarci con un editorialone che rimarrà negli annali della politologia che i razzisti non si chiamano così: si chiamano - “più pacatamente”- “xenofobi”. E “Xenofobi” è il contrario di “Xenofili”. E si può essere l’uno o l’altro, indistintamente. D’altronde - pensate un po’ - “non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due reazioni”. Insomma: essere razzisti - pardon, “più pacatamente” xenofobi - è cosa bella e buona, esattamente come il non esserlo. Anzi, la xenofilia, come quella che caratterizza i trinariciuti sinistroidi per intenderci, è “un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato”. Dal che si desume che il razzismo invece - pardon, “più pacatamente” la xenofobia - è stata pienamente spiegata e forse anche perdonata, giustificata e riabilitata. Quando penso che il più importante quotidiano italiano ha scomodato un accademico dalla sua torre d’avorio per scrivere queste panzane, mi viene il voltastomaco. Il modus operandi mi ricorda quando hanno rispolverato l’anziana Fallaci, ridotta ad insultare i tassisti newyorkesi dalle finestre di casa sua, per farcire quattro pagine del quotidiano. Il guaio, in questo paese, è che quando questi espertoni “sbroccano” - perché di questo si tratta - nessuno osa gridare “l’espertone è sbroccato”. Diventa tutta una gara a chi risponderà il “più pacatamente” possibile alle panzane propinate, col risultato che non si riesce mai a qualificarle per quello che effettivamente sono.

Le panzane del Sartori, poi, sono impareggiabili: “la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integrabilità» dell’islamico”. Non riesco ancora a credere che un accademico con il suo curriculum sia riuscito a scrivere una roba del genere. Poi si chiede se ci sono “casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici. La risposta è sconfortante: no”. Immagino abbia vagliato l’esperienza umana di ogni singolo islamico dal 630 d.C fino al giorno d’oggi per trarre queste illuminanti conclusioni storiche. A sostegno di questa versione, viene imbastito in fretta e furia un pseudo-esempio storico, relativo all’India Moghul: “gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finissero in un mare di sangue”. Effettivamente migliaia di islamici sgozzati e bruciati vivi dai fondamentalisti indù, soprattutto negli ultimi anni, testimoniano questo grande spirito di tolleranza induista. Dopodiché si passa a “In­ghilterra e Francia” che “si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza generazione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai”. E per forza: se anche da quelle parti ci sono espertoni che esortano l’opinione pubblica a non riconoscere la piena cittadinanza (e cioè non solo il pezzo di carta) a giovani nati e cresciuti in quei paesi, col risultato che questi ragazzi rimangono costantemente discriminati sul profilo sociale, economico ecc anche tre generazioni dopo l’arrivo dei loro genitori, non si può che diventare cattivi e infervorati.

Ma dove vuole arrivare l’editoriale di Giovanni Sartori? “Ora che la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne» di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra”, illudersi di integrare l’islamico «italianizzan­dolo» “è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re”. Insomma: guai a riconoscere la cittadinanza agli islamici che si sono “accasati” da queste parti, anche se io preferisco “più pacatamente” ricordare che qui essi lavorano e pagano le tasse. Guai a riconoscerla ai loro figli, nati e cresciuti in questo paese. Guai a dare loro fiducia nella speranza che si “integreranno”. Poi però non meravigliatevi se, tre generazioni dopo, questi diventano più infervorati e incattiviti che mai. D’altronde è quello che succede quando, per spiegare come si deve governare una società multietnica e globalizzata, a pochi giorni dall’inizio del 2010, viene chiamato a pronunciarsi con un articolo degno di uno studente delle medie un docente di sistemi politici nato nel terzo anno dell’era fascista. Che dire? Non è un paese per giovani, decisamente. Né di seconda, né tantomeno di terza generazione.

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Dic 26

Augurando a tutti voi buone feste, colgo l’occasione per ringraziarvi del vostro sostegno alla nostra associazione.
L’ultima nostra battaglia, la petizione per la cancellazione della pena di morte per sei bambini del Darfur, ha raccolto in sole due settimane quasi ottomila firme.
Più siamo, più la nostra voce è forte… dovranno ascoltarci. Questa, almeno, è la nostra speranza!
Infiniti e sentiti auguri.


Antonella Napoli,
presidente di Italians for Darfur Onlus
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Mar 12

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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Dic 26

L‘articolo 5 del Testo Unico sull’immigrazione prevede che il permesso di soggiorno venga rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla domanda. Allo stato attuale, invece, i 4 milioni di immigrati che vivono in Italia devono mediamente aspettare dai sette ai quindici mesi, anche solo per il rinnovo di un permesso della validità di un anno. Da domenica 13 dicembre Gaoussou Outtarà - esponente di Radicali Italiani, immigrato dalla Costa D’Avorio e da 29 anni in Italia - è in sciopero della fame per sollevare il problema dei “tempi legali utili per rilascio dei permessi di soggiorno”. (…) “La quasi totalità degli immigrati in Italia - ha detto Outtarà, intervistato da Radio Radicale - non solo non ha alcuna speranza di poter ottenere la cittadinanza italiana, ma si trovano spesso privi anche di un semplice permesso di soggiorno, pur avendone diritto”. Sono oltre 700 mila, infatti, secondo una rilevazione del Sole 24 Ore, gli immigrati in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Persone che lavorano, studiano, crescono i propri figli in Italia, ma si ritrovano ciclicamente in una sorta di terra di nessuno, dove i diritti di residenza sono sospesi. Senza rinnovo non ci si può muovere per l’Europa, si ha difficoltà a tornare nel paese d’origine, così come a svolgere diverse azioni di vita quotidiana: firmare un contratto d’affitto o di lavoro, prendere la patente, iscrivere all’asilo i nostri figli. “Insomma - ha detto ancora Outtarà - la vita di un immigrato in attesa del permesso di soggiorno, in Italia è paragonabile a quella di una persona reclusa in un carcere a cielo aperto. A seconda dei momenti, noi immigrati siamo effettivamente imprigionati nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) o in libertà vigilata in balìa della possibile revoca del permesso di soggiorno o della sua non ottenibilità”. (Leggi su Repubblica)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 26

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Dic 26

Ringrazio Karim Metref che mi ha appena segnalato la notizia che è stato arrestato, sulle frontiere Nord-Est del paese, un cittadino che si dichiara apolide (ma che è probabilmente di origini albanesi) che risponde a diversi alias tra cui quello di Claus Santa. Il cittadino extracomunitario era entrato in territorio italiano privo di ogni tipo di documento o visto e quindi, al primo controllo (molto numerosi in questo periodo), è caduto sotto le leggi del pacchetto sicurezza ed è stato subito arrestato con l’accusa di immigrazione clandestina. Dopo i primi accertamenti in questura è stato portato al CIE di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia. L’extracomunitario, arrestato al volante di un veicolo non a norma e in possesso di un quantitativo importante di merce di dubbia provenienza, rischia anche una denuncia per traffico di merci illecite. Ma la sua situazione sta diventando sempre più grave, in quanto accusato anche di false dichiarazioni e usurpazione di identità. In effetti in questura il prevenuto ha dichiarato di essere quello che in Italia si chiama Babbo Natale. Ma le forze dell’ordine hanno prontamente smentito la presunzione confrontando le foto del sospetto con quelle, che sono ormai di notorietà pubblica, del vero babbo natale. Le differenze sono notevoli. “Differenze, tra l’altro, facili da stabilire essendo che il Babbo Natale ufficiale è vestito di rosso (mentre il clandestino è vestito di verde) e ha i tratti somatici di un noto calciatore” ha dichiarato al telefono l’ufficiale della scientifica che ha condotto le indagini. Le autorità giudiziarie hanno dichiarato che il detenuto Claus (alias Nicola, alias Natale, alias Noel, alias Christmas, alias Nicolae…) rimarrà in detenzione fino a quando sarà stabilità la sua vera identità e nazionalità e stabilito dove dovrà essere espulso.

Aggiornamento del sottoscritto: fonti attendibili mi hanno informato che il trafficante extracomunitario è stato accusato in queste ultime ore anche di scasso e violazione di domicilio. Pare che avesse l’abitudine di calarsi nelle case dei rispettabili cittadini italiani attraverso i condotti dei camini. Una volta in casa, ripuliva sistematicamente il frigorifero.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 24

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 24

No categorico del governo sudanese a ogni forma di manifestazione di piazza: è quanto hanno annunciato il portavoce del presidente Omar Hassan al Bashir e l’ex capo dei servizi segreti sudanesi (NISS) la scorsa settimana.
Le precarie condizioni di sicurezza in cui versa il Paese sarebbero incompatibili con manifestazioni e cortei pubblici.
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Dic 24

Grande partecipazione e moltissime domande: grazie a tutti! La Live Chat con i webmaster italiani è stata una grande soddisfazione e vorremmo ringraziare tutti i partecipanti per aver reso questo evento così speciale. Speriamo di rivedervi in tanti per la prossima occasione e nel frattempo vi invitiamo a dare un’occhiata alla presentazione a tema “Google, links e la performance del tuo sito” e alle domande nel Forum di Assistenza.

Troverete anche alcune domande e risposte qui grazie a Mattia Ragni, tratte dalla sessione di chat successiva alla presentazione. Data la natura della chat, in caso abbiate dubbi dovuti alla brevità delle risposte, scriveteci al Forum di Assistenza, vi aspettiamo!

Scritto da: Luisa Mazza a nome del Search Quality Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 24


“Perdono Tartaglia, purché i magistrati lo giudichino per ciò che ha fatto”. Alle stesse condizioni perdonerei anche Berlusconi. [f. cocco]
Spinoza.it

(In effetti non ci dormivamo la notte).

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 22

*** Riceviamo, pubblichiamo e sentitamente ringraziamo ***

AK-47 (*)

di Federico Lama

Afferrato nella notte
sbattuto di corsa
su impervi sentieri di buia foresta
zuppo di pioggia battente
in faccia le unghie dei rami
la carne straziata
e il ferro feroce di un grosso fucile
monito orrendo
mi pungola il dorso
e l’acqua mi entra nel collo
mi cola sul viso
e le mani bagnate sorreggono a stento
questo grosso fucile
che pesa piombo
uguale a quello confitto nel dorso.
Avanti! avanti!
corri, non ti fermare
acqua nelle scabre scarpe
dure lame di cuoio
feriscono a sangue i miei piccoli piedi
ansimo
aria! il cuore mi scoppia
non riesco a tenere la corsa degli uomini adulti
con queste mie giovani gambe
che solo conoscono
i giochi di strada.
Cado, ho paura
lacrime e pioggia
una mano violenta mi azzanna i capelli
mi rialza impietosa.
La canna del grosso fucile
mi incalza la schiena
avanti! avanti!
Il fucile che imbraccio è piombo e terrore.
Fermi!
Silenzio.
Ecco il nemico.
Un’ombra più scura
non si è accorto di nulla
è vicino, quasi posso toccarlo
ora sento soltanto la pioggia e il mio cuore
e una voce che sussurra la morte.
“Spara!”
e mi indica cauto il bersaglio.
E’ per questo che siamo venuti.
Uomo sarai questa notte
togliendo la vita ad un uomo.

A fatica
sollevo tremando
la mia anima
e il gelido mostro di piombo e d’acciaio
a fatica
la mia piccola mano
impugna tremando
il mio atroce destino.
No!
Voglio tornare al dolce sorriso
della mia mamma,
alle grida gioiose delle mie sorelline,
ai giochi
nei meriggi assolati,
a scuola!
“Spara!”
e questa volta il sussurro è rabbioso.
“Sai chi teniamo”
La mia mano ha un sussulto.
Un boato
un fragore di tuono.
Il piombo e il terrore rimbalzano
nelle mie mani
chiudo gli occhi
e quando li apro
vedo
nel fumo
cadere
e morire
il nemico.
Ed io muoio con lui.

(*) Avtomat Kalashnikova obrazca goda; anno di costruzione: 1947
Peso carico: oltre 5 Kg
Lunghezza: 87 cm
Altezza di un bimbo di 12 anni: 145 cm circaFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Dic 22

Come si fa a cacciare gli immigrati dal centro del paese? L’idea della giunta leghista di Alzano Lombardo, nella Bergamasca, è semplice e molto pratica: impedendogli di parcheggiare. Le strade sono strette e piazzare l’auto è un’impresa. Ora il Comune costruirà dei box, ma solo per “cittadini italiani”. Se poi i vigili del sindaco Roberto Anelli saranno implacabili e termineranno l’opera a suon di multe (etniche), il disegno sarà completato (Leggi su Repubblica)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 22

Perché non decidere di fare un regalo davvero originale questo Natale? un sorriso, ad esempio.

Basta digitare solidarietà o regali solidali su Google.it e scegliere una tra le tante associazioni no profit che da anni si impegnano a migliorare la vita di persone meno fortunate di noi. Fondi per la ricerca, vaccini, derrate alimentari, sostegno medico-sanitario, corsi di alfabetizzazione sono solo alcuni dei doni che faranno felice, in questo Natale 2009, qualcuno che non conosciamo ma che non potrà mai dimenticarci.

E se già siete sostenitori di un’associazione ONLUS ma non la vedete online, suggerite loro di visitare il sito www.google.it/grants. In questo link è possibile fare richiesta di entrare in Google Grants, il programma di pubblicità gratuita per le ONLUS, e ottenere, se rispettati tutti i requisiti, una campagna pubblicitaria completamente gratuita

Scritto da: Google Italy Blog Team


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Dic 20

Les trompettes de la rennomée, di Georges Brassens, nella versiùn milanesa di Nanni Svampa: Tromboni della pubblicità. Buon ascolto!

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 20

fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 20

Alcuni utenti ci stanno chiedendo chiarimenti sul perché non compaiano immagini del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ferito nella recente vicenda di Milano, comparsa in tutte le cronache e ci teniamo a fornire una risposta chiara e pubblica.

Noi di Google diamo una grade importanza all’imparzialità dei nostri risultati di ricerca. Non censuriamo né rimuoviamo immagini a meno che non provengano da pagine web che violano le nostre linee guida per Webmaster, non ci venga imposto dalla legge o non venga espressamente richiesto dal webmaster responsabile della pagina che le ospita.

Aggiorniamo l’indice delle immagini regolarmente ma questa procedura richiede tempo, pertanto è possibile che immagini già comparse in articoli non siano immediatamente disponibili nei risultati della ricerca immagini su Google. Tuttavia, una volta che il motore di ricerca ha eseguito la scansione della pagine web, le immagini dovrebbero apparire.

D’altra parte, ricorderete tutti quanto accaduto di recente con le immagini di Michelle Obama a sfondo razzista (http://www.google.com/resultsinfo.html) e il fatto che non siano state rimosse dal nostro indice.

Aggiornamento 18/12/09
Come vi avevamo anticipato, l’indice di Google Ricerca Immagini è stato aggiornato e le immagini del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sono state indicizzate sia su google.it sia su google.com.
E’ sufficiente fare una ricerca per averne la prova.

Scritto da: Google Italy Blog Team

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 20

[...] vi parlo di monnezza, tanto per cominciare. Non di quella di Napoli, né di quella di Palermo, ma di quella che nell’oceano Pacifico copre una superficie pari a circa tre volte l’Italia. Si tratta di una vera e propria discarica galleggiante aggregata dal gioco delle correnti, in larghissima scala quel che accade negli angoli delle piscine poco curate. La cosa è di certo interesse, tanto che una giornalista americana free lance propone al New York Times un reportage. Il quotidiano si dice disponibile a pubblicarlo, ma non intende coprire le spese di viaggio, una voce consistente visto che l’area interessata si trova molto oltre l’arcipelago delle Hawaii. Lindsey Hoshaw, questo il nome della giornalista, non si perde d’animo e si rivolge a Spot.Us, un’organizzazione no profit che ha lo scopo di trovare i fondi per la realizzazione di reportage su argomenti inediti, di interesse generale, ma trascurati dai poli di informazione classici. In sostanza, sono i cittadini a sostenere i progetti da loro stessi proposti o dai reporter che hanno idee irrealizzabili senza il supporto pubblico. Come nel caso della pattumiera oceanica: la Hoshaw pubblica sul sito il suo progetto e inizia la colletta. Sulla base di una sorta di listino, viene stimato il costo per la realizzazione dell’articolo. I contributi, per inciso, sono di modica entità, normalmente pari a 20 dollari. Le regole stabiliscono che nessuno può donare somme superiori al 20% della somma prestabilita, ciò al fine di scongiurare il pericolo che soggetti spinti da interessi particolari esercitino pressioni sul giornalista. Da questa regola sono escluse solo le “news organizations”, cioè gli editori locali i quali, a fronte di coperture finanziare più corpose, che possono arrivare anche al 100%, acquisiscono diritti temporanei di esclusiva. Se invece la copertura è ottenuta solo con le sottoscrizioni dei cittadini, l’articolo che viene realizzato è ceduto liberamente per la pubblicazione a chiunque ne faccia richiesta. Il regolamento prevede ovviamente diverse fattispecie volte a tutelare i sottoscrittori per i loro contributi, i reporter per il loro impegno e le organizzazioni private che dei lavori giornalistici si avvalgono. Tra le varie possibilità previste da Spot.Us è da sottolineare quella per i cittadini di collaborare con i reporter nei casi in cui la mole di lavoro o la strategia operativa richiedano il contributo di più persone. Continua: Popolo! Cosa ti interessa davvero?, di Emanuele Costanzo, FotoCult, dicembre 2009.

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Dic 18

Corriere della Sera - 17 dicembre 2009

RACCOLTA DI FIRME DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANS FOR DARFUR

Stragi in Darfur: condanna
a morte per 6 bimbi-soldato

Arrestati con 150 ribelli. Il governo prima assicura che non li giustizierà, poi dice che alcuni sono maggiorenni

Hanno tra gli 11 e i 17 anni. Sei ra­gazzini sudanesi di etnia fur, strappa­ti a forza alla famiglia e costretti ad arruolarsi. Qualcuno finito nelle file dei ribelli del Darfur perché non sa­peva dove andare dopo che casa e ge­nitori se li era portati via la guerra. Ora, rinchiusi in cella, rischiano di essere giustiziati: arrestati dalle mili­zie governative insieme ad altri 150 guerriglieri dello Jem (il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza), so­no stati condannati a morte per aver partecipato lo scorso anno a un attac­co contro Omdurman, città gemella della capitale sudanese sull’altra riva del Nilo. Bambini violati due volte: prima obbligati a imbracciare il fuci­le e diventare strumenti di morte, poi costretti ad aspettarla, la morte, malgrado la tenera età.

Un bambino soldato in Sudan (foto Unicef)
Li ha incontrati il mese scorso Ra­dhika Coomaraswamy, Rappresen­tante speciale del Segretario Genera­le dell’Onu per i bambini nei conflit­ti armati, dopo la denuncia di diver­se organizzazioni per i diritti umani. Subito il governo di Khartoum si è precipitato a rassicurare la comunità internazionale e a far rientrare l’allar­me: «Non ci saranno esecuzioni di minorenni», in linea con quanto pre­scrive la legge sudanese, ha garanti­to il ministro della Giustizia alla stes­sa Coomaraswamy. Il verdetto è stato emesso da un tribunale speciale, presieduto da Hafez Ahmed Abdallah, che aveva già condannato a pene capitali un centinaio di espo­nenti del Jem ritenuti re­sponsabili dell’attacco del 10 maggio 2008. La senten­za per diventare esecutiva deve essere confermata dal­la massima autorità giudi­ziaria sudanese e controfir­mata dal presidente, il «ri­cercato » Omar al Bashir, rag­giunto da un mandato di cattu­ra internazionale proprio per i massacri del Darfur.

Le rassicurazioni del governo han­no sortito un certo effetto se anche un’organizzazione come l’Unicef, per bocca di Amber Henshaw, da Khar­toum, fa sapere al Corriere : «Stiamo lavorando perché il governo manten­ga le sue promesse su questi giova­ni». A stare meno tranquilla invece è la nostra Italians for Darfur, associa­zione italiana che si batte per i diritti umani in Sudan, promotrice nel 2006 del primo Global Day for Dar­fur : «Le notizie su questa vicenda so­no confuse, il governo sudanese ha cambiato più volte la sua versione — spiega la presidente Antonella Na­poli, autrice del libro-denuncia Volti e colori del Darfur —. In un primo momento aveva detto che i sei mino­ri non dovevano essere riconosciuti come tali perché avevano agito da adulti partecipando a un’azione di guerra, imbracciando e usando ar­mi. Successivamente invece ha di­chiarato che non lo erano anagraficamente». Almeno quattro dei sei giovani, dice ora Khartoum, hanno già compiuto 18 anni. E sarebbe­ro quindi giustiziabili.

A rendere poco chiara la situa­zione è anche la posizione del Jem che, accusato di reclutare minorenni tra le sue fila, nega che i bambini con­dannati siano suoi miliziani. «È ov­vio che se difendessero, anche in ma­niera informale, i sei ragazzini am­metterebbe di reclutare minori» pro­segue Napoli. Dal canto suo Khar­toum con questo processo ai ribelli vuole screditare proprio il Jem dimo­strando che usa dei bambini per combattere. In questo groviglio di in­teressi contrapposti, a farne le spese sono soprattutto i più piccoli: le sti­me sui bambini soldato in Darfur oscillano dai 1.500 (Unicef) ai 6 mila (Global Report della «Coalition to Stop the Use of Child Soldiers»). Per questo nella sua petizione online (2.700 le firme fino a ieri sera), Ita­lians for Darfurchiede sì al governo sudanese di sospendere la sentenza ma anche di approfondire le respon­sabilità del coinvolgimento di questi bambini in azioni di guerra. Durante la sua recente ricognizione in Sudan, la Rappresentante speciale dell’Onu Coomaraswamy ha dichiarato che nella lista di chi ha usato bambini soldato dal settembre 2008 al settem­bre 2009 ci sono oltre ai ribelli dello Jem e dello Spla, anche i janjaweed e le altre milizie sostenute dal gover­no.

Alessandra MugliaFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Dic 18

ITALIANS FOR DARFUR, SUDAN SOSPENDA ESECUZIONE 6 BAMBINI
Raccolte 2500 firme. Domani concerto di beneficenza al Teatro Albertino a Roma

(ANSA) - ROMA, 15 DIC - Un appello per chiedere la
sospensione definitiva delle condanna a morte di sei bambini di
etnia Fur accusati di far parte del Justice and Equality
Movement, uno dei movimenti ribelli piu’ importanti del Darfur,
e’ stato lanciato dalla ong Italians for Darfur.
Come appreso dal Sudan Tribune lo scorso novembre - si legge
in una nota - la sentenza non e’ ancora esecutiva, per questo
chiediamo che essa venga ufficialmente cancellata. Anche
Articolo 21 e altre associazioni hanno raccolto e rilanciato
l’iniziativa promossa da Italians for Darfur che continua a
denunciare la violazione dei diritti umani in Sudan.
I sei minori, di eta’ compresa tra gli 11 e i 16 anni, sono
accusati con altri 150 guerriglieri di aver partecipato
all’attacco del 2008 nella capitale sudanese che causo’ oltre
300 vittime.
Il tribunale di Khartoum ha emesso finora oltre 100 condanne
a morte, molte delle quali gia’ eseguite. Con questo appello -
si legge ancora nella nota - chiediamo al governo sudanese di
sospendere la sentenza ma anche di approfondire le
responsabilita’ del coinvolgimento di questi bambini in azioni
di guerra. Va accertato se il Jem, come purtroppo al momento
possiamo solo supporre, abbia impiegato bambini soldato
nell’attacco a Khartoum e se continui ad arruolare minorenni
sottraendoli con la forza alle loro famiglie, negandogli cosi’
di vivere l’infanzia e l’adolescenza che sono ad essi
dovute.
La petizione di Italians for Darfur ha gia’ raccolto 2500 firme,
mentre domani sera si terra’ un concerto di beneficenza al
Teatro Albertino a Roma per sostenere la campagna
dell’associazione al quale hanno aderito Luigi
Montagna, Pino Tossici, Claudio Crescentini, Echos, The
Bulldogs.(ANSA).

AMB
15-DIC-09 18:08 NNNNFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Dic 18

“fèffo è immio fanghe, veffato fevvoi e fettutti iemiffione vei feccafi, fafe feffo i emovia vi me”.

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Dic 18

«Sono qua tranquillo, bello paciarotto, non sono stato arrestato. Le agenzie di stampa sbagliano». Così l’assessore Prosperini ieri sera in diretta ad Antenna. Smentisce in diretta il suo arresto mentre in casa stanno arrivando i finanzieri per la notifica del provvedimento. (Guarda il video)

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Dic 18

Prosperini, esponente del Partito della libertà (Leggi mio vecchio articolo su questo blog), avrebbe ricevuto dal gruppo Profit una tangente da 230mila euro trovata dalla Guardia di Finanza di Milano su conti Ubs intestati a fiduciarie elvetiche e riconducibili a Prosperini. La mazzetta sarebbe stata stornata dalla campagna pubblicitaria 2008-2010 da 7,5 milioni di euro concepita per promuovere le bellezze della Lombardia in tivù. Quei soldi sono finiti tutti alle televisioni di Lagostena Bassi, che, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe “ringraziato” l´assessore regionale con un regalino in contanti. In cambio, Prosperini avrebbe avuto anche spazi televisivi adeguati per promuovere la propria immagine soprattutto in concomitanza con gli appuntamenti elettorali. La guardia di finanza ha anche acquisito documentazione e fatture precedenti, a partire dal 2003, e che potrebbero coinvolgere anche altre emittenti televisive, come Antenna Tre, Telelombardia e Telecity. Secondo l´accusa Prosperini avrebbe ricevuto prestazioni gratuite per 200mila euro da Teleombardia e Telecity. Da Radioreporter, invece, l´assessore avrebbe ottenuto 19 interviste per promuovere la propria immagine pubblica. L´arresto su ordinanza del giudice Andrea Ghinetti è avvenuto proprio mentre Prosperini era in collegamento telefonico con la trasmissione Forte e chiaro di Antenna Tre. (Leggi su Repubblica)

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Dic 18

Alcuni utenti ci stanno chiedendo chiarimenti sul perché non compaiano immagini del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ferito nella recente vicenda di Milano, comparsa in tutte le cronache e ci teniamo a fornire una risposta chiara e pubblica.

Noi di Google diamo una grade importanza all’imparzialità dei nostri risultati di ricerca. Non censuriamo né rimuoviamo immagini a meno che non provengano da pagine web che violano le nostre linee guida per Webmaster, non ci venga imposto dalla legge o non venga espressamente richiesto dal webmaster responsabile della pagina che le ospita.

Aggiorniamo l’indice delle immagini regolarmente ma questa procedura richiede tempo, pertanto è possibile che immagini già comparse in articoli non siano immediatamente disponibili nei risultati della ricerca immagini su Google. Tuttavia, una volta che il motore di ricerca ha eseguito la scansione della pagine web, le immagini dovrebbero apparire.

D’altra parte, ricorderete tutti quanto accaduto di recente con le immagini di Michelle Obama a sfondo razzista (http://www.google.com/resultsinfo.html) e il fatto che non siano state rimosse dal nostro indice.

Scritto da: Google Italy Blog Team

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Dic 16

Saccheggio ancora Luciano Bianciardi, dalla raccolta Chiese escatollo e nessuno raddoppiò Diario in pubblico 1952-1971, Baldini & Castoldi. L’articolo s’intitola I Quartari: ne copioincollo un pezzo:

(…)

Le attività terziarie sono oggi le meglio retribuite: così si spiega l’onda crescente e continua, dalle primarie alle secondarie (spopolamento della campagna) e da queste alle terziarie. Ma il flusso non pare che si fermi qui. Stiamo infatti assistendo al sorgere di attività nuove, mai finora esaminate scientificamente, e che noi chiameremo quartarie.Trattandosi di un’indagine completamente nuova, non è facile una definizione delle attività quartarie. Sarà quindi bene procedere empiricamente indicando alcune fra le più note e più fortunate professioni nuove.

Il posto d’onore toccherà alla professione del pubblicitario: costui non produce, non trasforma, non scambia, ma stimola, aiuta, consiglia. “Tecnico pubblicitario”, si legge infatti nell’ordinamento della scuola apposita, “è colui che è in grado di prestare la propria consulenza per la migliore riuscita di qualsiasi manifestazione pubblicitaria.” (La professione di chi insegna in detta scuola, di chi consiglia i futuri consulenti, di chi aiuta i futuri aiutatori e sollecita i sollecitatori dell’avvenire, potrebbe classificarsi quintaria, ma per il momento lasciamo correre).

Subito dopo ecco “l’industrial designer” (non si è ancora trovato un termine italiano che traduca con esattezza dall’americano) che fa da pronubo alle nozze fra industria e arte. Il “public relation man” (manca anche in questo caso l’equivalente italiano) teorizza invece le strette di mano e le pacche sulle spalle. C’è il tecnico dell’imballaggio, specialista nell’incartare alcunché, dalle caramelle alle locomotive. L’arredatore, il grafico e il vetrinista teorizzano anch’essi: rispettivamente casseruole, coperte e tende. A tutti e tre spetta ormai il titolo di “architetto” (e intanto non ci son case a sufficienza). Difficile dire se presti attività quartaria anche il regista di teatro. Ci sarebbero poi i ricercatori di mercato e i ricercatori motivazionali, ma sulla loro professione non abbiamo fino ad oggi sufficiente documentazione.

Tutte queste professioni hanno almeno due aspetti in comune. Uno esterno, ed è il linguaggio, incomprensibile ai profani. Sull’esempio sommo, forse, della chiesa cattolica, che non ha mai smesso il latino. Per esempio, nella lingua degli arredatori “piano d’appoggio” significa “tavolo”; mentre i “public relation men” dicono “follow up” per significare ”batti il ferro quando è caldo”.

Il gergo dà a queste professioni un alone misterioso, secondo una tecnica non ignota agli stregoni delle tribù primitive. L’altra caratteristica comune a suddette attività quartarie è questa: non esistevano dieci anni or sono e potrebbero cessar di esistere, senza danno per nessuno, tranne che per gli “architetti”, che rimarrebbero senza lavoro.

Come tutte le professioni, anche queste di tipo quartario sono difficili: bisogna imparare il gergo, farsi credere indispensabili e trovare qualcuno che lo creda. La fatica pare che non sia poca.

L’Avanti!, 19.5.1959

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Dic 16

Corriere della Sera
MOSTRA FOTOGRAFICA E PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONELLA NAPOLI
I volti e i colori del Darfur
Anniversario della Dichiarazione dei diritti umani, obiettivo sul genocidio in corso nell’area

MILANO - Nella giornata dedicata alla Dichiarazione dei diritti umani la Società Umanitaria ha organizzato la presentazione del libro «Volti e colori del Darfur» di Antonella Napoli, giornalista e presidente di «Italians for Darfur». Nell’occasione si animerà un dibattito sui diritti umani con Andrea Riscassi, giornalista Rai e portavoce dell’associazione ANNAVIVA (dedicata alla memoria di Anna Politkovskaja) e Liliana Cereda, responsabile coordinamento Africa Orientale di Amnesty International Italia.
Quella del Darfur – regione al confine tra Ciad e Sudan, dilaniata da un conflitto iniziato nel 2003 - è una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi decenni. Esemplare la scelta di questa tragedia, in una giornata simbolo, per richiamare l’attenzione sulla carta approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite il 10 dicembre 1948, con la quale gli stati firmatari si impegnano a tutelare i principali diritti fondamentali dei cittadini. «Il genocidio in Darfur è ancora in corso e deve essere fermato» ha dichiarato il procuratore Ocampo del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja che ha emesso il mandato di arresto per il presidente del Sudan Omar Assan Al Bashir. Le stime Onu parlano di un numero di vittime compreso tra le 200 e le 400mila e di oltre 2 milioni di sfollati. Tutto questo è avvenuto e continua ad avvenire nella quasi indifferenza dei media e di una parte consistente della comunità internazionale.
«Italians for Darfur», associazione italiana impegnata nella lotta per i diritti umani in Darfur, è nata per mobilitare l’opinione pubblica e per garantire una migliore conosenza del problema. «Volti e colori del Darfur» è un reportage fotografico con testimonianze raccolte ad Al Fasher, nel nord della regione del Sudan che ospita la maggior parte dei campi profughi.
Con la vendita di questo libro ‘Italians for Darfur’ sostiene il progetto dell’ospedale pediatrico di Emergency a Nyala, Sud Darfur.

10 dicembre 2009 Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Dic 16


GIUDA Geographical institute of unconventional drawing arts

dal 19 dicembre 2009 - 12 gennaio 2010
Galleria Miomao - Perugia

È ancora possibile oggi una rivista d’avanguardia? L’esperimento di Gianluca Costantini, che riunisce talentuosi giovani disegnatori e artisti storici della contestazione a fumetti, è una risposta provocatoria.
Giuda è un progetto collettivo, ma anche anonimo.
Giuda è un manifesto che non dichiara, ma che indica.
Giuda è una chiamata alle armi, ma per una guerra a colpi di immagini.
Giuda trasgredisce le parole e violenta le cose. Giuda denuda il vero falsificando il falso.
Giuda tradisce i luoghi comuni per alleanze indecifrabili.
Giuda è una dichiarazione d’amore per il fumetto: il fumetto come password della storia, come link all’immaginario globale, come chiave interpretativa assoluta del mondo visto e pensato.
Giuda è: un gruppo di straordinari disegnatori italiani e stranieri votati alla causa dell’arte sequenziale.
Giuda è: pubblicità inesistenti, ritratti di cimiteri, puzzle di uomini non illustri.
Giuda è: una sfida all’arte contemporanea.
Giuda è una mostra della Galleria Miomao: una mostra di disegni, di idee, di luoghi, di mappe.

Scarica il comunicato in formato PDF

Gli artisti
Oltre a Gianluca Costantini, ideatore e instancabile sperimentatore della nona arte, e al collettivo spagnolo El Cubri:
Armin Barducci (Bolzano, 1976) insegna da molti anni alla Scuola di Fumetto di Bolzano e in svariati corsi di Fumetto per bambini in Alto Adige. Cofondatore del Progetto Monipodio, collabora all’organizzazione del Festival Bolzano Comics.
Ciro Fanelli (Fossombrone, 1980), ha studiato cinema d’animazione all’Accademia di Urbino, dove vive e lavora.
Marco Lobietti (Ravenna, 1974) vive e lavora a Bologna. Si interessa di webdesign, fumetto e cartografia.
Rocco Lombardi (Formia, 1973), vive e lavora a Formia. È fumettista, illustratore e decoratore. È tra i coordinatori di Lamette, etichetta di fumetti autoprodotta.
Angelo Mennillo (Schweinfurt, 1982), vive e lavora a Bologna. Si occupa di progettazione multimediale, grafica ed illustrazione.
Robert Rebotti (Bergantino, 1975) vive a Correggio. È direttore creativo, graphic designer, illustratore.
Alice Socal (Mestre,1986) frequenta l´Accademia di Belle Arti di Bologna per poi trasferirsi ad Amburgo, dove attualmente studia illustrazione.

La mostra

Quando
19 dicembre 2009-12 gennaio 2010

Vernissage
sabato 19 dicembre, ore 18
saranno presenti tutti gli artisti

Dove
Galleria Miomao
Via Podiani, 19 – Perugia

Info e press
Cristina Maiocchi
Info@miomao.net
Tel. 347 7831708
Sito www.miomao.net

Per comprare la rivista: 10.00 euro (Spese di spedizione 3.00 euro) link

Il sito web: http://www.giudaedizioni.it

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Dic 16

Secondo tutte le banche dati disponibili, l’occupazione straniera in Italia è cresciuta costantemente, almeno fino al 2008 e in dieci anni risulta più che raddoppiata arrivando a più di due milioni di persone. L’occupazione italiana rimane invece sostanzialmente stabile. Inoltre, i lavoratori stranieri sono molto più giovani dei colleghi italiani: 31 anni in media. E in ogni caso, per legge, non possono ricevere la pensione o riscattare i contributi prima dei sessantacinque anni di età. Una dinamica demografica e contributiva da spiegare con chiarezza all’opinione pubblica. (Leggi)

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Dic 16

Causa aggiornamento del software di moderazione, i commenti non saranno disponibili per un breve periodo. Abbiate pazienza, vi scannerete più tardi :)

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Dic 16

MILANO - AGGRESSIONE A SILVIO BERLUSCONI DOPO IL COMIZIO DEL POPDopo il deplorevole gesto che il Signor Massimo Tartaglia ha fatto nei confronti le premier Silvio Berlusconi, cuasandogli un dolore non di poco conto. L’avvocato del Presidente del Consiglio, Niccolò Ghedini, sta valutando, insieme a Berlusconi, se sporgere denuncia o meno. Anche se l’aggressore è già condannabile per tentato omicidio, potrebbe rischiare gia una decina di anni vista lo spessore della persona colpita, ma essendo uno psicolabile, potrebbe essere rilasciato per infermità mentale. Secondo me il Presidente del Consiglio potrebbe valutare benissimo di non sporgere denuncia e quindi perdonare il Sig. Tartaglia, in questo modo guadagnerebbe dei consensi in più.

Ma se nel caso il nostro Premier volesse una pena esemplare per questo povero ragazzo, in modo che possa essere da lezione, che i giudici decidessero per la sua liberazione per infermità mentale. In tal caso il Berlusca definerebbe i giudici, ancora una volta, dei sporchi comunisti.

In ogni modo è molto probabile che Massimo Tartaglia venga rilasciato.

L’avvocato del premier e parlamentare del Pdl Niccolò Ghedini ha detto oggi che valuterà nei prossimi giorni con Silvio Berlusconi se presentare denuncia nei confronti dell’aggressore che ieri ha colpito al volto il presidente del Consiglio.

Via reuters

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Dic 16

Di Pietro a casa, Di Pietro non merita di essere rappresentante del popolo italiano, come il popolo italiano non deve essere additato di terrorismo e incivilità.

Quando e’ successo ieri ai danni del Presidente del Consiglio italiano non deve in alcun modo essere interpretato come atto politico, tanto meno attenuato o giustificato come tale. Un atto meramente delinquenziale, frutto di una follia mai curata o ancora fermente.

Il fatto accaduto puo’ essere ammorbidito dalle condizioni psichiche del reo, ma in alcun modo avallato come nelle parole del “poco” onorevole Di Pietro, questa volta caduto in un fallo ben più’ grave del suo insicuro italiano: un fallo da cartellino rosso.

Noi di trading italia ci uniamo alla solidarieta’ nei confronti del Presidente, non per politica ma per umanita’! E se in migliaia nei social network italiani hanno esultato all’attacco, temiamo che la situazione possa relamente considerarsi critica: ben più di un piccolo Duomo che sfascia un volto.

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Dic 16

Timothy Garton Ash risponde a uno degli argomenti più sciocchi avanzati dagli islamofobi, quello della reciprocità («I minareti e la sindrome svizzera», La Repubblica, 14 dicembre 2009, p. 31):
C’è chi ribatte che molti paesi islamici non consentono la costruzione di chiese cristiane. Perché allora i paesi europei dovrebbero permettere agli islamici di erigere minareti? È come dire beh, in America c’è la pena di morte, perché quindi in Italia non si condanna alla sedia elettrica Amanda Knox? Oppure: in Arabia Saudita lapidano le adultere, perché noi non dovremmo torturare gli arabi? In molti paesi a maggioranza musulmana è diffusa l’intolleranza verso i cristiani, gli ebrei ed altri gruppi religiosi (Bahai, Ahmadiyya ecc.) e, non da ultimo, verso gli atei, ma le nostre critiche a tale intolleranza sono credibili solo se in patria mettiamo in pratica i principi universali che predichiamo all’estero. Come disse un tempo qualcuno: fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Considerazioni ovvie, ma a questo siamo costretti: a ripetere l’ovvio.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 16

Il volantino riprodotto qui sopra (tratto da: Clara Gallini, Il ritorno delle croci, Roma, Manifestolibri, 2009, p. 71) è stato stampato nel 1926, in occasione della ricollocazione della croce (pesante cinque quintali!) nel Colosseo, e mostra Mussolini mentre saluta romanamente il crocifisso. Il testo recita:
LA CROCE che i passati Governi bandirono dalle scuole e dagli ospedali, togliendo così ai nostri Figli il culto della fede e ai morenti l’ultimo conforto fu per volere del DUCE ricollocata nelle aule e nelle doloranti corsie ed è oggi trionfalmente riportata nel Colosseo di dove cinquantaquattro anni or sono era stata rimossa. La domenica VII Novembre MCMXXVI una devota moltitudine di popolo si [parola incomprensibile] nel vetusto anfiteatro per rendere grazie alla CROCE che aveva pochi giorni avanti salvata all’Italia la preziosa esistenza del DUCE invitto. Un pio sacerdote, dopo il solenne Te Deum, pronunciava fra la più intensa commozione del popolo nobili e sante e patriottiche parole, così concludendo: LA CROCE CHE IL NOSTRO DUCE ONORA ED ESALTA È QUELLA CHE LO PROTEGGE. Il testo allude al fallito attentato a Mussolini eseguito il 31 ottobre di quell’anno dall’anarchico quindicenne Anteo Zamboni, linciato immediatamente dopo il fatto dai fascisti. Si trattava del quarto tentativo fallito in un anno, e il regime ne approfittò per inasprire la dittatura.
Interessante l’accenno del volantino al fatto che i crocifissi erano stati in precedenza rimossi da aule ed ospedali, contrariamente alla vulgata che circola attualmente, interessata (per ovvi motivi) a mettere il rilievo la continuità di quella presenza.

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Dic 16

Il commento di Rosy Bindi mi fa pensare alla triste storiella della gonna come attenuante per uno stupro. Insomma te la sei cercata.
Bindi dimostra coraggio solo in modi inopportuni.

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Dic 16

Bacio le mani
Le Usl Venete hanno deciso di assumere 96 preti come assistenti spirituali per un esborso annuo di oltre 2 milioni di euro.
Saranno assunti a tempo indeterminato, su indicazione dei vescovi e parificati nel trattamento agli infermieri professionali laureati (categoria D).
Nelle Usl venete ci sono circa 500 precari tra medici, infermieri e tecnici.
Noi pensiamo che l’assistenza spirituale ai malati dovrebbe essere un atto di carità secondo l’insegnamento evangelico e non una professione.
Noi pensiamo che i 2 milioni di euro dovrebbero essere spesi per medici, infermieri e tecnici che servono negli ospedali per accorciare le liste d’attesa e curare i malati.
Noi pensiamo che la Chiesa Cattolica abbia notevoli risorse economiche, anche dall’8 per mille, per pagare, se non trova preti che lo facciano per missione, gli assistenti spirituali.

Per questo i sottoscritti cittadini chiedono che la Regione receda dall’accordo in oggetto.

Per firmare la petizione vai su www.atalmi.it
La risposta della conferenza dei vescovi.

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Dic 16

Considerazioni estremamente condivisibili (e molto eloquenti) in margine al caso di Rom Houben, l’uomo belga vittima di un incidente 23 anni fa e rimasto da allora paralizzato e incapace di comunicare con il mondo esterno (Ann Neumann, «Why The Case of Rom Houben Resonates», Otherspoon, 5 dicembre 2009):
Ieri ho ricordato al mio rappresentante fiduciario per le decisioni sui trattamenti sanitari il luogo in cui conservo le mie direttive anticipate. Prego – sì, lo faccio anch’io – che se dovessi rimanere vittima di un incidente d’auto, come lo è stato Houben tanti anni fa, io possa essere sottratta ad ogni sostegno vitale artificiale. Non mantenuta in vita per essere accudita dalla mia famiglia e dai miei amici, non rinchiusa artificialmente in un corpo deforme, in isolamento per 23 anni, non catechizzata dai medici o dalla Chiesa o dallo Stato sul modo in cui dovrei vivere.
Questa non è una dimostrazione dei miei «pregiudizi sulla qualità della vita», non è depressione o odio di sé, non è discriminazione nei confronti di Houben o di altri membri disabili della società, non è adesione alla «cultura della morte», o negazione dell’onnipotenza divina, o compiacenza per l’allontanamento della medicina dal modello ippocratico (una colossale sciocchezza); non è paura di essere un peso o paura che un’infermiera mi pulisca il culo, non è nulla di ciò che quelli che lavorano per imporre la propria virtuosa pietà sui malati chiamano «disprezzo della vita». È un mio diritto morale. E non amo per questo di meno la vita, ogni vita.

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Dic 14



Saccheggio ancora Luciano Bianciardi, dalla raccolta Chiese escatollo e nessuno raddoppiò Diario in pubblico 1952-1971, Baldini & Castoldi. L’articolo s’intitola I Quartari: ne copioincollo un pezzo:

(…)

Le attività terziarie sono oggi le meglio retribuite: così si spiega l’onda crescente e continua, dalle primarie alle secondarie (spopolamento della campagna) e da queste alle terziarie. Ma il flusso non pare che si fermi qui. Stiamo infatti assistendo al sorgere di attività nuove, mai finora esaminate scientificamente, e che noi chiameremo quartarie.Trattandosi di un’indagine completamente nuova, non è facile una definizione delle attività quartarie. Sarà quindi bene procedere empiricamente indicando alcune fra le più note e più fortunate professioni nuove.

Il posto d’onore toccherà alla professione del pubblicitario: costui non produce, non trasforma, non scambia, ma stimola, aiuta, consiglia. “Tecnico pubblicitario”, si legge infatti nell’ordinamento della scuola apposita, “è colui che è in grado di prestare la propria consulenza per la migliore riuscita di qualsiasi manifestazione pubblicitaria.” (La professione di chi insegna in detta scuola, di chi consiglia i futuri consulenti, di chi aiuta i futuri aiutatori e sollecita i sollecitatori dell’avvenire, potrebbe classificarsi quintaria, ma per il momento lasciamo correre).

Subito dopo ecco “l’industrial designer” (non si è ancora trovato un termine italiano che traduca con esattezza dall’americano) che fa da pronubo alle nozze fra industria e arte. Il “public relation man” (manca anche in questo caso l’equivalente italiano) teorizza invece le strette di mano e le pacche sulle spalle. C’è il tecnico dell’imballaggio, specialista nell’incartare alcunché, dalle caramelle alle locomotive. L’arredatore, il grafico e il vetrinista teorizzano anch’essi: rispettivamente casseruole, coperte e tende. A tutti e tre spetta ormai il titolo di “architetto” (e intanto non ci son case a sufficienza). Difficile dire se presti attività quartaria anche il regista di teatro. Ci sarebbero poi i ricercatori di mercato e i ricercatori motivazionali, ma sulla loro professione non abbiamo fino ad oggi sufficiente documentazione.

Tutte queste professioni hanno almeno due aspetti in comune. Uno esterno, ed è il linguaggio, incomprensibile ai profani. Sull’esempio sommo, forse, della chiesa cattolica, che non ha mai smesso il latino. Per esempio, nella lingua degli arredatori “piano d’appoggio” significa “tavolo”; mentre i “public relation men” dicono “follow up” per significare ”batti il ferro quando è caldo”.

Il gergo dà a queste professioni un alone misterioso, secondo una tecnica non ignota agli stregoni delle tribù primitive. L’altra caratteristica comune a suddette attività quartarie è questa: non esistevano dieci anni or sono e potrebbero cessar di esistere, senza danno per nessuno, tranne che per gli “architetti”, che rimarrebbero senza lavoro.

Come tutte le professioni, anche queste di tipo quartario sono difficili: bisogna imparare il gergo, farsi credere indispensabili e trovare qualcuno che lo creda. La fatica pare che non sia poca.

L’Avanti!, 19.5.1959

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Dic 14

di Pap khouma, Repubblica

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell’aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede.

Ricordo un’occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d’identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. “Mi ha dato la sua carta d’identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?”. “Come hai fatto ad avere la carta d’identità, se non hai un permesso di soggiorno… ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l’italiano?”. “Non ho il permesso di soggiorno”, mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato “cittadino italiano” ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c’è scritto sul documento?”, suggerii. Attimo di sorpresa ma…. finalmente mi diedero del lei. “Lei è cittadino italiano? Perché non l’ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario…”. L’obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: “Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano”. Oppure, con un sorriso: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario”.

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell’auto. D’istinto ho risposto: “Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri”. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un’altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E’ scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all’ora di punta. Un’altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: “Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina”. “Non è un ladro, è il mio compagno”, si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All’inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell’atrio: “Buongiorno!” o “Buona sera!”. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: “Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!”. “Chi ti ha fatto entrare?”.

Nel settembre di quest’anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l’arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l’altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: “Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla… maleducato”. Facevo notare all’anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: “Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra… feccia del mondo. La pagherete prima o poi”.

Qualche settimana fa all’aeroporto di Linate sono entrato in un’edicola per comprare un giornale. C’era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un’altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l’uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: “Quell’uomo di colore ha pagato il giornale?”. La cassiera ha risposto urlando: “Sì l’uomo di colore ha pagato!”. Tornato indietro gli dico: “Non c’é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo”. “Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?”. Cercava di intimidirmi. “Un razzista!” gli dico. “Sì, sono un razzista. Stia molto attento!”. “Lei è un cretino”, ho replicato.

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di “pregiudizi al contrario”, spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una “formula” fissa ma molto efficace: “Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni…”.

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un “extracomunitario” nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: “Questo extracomunitario si comporta da prepotente!”. Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l’impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. “Noi non siamo abituati!”, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E’ un alibi che non regge più dopo trent’anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

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Dic 12

Pagan Amum, Segretario Generale del Sudan People Liberation Movement, il movimento per l’autonomia del Sud Sudan, e numerosi altri esponenti dell’opposizione, sono stati arrestati lunedì scorso a Omdurman, nel corso di una manifestazione indetta per richiedere l’implementazione del CPA firmato nel lontano Gennaio 2005 e nuove leggi di transizione alla democrazia, come premessa irrinunciabile alle elezioni del prossimo aprile in tutto il Paese.Scontri e manifestazioni in favore del leader dello SPLM e della libertà di espressione si registrano in molte delle principali città del Sud Sudan.Minni Minnawi e Abdel Wahid al Nour non escludono possibile alleanza politica con lo SPLM per le prossime elezioni.
(Foto: Sudan Tribune)Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Dic 12


THE THEORY OF REALITIVITY

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Dic 12

di Edoardo Caprino, FareFuturo Magazine*

“Dio ci scampi dai convertiti!”. Una frase tranchant, non vi è dubbio, che spesso si è sentita pronunciare anche da uomini di Chiesa. Altrettanto spesso in questo periodo di “epiche” e “cavalleresche” battaglie ingaggiate a difesa del cristianesimo e quindi della civiltà occidentale, abbiamo visto assommarsi un battaglione a dir poco assortito. Le proposte stravaganti hanno preso il sopravvento. Una per tutte il nuovo simbolo del Movimento** guidato da Magdi Cristiano Allam disegnato per l’occasione da Giorgio Forattini (il celebre vignettista poteva impegnarsi un poco di più se il risultato è quello presentato dall’ex vicedirettore ad personam del Corrierone): un tricolore con al centro un crocifisso di colore giallo***.


Proposta del celebre Magdi: modificare la bandiera italiana inserendo la croce quale simbolo d’identità della Nazione. Come alleato - che può rivendicare la primogenitura della Riforma – l’ex ministro leghista Roberto Castelli. Sorge il dubbio se un ex ministro della Giustizia, quale il Castelli è, ignori che la modifica dei colori (e dei componenti) della bandiera nazionale richiede una modifica costituzionale. Il dubbio sorge inoltre se egli è consapevole che l’articolo in questione è il 12 il quale appartiene ai principi fondamentali e per questo – per prassi e tradizione – immodificabili.

Da quando Magdi Allam si è fatto Cristiano – nel corso di una cerimonia che certo non poteva passare inosservata quale è la Veglia di Pasqua – nell’anno 2008 abbiamo potuto notare come il neoapostolo della fede in Cristo non abbia mancato occasione per strigliare, bacchettare, richiamare all’ordine, fedeli, preti e ecclesiastici poco pronti a vivere appieno il Verbo della Fede e peggio ancora a difenderlo con le unghie e con i denti contro il nemico che, a seconda delle occasioni poteva essere la deriva islamica del continente, il relativismo, e compagnia cantando.

Non contento ha fondato un movimento politico – sempre per la difesa dell’identità cristiana – e grazie all’alleanza con l’Udc egli ora siede al Parlamento Europeo. Ne sono seguiti libri, articoli, discorsi tutti tesi a richiamare alla Vera Fede da lui da poco scoperta sino a giungere alla proposta dell’introduzione della Croce nella bandiera. Ma di tutto si ha bisogno in questi tempi meno che di slogan, boutade, esche cui spesso abboccano anche eminenti ecclesiastici, movimenti e realtà varie di area cattolica pronte a esaltare ora l’ateo devoto, ora il neoconvertito che richiama alla Fede da lui da poco scoperta.

Queste mosse non aiutano la Chiesa nel suo dialogo con la società di oggi. Vi è sempre da dover osservare con una certa attenzione a proclami, gesti, richiami di chi può essere in alcuni casi più realista del re. Suona un poco inaccettabile farsi fare la predica da chi appare apologeta à la page, pronto a innamorarsi non della fede cristiana – per intero – , ma delle forme esteriori, dei simboli, delle vuote tradizioni. Di tutto ha bisogno la Chiesa, meno che di vuoti simboli. Di testimoni, di silenziosi ma operosi testimoni alla maniera indicata da Paolo VI, di quelli sì. In ogni momento. Sono queste figure che con il loro agire quotidiano rendono possibile e reale il cristianesimo. La croce in sé stessa, è un simbolo come tanti altri. Provocatoriamente parlando, non è importante la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici se quel simbolo non è veramente vissuto. Non solo rispettato a parole e al contempo blandito come arma contro i “nemici” . Se così fosse sarebbe meglio rimuoverlo. Sono più importanti i crocifissi in carne e ossa, quei silenziosi cirenei che senza gesti plateali rendono ogni giorno quel messaggio vivo. Nessuno è escluso, neanche i politici che in maniera più o meno ingenua si ergono come neo difensor fidei.

* La Fondazione Fare Futuro è vicina al Presidente Fini.
** Il Movimento ha cambiato nome: da “Protagonisti per l’Europa Cristiana”, è diventato - se possibile - ancora più comico: “Io Amo l’Italia”.
*** Memorabile il commento de Il Giornale: “La bandiera nazionale disegnata da Forattini? Non male come umorismo”.

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Dic 12

Ciao a tutti!
vi informiamo che mercoledì 16 Dicembre 2009 dalle 18.00 alle 19.00, il Search Quality Team di Google incontrerà in “Live chat” i webmaster italiani.


L’evento è gratuito e aperto a tutti previa iscrizione e ha come tema portante “Google, i link e la performance del tuo sito”: parleremo quindi di link a pagamento, schemi di link, delle violazioni delle linee guida e della performance dei siti all’interno di Google.

Come già per la prima Live Chat, che si è svolta a giugno 2009, la prima mezz’ora sarà dedicata alle nostre presentazioni sul tema dei link, mentre la seconda parte sarà incentrata sulle vostre domande.
Come sempre, cercheremo di rispondere a quante più domande possibili nei 30 minuti a disposizione. Se alcune delle vostre domande rimarranno senza risposta, potrete postarle nel Forum di Assistenza Webmaster in un’apposita pagina che vi verrà comunicata durante la Live Chat.

Potete registrarvi seguendo le istruzioni presenti in questa pagina.


Scritto da: Search Quality Team


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Dic 12

Una notizia che speriamo renda felici tutti gli amanti di Macintosh e Linux : Google Chrome è ora disponibile anche per i vostri sistemi operativi.
Era settembre 2008 quando abbiamo lanciato la versione per Windows del browser, in risposta al cambiamento portato da Internet. In che senso? Sul web oggi possiamo fare cose un tempo difficili da immaginare: gestire operazioni bancarie, interagire con altre persone, accedere a strumenti multimediali sempre più sofisticati. Tuttavia i browser, così come li conoscevamo, non sempre hanno seguito lo stesso percorso innovativo di Internet. Da qui l’idea di Google Chrome.
A partire dal lancio di Chrome, 40 milioni di persone nel mondo hanno deciso di utilizzarlo e le ragioni possono essere riassunte nei tre punti di forza che contraddistinguono questo browser:

  • velocità - Google Chrome è stato sviluppato per avviarsi e aprire applicazioni web in modo estremamente veloce. Vogliamo che siate in grado di percepire la velocità di navigazione online.
  • semplicità - disegnato in linea con la homepage di Google, semplice e di utilizzo immediato
  • sicurezza - dal momento che tutti i programmi di Google Chrome funzionano online, abbiamo fatto in modo che ciascuna finestra del browser utilizzi una propria sandbox. Questo rende molto più difficile a virus e malware inserirsi nel vostro PC.

Ora anche chi utilizza i sistemi Macintosh e Linux potrà provare personalmente il browser. per scaricarlo basta accedere alla pagina www.google.it/chrome.
Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager

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Dic 12

Dai che il prossimo ddl magari includerà anche i *bras.

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Dic 12


Andare dal dentista non piace quasi a nessuno. A renderlo ancora più sgradevole ci si mette spesso il costo dell’intervento, che per alcuni non è assolutamente sostenibile.
Negli Stati Uniti 85 milioni di persone non hanno l’assicurazione per le cure odontoiatriche e non possono permettersele. Il New York Times racconta la storia di Michael Bettis: gli mancano molti denti e il costo per rimetterli si aggira tra i 7.000 e i 15.000 dollari.
Michael racconta che la gente lo considerava ombroso e scontroso, ma che in realtà lui non sorrideva perché non aveva i denti e temeva che gli altri se ne accorgessero. Michael trova un modo per farsi curare: scopre la Remote Area Medical (RAM), una organizzazione medica di volontari che offrono cure mediche, odontoiatriche e veterinarie e assistenza di vario genere a persone e animali.
La RAM si è presa cura di migliaia e migliaia di individui dal 1985, anno della sua fondazione, raggiungendo luoghi sperduti e lontanissimi da ospedali. Lo stesso fondatore, Stan Brock, è cresciuto nel cuore della foresta amazzonica, a circa 25 giorni di marcia da un ospedale, ed è sopravvissuto alla malaria, agli attacchi di animali e ad altre disavventure. Ma quelli meno fortunati di lui sono morti perché non avevano modo di raggiungere un medico. Una delle idee fondanti della RAM è portare i medici e le cure nei luoghi più inaccessibili e alle persone che non potrebbero permettersi nemmeno di provare a sopravvivere.

DNews, 11 dicembre 2009

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Dic 12

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Dic 10

Ultimamente si discute molto del “futuro dell’informazione”: le notizie online diventeranno a pagamento? In che modo gli editori potranno sostituire fonti di guadagno come la piccola pubblicità? Come potrà sopravvivere un giornalismo serio e responsabile? E, cosa ancor più importante, le notizie avranno un futuro nell’era digitale? Queste sono domande che ci interessano in modo particolare e stiamo sperimentando possibili soluzioni. Ciò che viene spesso tralasciato in queste discussioni sono la natura degli articoli stessi e la modalità di lettura delle notizie online. Riteniamo sia importante capire come gli editori possano trarre vantaggio dal Web per raccontare storie in modi nuovi, modi che semplicemente non sarebbero possibili se non online.Tuttavia, anche se sappiamo bene come le informazioni vengono fruite sul Web, non siamo giornalisti e non creiamo contenuti. Per questo motivo, negli ultimi mesi ci siamo confrontati con un gran numero di esperti per sviluppare il concetto di ciò che noi e altri del settore definiamo “living story“. Oggi in Google Labs mostriamo parte del lavoro svolto in collaborazione con due organizzazioni di livello mondiale: il New York Times e il Washington Post. Il risultato di questo esperimento è il prototipo Living Stories, che offre nuove modalità per interagire con l’informazione di qualità a cui i giornalisti di questi quotidiani ci hanno abituato. Siamo impazienti di imparare da questo esperimento e speriamo in futuro di poter rendere disponibili questi strumenti agli editori che vorranno utilizzarli.L’idea da cui nascono le Living Stories è quella di sperimentare un nuovo modo di presentare le notizie online. Gli editori producono una grande quantità di contenuti che tutti noi riteniamo importanti; l’accesso a queste informazioni dovrebbe sfruttare tutte le potenzialità del mezzo internet. Un tipico articolo di quotidiano inizia con le notizie più importanti ed interessanti e continua poi con informazioni di minore importanza. Allo stato attuale, molte informazioni sono ripetute in ogni nuovo articolo pubblicato online e ciascun viene presentato a tutti, indipendentemente dal fatto che sia già stato letto o meno dal singolo utente. Le Living Stories, invece, propongono un approccio differente, che valorizza alcuni vantaggi distintivi del mezzo online. Le notizie sono raccolte in una singola pagina dinamica, pubblicata con una URL unica. Le Living Stories organizzano le informazioni in base agli sviluppi della storia e richiamano l’attenzione sulle modifiche apportate dopo l’ultima visualizzazione da parte del lettore, in modo che sia più facile individuare le nuove informazioni. Tramite un breve riepilogo dell’intera storia e regolari aggiornamenti, tentano di trovare un equilibrio tra una visione “panoramica” e informazioni approfondite e contestualizzate. Questo progetto ha avuto origine dalle conversazioni tra i manager delle tre aziende. Noi abbiamo condiviso una visione di come, a nostro parere, è possibile utilizzare il Web per una narrazione più efficace, mentre il Times e il Washington Post ci hanno messo a disposizione la loro enorme esperienza giornalistica. Le Living Stories hanno iniziato a prendere forma durante l’estate, dopo che i nostri ingegneri e il team che si occupa dello sviluppo dell’interfaccia utente hanno lavorato all’interno delle redazioni dei due quotidiani. Noi mettiamo a disposizione la piattaforma tecnologica, mentre i giornalisti del Times e del Washington Post si occupano della stesura e della redazione degli articoli; la collaborazione per rendere l’interfaccia utente adeguata alla loro linea editoriale è continua. Nei prossimi mesi affineremo le Living Stories in base ai vostri commenti. Stiamo anche cercando di sviluppare strumenti gratuiti per consentire agli editori di creare autonomamente pagine di questo tipo, o almeno alcune delle loro funzioni. Se sei un lettore, ci piacerebbe conoscere la tua opinione. Se sei un editore, inviaci i tuoi commenti sul format delle Living Stories. Inoltre, se decidi di implementarle sul tuo sito, ci piacerebbe che ce lo comunicassi. E infine, ci auguriamo che questa collaborazione dia avvio a un proficuo dibattito e incoraggi l’innovazione nel modo in cui le persone interagiscono con le notizie online.
Scritto da: Neha Singh, software engineer, e Josh Cohen, senior business product manager


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Dic 10

Sono state scritte qualche anno fa (l’autore è Edwin Evans), ma non sembrano aver goduto di molta fortuna. Forse perché fanno sì sorridere, ma è un sorriso un poco amaro…

  1. Un robot deve essere costruito in modo da soffrire dolore fisico e psichico.
  2. Un robot deve essere capace in qualsiasi momento di trasformarsi in un robot malvagio, soprattutto se ciò favorisce la prima legge.
  3. A un robot non deve essere fornita nessuna informazione sul suo creatore se non tramite oscuri manoscritti creati da altri robot, soprattutto se ciò favorisce la prima o la seconda legge.

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Dic 08

Potete scaricare il documento pdf da Feed/Razorfish.
Buona meditazione!

FEED: The Razorfish Digital Brand Experience Report 2009View more documents from Razorfish Marketing.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 08

FIRMA L’APPELLO
Un appello per chiedere la sospensione definitiva delle condanna a morte di sei bambini di etnia Fur accusati di far parte del Justice and Equality Movement, uno dei movimenti ribelli più importanti del Darfur. Come appreso dal Sudan Tribune lo scorso novembre, la sentenza non è ancora esecutiva, per questo chiediamo che essa venga ufficialmente cancellata.Anche Articolo 21 e altre associazioni hanno raccolto e rilanciato l’iniziativa promossa da ‘Italians for Darfur’ che continua a denunciare la violazione dei diritti umani in Sudan.I sei minori, di età compresa tra gli 11 e i 16 anni, sono accusati con altri 150 guerriglieri di aver partecipato all’attacco del 2008 nella capitale sudanese che causò oltre 300 vittime.Il tribunale di Khartoum ha emesso finora oltre 100 condanne a morte, molte delle quali già eseguite.Con questo appello chiediamo al Governo sudanese di sospendere la sentenza ma anche di approfondire le responsabilità del coinvolgimento di questi bambini in azioni di guerra.Va accertato se il Jem, come purtroppo al momento possiamo solo supporre, abbia impiegato bambini soldato nell’attacco a Khartoum e se continui ad arruolare minorenni sottraendoli con la forza alle loro famiglie, negandogli così di vivere l’infanzia e l’adolescenza che gli sono dovute.
FIRMA L’APPELLO
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Dic 06

Fonte ads of the world.

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Dic 06



Da vedere The evolution of Nike advertising, in union room.

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Dic 06

DARFUR: UCCISI DUE PEACEKEEPER RUANDESI DI UNAMID

Due peacekeeper ruandesi della missione Unamid congiunta Onu-Ua sono stati uccisi in Darfur, nelSudan occidentale. Lo ha reso noto il portavoce della missione, Kemal Saiki, aggiungendo finora solo 19 i peacekeeper uccisi in Darfur dal gennaio del 2008. La martoriata regione occidentale sudanese e’ teatro dal 2003 di un sanguinoso conflitto che finora ha causato 300.000 morti e oltre 2,7 milioni di sfollati. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Dic 06

Approvato in Senato un ordine del giorno per sostenere la missione in Darfurmentre cambia il comando di Unamid. Dal 1° gennaio arriva Gambari

Dopo la soddisfazione per l’approvazione al Senato dell’ordine del giorno promosso dalla nostra associazione e portato in aula dal senatore Pietro Marcenaro, che impegna il Governo a supportare la missione di pace in Darfur, accogliamo con ottimismo la notizia della nomina di Ibrahim Gambari a comandante della forza congiunta Onu-Unione africana che prenderà il posto, dal primo gennaio 2010, del dimissionario Rodolphe Adada.
L’ex inviato speciale in Myanmar si appresta ad affrontare un incarico per nulla semplice, soprattutto a fronte delle nuove tensioni e gli scontri nell’area, affatto pacificata come sostenuto dal comandante uscente.
La speranza é che Gambari sia in grado di ridare slancio ed efficacia alla forza di peacekeeping che finora non è stata posta nelle condizioni di svolgere appieno il proprio mandato, sia per carenze strutturali sia per l’ostruzionismo messo in atto dal Governo sudanese come denunciato recentemente dal segretario generale dell’Onu Ban ki Moon.
Augurandoci che Gambari riesca a fare meglio di Adada, secondo il quale la guerra in Darfur era finita e per questo aveva catalizzato su di sé non poche critiche degli osservatori e degli operatori umanitari nella regione e di gran parte della Comunità internazionale, Italians for Darfur continuera a denunciare le violazioni dei diritti umani in Sudan e il mancato rispetto degli impegni assunti gal nostro e da altri governi nei confronti del Darfur.

Antonella Napoli

Presidente di Italians for Darfur

***

Di seguito il testo integrale dell’ordine del giorno approvato il 2 dicembre 2009:

G102 (testo 2)

MARCENARO, SCANU

Non posto in votazione perché accolto dal Governo.

Il Senato, premesso che:

dal febbraio 2003 nella regione del Darfur, nel nord-ovest del Sudan, gruppi ribelli nati in difesa degli interessi delle comunità locali e milizie arabe si scontrano per il controllo del territorio;

le milizie «Janjaweed», spesso sostenute da bombardamenti aerei
con il coinvolgimento di mezzi militari sudanesi, hanno
terrorizzato la popolazione del Darfur devastandone i
villaggi e seminando morte;

la crisi umanitaria che ne è scaturita è tra le più vaste in
corso nel mondo e stime ONU parlano di un numero di vittime
compreso tra le 200 e le 300 mila e di oltre 2 milioni e 800mila sfollati;

nel luglio del 2007 è stata approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione n. 1769 sulla situazione nella regione del Darfur, con la quale si disponeva l’invio di una forza di peacekeeping UNAMID (United Nations/African Union Mission in Darfur), pari a 26.000 caschi blu, con il compito principale di proteggere la popolazione locale;

ad oggi l’UNAMID è dispiegata solo al 75% e non è adeguatamente
attrezzata, in particolare, mancano 18 elicotteri di
medio carico per il trasporto rapido dei caschi blu, senza i quali la forza
internazionale di pace potrebbe risultare inefficace perché non in
grado di proteggere i civili e gli stessi peacekeeper in un’area vasta quattro
volte l’Italia;

l’Italia aveva previsto e stanziato 6 milioni di euro per inviare due velivoli e personale militare a supporto della
fase finale del dispiegamento della missione;

impegna il Governo a dare seguito all’impegno assunto di fornire
trasporto aereo strategico alla missione UNAMID.

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Dic 06

Affittasi appartamento, “no animali, no stranieri”. Bar in centro cerca cameriere, “astenersi extracomunitari”. Affitto bilocale in zona Sarpi, “solo italiani, no cinesi”. Gli annunci come questi, relativi all’area milanese, su Internet sono centinaia. A pubblicarli sono i maggiori portali di compravendita immobiliare e di offerte di lavoro, da Subito.it a Secondamano. Inserzioni fatte da aziende, proprietari di casa e agenzie. “Simili inserzioni, fino a qualche mese fa, non esistevano quasi — dice Maurizio Crippa, responsabile dell’orientamento al lavoro della Cgil milanese — ora ne compaiono a decine ogni giorno“. Crippa, che costantemente scandaglia la rete in cerca di annunci, fornisce una spiegazione del fenomeno, semplice quanto brutale: “Nel montante clima di odio per gli stranieri, il razzismo sembra non avere più bisogno di nascondersi“. Per quanto riguarda le offerte di lavoro, c’è poi l’influenza della crisi, “che spinge molti a privilegiare gli italiani nelle sempre più rare assunzioni”. E così tornano sul web, questa volta contro gli immigrati, quei cartelli che nella Milano anni Sessanta avvisavano che “non si affitta ai meridionali”. O che in periodi più tristi della Storia vietavano l’ingresso nei negozi “ai cani e agli ebrei”. La febbre dell’esclusione dello straniero a Milano è un contagio trasversale. C’è il centralissimo caffè a due passi dal Policlinico, che sul portale Kijiji cerca “barista di bella presenza, max 22 anni, no straniero” e l’agenzia immobiliare di Trezzano sul Naviglio che negli annunci di affitto alterna le formule “no animali, no stranieri” e “no animali, solo italiani”. La casa editrice pronta ad assumere magazzinieri “solo italiani” e il proprietario di una mansarda vicino al Politecnico che non vuole inquilini “extracomunitari”.

Per la segnalazione di simili casi di discriminazione, in città è attivo uno sportello delle Acli convenzionato con l’Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni raziali (Unar) della presidenza del consiglio dei ministri. L’avvocato Fiorella Landro, responsabile del servizio legale, spiega: “Nonostante il proliferare di questi annunci, le denunce sono poche, segno che gli stranieri hanno paura a esporsi. Dovrebbero essere gli italiani a chiamare”. Al numero verde nazionale dell’Unar, nell’ultimo anno le presunte discriminazioni “su base razziale” segnalate sono 800, in 320 casi sfociate in procedimenti legali. “Nel 24 per cento dei casi si tratta di discriminazioni nell’accesso al lavoro — dice Pietro Vulpiani, antropologo e tecnico dell’Unar — Nel 16 per cento, il problema per lo straniero è proprio trovare casa“. Per Dario Guazzoni, presidente dell’associazione milanese degli amministratori di condominio Anaci, “l’ostilità nei confronti degli stranieri è irrazionale, visto che la conflittualità fra condòmini non aumenta con la presenza degli extracomunitari. E anche nella puntualità sui pagamenti dell’affitto, gli stranieri sono mediamente più ligi degli italiani. Il problema è culturale”. Per quanto riguarda l’esplicita esclusione degli stranieri negli annunci di lavoro, invece, il razzismo spesso nasconde un calcolo economico. Per Crippa, “scrivendo “solo italiani”, il datore lancia un messaggio allo straniero: per avere il posto, devi accettare di essere pagato meno“. I casi raccolti da Cgil sono da incubo: lavapiatti cinesi full-time a 500 euro al mese, camerieri nordafricani a 600 euro, commesse moldave che in negozi di abbigliamento guadagnano 750 euro anziché i 1.000 previsti. “Nel caso delle moldave — dice Crippa — l’annuncio era chiaro: non volevano stranieri. Quindi, facendole lavorare, l’azienda ha fatto loro un favore”.

A vietare gli annunci discriminatori è il decreto legislativo 215 del 2003, che introduce “la parità di trattamento, indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica”. Se il cittadino che fa l’annuncio non rischia nulla dal punto di vista legale, la norma obbliga invece chi pubblica le inserzioni a pagare risarcimenti. Il primo processo è in corso a Roma: su segnalazione dell’Unar, l’unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo ha avviato una causa civile nei confronti del giornale di annunci Portaportese, che aveva pubblicato segnalazioni come “non si affitta a persone di colore” e “solo studentesse italiane”. La sentenza, attesa entro un anno, è destinata a fare scuola. “Abbiamo chiesto di condannare il direttore del giornale a un risarcimento, e i soldi saranno poi spesi in campagne contro la discriminazione — dice l’avvocato Antongiulio Lana, che segue la pratica — ma l’importante è che la sentenza metta un freno a una pratica discriminatoria che è sempre più evidente”. (Fonte: Repubblica)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 06

mensa_poveriRispetto ad alcuni anni fa dove il concetto di famiglia unita era molto radicato, i problemi venivano affrontati in famiglia, si dava una buona educazione ai figli, si sapeva tirare la cinghia. Adesso, con il passare del tempo, il concetto di famigli si è sminuito, ognuno fa quello che gli pare, se c’è un problema si tende a scaricarlo al partner, segono poco i figli e il risultato è che aumentano le separazioni e i divorzi sempre di più. Purtroppo questo ha generato anche una nuova classe di poveri che sono, appunto, quella dei separati e dei divorziati che dopo aver pagato gli alimenti alla ex moglie si ritrovano con pochissimi soldi per sè stessi e quindi per mangiare. Quindi per sopravvivere sono costretti ad andare alle mense dei poveri per mangiare, in sostanza la loro vita è lavorare 8 ore al giorno, pagare gli alimenti e bollette varie, infine mangiare con i poveri, se non si hanno i genitori che li aiutano. Troppo triste! Bisognerebbe fare qualcosa per loro!

Separazioni e i divorzi,trasformano questi lavoratori in’clochard’. Il 25% degli ospiti delle mense dei poveri sono separati. Molti dormono in auto, altri tornano dalle loro famiglie di origine.

Via unità

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Dic 06

Penso non ci siano parole per esprimere il disgusto che queste scene di violenza sui bambini trasmettono. Dovrà essere una pena esemplare. Nessuno dovrà più avere il coraggio nemmeno di pensarle cose simili.

Siamo ancora convinti che la vendetta o le pene corporali siano incivili, nei confronti di comportamenti simili? Sta alla coscenza di ognuno di noi esprimere un giudizio. La speranza è che, almeno questa volta, la giustizia faccia il suo corso, con la pena massima e nel più breve tempo possibile.

Altrimenti scagionatele e la natura potrebbe avere il proprio corso.

via Maxio75

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Dic 06

Alexandre Erler ha da dire alcune cose sensate a proposito del referendum svizzero sui minareti («Why the minaret ban?», Practical Ethics, 4 dicembre 2009):
The proponents of the initiative have argued that it did not infringe on religious freedom, as Muslims would still be able to practice their religion with or without minarets. But obviously this ignores the fact that the minaret ban restrains the capacity for Muslims to manifest their faith, in this case via the architectural arrangement of their places of worship, and the exercise of this capacity is partly what freedom of religion is meant to protect – which is why the compatibility of the initiative with international law has been called into question (see here and here).
Schlüer and his colleagues have made the absurd claim (in their contribution to the pre-election leaflet) that minarets “have no religious function”, but are only a symbol of a claim to political power. But obviously one main function of minarets is to serve as a visible sign for Muslims of the presence of a place of worship, as church steeples signal the presence of a Christian place of worship. (The other main function of minarets is to serve as a vantage point for the call to prayer by the muezzin, which admittedly might pose a problem from a secularist perspective, but one that could in principle have been solved without a ban.) One might as well argue that church steeples have no religious function, and that eradicating them would not in any way infringe on the right for Christians to practice their religion freely, as they could go on doing so even if churches went out of existence completely. Da leggere anche il resto.

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Dic 04


Talkable Tweets from WOMMA’s 2009 SummitView more presentations from Word of Mouth Marketing Association.

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Dic 04


Novità dal fronte Street View. Tempo fa vi abbiamo raccontato di un
prodigioso strumento tecnologico ideato appositamente per affrontare i tortuasi vicoli dei centri storici italiani e le aree non percorribili in macchina.

Oggi siamo felici di potervi annunciare che le prime immagini raccolte dal “Google triciclo” ci hanno permesso di aggiornare la galleria fotografica di Street View che. Ora possiamo quindi visitare alcune tra le più belle location al mondo, direttamente dal nostro computer. In Italia ad esempio il sito archeologico di Pompei e i centri medioevali di San Gimignano, Siena, Urbino e molti altri. A questi si aggiunge poi la lista internazionale che include:

- il centro storico di Praga
- Stonehenge nel Wiltshire, uno dei più celebri megaliti al mondo
- il complesso di mulini a vento nel paesino di Kinderdijk-Elshout in Olanda
- Santiago de Compostela e molti altri

La partnership internazionale con l’UNESCO e la preziosa collaborazione con le autorità locali e con il Ministero dei Beni Culturali, attraverso la Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale, sono state fondamentali per poter realizzare questo progetto.

Nella speranza di poter aggiornare quanto prima le immagini con nuovi e spettacolari siti sia italiani sia esteri non ci resta che augurarvi un buon viaggio su Street View.

Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


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Dic 04

Le dichiarazioni del cardinale Barragán, raccolte il 2 novembre 2009 da Bruno Volpe per la rivista online Pontifex.Roma, meritano di essere tramandate integralmente ai posteri:
La cosiddetta pillola del giorno dopo o meglio aborto chimico, è stata al centro di valutazioni diverse ed anche polemiche. Ne abbiamo discusso con il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Pastorale per la salute. Eminenza, qual è il suo giudizio sulla pillola del giorno dopo?: «che è una pillola che ha effetti abortivi e come tale, l’aborto va considerato un assassinio». Il cardinale lo ripete con calma: «ogni aborto, in quanto soppressione di una vita umana, è un crimine, un delitto e merita una punizione». Si è pensato, dietro severe valutazioni, di permetterla in strutture ospedaliere: «io non mi interesso delle cose italiane o di singoli stati, ma la mia idea è che libera o dietro guardia medica, la sostanza non cambia affatto. Si tratta sempre e comunque di un mezzo abortivo e come tale, rappresenta una violazione gravissima della vita umana che è sacra ed inviolabile, che nessuno può manipolare a suo piacimento ed è un dono di Dio». Il cardinale fa un paragone: «questa storia mi sembra assimilabile a chi compra una rivoltella in un negozio. Colui il quale esce con una pistola è potenzialmente pericoloso, di fatto ha la possibilità di trasformarsi in omicida se la usa male e contro la legge. Ma è un potenziale criminale, lo diventa solo se agisce male. Chi abortisce non è potenziale, ma di fatto, in quanto ammazza. Pertanto la condotta di chi compie e pratica un aborto è sicuramente più grave di chi compra un revolver nell’armeria». Eminenza, quando inizia la vita?: «la scienza lo dice, da quando lo spermatozoo entra nell’ovulo. Allora già esiste una vita ed è sacra. Lo ripeto, sopprimere una esistenza umana, salvi i casi di emergenza, è un crimine e merita questa definizione, non ho dubbi». E se si usa in ospedale?: «non cambia nulla. È assassino chi ammazza fuori o dentro la clinica, sia che lei compia la esecuzione in caserma o nel domicilio particolare della vittima, le modalità possono solo aggravare l’evento, ma pur sempre di assassinio si tratta». Eminenza passiamo ad altro tema caldo. In che modo valuta sia la omosessualità che i trans?: «trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli, e non lo dico io, ma San Paolo». Ma se una persona è nata omosessuale?: «non si nasce omosessuali, ma lo si diventa. Per varie cause, per motivi di educazione, per non aver sviluppato la propria identità nell’adolescenza, magari non sono colpevoli, ma agendo contro la dignità del corpo, certamente non entreranno nel Regno dei Cieli. Tutto quello che consiste nell’andare contro natura e contro la dignità del corpo offende Dio». Lo stesso giorno il cardinale ha «ribadito» il suo pensiero all’agenzia ANSA, che in alcuni dispacci sintetizza il contenuto dell’intervista e vi aggiunge delle «precisazioni»:
«non sta a noi condannare»; «sono comunque persone e in quanto tali da rispettare» (ANSA 13:43);
«L’omosessualità è dunque un peccato ma questo non giustifica alcuna forma di discriminazione. Il giudizio spetta solo a Dio, noi sulla Terra non possiamo condannare, e come persone abbiamo tutti gli stessi diritti» (ANSA 13:57). L’ANSA ha rivelato anche che l’allusione a Paolo si riferiva a Romani 1,26-27.

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Dic 04

Gli integralisti sembrano avere qualche problema con le soluzioni di compromesso. Non che le rifiutino del tutto: basta considerare per esempio la legge 40 sulla procreazione assistita. Si tratta di un compromesso iniquo, pesantemente spostato da una parte, certo, ma pur sempre di un compromesso, visto che per il magistero ecclesiastico praticamente tutte le tecniche di fecondazione artificiale sono moralmente inammissibili, e non solo la fecondazione eterologa o la diagnosi preimpianto. Eppure nella percezione comune – è qui il problema di cui parlavo all’inizio – la legge 40 è espressione fedele di quel magistero, sì che probabilmente nell’opinione di molti la fecondazione in vitro, a certe condizioni, è del tutto coerente con gli insegnamenti della Chiesa cattolica.
I motivi di questa credenza diffusa non sono chiarissimi. È probabile che in parte vadano addebitati all’esito referendario, che ha rappresentato (ed è stato rappresentato come) una vittoria netta dei clericali; da questo a ritenere che anche i contenuti della legge oggetto del referendum fossero del tutto in linea con i dettami della Chiesa il passo è abbastanza naturale. Ovviamente non sono mancate le precisazioni sull’autentica dottrina cattolica in materia; ma spesso sono apparse un po’ troppo sommesse, quasi non si volesse rovinare la vittoria ottenuta mostrando di aver concesso qualcosa. E questa è forse un’altra causa dell’equivoco: chi pensa di possedere una verità assoluta ha spesso più difficoltà ad ammettere di essere sceso in qualche modo a patti con il nemico ideologico.

Qualcosa di relativamente simile sta avvenendo con la pillola abortiva. La posizione integralista coerente sarebbe naturalmente quella di rifiutare in toto ogni tecnica abortiva; ma questo non è politicamente possibile nel presente momento storico, e così l’opzione che è stata scelta è stata quella di insistere sull’incompatibilità della RU-486 con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, e sulla presunta maggiore pericolosità dell’aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico.
Ovviamente nessuno potrà mai pensare che le gerarchie ecclesiastiche siano a favore della legge 194 o che raccomandino l’aborto per aspirazione; in questo la situazione è diversa rispetto a quella della procreazione assistita. Ma non c’è dubbio che l’artiglieria retorica messa in campo a favore dell’adesione strettissima alla lettera della legge sull’aborto sia talvolta così possente da far apparire la 194 come una luminosa conquista di civiltà, sì da causare alla fine le smarrite rimostranze dei duri e puri.
Anche certe comparazioni fra l’aborto farmacologico e quello chirurgico (in particolare realizzato con l’aspirazione, il cosiddetto metodo Karman) sembrano a volte uscite dalla penna di qualche propagandista pro-choice degli anni ’70. Penso ad alcune pagine del libro di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella dedicato alle presunte nefandezze della RU-486; ma sono posizioni che tendono a diffondersi. Qualche giorno fa un commentatore antiabortista sosteneva qui su Bioetica che «l’aborto chirurgico […] non è affatto “invasivo e doloroso” come si vuol far credere perché avviene in anestesia totale», dimenticando che esiste anche il dolore post-operatorio.
Un esempio un po’ estremo si trova sul Foglio di due giorni fa («La Ru486 non offre vantaggi. Anzi sì, aumenta gli aborti facili», 1 dicembre 2009, p. 2), dove Roberto Volpi sostiene che, al contrario della pillola abortiva, «il metodo Karman non ha mai ucciso alcuna donna». Che l’aborto per aspirazione sia uno dei trattamenti sanitari più sicuri al mondo è vero, ma un’affermazione così recisa mostra subito di essere poco fondata: non esistono purtroppo metodi chirurgici esenti da rischio. Sarebbero bastati a Volpi cinque minuti su MedLine per trovare ad esempio l’articolo di P.C. Jeppson et al., «Multivalvular Bacterial Endocarditis After Suction Curettage Abortion» (Obstetrics & Gynecology 112, 2008, pp. 452-55), in cui si descrive un caso fatale (e rarissimo, è bene precisare) di endocardite batterica insorta in seguito a un aborto chirurgico per aspirazione.
Non si tratta purtroppo dell’unico decesso: negli Stati Uniti, per esempio, il tasso di mortalità per aborto legale fino ad 8 settimane di gestazione è stato nel periodo 1988-1997 di 1 su 1.000.000 (L.A. Bartlett et al., «Risk Factors for Legal Induced Abortion-Related Mortality in the United States», Obstetrics & Gynecology 103, 2004, pp. 729-37), e la maggioranza di questi aborti viene effettuata per aspirazione; non ho dati analitici, ma è estremamente improbabile che tutte le morti siano da addebitare ad altri metodi chirurgici (all’epoca negli Usa l’aborto farmacologico ancora non era stato approvato dagli organismi competenti).
Per fare un paragone, in Francia dal 1993 ad oggi la RU-486 è stata usata, in associazione con il misoprostolo e seguendo le indicazioni raccomandate dalla casa produttrice (cosa che purtroppo non è accaduta altrove), su circa 1.000.000 di pazienti, in massima parte entro la 7ª settimana di gestazione, con un unico decesso, di cui peraltro non si sa nulla (del dossier inviato qualche mese fa dalla casa produttrice alla nostra Agenzia del Farmaco si è rivelato – contravvenendo all’impegno di riservatezza – solo quel poco che poteva servire alla propaganda integralista).
L’aborto chirurgico per aspirazione e quello farmacologico, se effettuati correttamente, hanno una pericolosità (bassissima) molto probabilmente comparabile. Entrambi possono comportare effetti collaterali e complicanze, anche se in generale l’aborto chirurgico è più ‘comodo’ da gestire, per il tempo minore della sua durata e perché l’anestesia generale è più efficace nel sopprimere i dolori dell’intervento di quanto non lo siano gli analgesici che può essere necessario assumere nell’aborto farmacologico. La RU-486, oltre ad essere il metodo ideale per chi non può o non vuole affrontare un intervento chirurgico, ha un vantaggio fondamentale: potenzialmente è in grado di sottrarre l’aborto legale all’arbitrio degli obiettori di coscienza, che stanno rendendo sempre più difficile ottenerlo in questo paese. Ed è questo che gli integralisti di ogni risma vogliono impedire con ogni mezzo; se serve, persino con la propaganda unilaterale a favore di altri metodi abortivi.

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Dic 02

Fonte immagine Found in mom’s basement.

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Dic 02

Alcune tecniche per produrre idee raccolte e commentate (anche visivamente) da Suzanne Pope in How to train ideas to come when they’re called: utile e-book che potete scaricare da qui.

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Dic 02

Il «no» ai minareti sancito in Svizzera da un referendum promosso da una formazione conservatrice di destra non era affatto “inaspettato”, come hanno sostenuto e sostengono ancora oggi diverse anime belle che si dicono “stupite”. Era matematicamente impossibile, infatti, che in un’Europa dominata politicamente e mediaticamente - da quasi dieci anni ormai - dalla propaganda del pregiudizio e dell’odio antislamico, che una popolazione autoctona si dicesse favorevole a un qualsiasi elemento visibile che fosse riconducibile a una realtà diversa dalla propria, foss’anche uno slanciato, elegantissimo e per di più silenziosissimo minareto, visto che in occidente, dalla sua vetta, non risuona nemmeno l’appello alla preghiera al fine di non disturbare chi in questa fede non crede.

Né sorprende il fatto che il precedente svizzero stia facendo furore altrove, inclusa l’Italia, dove c’è chi invoca un referendum o altre pagliacciate similari. Ora, se non erro, in Italia, di minareti ce ne sarebbero due: quello della moschea di Roma e un altro dalle parti di Milano. Tutti e due di altezza contenuta, a cominciare da quello di Roma che non doveva assolutamente superare l’altezza della Cupola di San Pietro (sic). Ma evidentemente non è questione di numero o di altezza: in Svizzera ce n’erano solo quattro, di minareti, e ciononostante centinaia di migliaia di persone si sono mobilitate per impedire che ci fosse il quinto. Ai musulmani, è andata anche fin troppo bene: dalla cacciata degli ebrei e dei musulmani dalla Spagna nel 1492 fino all’Olocausto, la storia europea è la dimostrazione che i “diversi” hanno sempre avuto qualche “problemino” con gli autoctoni. Che gli svizzeri, quindi, abbiano votato per impedire la costruzione di qualche minareto, è tutto sommato il minore dei mali. E’ già tanto che non abbiano messo ai voti l’eliminazione fisica dei musulmani. E mi si perdoni il pessimismo.

Questo accanimento contro i luoghi e i simboli della fede islamica potrebbe offendere i musulmani, e infatti diversi esponenti politici elvetici hanno specificato che il voto contro i minareti non è un voto contro i musulmani e la loro libertà di culto, che viene invece garantita. La domanda però sorge spontanea: come si fa a garantire la libertà di culto di una minoranza quando la maggioranza interferisce continuamente con referendum popolari, proposte di legge e multe strumentali sui luoghi dove questa fede viene professata? Che differenza c’è tra questa nuova legge svizzera e le leggi che, in Arabia Saudita, impediscono la costruzione di chiese? La verità è che questo referendum era una provocazione bella e buona: i partiti di destra volevano affermare di essere “padroni a casa loro”, che i musulmani - anche se sono residenti regolari e pagano le tasse - non hanno voce nemmeno nei capitoli che li riguardano direttamente e quindi - tò - sfregiamo la bellezza architettonica delle moschee togliendo i minareti. Ma chi l’ha detto che i musulmani non possono fare a meno dei minareti? Le prime moschee ne erano sprovviste, e il primo Muezzin, Bilal, annunciava la preghiera dal tetto del santuario della Mecca. I minareti sono stati introdotti più tardi, ispirati dai campanili delle chiese. Se ne può fare volentieri a meno, per ora.

Le affermazioni dei politici svizzeri “a difesa della libertà di culto” suonano come un patetico ed ipocrita tentativo di coprire le loro manchevolezze e la verità dei fatti: il 50 per cento e passa degli svizzeri è, nella migliore delle ipotesi, ignorante e, nella peggiore, razzista. E se questa è la situazione del popolo, è anche colpa dei politici che lo governano. Il fatto che la maggioranza abbia detto di “no” non significa che abbia automaticamente ragione. Significa solo che la maggioranza è stata sapientemente manipolata oppure che è totalmente rincretinita. Perché bisogna essere proprio esserlo, per paragonare, nei manifesti, un elemento architettonico ai missili e alle baionette. Tra l’altro è interessante notare come gli svizzeri “pacifisti” - quelli che hanno votato contro i pericolosissimi minareti - hanno invece fatto fallire, nello stesso identico giorno, un referendum contro le esportazioni delle armi. Evidentemente i veri missili non rappresentano minacce per la pace. A patto che siano pagati in contanti e che piovano sulle teste dei musulmani, of course. Un senso d’affari davvero acuto: sarebbe stato un bel gesto se i governi arabi, come risposta al referendum, avessero ritirato i propri capitali dalle banche svizzere e imposto un bel divieto all’importazione di formaggio Emmenthal. O se qualche monarchia del golfo si fosse messa a fabbricare orologi a cucù da cui spunta un Muezzin, imponendo alla Svizzera di acquistarli assieme ai bidoni di petrolio.

Scherzi a parte, i promotori del referendum svizzero, al pari dei loro corifei in altre parti d’Europa, sono da compatire. Poverini, davvero, cosa cercano di nascondere? Il fatto l’Islam è diventato una realtà integrante della società europea? Che le moschee - anche senza minareto - sono ormai inserite nel panorama del territorio locale? Che centinaia di migliaia di musulmani - anche senza moschee - pregano cinque volte al giorno, se obbligati, anche per le strade e le autostrade dell’occidente? Beh, se si sentono tranquilli senza minareti, facciano pure. Ma questo non cambia, né cambierà la realtà dei fatti: i musulmani ci sono, l’Islam c’è. E qui rimarrà, a meno che l’occidente non rispolveri la pulizia etnica. I musulmani non hanno bisogno di minareti, perché invece di torri svettanti in cielo hanno dei pilastri radicati in terra: la loro identità, la loro tradizione, il loro orgoglio e soprattutto i loro giovani in carriera. Tutto ciò che i destrorsi europei invidiano o che, invano, cercano di recuperare ma che - proprio perché incapaci di aprirsi alle prospettive di una società dinamica e multietnica - mai avranno.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Dic 02

Come ogni anno di questi tempi, abbiamo il piacere di annunciarvi le liste Zeitgeist. Parole che riflettono interessi, opinioni o semplicemente curiosità dell’Italia che cerca su Google.

Si direbbe che in questo 2009 gli italiani si siano orientati in particolare sul mondo dei social network, con Facebook e YouTube in cima, senza però disdegnare temi di attualità e di economia.

Di seguito le liste tematiche italiane, se invece siete interessati ad una visione più ampia vi consiglio di visitare il sito: google.com/zeitgeist2009 dove potrete vedere le liste per singolo paese:
Scritto da: Alessio Cimmino, Corporate Communications & Public Affairs Manager


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale