Gen 31


A volte capita di rivivere un attimo in cui scorre tutta la vita, attimi nei quali si concentra ogni frammento della nostra anima, si mescolano emozioni in immagini sfocate, stranamente chiare al nostro cuore. Un istante breve e intenso che lascia un sorriso amaro, a volte solo un sorriso malinconico. Rimane una lacrima che precipita in basso, una goccia d’anima che si perde fra le pieghe della terra, fino a scomparire alla nostra vista. L’ultimo palpito di cuore lascia il carico che essa contiene, si avverte un peso che abbandona per sempre il nostro corpo. Una pagina scritta si dissolve, una nuova da scrivere appare, bianca, immacolata, completamente vuota. Si rialza il capo, si respira profondamente e si riparte sempre più forti…

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Gen 31

Magdi “Exmusulmano” Allam si candida alla presidenza della giunta regionale di Basilicata con la lista “Io amo la Lucania”, sfidando da solo PD, PDL e UDC (che sostiene il PD).

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Gen 31

Da Repubblica.it, edizione di Milano («Il giudice: “Figli di una coppia di lesbiche? Nessun disagio per loro dall’omosessualità”», 28 gennaio 2010):Il tribunale dei minorenni di Milano ha riconosciuto che l’omosessualità non è causa di disagio per i figli voluti da una coppia di lesbiche che, prima della separazione, li ha cresciuti secondo «uno schema tipicamente familiare». È questo il senso di un provvedimento firmato dal giudice Emanuela Aliverti. La vicenda ha al centro la separazione di una coppia di donne, che hanno convissuto per nove anni (fino al 2003) e assieme hanno deciso, tramite l’inseminazione artificiale, di avere due figli, entrambi dati alla luce da una delle due.
Una delle due donne – quella che non è la madre biologica e che non ha alcun legame giuridicamente tutelato con i due bimbi, aveva presentato ricorso al Tribunale dei minori per l’affidamento condiviso e la regolarizzazione del diritto di visita – dopo che la mamma naturale dei bimbi le aveva imposto l’interruzione dei rapporti con i piccoli. Il ricorso venne dichiarato inammissibile per «difetto di legittimazione» e gli atti trasmessi al pm affinché valutasse l’apertura di un procedimento a tutela dei due ragazzini, un maschio e una femmina che ora hanno rispettivamente otto e dieci anni.
I giudici, rilevando l’indubbio legame affettivo tra la ex compagna della madre e i bimbi, avevano espresso preoccupazione per lo stato «psico-fisico» dei due a causa dell’interruzione dei rapporti con una figura che si era posta come genitore e per il loro «inserimento in un contesto caratterizzato da una potenziale confusione di ruoli». All’esito dell’istruttoria, a metà gennaio, il tribunale ha archiviato il caso avendo verificato l’adeguatezza della madre biologica, assistita dall’avvocato Marzia Simionato, a svolgere il proprio ruolo di genitore a prescindere dalla sua omosessualità, e l’assenza di pregiudizio per i due bimbi per l’interruzione dei rapporti con la ex compagna della mamma.
I bimbi, come è emerso, non hanno sofferto disagi per il contesto di vita in cui hanno vissuto e vivono: una madre che prima aveva una compagna e ora ne ha un’altra e un padre biologico che conoscono e che vive con un uomo. Bene; ma c’era davvero bisogno che lo dicesse un giudice?

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Gen 29

Sudan/ I sei bambini soldato del Darfur non saranno giustiziati
Successo per la petizione di Italians for Darfur. Raccolte 12 mila firme
Roma, 26 gen. (Apcom) - La petizione organizzata da Italians for Darfur che chiedeva la sospensione della pena per i bambini soldato condannati a morte in Sudan ha avuto successo. “I sei bambini soldato del Darfur, condannati a morte lo scorso novembre, non saranno giustiziati” annuncia con una nota l’organizzaione promotrice della campagna per la difesa dei diritti umani in Sudan. . “Il governo sudanese - prosegue il comunicato dell’associazione - ha assicurato che i minori sui quali pendeva la mortale sentenza non saranno uccisi. La conferma arriva dal ‘Council for Human right’ del Sudan a cui abbiamo inviato le sottoscrizioni della petizione che chiedeva di sospendere la pena nei confronti di ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 17 anni”. Arrestati insieme ad altri 150 guerriglieri del Jem (Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza) per aver partecipato nel 2008 a un attacco contro Omdurman, città gemella della capitale sudanese, i sei minori erano stati giudicati colpevoli da una Corte militare. Purtroppo resta incerto il futuro di altri ragazzi di età non ben definita - conclude la nota - ma che non si esclude, per alcuni, possa essere inferiore ai 18 anni. Il governo sostiene, anche grazie al complice e interessato silenzio del Jem che ha sempre negato la presenza di bambini - soldato tra le sue fila, che nel braccio della morte del carcere di Kobar siano presenti solo adulti”. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Mar 12

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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Gen 29

In questi giorni è andato in onda il documentario di Aljazeera sull’islamofobia in Italia. Quando è stato realizzato, c’era la sinistra al governo. Eppure, a risentire le mie parole, tutto sembra maledettamente attualissimo.

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Gen 29

«La mia non è una battaglia per la morte - afferma - ma per la vita». «Io farò tutto questo - aggiunge - e camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio fratello [Salvatore Crisafulli]. Lui non morirà di stenti, ma se ne andrà via dormendo»..

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Gen 29

Michele Ainis interviene sul tema della proibizione del velo integrale islamico – burqa o niqab – che sull’onda di quanto si appresterebbe a fare la Francia è tornato di attualità anche da noi («Se lo Stato laico invade le identità», La Stampa, 27 gennaio 2010, p. 1).
Proviamo allora a soppesare gli argomenti a favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo – giustappunto – laicamente, senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi.
Primo: la sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si fa. No, non è la sicurezza l’alibi di ferro per importare quel divieto, lo prova il fatto che esso non s’estende ad altri tipi di mascheramento. E del resto consentire il burqa non significa consentire d’incollarlo al corpo con il mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l’obbligo di farlo.
Secondo: la tutela delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo anche quando chi l’indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c’è forse l’ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un po’ di Stato etico, non è paternalistica l’idea che i pubblici poteri debbano liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la prima comunione? No, l’identità – di singolo e di gruppo – è sempre il frutto di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d’indossare tutti la medesima divisa. La nostra idea di laicità è l’opposto, muove dal diritto di vestirci un po’ come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l’anno. A parte una formula un po’ ambigua – in che senso l’identità di gruppo è sempre il frutto di una scelta? – non si può che concordare con quanto dice Ainis: proibire il burqa con la scusa della sicurezza è un alibi ipocrita, e bisogna ammettere che spesso l’adesione alle norme del gruppo è spontanea e sincera (nei limiti in cui lo è sempre il conformarsi a una norma culturale).
In teoria il velo integrale potrebbe essere bandito in nome di una terza esigenza, che Ainis non esamina: come il «comune senso del pudore» giustifica tuttora il divieto di andare in giro nudi negli spazi pubblici, così – all’estremo opposto – si potrebbe vietare il burqa in nome del turbamento che provoca nella maggioranza di noi. Ma se il burqa e il niqab sono indubbiamente orribili a vedersi, lo sono davvero di più di certe tenute che non ci sogneremmo mai di proibire, per quanto sconcertanti? Il nostro turbamento è davvero così istintivo, oppure è in realtà il frutto di un pregiudizio ideologico? E non rischiamo in questo caso di discriminare su base religiosa? In dubio pro libertate è forse la conclusione inevitabile.

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Gen 27

Il gup deò Tribunale dei Minorenni di Catanzaro ha prosciolto otto giovanissimi che erano stati arrestati dai carabinieri per aver pestato un immigrato a Santa Caterina Albanese, nella valle dell’Esaro cosentina. La motivazione della decisione nell’udienza preliminare che è stata celebrata questa mattina è che «il fatto non è rilevante». L’episodio risale al gennaio 2008. Il gruppo di otto ragazzi, tutti minorenni, aveva aggredito davanti a un bar un cittadino marocchino di 34 anni e poi, secondo l’accusa, lo avevano seguito fino alla sua abitazione per finire di picchiarlo. La vittima del pestaggio era riuscito a chiedere aiuto al parroco inviandogli un sms. L’uomo si era presentato ai medici dell’ospedale di San marco Argentano che gli avevano riscontrato ferite giudicate guaribili in sette giorni. Successivamente i carabinieri della Compagnia di San Marco Argentano hanno avviato indagini risalendo all’identità dei presunti responsabili. Dopo qualche udienza di rinvio, oggi è giunta la decisione, inaspettata per gli stessi avvocati che, hanno confessato, si aspettavano quanto meno l’affidamento ai servizi sociali. Invece il colpo di scena con la motivazione del fatto non rilevante per il gup. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Giulio Tarsitano, Roberto Loscerbo, Emilio Servidio. La formula ”per irrilevanza del fatto”, e’ stato evidenziato in ambienti giudiziari, e’ prevista dalla legge 448 del 1988 che ”in caso di comportamenti di particolare tenuita’ che appaiano assolutamente occasionali il pubblico ministero puo’ chiedere che sia emessa sentenza di non luogo a procedere”. Il giudice, che ha basato la sua decisione anche sulle relazioni degli assistenti sociali, non ha pero’ dimenticato di fare una sonora reprimenda agli otto ragazzi, tutti studenti. (Il Sole)

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Gen 27

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento con le mini guide di Google dedicate ai webmaster. Per chiudere in bellezza, abbiamo pensato di dilungarci un po’ più del solito e darvi alcuni suggerimenti utili su un argomento piuttosto cruciale, ovvero la scelta di un SEO. Qual é il momento migliore per contattare un SEO che ottimizzi il vostro sito? Quali sono le domande fondamentali da porgli e quali i principali aspetti da prendere in considerazione?

Come sempre troverete tutte le informazioni sul nostro Forum di Assistenza, dove potrete anche approfondire altri temi, quali scansione, indicizzazione e posizionamento, l’utilizzo degli strumenti per i webmaster e il protocollo della sitemap, nelle apposite sezioni dedicate.

Nel frattempo stiamo lavorando ad una nuova iniziativa indirizzata ai webmaster e tutti coloro interessati a saperne di piu’ sul funzionamento di Google e dei suoi risultati di ricerca, quindi restate sintonizzati, torneremo a breve su questo blog per il lancio ufficiale.

Se intanto doveste aver perso gli appuntamenti precedenti, questi sono i link per ritrovarli:


Per qualsiasi dubbio o suggerimento, contattateci direttamente sul Forum di Assistenza per i Webmaster.
Buona lettura e a presto!

Scritto da: Sara Arrigone, Search Quality Team


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Gen 27

Mater Morbi.

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Gen 25

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Gen 25


Non cercate di vedere,
non cercate di capire,
non cercate di evolvere,

siate il sentire,
siate l’istante immortale qui e ora,
siate solo il battito del vostro sacro cuore.

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Gen 25

Yasir Arman è il nome del candidato del Sudan People’s Liberation Movement (SPLM) alla corsa presidenziale di Aprile.
Mussulmano originario del Nord Darfur, ha militato per venti anni nel movimento di John Garang, e ne guida il gruppo parlamentare.
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Gen 25

Magdi “Exmusulmano” Allam potrebbe essere - il condizionale è d’obbligo - il candidato ufficiale del Pdl per la presidenza della Regione Basilicata. Da “indipendente”, ovviamente, poiché il nostro ci tiene molto a trasmettere questa immagine di sé. La probabile candidatura l’ha già portato ad uscire dal gruppo dell’UDC con il quale, sempre da indipendente ovviamente, era stato eletto nel Parlamento Europeo. Ma ha anche scatenato molte polemiche, soprattutto - pensate un po’ - a destra. Esemplare il commento di Annalisa Terranova su Il Secolo, quotidiano vicino ad Alleanza Nazionale, che mi ha letteralmente rubato le parole di penna. Al di là del titolo, «Ci mancava soltanto l’egiziano…», che dimostra che Allam è e rimarrà un “extracomunitario” nonostante tutto quello che ha fatto per prendere le distanze dalle sue origini, l’editoriale argomenta con acume:

Magdi Allam, egiziano trapiantato in Italia, è diventato un simbolo di un certo modo di intendere la politica: il suo è uno stile che induce al conflitto, alla diffidenza, alla difesa di identità sclerotizzate“. “La candidatura di Magdi Allam in Basilicata (ammesso e non concesso che l’uomo conosca qualcosa del territorio che si candida ad amministrare, mentre siamo certi che gli abitanti della Basilicata non sanno nemmeno della sua esistenza) rappresenterebbe un errore politico e una leggerezza che, sommati insieme, costituiscono per un partito politico quello che classicamente si definisce come ‘passo falso’. “L’eurodeputato incarna velleita’ di intransigenza che nulla hanno a che spartire con la vocazione intimamente mediterranea e dialogante (basata su secoli di storia, oltre che sul buon senso) del nostro Mezzogiorno”.

La sua eventuale candidatura, insiste il quotidiano, converrebbe solo a lui e non al Pdl, e avrebbe come conseguenza immediata quella di riportare il centrodestra, in tema di immigrazione, integrazione e diritti, su posizioni piu’ retrive di quelle leghiste, che almeno si ammantano solo di slogan propagandistici e non della pericolosa aureola fideistica da neoconvertito con cui Allam circonda le sue interessate antipatie per l’Islam e il mondo arabo. E poi, come si fa a fare fuoco e fulmini contro l’Udc in nome del valore della coerenza politica, e poi andare a ripescare uno che con l’Udc si e’ fatto eleggere“. Credo che quanto sopra riportato sia il segno tangibile della sfiducia che questo personaggio ispira nientepopodimeno che all’interno del partito con cui si intende candidare, al punto che Il Giornale conferma: “Per dirne una, sia Berlusconi che Fini hanno manifestato qualche dubbio sulla candidatura di Magdi Allam in Basilicata”.

Detto questo, però, non posso che rimanere positivamente colpito dalla piega che sta prendendo la carriera di Magdi Allam, specie se la candidatura verrà confermata. Quando aveva abbandonato il Corriere, ero molto perplesso sulla sua riuscita nelle elezioni europee, anche se avevo profeticamente annunciato che “L’Italia è un paese davvero singolare. Cose che nel resto d’Europa e persino in alcuni paesi del Terzo Mondo sarebbero inconcepibili, qui non sono solamente plausibili, ma del tutto normali”. Infatti Allam ha vinto con quasi 50.000 preferenze. Prima di conoscere questo risultato, avevo anche osservato che “Solo l’esito delle elezioni potrà darci un’indicazione precisa e affidabile circa il peso che questo sedicente partito e il suo fondatore potranno rivendicare in seguito sulla scena politica italiana, che poi è quella che ci interessa”. Ed ora, probabilmente, pur saltellando, da indipendente ovviamente, tra un partito e l’altro, egli diventerà candidato ufficiale per la regione Basilicata. E il guaio è che potrebbe anche essere eletto.

La conclusione, mi sembra, è evidente: Magdi Allam si è perfettamente integrato nella società italiana. Nel senso che è riuscito ad assimilare fino al midollo il tipico opportunismo politico italiota, ad orientarsi nei meandri neanche tanto limpidi della politica italiana fino a guadagnarsi la candidatura in una regione del profondo sud. Un’integrazione che mi lascia perplesso, ma pur sempre un’integrazione. Ampiamente apprezzata, a quanto pare, sia dalla classe politica che dall’uomo di strada in Italia. Altrimenti non si spiegherebbero candidature e voti. Qualcuno afferma che questi miei commenti sono dettati dall’invidia. E invece io sono contentissimo che Magdi Allam riesca a scalare i gradini del potere, dimostrando di aver saputo interpretare perfettamente gli istinti e le pulsioni italiote dove per “integrato” si intende l’extracomunitario che canta le lodi incondizionate dei “padroni di casa”. Cosa che avrei potuto fare tanto tempo fa ma che non ho la minima intenzione di fare.

Non mi meraviglia la profonda fede ostentata da Magdi o il fatto che si senta sostenuto dallo Spirito Santo in persona: converrete con me che il fatto che un extracomunitario egiziano, giunto in Italia per proseguire gli studi universitari, venga candidato come Presidente di Regione in un paese che licenzia gli insegnanti di origine marocchina giunti in Italia all’età di dieci anni solo perché stranieri ha un che di miracoloso. Ma se non mi sorprende il fatto che ci siano migliaia di italiani pronti a votare Magdi Allam, quello che mi sorprende è che i fratelli copti egiziani l’abbiano invitato a intervenire nella loro manifestazione romana di protesta dopo la strage dei loro correligionari in Egitto. Capisco la rabbia e la frustrazione, ma non riesco a credere che non siano giunti alle stesse conclusioni a cui sono arrivati nel Pdl e al Secolo d’Italia, ovvero i presunti alleati di Magdi. E la cosa mi preoccupa sinceramente: se i copti non riescono a capire che la presenza di questo discusso personaggio alla loro manifestazione rappresenta un errore politico, una leggerezza e un passo falso per la loro stessa causa, nulla può vietare a Magdi di candidarsi in Egitto. Ci mancava solo il (finto) italiano.

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Gen 25


Eugenia Roccella pare non avere niente di più importante da fare per mettersi a polemizzare pure con Dylan Dog… Giuda ballerino!
Tuttavia io sono d’accordo con Roberto Recchioni: se è servito per parlare di fumetto e di Dylan Dog va gran bene.
E poi ci saremmo persi questa chicca: Maccheccazzodigente. Già.

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Gen 25


Visto che la battaglia contro la commercializzazione della RU486 è stata persa, gli avversari dell’interruzione di gravidanza e della libera scelta cercano di correre ai ripari discutendo delle modalità di assunzione. Si invocano linee guida rigide e tempestive che, in sintesi, impongano il ricovero. Tutto questo, naturalmente, in difesa delle donne, che sono talmente sceme da non meritare la possibilità di scegliere né se abortire (soffriranno per sempre e il loro rimpianto non sarà mai estinto), né come abortire (l’aborto chirurgico o quello farmacologico, un eventuale ricovero e la sua durata, magari parlando con il proprio medico).
Tra i più agguerriti sostenitori del ricovero imposto svettano alcune donne: Bianconi, vice presidente dei senatori del PdL e membro della Commissione Igiene e Sanità, forse meglio ricordata per essere una “pianista” in Senato; e Dorina Bianchi, presidente dei senatori Udc. Entrambe paladine di un altro obbrobrio contrario alla salute delle donne e alla intelligenza delle persone: la legge 40. Tra le sostenitrici illustri del ricovero coatto c’è anche Renata Polverini, candidata alla Regione Lazio.
Bisognerebbe ricordare a queste signore, e a chi con loro si schiera, che il ricovero coatto è legittimo solo in caso di malattie infettive o di grave diagnosi psichiatrica.
Vogliamo forse ipotizzare il trattamento sanitario obbligatorio per una donna che decide di interrompere una gravidanza?

DNews, 22 gennaio 2010

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Gen 23

“La decisione delle autorità sudanesi di espellere dal Darfur 26 organizzazioni non governative per aver violato, secondo le accuse, il loro mandato, non solo è un atto di grande irresponsabilità ma è un preoccupante segnale in vista delle prossime elezioni in Sudan. Forse il regime di Khartoum non vuole testimoni sgraditi che possano denunciare eventuali comportamenti irregolari?”.

E’ quanto dichiara in una nota il presidente dell’associazione Italians for Darfur, Antonella Napoli.
“Tale notizia ci sorprende e amareggia – prosegue Napoli - soprattutto a fronte della disponibilità a rivedere la condanna dimostrata dal governo nei confronti dei sei bambini soldato condannati a morte nelle scorse settimane e per i quali avevamo chiesto la cancellazione della pena attraverso una petizione che ha raccolto oltre 10mila firme”.

“Ci auguriamo – conclude il presidente di Italians for Darfur - che questa espulsione, non ben motivata, non sia un atto finalizzato ad esasperare la già drammatica situazione umanitaria sul campo e a creare un alibi al riaccendersi delle tensioni che potrebbero degenerare in nuovi scontri diretti con le forze di opposizione”.

Leggi su VITA
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Gen 23

Licenziato due anni fa dalla scuola media Volta-Gramsci di Cornigliano perché straniero, un giovane insegnante di origine marocchina si è rivolto al Tribunale del Lavoro di Genova. Il giovane marocchino, Si Mohamed Kaabour, 28 anni, nel frattempo diventato cittadino italiano, avrebbe comunque acquisito il diritto ad insegnare. «Ma ho continuato a chiedere giustizia per una questione di principio. E perché altri stranieri come me abbiano la possibilità di insegnare nelle scuole italiane, contribuendo alla crescita culturale di tutti». Simohamed Kaabour lavora attualmente come mediatore culturale. E´ un italiano di seconda generazione, cresciuto in Italia – dove ha raggiunto i genitori quando aveva solo dieci anni – e laureatosi all´Università di Genova in lingua araba e francese. Ma come i seicentomila figli di immigrati, dopo tanti anni e il raggiungimento della maggiore età non gli sono stati riconosciuti i diritti dei coetanei italiani. Ieri mattina i giudici gli hanno dato ragione: la scuola – e di conseguenza il ministero della Pubblica Istruzione – lo hanno «discriminato», il professore nordafricano ha diritto ad insegnare, e a tornare in graduatoria. Il ministero gli deve un risarcimento materiale – per il periodo in cui è stato messo alla porta – ed uno morale. Per un curioso gioco di omonimie, il giudice che ha pronunciato l´ordinanza si chiama Bossi. Margherita Bossi. (Leggi su Repubblica)

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Gen 23

Una mappa utile

Il Nord Italia, e la Lombardia in particolare, sono le regioni che hanno più bisogno degli immigrati per il lavoro in fabbrica, nelle campagne o per l’assistenza agli anziani. Eppure gli immigrati sono accettati solo fino a quando sono dentro il posto di lavoro e producono ricchezza. Poi, finito il loro turno, si vorrebbe che scomparissero. Tra ordinanze delle amministrazioni locali o semplici proposte ecco qualche esempio di come, con timbri e carta da bollo, si sta legalizzando la segregazione razziale (Mappa opera di Gino Selva).


Un prontuario

Sfatiamo i luoghi comuni sugli immigrati. Un Prontuario per i candidati del centrosinistra alle prossime regionali per smontare e respingere gli argomenti dei partiti della paura sull’immigrazione. Quanti sono, da dove vengono, che religione professano, che lavoro fanno, quanti sono i clandestini? Su questi interrogativi si registra troppo spesso la speculazione politica sull’immigrazione dei partiti della paura. Ma le risposte vere, fornite sulla base di studi autorevoli e inattaccabili, descrivono una realtà molto diversa. Il Prontuario redatto da esponenti del Pd vuole essere uno strumento da utilizzare in campagna elettorale, per dare modo ai candidati del centrosinistra di smontare punto per punto i luoghi comuni branditi dalla destra sul problema dell’immigrazione.

Scarica il prontuario

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Gen 23

Sin da quando abbiamo lanciato il servizio di posta elettronica Gmail, abbiamo cercato di mostrare annunci pubblicitari che non fossero intrusivi e che potessero essere rilevanti per l’utente, e lavoriamo costantemente per migliorare i nostri algoritmi e mostrare annunci che siano sempre più utili.

Quando si apre una email in Gmail, spesso si vede un annuncio pubblicitario associato al contenuto di quel messaggio. Diciamo che state leggendo un’email nella quale un albergo di Chicago (o di Roma) conferma la vostra prenotazione. A fianco del messaggio potreste vedere una pubblicità dei voli per Chicago (o per Roma, a seconda del caso!).

E’ importante ricordare che il meccanismo attraverso cui vengono mostrati gli annunci pubblicitari è basato su una scansione completamente automatica: per capirci, non c’è nessuno che legge i messaggi di posta elettronica per decidere quali annunci associare al messaggio. Si tratta dello stesso meccanismo di scansione automatica che la maggior parte dei servizi di email, e non solo Gmail, utilizza per filtrare lo spam o rendere possibile il controllo ortografico. Gli annunci pubblicitari sono selezionati in base a un criterio di pertinenza e vengono pubblicati automaticamente utilizzando la stessa tecnologia di pubblicità contestuale sulla quale si basa il programma AdSense.

A volte, tuttavia, non ci sono annunci pubblicitari sufficientemente pertinenti rispetto ad uno specifico messaggio. Da oggi, talora potreste vedere degli annunci che, invece di essere associati al messaggio che state leggendo, sono associati a un altro messaggio che si trova nella stessa pagina della Inbox del messaggio che state leggendo. Per esempio, state leggendo un messaggio in cui un amico vi augura buon compleanno; se non ci sono annunci pubblicitari pertinenti, potreste vedere visualizzato un annuncio che pubblicizza i voli per Roma e che è associato a quella email di conferma dell’albergo per Roma che si trova nella stessa pagina della Inbox.

Per mostrare questi annunci il nostro sistema non archivia nessuna informazione aggiuntiva, semplicemente seleziona un messaggio diverso con cui fare l’associazione contestuale. Così come non conserviamo alcuna informazione relativamente al testo del messaggio che state leggendo, non conserviamo nessuna informazione nemmeno relativamente al testo dei messaggi che sono stati riscansionati dal sistema per individuare un contenuto a cui associare un annuncio pubblicitario pertinente. Il processo è interamente automatico, non ci sono persone che leggono le email e né le email né informazioni personali vengono condivise con gli investitori pubblicitari.

Abbiamo aggiornato una delle voci del centro assistenza e alcune delle Domande frequenti nelle quali si specificava che la pubblicità mostrata a fianco di una email era associata solo al messaggio che si stava leggendo in quel momento. Non ci sono invece modifiche nelle Informazioni sulla privacy di Gmail. Abbiamo anche realizzato un breve video che illustra i cambiamenti apportati:

Il cambiamento verrà implementato nei prossimi giorni e grazie a questo ci auguriamo che gli annunci pubblicitari in Gmail risultino più interessanti: più annunci su argomenti a cui siete interessati e meno annunci non rilevanti.


Scritto da:Steve Crossan, Gmail Product Manager

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Gen 21

Avevo già presentato un annuncio scritto da Tim Delaney, questo sopra è un altro classico, per Timberland.

Trovato nella creative gallery della Newspaper Marketing Agency.

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Gen 21

«Vietato ai cinesi se non parlano italiano». No, non è uno scherzo. È il messaggio scritto con un pennarello nero su un cartoncino bianco, affisso alla porta di un negozio di abbigliamento di Empoli. (…) Ecco qual è la “razza” che Pacilli non vuole più nel suo negozio: «i maleducati cinesi: entrano senza neanche chiudere la porta e dare il buongiorno. Fanno il giro del negozio, provano molti capi e non comprano niente. Se provi ad avvicinarli ti dicono che non parlano italiano. “non palale italiano”. Ma non è vero». Allora cosa ci vanno a fare? «Copiano. Ne contiamo una decina al giorno. Vengono qui per guardare le rifiniture e le cuciture dei capi d’abbigliamento: fanno soltanto perdere tempo». (Leggi su Reppublica)

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Gen 21

A Detroit, il 10 novembre 1963, in un suo celebre discorso, Malcolm X pronunciò una delle sue più famosi parabole, quella sul negro da cortile (house Negro) e il negro dei campi (field Negro). Il negro da cor­tile, affermava Malcolm X, “viveva insieme col padrone, lo vestivano bene, e gli davano da mangiare del cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone. Dormiva in soffitta o in cantina, ma e­ra sempre vicino al padrone e lo amava molto di più di quanto il padrone amasse se stesso. Questi negri da corti­le avrebbero dato la vita per salvare la casa del padrone, prima ancora di quanto non lo avrebbe fatto lui stesso. Se il padrone diceva: «Abbiamo proprio una bella casa», il negro da cortile rispondeva subito: «Sicuro, abbiamo proprio una bella casa». Ogni volta che il padrone diceva «noi», anche lui diceva «noi». Da ciò si riconosce il negro da cortile. Se la casa del padrone andava in fiamme, quel negro si dava da fare più dello stesso proprietario per spengere l’in­cendio e se quello si ammalava, lui gli diceva: «Cosa c’è, padrone, siamo malati? » Figuratevi un po’! Siamo mala­ti! Si identificava col suo padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso; e se qualcuno fosse an­dato da lui a dirgli: «Andiamo via! Scappiamo! Separia­moci! », il negro da cortile lo avrebbe guardato in faccia e avrebbe detto: «Amico, ma tu sei pazzo! Ma che vuol dire separarsi? Ma dov’è una casa meglio di questa? Ma dove li trovo dei vestiti migliori di questi e del cibo me­glio di questo?». Ecco com’era il negro da cortile. A quei tempi era chia­mato house nigger. Del resto li chiamiamo cosi anche og­gi, visto che abbiamo ancora fra i piedi parecchi di questi niggers da cortile. La versione moderna di questo servo ama il suo padro­ne e vuole vivere vicino a lui. Pur di fare ciò è disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi: «Sono l’unico negro qui!» «Sono l’unico negro in questo settore». «Sono l’unico negro in questa scuola». Ma se non sei altro che un negro da cortile!

Questa parabola mi è venuta in mente leggendo alcuni comunicati diramati da soggetti non meglio identificati (si parla di associazioni che raccolgono alcuni immigrati del Maghreb e di cui, sinceramente, non ho mai sentito parlare prima) come commento alla condanna egiziana delle violenze e della campagna di aggressione contro gli immigrati a Rosarno, nonché dei numerosi atti di discriminazione commessi contro gli immigrati e le minoranze arabe e musulmane in Italia. I comunicati in questione affermano infatti che “In Italia non vi è alcuna discriminazione contro le minoranze arabe musulmane”, ricordando che nel bel paese ci sonooltre 800 moschee” nonché “professionisti e perfino deputati di origine straniera di prima generazione che siedono in Parlamento”. A differenza dei suddetti soggetti, che ci tengono tanto a ricordare che in Parlamento siede un’unica parlamentare di origine araba costantemente impegnata nel presentare disegni di legge sempre più restrittivi nei confronti delle minoranze che sostiene di rappresentare, vorrei tranquillizarli: il Ministero egiziano - e anche quello marocchino - sono indubbiamente perfettamente informati sul fatto che esistono 800 sottoscala e garage adibiti a luoghi di culto dietro la denominazione “Centro Culturale”, poiché non è possibile - anche se tutti lo sanno - affermare che sono moschee. Sono sicuro anche che sappiano perfettamente che questi luoghi sono soggetti a chiusure arbitrarie, a seconda del vento elettorale, spesso giustificate da una rigidissima applicazione dei dettagli delle leggi urbanistiche (un vetro rotto, un tappeto che potrebbe prendere fuoco) a cui, miracolosamente, sfuggono persino le abitazioni e le scuole dell’Acquila, dove pur ce ne sarebbe bisogno. Cosi come sono certo che sappiano che ogni volta che i musulmani pensano di costruire una moschea presentabile, con soldi propri, si scatena il finimondo fino a bloccarne il progetto. E che, spesso e volentieri, in prima fila contro queste moschee troviamo purtroppo - la suddetta parlamentare.

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Gen 21

Eugenia Roccella torna, per rispondere ad alcuni critici, sulla vicenda della sentenza del Tribunale di Salerno, che ha consentito la diagnosi di preimpianto a una coppia portatrice di una gravissima patologia genetica («I finiani mi accusano senza conoscere la realtà», Il Giornale, 19 gennaio 2010, p. 4); e così facendo ricorre al suo consueto arsenale di trucchi volgari. Vediamo quali.
L’eugenetica è sempre stata introdotta «a fin di bene», motivandola con la pietà e con la necessità di eliminare il dolore. È qui che si inserisce la nuova utopia scientista che, sostituendosi alle grandi utopie sociali del secolo scorso, promette ancora un uomo nuovo, e ci illude che la sofferenza, la malattia, l’imperfezione, l’ingiustizia del caso, si possano sconfiggere e abolire. […] Ha fatto bene Giorgio Israel, sul Giornale di sabato scorso, a sottolineare come sia antiscientifico attribuire alla medicina uno statuto di scienza indiscutibile, in grado di offrire certezze. È la vecchia tecnica dell’uomo di paglia: attribuire ai propri avversari idee che quelli non hanno mai avuto, al solo scopo di confutarli meglio. La diagnosi genetica di preimpianto – come tutte le tecniche biomediche – non offre certezze ma solo probabilità; non si propone di abolire la sofferenza ma di diminuirla. E nulla vieta di rivendicare un diritto anche se il suo godimento è soltanto probabile: il fatto che potrebbe in teoria morire prima di raggiungere l’età pensionabile non priva affatto un lavoratore del diritto alla pensione. Quanto all’articolo di Giorgio Israel citato dalla Roccella, consiste in un sermone sui massimi sistemi che non cita mai una volta la concreta malattia del caso in esame (l’atrofia muscolare spinale di tipo 1): solo così l’autore può far credere che essa ricada nel novero delle patologie genetiche di cui le cause non sono ben note e la prevenzione risulta aleatoria.
Per avere conferma sul piano pratico delle acute osservazioni di Israel, basta considerare alcuni studi recenti, assai poco rassicuranti: il tasso di disabilità tra i bimbi selezionati geneticamente sembra essere uguale o addirittura maggiore di quello esistente tra i bambini non selezionati. Qui l’inganno si fa atroce, perché la Roccella – per colpa o per dolo – dà informazioni fuorvianti su un tema attinente alla salute; cosa già grave di per sé, ma doppiamente grave per chi come lei riveste un ruolo istituzionale.
La diagnosi genetica di preimpianto si effettua prelevando e analizzando una delle cellule dell’embrione, quando questo ne conta ancora molto poche (in genere otto o poco più). L’operazione sembra priva di conseguenze: statisticamente, le anomalie congenite sviluppate da embrioni sottoposti a questa diagnosi non eccedono quelle degli altri embrioni concepiti in vitro (che poi questi ultimi abbiano a loro volta più anomalie degli embrioni normali è un argomento dibattuto – ricordiamo comunque che l’alternativa per questi bambini è di non esistere – ma qui ci interessa solo la diagnosi preimpianto). Alcuni studi hanno rivelato un leggero aumento di anomalie, ma è chiaro che in ogni caso il gioco vale la candela: nel caso dell’atrofia muscolare spinale di tipo 1 la probabilità di due portatori sani di avere un bambino affetto da una malattia che lo porterà a una morte certa entro il primo anno di vita è del 25%, ben superiore in media a qualsiasi danno (magari lieve) possa derivare dalla diagnosi genetica, ammesso che ne produca.
Questi sono i fatti; ora vediamo che versione ne dà la Roccella. Se leggiamo attentamente le sue parole, scopriamo con stupore che in realtà non sta dicendo niente di diverso: «il tasso di disabilità tra i bimbi selezionati geneticamente sembra essere uguale o addirittura maggiore di quello esistente tra i bambini non selezionati». Ma allora perché mai questi dati dovrebbero essere «assai poco rassicuranti»? Se il tasso di disabilità è uguale a quello dei bambini non «selezionati» vuol dire che la selezione non presenta controindicazioni! L’equivoco in cui la Roccella è caduta – o cerca di farci cadere – consiste con ogni probabilità nel termine di paragone: per lei, i bambini non «selezionati» sono quelli concepiti da genitori portatori della malattia; in questo caso la diagnosi genetica sarebbe effettivamente inutile o dannosa. Come è ovvio, invece, gli studi paragonano i bambini sottoposti alla diagnosi a tutti gli altri bambini, concepiti da genitori mediamente sani. Un fraintendimento davvero colossale.
La Roccella passa poi a prendersela con Sofia Ventura, rea di averla criticata su FfWebMagazine, il periodico online della fondazione finiana FareFuturo («Quanto non ci piace la “destra paternalista”», 18 gennaio):
La Ventura conviene che il diritto al figlio sano non può esistere, ma che deve valere la libertà di ricorrere alle tecniche secondo i propri criteri soggettivi. La libertà, però, va regolata, e se non ci fossero norme e divieti, sarebbe possibile fare un figlio a 70 anni, vendere e comprare ovociti ed embrioni, affittare uteri. Perché no? Se deve valere il mio criterio soggettivo, perché mettere limiti? Se qualcuno «conviene» in qualcosa con Eugenia Roccella, si può essere ragionevolmente sicuri che stia sbagliando. Dire, come fa la Ventura, che esiste «la “libertà” di fare ricorso alle applicazioni della scienza» è solo un altro modo di affermare un diritto alla maternità e un diritto ad avere figli sani. Che queste cose non possano essere garantite con certezza non esclude affatto, come abbiamo già visto, che esse costituiscano dei diritti, e precisamente dei diritti negativi alla non interferenza: se esiste un medico disposto ad applicare quelle tecniche, nessuno deve interferire senza fondato motivo nel libero rapporto che si instaura fra quello e il paziente. La Roccella ricorre a questo punto all’ennesimo trucco argomentativo, quello della falsa dicotomia: o esiste una libertà sregolata e «soggettiva», o non esistono diritti esigibili. Ma dal punto di vista liberale il limite ai miei diritti esiste, anche se è uno solo, cioè quello del rispetto dei diritti altrui. Nel caso della diagnosi preimpianto questo significherebbe come minimo riconoscere all’embrione diritti pari a quelli degli altri soggetti implicati – ammesso, naturalmente, che risparmiare al concepito una morte per lento soffocamento all’età di sei mesi significhi rispettarne i diritti. Ma l’attribuzione di questi diritti non può essere data per scontata, e di fatto il nostro ordinamento giuridico non la riconosce. La Roccella abolisca la legge sull’aborto e modifichi l’art. 1 del Codice Civile, se ci riesce, e poi ne riparliamo.
E perché, soprattutto, questa distinzione tra diritto e libertà non vale per il fine vita? Ognuno di noi ha la libertà di morire, di mettere a rischio la propria vita e la propria salute. Ma tutto questo non può essere codificato in diritti esigibili. Esistono norme che impongono la cintura di sicurezza e il casco, e che vietano la vendita dei propri organi o il suicidio assistito. Insomma, sono libero di suicidarmi, ma non posso pretendere che il medico, o il Servizio sanitario nazionale, siano obbligati a garantirmi questa possibilità. Qui emerge la consueta propensione dell’integralista alla neolingua. «Libertà», per la Roccella, non significa libertà giuridica ma mera possibilità fisica di compiere un atto: il malato terminale è libero di suicidarsi solo nel senso di avere la capacità di buttarsi dal terrazzo se nessuno è presente, ma non può chiedere a nessuno di aiutarlo a porre fine in modo più umano alle proprie sofferenze e non può nemmeno impedire che qualcuno lo blocchi e lo faccia ricoverare in manicomio. «Diritti» sono solo quelli che possiamo costringere qualcun altro ad erogarci; il libero accordo fra individui resta fuori dall’orizzonte mentale della Roccella – assieme del resto a molte, molte altre cose.

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Gen 19

Nord Darfur: l’aviazione e l’ esercito sudanese, con 200 veicoli di soldati e miliziani, avrebbero sferrato un pesante attacco a Souk Fruk, nel Nord del Darfur, causando la morte di 18 civili che si trovavano al consueto mercato generale.Fonti del movimento ribelle SLA di Abdel W. Al-Nur lo hanno riferito oggi stesso, giorno dell’offensiva, alle Nazioni Unite, che si sono dette pronte ad aprire un’inchiesta. L’ennesima.
Intanto i governi del Chad e del Sudan hanno fatto sapere di essere giunti a un accordo sul dispiegamento di guardie di confine lungo le rispettive aree di competenza, a partire dal prossimo mese. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
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Gen 19


Ciao a tutti! Come già saprete, la maggior parte dei prodotti gratuiti Google offre agli utenti italiani un Forum su cui condividere opinioni, inviare suggerimenti o segnalare eventuali problemi in merito a servizi quali Gmail, Google Maps o Chrome. Si tratta di una community principalmente animata da utenti appassionati; alcuni in particolare, grazie alla loro presenza assidua nel Forum e la spiccata disponibilità ad aiutare e discutere con gli altri utenti, sono Collaboratori principali. Si tratta di utenti esperti che collaborano con i dipendenti Google per segnalare problemi, evidenziare i suggerimenti degli altri membri della community e, in generale, sostenere l’attività del Forum, che oggi, a meno di un anno dall’apertura, conta più di 30000 iscritti!

Nell’ambito di questa collaborazione, tempo fa abbiamo organizzato presso i nostri uffici di Milano il primo Summit dei Collaboratori Principali Google per i prodotti gratuiti, un’intera giornata in cui i quattro Collaboratori principali italiani e i dipendenti Google impegnati nel Forum si sono incontrati per discutere di tecnologia, prodotti Google, e naturalmente di come migliorare e far crescere sempre di più la nostra community.
Dopo una bella colazione e qualche momento per i saluti e la conoscenza reciproca, i Collaboratori principali e le Guide sono stati impegnati in presentazioni, discussioni e attività incentrate sulla condivisione di idee per rendere il Forum, e i prodotti Google, migliori per tutti gli utenti. Naturalmente non sono mancati spuntini, foto ricordo e partite a biliardino.
Dalle discussioni di questa giornata abbiamo ricavato suggerimenti utilissimi per iniziative concrete volte a migliorare ulteriormente la nostra community di supporto. Ad esempio nuove funzionalità per l’interfaccia del Forum, migliore integrazione dei contenuti della Guida, e molte altre novità ancora - vi invitiamo a scoprirle facendo un salto sul nostro Forum.
Un grazie ai Collaboratori principali per il loro prezioso contributo, e a tutti i membri del Forum di assistenza Google per le idee e le osservazioni sui propri prodotti Google preferiti che condividono ogni giorno con la community. E, naturalmente, un invito a tutti i lettori del nostro Blog a visitare il Forum per discutere dei nostri prodotti, offrire suggerimenti o chiedere consigli… siamo impazienti di ricevere le vostre opinioni per rendere i prodotti Google sempre migliori.
Scritto da: Chiara Micca, consumer operations associate


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Gen 19

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Gen 19

SCATTI stipendiali per gli insegnanti, ma solo per quelli di religione. Lo ha stabilito il ministero dell’Economia lo scorso 28 dicembre. Mentre i sindacati della scuola sono alle prese con un complicato rinnovo del contratto in favore di tutti i docenti e gli Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) della scuola, alla chetichella quelli di religione nella busta paga del mese di maggio troveranno una gradita sorpresa: il “recupero” degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.

A spiegare la portata del provvedimento, che porterà nelle tasche degli interessati un bel gruzzoletto, è lo Snadir (il sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione). “Gli aumenti biennali per gli insegnanti di religione, che in precedenza venivano calcolati nella misura del 2,5 per cento del solo stipendio base, dovranno ormai ammontare al 2,5 per cento dello stipendio base comprensivo della Indennità integrativa speciale”. Una cosetta di non poco conto visto che l’Indennità integrativa speciale rappresenta circa un quarto dell’intera retribuzione dell’insegnante e che gli anni da recuperare sono tanti, quasi quattro bienni.Continua (e fa molto indispettire): Aumenti ai prof di religione. È la “sorpresa” di Tremonti, la Repubblica, 16 gennaio 2010.

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Gen 17

Molti si chiedono quale sia il percorso più adatto alla propria evoluzione spirituale. Ognuno si dispone a favore o contro tecniche energetiche, percorsi spirituali, corsi di formazione di qualsiasi tipo. Io stesso ho partecipato e lavorato attivamente con l’energia, per poter comprendere alcuni aspetti fondamentali della natura dell’uomo. Chiunque voglia realmente avvicinarsi alla verità nascosta dal velo dell’illusione delle tre dimensioni, deve confrontarsi con la propria percezione dell’ambiente e del mondo. Inizialmente il processo prevede la ricerca spasmodica di risposte alle infinite domande che pone la nostra mente creativa. Una mente che è guidata dalla nostra anima, dal Se che è totalmente nella verità. Difficile rendersene conto, credendo di poter in qualche modo gestire i nostri processi mentali e di avere idee chiare e indipendenti. A poco a poco ci si rende conto che c’è sempre una mano pronta a guidarci verso un cammino scelto dalla nostra anima molto tempo prima di questa incarnazione terrestre.

La difficoltà nello svolgere questo percorso tuttavia, è rappresentata dall’ego, il nostro più grande alleato e nemico. Alleato perché ci consente sempre di sperimentare situazioni che pongano in contrapposizione giusto e sbagliato, bene e male. Nemico perché tendenzialmente tende a prevaricare il mondo dei sensi, tende a dover giustificare situazioni ed esperienze con logiche troppo poco universali. Per questo motivo ci si imbatte in conflitti, delusioni e frustrazioni, fin quando non comprendiamo che l’accettazione e il perdono è l’unica via realmente coerente con il nostro autentico Se. L’evoluzione spesso percorre una ascensione orizzontale, apparentemente interessante e ricca di significato, ma in realtà sempre ferma nello stesso punto. Tutt’altro approccio è sperimentabile quando lasciamo il controllo della nostra vita al cuore, al silenzio del Creato che Tutto pervade.

L’ascensione (nella sola accezione del miglioramento personale, da non confondersi con chissà quale percorso spirituale) diventa così verticale, si percepisce chiaramente l’espansione dei nostri corpi, i nostri sistemi di credenze crollano come castelli di carte, ogni struttura mentale legata alla materialità viene vista per quello che è, cioè una rappresentazione soggettiva della nostra creazione mentale, l’imperitura forma che noi abbiamo forgiato con la nostra mente. Il processo verticale permette di raggiungere vette sempre più alte, toccare livelli di consapevolezza che nascono dall’interno del nostro cuore, piuttosto che un insegnamento esterno. Questo rende onore al percorso animico che stiamo svolgendo, il quale è coerente con il Piano precostituito prima di arrivare in questo contesto terreno.

La verticalità con cui ascendiamo tuttavia, attira prove e situazioni sempre più dure e difficili da affrontare, proprio per testare la nostra capacità di abbandonarsi a noi stessi, di lasciar andare la zavorra del controllo a tutti i costi, il dover necessariamente catalogare e imbrigliare le esperienze secondo dei canoni esterni alle nostre percezioni. La verità è ciò che di più intimo risiede nel nostro cuore, ciò che solo noi possiamo rendere visibile con il silenzio e la più intima riflessione. Quello che noi proiettiamo all’esterno non è altro che il nostro mondo interiore, bello o brutto che sia, comunque sempre perfetto nel qui e ora.

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Gen 17

Il commento migliore alla sentenza del giudice Antonio Scarpa del Tribunale di Salerno, che ha autorizzato per la prima volta in Italia la diagnosi genetica di preimpianto per una coppia fertile portatrice di una gravissima malattia ereditaria, è forse quello di Giordano Bruno Guerri, apparso ieri sul GiornaleDico no a una norma feroce che finge d’amare la natura e non ama l’essere umano», 14 gennaio 2010, p. 15). Ne riporto la parte finale:
Il caso della famiglia lombarda di cui parliamo sembra fatto apposta non per aprire una discussione – come accadrà – ma per chiuderla. La povera madre (che abbraccio), ha avuto cinque gravidanze per ottenere un solo figlio sano. Un’altra figlia è nata, e morta a sette mesi, perché la coppia è portatrice di una tremenda malattia ereditaria. L’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 causa la paralisi di tutta la muscolatura e porta a una dolorosissima morte per asfissia dopo una vitanonvita di agonia. È, secondo le statistiche, la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita. Mia madre, che ha novant’anni, piange ancora (e non per modo di dire) una bambina che le morì a sette mesi – per polmonite – più di sessant’anni fa. Alzi la mano chi di voi è pronto a condannare quella donna e quell’uomo per avere deciso tre aborti che avrebbero portato bambini malati di quella crudeltà della natura. Se qualcuno l’ha alzata, si tratta di mani che non sono disposto a stringere, neanche appartenessero all’uomo più pio della terra. Il più buono non può esserlo di certo. Si alzeranno molte mani, piuttosto, per dire che allora quella coppia doveva rinunciare a fare altri figli, piuttosto che ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto, ovvero a selezionare gli embrioni sani. Sono mani di amanti della vita immaginari, ai quali chiedo: è meglio nascere sani o malati? Chiedo: è meglio nascere o non nascere? Chiedo: quanti feti già sviluppati, di molte settimane, subiscono un aborto – chirurgico e legalissimo – dopo un’amniocentesi? Quel bambino «selezionato geneticamente» non è un esperimento hitleriano per produrre una razza di superuomini. Gli viene garantito soltanto che sarà in grado di vivere. Che altro si vuole da lui e per lui? Che altro dolore si vuole imporre a quei due genitori che desiderano soltanto averlo e amarlo senza sofferenza? Sia data lode – la mia ammirazione senz’altro – al giudice Antonio Scarpa, che ha autorizzato la diagnosi preimpianto, smentendo una legge assurda e feroce che – fingendo di amare la natura – non ama l’essere umano. Da leggere, sempre sul Giornale, anche l’intervento del deputato del PdL Melania Rizzoli, «Caro sottosegretario Roccella, non è reato volere dei figli sani» (15 gennaio, p. 11).

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Gen 17

Marina Corradi commenta la sentenza sulla legge 40 con le solite presunte argomentazioni.
Un passaggio è particolarmente gustoso (Gli embrioni «sbagliati» sono morte data, sono lutti, Avvenire, 15 gennaio 2010):
Non è ancora figlio quel grappolo di cellule, ci diciamo per tollerare l’aborto. Ma lo sappiamo invece, e lo conferma la scienza, che a poche ore dal concepimento il disegno è già vergato, unico, non ripetibile: il disegno di quell’ uomo.Poveretta: è evidente che non riesca proprio a comprendere quanto scienza e disegno stonino messi insieme così. Ma il dubbio è sempre lo stesso: malafede o ignoranza?

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Gen 15

Questi ultimi giorni sono stati caratterizzati da forti dolori al petto, all’interno del costato, come se qualcuno stesse strappando il mio cuore dal corpo. Fitte lancinanti con dolori diffusi in tutta l’area circostante. Mi rendo conto sempre più spesso, di come il cuore sia veicolo di emozioni e di emozioni che proviamo in comunione con gli altri. In questo caso il mio cuore sente i dolori che la Terra sta provando in questo delicato momento di trasformazione. Oggi leggo del terremoto di Haiti, non posso non pensare a questo collegamento. Come se fossi collegato al cuore della Terra che soffre e scuote i suoi figli per indicare una via diversa, una via di pace e di fratellanza. I dolori fisici mi hanno sempre accompagnato a sensazioni di tristezza e profonda empatia con questo grande cuore spirituale che si trova nel cuore della Terra. Un collegamento che si rafforza e si consolida col passare dei mesi. Un sorta di premonizione, una sorta di allarme, che viene comunicato a livelli più sottili. Credo che il dolore sia una chiave per poter evolvere la nostra consapevolezza, poter rimediare ai tanti errori della nostra vita, per una volta uscendo da logiche di odio e accusa, per una volta utilizzando il perdono e l’amore. Dobbiamo amare la Terra, così come ogni suo figlio, sia esso animato o inanimato, poiché alla base di ogni essere c’è la stessa sostanza universale che spinge Tutto in avanti, nient’altro che Spirito.

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Gen 15

Si fa sempre più grave la crisi alimentare in Darfur, in particolare nel Darfur occidentale. Un sacco di sorgo, uno dei cereali più usati nella dieta sudanese, ha superato recentemente i 200 Pounds sudanesi, equivalenti a 80 dollari.

Approfondisci:
Il Nord Darfur è a rischio carestia

Un morto e sei feriti per una scodella di sorgo in DarfurFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Gen 15

La condanna egiziana delle violenze e della campagna di aggressione contro gli immigrati a Rosarno, nonché dei numerosi atti di discriminazione commessi contro gli immigrati e le minoranze arabe e musulmane in Italia ha suscitato reazioni alquanto scomposte e controproducenti. Chiariamo subito un aspetto che potrebbe destare perplessità: cosa c’entrano i fatti di Rosarno, che hanno coinvolto prevalentemente immigrati africani di fede cristiana con le minoranze arabe e musulmane? Nulla. E infatti il portavoce del ministero degli esteri egiziano, Hossam Zaki, ha sottolineato che si deve distinguere tra la condanna dei fatti di Rosarno e l’ultima parte del comunicato, in cui si chiede alla comunità internazionale di porre rimedio alla «discriminazione sulla base della religione e della razza e all’odio contro gli stranieri», in un contesto più generale.

Torniamo quindi alle reazioni italiane sopra citate. Due erano quelle prevalenti: quella secondo cui quanto accaduto a Rosarno sarebbe un “fatto interno” (e quindi l’Egitto non dovrebbe interferire) e l’altra che ricorda al Cairo la recente strage dei copti, negando ogni accusa di “razzismo religioso” in Italia. Nessuna delle due giustificazioni sta in piedi. Quello che è accaduto a Rosarno sarebbe stato davvero “un fatto interno” se gli immigrati, oggetto di attacchi o discriminazioni fossero cittadini italiani. Ma non lo sono, quindi nessuno può dire che ciò che è accaduto a Rosarno è un “fatto interno”. Fino a prova contraria, i governi dei paesi di origine degli immigrati ne dovrebbero tutelare la rispettabilità e l’incolumità. Finora nessun paese esportatore di immigrazione l’ha fatto: non si è mai visto, infatti, un paese del sud del mondo bacchettare uno del nord. L’Egitto, che è il paese africano, arabo ed islamico più importante, è stato il primo a prendere posizione in merito. Esso riconosce - con questo comunicato - nient’altro che le sue naturali responsabilità storiche, politiche e geografiche. Non si vuole che paesi terzi interferiscano? Basta concedere ai lavoratori stranieri il loro diritto alla cittadinanza.

“Fatto interno”, invece, sono le vicende legate ai copti. I copti sono cittadini egiziani, con tanto di nazionalità riconosciuta. Non sono nemmeno cattolici. Non hanno nessun legame con l’Italia e non mi risulta che abbiano chiesto l’intervento dello Stivale a loro sostegno. Anche perché il Papa Shenuda, Papa dei Copti, ha sempre cortesemente respinto ogni interferenza esterna. Viene quindi spontaneo chiedersi come sia passato in mente al governo italiano, unico fra i governi occidentali, a “condannare” la strage dei copti in Egitto. E poi condannare cosa, esattamente? Condannare i fondamentalisti che l’hanno perpetrata? Il governo egiziano ha fermamente condannato la strage sin dal primo istante. Il grande imam di Al Azhar, Sheikh Sayyed Al Tantawi, ed il ministro per gli affari religiosi islamici, Mohamoud Hamdi Zaqzouq, si recheranno venerdì prossimo a Nagaa Hamadi, la città dell’Alto Egitto dove vi è stata la strage, per portare le loro condoglianze. I responsabili sono stati arrestati in meno di 24 ore e sono già a giudizio.

L’Egitto non ha bisogno che qualcuno in Italia si scomodi per “condannare”. Cosa se ne fa, l’Egitto, della sua condanna? Analizziamo invece cosa è accaduto in Italia dopo i fatti di Rosarno. Mentre gli africani schiavizzati venivano manganellati, trasferiti in centri di concentramento ed espulsi, abbiamo sentito dichiarazioni politiche e mediatiche di “troppa tolleranza”, accuse di “buonismo”, che di fatto hanno incoraggiato i Rosarnesi a dare il via alla “caccia al negro”. Negare poi il contesto generale di discriminazione razziale e religiosa è francamente ridicolo. Basterebbe portare un copioso dossier con ritagli dei quotidiani italiani e qualche registrazione televisiva contenenti dichiarazioni di politici ed opinionisti per dimostrare, inequivocabilmente, il clima vigente in Italia. Immaginate cosa sarebbe accaduto se, dopo la strage dei copti, esponenti politici egiziani avessero parlato di “buonismo” e “troppa tolleranza”. Credo sia chiaro, adesso, perché il Cairo non voglia lezioni italiane in materia di tolleranza. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi del pilastro di cemento che è nel tuo?

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Gen 15

diego_maradonaDifficilmente Maradona non dimenticherà l’ultima visita in Italia, quando si è trovato di fronte il fisco italiano che reclamava i suoi soldi e così ha confiscato il suo orecchino. Il valore di questo orecchino era stimato sui 5.000 euro, ma il fisco contava sui collezionisti e in particolare modo ai tifosi del Pibe de oro, così l’ha messo all’asta. Il risultato finale è stato superiore alle attesa: 25.000 euro, sborsati da una ricca signora che ha voluto mantenere l’anonimato. Mi viene da pensare che sia la mamma di Diego Armando Junior, chissà. In ogni modo se avessi avuto problemi con l’agenzia delle entrate italiano sarei rimasto all’estero per sempre, visto che il fisco ha le orecchie ovunque. Maradona ha fatto una cavolata passare per l’Italia era meglio se restava a casa. In ogni modo mi pare esagerato sborsare 25.000 euro per un orecchino anche se è posseduto da uno dei più grandi giocatori di calcio del mondo, valli a capire i collezionisti.

E’ stato aggiudicato a 25.000 euro in un’asta pubblica a Bolzano l’orecchino sequestrato tempo fa a Diego Armando Maradona.

Via ansa

fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale

Gen 15

Visto il grande interesse dimostrato per il tema, riportiamo di seguito la traduzione del post pubblicato ieri sul nostro blog internazionale in merito all’annuncio di Google in Cina:

“Come molte altre organizzazioni ci troviamo regolarmente ad affrontare attacchi informatici di diversa gravità. A metà dicembre abbiamo identificato un attacco mirato e altamente sofisticato proveniente dalla Cina contro la nostra infrastruttura, che ha provocato furto di proprietà intellettuale ai danni di Google. Ciò che inizialmente poteva sembrare un semplice, seppur significativo, incidente di sicurezza, si è rivelato qualcosa di molto diverso.
Innanzitutto, Google non è stata l’unica società a subire l’attacco. Dalle nostre indagini è emerso che almeno altre venti grandi società operanti in diversi settori - Internet, servizi finanziari, tecnologia, comunicazione e chimica - sono state colpite in modo simile. Al momento stiamo informando tali società e stiamo collaborando con le autorità competenti negli Stati Uniti.
In secondo luogo, abbiamo prove sufficienti per ritenere che l’obiettivo principale dell’attacco fosse quello di accedere agli account Gmail di attivisti cinesi per i diritti umani. In base a quanto emerso finora dalle indagini, riteniamo che l’attacco non abbia raggiunto il proprio obiettivo. Apparentemente, soltanto due account Gmail sono stati violati, e l’attività illecita si è limitata al rilevamento delle informazioni sull’account (come la data di creazione) e degli oggetti delle email, ma non del loro contenuto.
Terzo, nel corso delle indagini, ma indipendentemente dall’attacco a Google, abbiamo scoperto che decine di account Gmail negli Stati Uniti, in Cina e in Europa, appartenenti a sostenitori dei diritti umani, sono stati ripetutamente violati. L’accesso illecito non è avvenuto a causa di una violazione dei sistemi di sicurezza di Google, ma con tutta probabilità attraverso pratiche di phishing o malware infiltrato sui computer degli utenti.
Le informazioni raccolte a seguito dell’attacco ci hanno consentito di introdurre subito miglioramenti alla nostra architettura e infrastruttura informatica al fine di rafforzare la sicurezza per Google e i nostri utenti. Ai singoli utenti consigliamo di utilizzare programmi antivirus e antispyware affidabili, installare le patch di sicurezza per i sistemi operativi e aggiornare i browser in uso. Raccomandiamo di prestare sempre attenzione prima di fare clic sui link presenti all’interno di chat ed email, o quando un sito web richiede di fornire dati personali quali le proprie password. Potete leggere i nostri consigli sulla sicurezza informatica in questo post. Per saperne di più su questo tipo di attacchi informatici, vi invito a leggere questo rapporto (PDF) del Governo degli Stati Uniti, il blog di Nart Villeneuve e questa presentazione sulla rete di spionaggio GhostNet.
Abbiamo preso la decisione di condividere pubblicamente le informazioni su questi attacchi non solo per via delle implicazioni per la sicurezza e i diritti umani emerse dalle indagini, ma anche perché questo ci porta dritti al cuore di un dibattito globale molto più ampio sulla libertà di parola. Negli ultimi vent’anni, i programmi di riforma economica adottati dalla Cina e il talento imprenditoriale dei suoi cittadini hanno sottratto alla miseria centinaia di milioni di persone. Non vi è dubbio che oggi questa grande nazione rivesta un’importanza centrale per il progresso e lo sviluppo economico mondiale.
Abbiamo inaugurato il dominio Google.cn nel gennaio 2006 nella convinzione che i vantaggi rappresentati da un maggiore accesso alle informazioni per il popolo cinese fossero più importanti del nostro disagio nel dover accettare di censurare alcuni risultati di ricerca. Allora dicemmo chiaramente che “avremmo esaminato in modo scrupoloso le condizioni presenti in Cina, incluse eventuali nuove leggi e restrizioni di altro genere ai nostri servizi. Qualora ci fossimo trovati nella condizione di non poter raggiungere gli obiettivi prefissati, non avremmo avuto esitazioni a riconsiderare il nostro approccio nei confronti della Cina”.
I recenti attacchi e il sistema di sorveglianza che hanno rivelato, insieme ai tentativi di limitare ulteriormente la libertà di parola sul Web ripetutisi nel corso dello scorso anno, ci hanno convinto della necessità di riconsiderare l’opportunità di operare in Cina. Abbiamo deciso che non siamo più disposti a continuare a censurare parte dei risultati di ricerca sul dominio Google.cn, pertanto nelle prossime settimane incontreremo le autorità cinesi per discutere i presupposti per il funzionamento di un motore di ricerca non filtrato nel rispetto della legge, sempre che questo sia possibile. Siamo consapevoli che questa scelta potrebbe comportare la chiusura del dominio Google.cn e potenzialmente dei nostri uffici in Cina.
La decisione di riconsiderare la nostra attività in Cina è stata incredibilmente difficile e sappiamo che potrebbe avere conseguenze molto serie. Teniamo a specificare che la decisione è stata presa dalla dirigenza di Google negli Stati Uniti, senza che i nostri dipendenti in Cina ne fossero a conoscenza o fossero coinvolti nella decisione. A loro va il nostro riconoscimento per aver lavorato con grande dedizione al successo di Google.cn

È nostra intenzione impegnarci in modo responsabile per risolvere i problemi molto seri sollevati da questa vicenda”.
Scritto da: David Drummond, SVP, Corporate Development and Chief Legal Officer

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Gen 15

Ricevo da Filomena Gallo, Presidente Associazione Amica Cicogna ONLUS, e volentieri posto.

Salerno, 11 gennaio 2010
Il giudice autorizza l’accesso alla fecondazione assistita con diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertile

Il Giudice Antonio Scarpa del Tribunale di Salerno autorizza, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto ad una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 (SMA1).
Questa malattia causa la degenerazione e la morte motoneuronale con la conseguente inarrestabile paralisi e atrofia di tutta la muscolatura scheletrica e costituisce oggi la più comune causa genetica di morte dei bambini nel primo anno di vita, con una morte per asfissia.
La coppia si è rivolta al ginecologo Domenico Danza, per accedere alla procreazione medicalmente assistita e poter effettuare la diagnosi preimpianto con tecniche combinate di citogenetica e di genetica molecolare al fine di avere un figlio che potesse vivere. Lo specialista non ha potuto consentire l’accesso alle pratiche di procreazione medicalmente assistita perché la legge 40 del 2004 lo consente solo per casi di sterilità/infertilità.

Il Giudice Antonio Scarpa, ha così motivato la sentenza:
“Il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di pma da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la pma attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l’impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura “costituzionalmente” orientata dell’art. 13 L.cit., consentono di scongiurare tale simile rischio”.

Il Tribunale di Salerno, per la prima volta in assoluto, ha consentito di ricorrere alla procreazione assistita preceduta da diagnosi genetica preimpianto alla coppia fertile e che ha già avuto altre 4 gravidanze naturali, ordinando il trasferimento in utero dei soli embrioni sani, superando con una interpretazione della legge 40/04 in linea con la Carta Costituzionale, il disposto dell’art. 1 comma 2 e art. 4 comma 2 della L. 40/04 che stabilisce il divieto ad accedere alla fecondazione assistita a chi non ha problemi di sterilità.

Dichiara l’Avv. Filomena Gallo, legale della coppia ricorrente, “i miei assistiti hanno chiesto l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita perché è l’unica speranza per avere un figlio che viva, poiché la malattia di cui sono portatori è la forma più grave, fa nascere bambini morti o che non sopravvivono oltre l’anno di vita. Il tribunale di Salerno con l’ordinanza del Giudice Scarpa, ha emesso una decisione chiara e rispettosa dei diritti dei soggetti coinvolti. Sono stati oggi riconosciuti e affermati diritti inviolabili, trascurati dalla legge 40/04 e invece tutelati costituzionalmente, quali: 1) tutela del diritto alla salute della donna; 2) tutela del diritto all’informazione nel trattamento sanitario; 3) tutela del diritto alla procreazione cosciente e responsabile.

Il tribunale di Salerno ha operato per la salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà della coppia tutelate dalla Carta Costituzionale, ha operato una interpretazione della legge sulla fecondazione assistita costituzionalmente orientata, nel rispetto del diritto alla salute ma in questo caso anche alla vita di un figlio che diversamente sarebbe morto.

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Gen 15

Per ulteriori informazioni sugli argomentati del convegno: Diritto all’epidurale negato.

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Gen 15

Marilisa Palumbo ci offre qualche dato e qualche utile riferimento sulla condizione dei musulmani americani, che sembrano confutare quanti sostengono la non integrabilità degli islamici («Musulmani americani. Una storia di buona integrazione», Europa, 13 gennaio 2010, p. 5). Ho aggiunto i link ai documenti citati.
«Se si contasse il numero di musulmani americani, saremmo uno dei più grandi paesi musulmani al mondo». Così Barack Obama a giugno, intervistato dalla rete francese Canal Plus alla vigilia del discorso al mondo islamico pronunciato al Cairo.
Il presidente parlò in quell’occasione di sette milioni di cittadini americani di religione musulmana (la Casa Bianca disse di aver preso il dato dal Cia World Fact Book), ma in realtà non si hanno cifre esatte: il censo Usa non chiede ai suoi rispondenti la loro affiliazione religiosa.
Le stime, tutte approssimative, variano comunque tra i 2,3 e gli otto milioni (con oltre 1200 moschee sul territorio).
Al di là delle cifre, quel che colpisce a guardare gli islamici d’America – e che anche il primo presidente ad avere come middle name Hussein sottolineò – è il loro livello di integrazione nella società, di gran lunga superiore a quello dei musulmani in Europa (come conferma un sondaggio Gallup dell’anno scorso).
Secondo molte ricerche (tra le ultime e più affidabili una del Pew Research Center che risale al 2007), la maggioranza dei musulmani americani appartiene alla classe media, ha un buon livello di istruzione (il 60 per cento circa è laureato, contro il 30 circa della popolazione nel suo insieme), e dispone di un reddito medio superiore alla media nazionale. Non è facilissimo dire a che cosa si debba questa success story (che ovviamente, come nota la Palumbo nel seguito dell’articolo, ha anche qualche ombra: dopo l’11 settembre sarebbe stato un miracolo se non ce ne fossero state). Personalmente ritengo che la risposta vada cercata in buona parte nel classico American dream: la prospettiva del successo personale – prospettiva concreta, anche se non sempre raggiunta – costituisce un premio cospicuo allo sforzo di «giocare secondo le regole», di adeguarsi alle norme sociali. Allo stesso tempo, un paese composto di immigrati pone probabilmente di meno l’ostacolo del pregiudizio nei confronti delle minoranze, il che aiuta enormemente l’integrazione. Il problema dell’Europa è allora di riuscire a riprodurre queste condizioni; non è facile – e non per colpa dei musulmani.

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Gen 15

Proprio così. Il giorno che ricorderemo come l’inizio della rivolta di Rosarno, Panebianco dedica un capoverso del suo atto di accusa a quelle scuole (cinque? Sei? Fossero anche una dozzina?) che per risibili questioni di integrazione non hanno fatto il presepe. Altro che topi nelle baracche: il presepe. È quello il problema, secondo Panebianco.Continua qui.

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Gen 15

Maurizio Ambrosini interviene su Lavoce.info a proposito della polemica sull’immigrazione ospitata dal Corriere della Sera, che ha visto contrapporsi Giovanni Sartori e Tito Boeri («Ma l’Italia è già multietnica», 12 gennaio 2010):
Si può convenire sul fatto che il presidio dei confini è una dimensione costitutiva della sovranità degli Stati moderni, per quanto democratici. Tutti dispongono di polizie di frontiera, richiedono passaporti, espellono all’occasione stranieri indesiderati. Nello stesso tempo, si obbligano a esaminare le istanze dei richiedenti asilo e ad accogliere quelli che ne hanno diritto, anche se arrivano, come in genere accade, violando le frontiere o usando documenti falsi. […]
Altra cosa è una legge che definisce reato la permanenza sul territorio con un permesso turistico scaduto, da parte di persone che spesso lavorano. […] La legge è inapplicabile per mancanza di strutture e mezzi adeguati. Rischia di intasare la macchina della giustizia, di spingere gli immigrati irregolari verso condizioni ancora più marginali e contigue all’illegalità, di confermare alla fine il messaggio che in Italia le leggi sono severissime sulla carta, ma poco applicate nei fatti.
Qui si innesta un’altra questione. Gli immigrati irregolari non si insediano in Italia per colpa dei preti troppo accoglienti o degli intellettuali liberal, ma perché sono richiesti da molti datori di lavoro italiani, famiglie comprese, e non solo a Rosarno Calabro. […] La fermezza di facciata è contraddetta dall’inefficacia dei controlli sui luoghi di lavoro. In Francia sono stati arrestati in un anno 900 datori di lavoro di immigrati non autorizzati, in Italia questo non avviene.

Quanto ai mussulmani, il problema della penetrazione del fondamentalismo in queste comunità esiste. Ma vanno colti tre aspetti: 1) è un problema tipicamente europeo, negli Stati Uniti i circa 6 milioni di mussulmani non sono percepiti come una minoranza chiusa e ostile, non vivono in quartieri-ghetto, sono in gran parte istruiti e professionalmente qualificati. 2) Il fondamentalismo si nutre della discriminazione e dell’esclusione economica e sociale. I mussulmani in Europa non vivono in ghetti per loro scelta, ma perché non riescono a uscirne. E nei ghetti l’identità culturale e religiosa, l’unica risorsa accessibile a tutti, diventa facilmente un simbolo di opposizione a una società ostile ed escludente. In quei contesti la predicazione fondamentalista attecchisce più agevolmente. 3) Non è possibile, in un ordinamento democratico, né comprimere la libertà di culto, né impedire l’accesso alla cittadinanza per motivi religiosi, né indagare le opinioni di chi chiede di lavorare in Italia, di ricongiungersi con la famiglia o di diventarne cittadino. […]
Lascio da parte il problema dei giovani. Riesce difficile capire come si possa sperare di veder crescere lealtà e attaccamento al nostro paese a chi viene lasciato a lungo fuori della porta della cittadinanza, e costretto a lunghi e complicati procedimenti per accedervi, magari perché arrivato in Italia a due anni, o perché, nato qui, per un anno o due è stato accudito dai nonni al paese d’origine dei genitori.
La società italiana non sta diventando multietnica perché qualche scriteriato ha aperto le porte. Il cambiamento avviene per dinamiche ed esigenze che hanno origine all’interno della nostra società, e in modo specifico nel mercato del lavoro. In realtà noi produciamo ogni giorno la società multietnica, quali che siano le nostre opinioni al riguardo. Non è possibile utilizzare le braccia e rifiutare le persone, o negare loro di poter entrare un giorno a pieno diritto nella comunità dei cittadini di cui ormai, di fatto, fanno parte. Da leggere tutto.

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Gen 13

Per ricordare Bob Noorda, copioincollo dall’ottimo sitographics:

Lei è considerato un maestro indiscusso per quello che riguarda il visual design e la progettazione delle corporate identities, soprattutto per la capacità di condensare interi universi aziendali e istituzionali in un logo o in un progetto grafico. Se la sente di rivelare i segreti, le “regole d’oro” per progettare un logo di successo?

Regole… in realtà non ci sono regole. O meglio posso rivelarvi quello che ho imparato e ho messo in pratica in tutti questi anni, frutto dell’esperienza. Un logo deve essere innanzi tutto memorabile e memorizzabile, cioè deve “restare nella mente”. Deve essere quindi semplice, intuitivo, diretto e razionale. Tutto questo è possibile solo studiando a lungo e con estrema attenzione i valori sottostanti alla realtà che vogliamo descrivere, quello che sta dietro alla marca, considerarne minuziosamente ogni aspetto. Un logo ben disegnato nasce da un vero studio, da un’analisi estremamente dettagliata. Non occorre cercare per forza la novità, la sorpresa a tutti i costi, l’originalità, l’effetto. Occorre invece trovare l’idea forte che sta dietro a un fatto, a un evento, a una marca, quello che la rende unica e riconoscibile. Prenda il logo che ho ideato per Enel: c’è l’idea del sole, dei raggi radianti, dell’energia, ma di un’energia che è ben piantata in terra, che, come un albero, ha salde radici. Ecco. Questo è progettare il logo: trovare l’idea forte e riprodurla con vigore nel segno, esprimendola in modo che sia riconoscibile.

Durante la conferenza ha fatto un’osservazione particolarmente significativa: ha detto che le sue realizzazioni sono state sempre studiate per resistere nel tempo, per durare il più possibile. Ecco: nell’era di Internet, di una comunicazione frenetica, sempre più incalzante, sempre più effimera, è cambiato qualcosa nel design? Occorre per così dire adeguarsi ai tempi rapidi della rete, o piuttosto ha ancora più valore un design pensato per un ciclo di vita duraturo?

Io non ho mai creduto nel design fatto al volo, in chi fa decine e decine di schizzi al giorno, oppure butta là due segni in fretta, uno dietro l’altro e dice: “Grande! Ecco l’idea! Questa sì, questa no, questa ancora sì….” Non è il mio modo di fare design. Un grande design richiede tempo e fatica. Ripeto: una buona idea è frutto di lunghe riflessioni e di uno studio meticoloso del problema. No, decisamente il design pensato per durare, quello progettato e meditato a lungo, quello “pensato bene”, rimane, credo, il migliore design.

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Gen 13

Una bella serie di interventi che indagano la creatività. Qui per esempio parla il filosofo Cinzio Lombardi.

Su YouTube le altre clip della serata sulla creatività ‘COME LO SAI ? COME LO FAI ?’ organizzata a Bologna, il 25 maggio 2008 da Terzadecade/L’aquila Signorina.

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Gen 13

IMMIGRATI: EL-SEBAIE, EGIZIANI IN ITALIA SODDISFATTI PER INTERESSAMENTO DEL CAIRO.

Torino, 12 gen. - (Aki) - “Da anni ormai ci appellavamo ai governi arabi affinché prendessero le misure politiche ed economiche adeguate a difesa dell’onorabilità ed incolumità dei propri cittadini in Italia”. E’ con queste parole che Sherif El Sebaie, intellettuale egiziano, esponente della comunità islamica torinese, spiega ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL come i suoi connazionali immigrati in Italia abbiano accolto le critiche rivolte al nostro governo dal ministero degli Esteri del suo paese per i fatti di Rosarno. “Come cittadino egiziano, il fatto che il mio paese, che è un paese chiave del Medio Oriente e governo amico dell’Italia, sia stato il primo a pronunciarsi contro le violenze subite dagli immigrati non può che tranquillizzarmi - spiega - come credo tranquillizzi gran parte degli immigrati arabi, africani e musulmani residenti in Italia”. El-Sebaie si dice contento e ringrazia il governo del Cairo “per l’attenzione prestata alle segnalazioni inerenti la condizione degli immigrati musulmani che ben traspare dal contenuto del comunicato di protesta diramato oggi dal ministero degli Esteri egiziano. Ringrazio in modo particolare il ministro per l’Immigrazione egiziano, Aisha Abdel Hadi, con cui ho avuto l’opportunità di dialogare a Torino in merito alla condizione degli immigrati musulmani residenti in Italia”.

ROSARNO: INTELLETTUALE EGIZIANO,POLITICI ITALIANI RIFLETTANO

(ANSA) - ROMA, 12 GEN - “Da anni ormai ci si appella ai governi arabi affinché prendano le misure politiche ed economiche adeguate a difesa dell’onorabilità e incolumità dei propri cittadini in Italia. Come cittadino egiziano, il fatto che il mio paese sia stato il primo a pronunciarsi contro la campagna di aggressione e le violenze subite dagli immigrati non può che tranquillizzarmi, come credo tranquillizzi gran parte degli immigrati arabi, africani e musulmani residenti in Italia”. Così Sherif El Sebaie, intellettuale egiziano ed esponente della comunità islamica torinese, a proposito delle accuse dell’Egitto all’Italia dopo i fatti di Rosarno. “Desidero ringraziare il Presidente Hosni Mubarak, il Ministro degli Esteri della Repubblica Araba d’Egitto e l’Ambasciata egiziana in Italia - afferma El Sebaie - per l’attenzione prestata alle segnalazioni inerenti la condizione degli immigrati musulmani, che ben traspare dal contenuto del comunicato di protesta recentemente diramato dal Ministero degli Esteri Egiziano. Un ringraziamento particolare va rivolto al Ministro per l’immigrazione egiziano, Aisha Abdel Hadi, con cui ho avuto l’opportunità di dialogare proficuamente a Torino in merito alla condizione degli immigrati musulmani residenti in Italia”. “Mi auguro che la netta presa di posizione espressa in tale comunicato sia oggetto di riflessione da parte del mondo politico italiano, nonché di un civile dibattito e un confronto democratico al fine di migliorare i rapporti tra immigrati e autoctoni in Italia” conclude.

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Gen 13

Che in Italia ci sia un clima a dir poco malsano intorno al fenomeno migratorio e alle tematiche correlate è indubbio. Politicamente, mediaticamente e socialmente parlando. Altrimenti non si spiega il motivo per cui il Presidente della Repubblica, cioè la massima autorità politica del paese e il Papa, ovvero la massima autorità spirituale, hanno ritenuto indispensabile fare riferimento, nei loro discorsi di capodanno, al fenomeno del razzismo collegandolo al fenomeno dell’immigrazione. Se lo hanno fatto, un motivo evidentemente c’è. Ma non ci sono solo il Presidente della Repubblica e il Papa, ovvero un esponente che è espressione della Sinistra e uno della Chiesa, indicati dalla vulgata come “filo-immigrati”, a prescindere e senza se e senza ma, ad affermare che esiste un clima alquanto preoccupante in Italia. Anche un uomo di destra, come Gianfranco Fini, l’ha sostenuto. Persino il Giornale diretto da Feltri ha titolato, in caratteri cubitali, riferendosi ai fatti di Rosarno: “Ma stavolta hanno ragione i negri”. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che, da più parti (per non parlare dell’estero) si ha la percezione che in Italia sia in atto un processo di deterioramento che sta spingendo masse sempre crescenti di italiani verso l’intolleranza e la xenofobia. E questo, puntualmente, viene confermato dai fatti: episodi di razzismo in aumento, rivolte violente che scoppiano, e via discorrendo.

Ciononostante, tra una condanna e una presa di distanze, sembra che la volontà di cambiare lo status quo non ci sia proprio. Non ancora. La reazione dello Stato ai fatti di Rosarno è alquanto preoccupante e diseducativa. Per anni si è chiuso un occhio sulle condizioni in cui gli immigrati vivevano e lavoravano, addebitandola ad una situazione “ereditata” (per quanti decenni si può ereditare una situazione?). Quando la goccia ha fatto traboccare il vaso, e gli immigrati si sono sollevati, quali sono state le contromisure? Manganellate, trasferimenti in pullman in altre zone o in centri di concentramento e infine ruspe per assicurarsi che gli immigrati non potranno più tornare. Il tutto tra gli applausi dei Rosarnesi che, fino agli ultimi istanti, rincorrevano gli africani per pestarli o investirli, non sia mai che qualcuno di loro pensi di rimanere nei dintorni. Se queste sono le soluzioni prospettate a situazioni esplosive come quella di Rosarno, stiamo freschi. Qui ci sono tutti i presupposti affinché accada ben di peggio, in futuro. Gli esponenti politici e i media hanno - e stanno ancora - soffiando sul fuoco dell’intolleranza, poi - quando la benzina prende fuoco - si tirano tutti indietro o danno risposte fuorvianti. Intanto, però, il fuoco chi lo spegne?

Cosa dovrebbe pensare, un ipotetico osservatore esterno, quando sente politici votati dalla maggioranza degli italiani fare certe affermazioni sugli immigrati o prendere determinati provvedimenti dal sapore vagamente discriminatorio nei loro confronti? O quando il più importante quotidiano nazionale sforna un editoriale dopo l’altro per giustificare la non concessione di diritti agli immigrati che da decenni vivono in questo paese, rispettandone le leggi e le regole? Con gli autori dei suddetti editoriali che fanno addirittura la conta dei commenti razzisti a loro favorevoli, sbandierandoli come medaglie? L’ipotetico osservatore dovrebbe forse pensare che la maggioranza degli italiani non è d’accordo con costoro? E allora da chi, come e quando sono stati votati? Chi compra quei quotidiani, chi scrive quei commenti? Perché gli italiani non si pronunciano in maniera forte e chiara contro questo andazzo? Sono sicuro che esiste un’Italia alternativa e migliore di quella rappresentata dai suoi politici e dai suoi media. Ma vorrei sentirne la voce, vederla in piazza, rendermi conto che sta facendo qualcosa di concreto. Il 1 marzo è una buona occasione per farlo. Solidarizzare con lo sciopero degli immigrati indossando almeno il colore giallo scelto dagli organizzatori è un modo facile e non impegnativo di dimostrare che qualcosa si sta muovendo. Che è ancora viva e vegeta una coscienza collettiva. Un’accusa ricorrente al sottoscritto è quella secondo cui farei di tutta l’erba un fascio, accusando gli italiani in toto di razzismo. Sfido chiunque a tirare fuori, dai miei articoli, foss’anche una mezza parola che possa essere anche solo interpretata in quel senso. Ma se gli italiani non reagiranno, saranno i loro politici e i loro media a farne un fascio. Anzi, un Fascio. E non sarebbe la prima volta.

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Gen 13

Segnalo, innanzitutto, la risposta di Tito Boeri a Giovanni Sartori sull’ “integrabilità degli islamici” Sembra (ma è anche molto probabile) che Boeri abbia letto quanto scritto su questo ed altri blog che hanno analizzato la diatriba con Sartori. Infatti stavolta la risposta è molto più incisiva ed efficace.

Segnalo anche l’editoriale di Gian Antonio Stella che ricorda il passato che gran parte dell’Italia ha dimenticato: la povertà, la clandestinità in altri paesi per lavoro, i linciaggi a cui erano sottoposti gli italiani. A dimostrazione del fatto che la storia non insegna nulla. Sicuramente non all’Italia.

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Gen 13

Dopo aver litigato ed essersi azzuffato con un marocchino, ha cercato di dargli fuoco, gettandogli addosso della benzina. È successo stamani a Firenze, davanti a un albergo popolare. L’uomo, un italiano, è stato però bloccato dai dipendenti della struttura, che si trova in via della Chiesa. In base a quanto ricostruito dai carabinieri, fra i due ci sarebbe stato un litigio per motivi banali: sembra che l’italiano, ora ricercato, abbia protestato perchè l’extracomunitario stava dando da mangiare ai piccioni. (Il Corriere)

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Gen 13

Si sa ma nessuno se ne è interessa più di tanto. Sono molte le donne che si sono sentite fare questa proposta nel percorso accidentato e tutto italiano per abortire, ma in quel momento magari hai altri pensieri che denunciare il farabutto. Oggi qualcuno è andato a curiosare (Inchiesta shock a Roma: medico obiettore all’ospedale san camillo pratica aborti in studio privato):
un medico obiettore di coscienza in ospedale [...] pratica gli aborti di sera in uno studio privato.
L’inchiesta parte dalle corsie del San Camillo, un ospedale dove – di norma – è difficilissimo abortire perché la maggior parte dei ginecologi dichiarano obiezione di coscienza. Così un giornalista si arma di telecamera nascosta e si finge fidanzato di una ragazza che vuole abortire, superare le difficoltà è facilissimo perché nella struttura sono tutti a conoscenza dei nomi dei medici che fanno il “doppio gioco”.
Il giornalista infatti sa come fare per volere un aborto affidandosi ai consigli della vigilanza “No, non nell’ospedale perché si rischia. Qualche clinica privata te lo può fare – è il primo suggerimento che arriva dalla guardia giurata – “questa è bravissima ma c’è un altro che fa tutto… sono quelli che lo fanno…questi qua sono medici che sono obiettori di coscienza…”. Al giornalista viene dato un pizzino con un numero di telefono per contattare il medico.
Scatta allora la telefonata della ragazza che chiede appuntamento allo specialista, pronto a riceverla e a parlare di aborto alla luce del sole, come se non fosse un obiettore. Anzi invita i pazienti a non perdere tempo “ragazzi bisogna che quagliate perché se le avete avute il 29 ottobre.. non è che la prendo e domani faccio l’intervento…”. Non ci sono quindi problemi di obiezione anzi ribadisce il medico “ ho bisogno di vederla, di fare un’ecografia e di un BHCG però non può fare i capricci questa ragazza…”. Alla domanda se questa cosa si potesse fare al San Camillo il dottore risponde categorico “ Ma al San Camillo passano due mesi, nasce il ragazzino, lo deve fare privatamente”. Insomma, obiettore sì, ma non davanti ai ricchi assegni di chi può permetterselo”.

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Gen 13

Aiuto, qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che la Protezione civile diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi giorni fa, il 17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni. Un’altra mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave è scritto in poche parole: «Il rapporto di lavoro dei dipendenti della società è disciplinato dalle norme di diritto privato». Scende così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaiae centinaia di milioni di euro all’anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica. Una scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione civile, trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un vicerè dalle mani d’oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno obblighi da rispettare.Su l’Epresso, di Fabrizio Gatti.

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Gen 11

Non a caso, il 7 gennaio scorso, mentre veniva presentato alla stampa il nuovo dossier di 10 ONG internazionali sul Sud Sudan “Rescuing the Peace in Southern Sudan“, nella stessa regione venivano uccisi almeno 140 civili e feriti altri 90. Lo rivelano fonti delle Nazioni Unite, che la settimana scorsa hanno sorvolato l’area del Wunchai provincia di Warrap, Sud Sudan.Sempre la settimana scorsa, riprendevano i bombardamenti degli Antonov governativi nel Darfur occidentale, causando la morte anche di tre bambini e due donne, secondo quanto riferito dai ribelli Jem dell’area al Sudan Tribune.Occore agire ora, chiedono le associazioni per i diritti umani di tutto il mondo, per garantire un pieno sviluppo della democrazia in Sudan, dilaniato da conflitti che sembrano non avere fine, in Darfur come in Sud Sudan, dove i prossimi appuntamenti elettorali rischiano, con le condizioni socio-politiche attuali, di innescare una nuova guerra civile.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Gen 11

Da tempo si rincorrono le voci della presenza di milizie del Lord’s Resistence Army in campi di addestramento in Sud Darfur, appoggiati dal governo sudanese. Ma dalle fonti ufficiali arrivano solo smentite.

I guerriglieri che hanno sconvolto per un ventennio l’Uganda e l’Africa centrale, la famigerata Lord’s Resistence Army, responsabile del rapimento di migliaia di bambini e del loro impiego come “bambini soldato” o “schiavi sessuali” e della mutilazione di altrettante vittime, sarebbero dislocati da pochi mesi anche in Darfur. Già presenti oltre i confini nazionali in Repubblica Centroafricana, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan, i ribelli ugandesi sarebbero in procinto di iniziare una campagna di terrore e morte anche in Sud Darfur. Proprio in questa regione, lo LRA si è reso colpevole di numerosi attacchi, agli inizi di quest’anno, a postazioni di distribuzione di alimenti e beni di prima necessità, con l’uccisione di centinaia di civili e lo sfollamento di migliaia di essi.

Joseph Kony, leader dello LRA, è un riconosciuto criminale di guerra, ricercato, al pari di Omar Hassan al Bashir, il dittatore sudanese, dalla Corte Penale Internazionale. Non sarebbe l’unico elemento di affinità, tra i due, se è vero che dietro i campi di addestramento in Darfur, ci sia proprio il governo sudanese, come afferma la linea di comando del Sudan People Liberation Movement. I rappresentanti del governo sudanese smentiscono, ma il Generale Kuol Diem Kuol, portavoce dello SPLA, afferma che, in seguito ad alcuni scontri tra i due gruppi armati, il 19 Dicembre scorso, i soldati hanno rinvenuto razioni di cibo di indubbia provenienza dal Nord Sudan, come il Dak. Secondo il portavoce, è probabile che i guerriglieri dello LRA vogliano ricostitursi ed organizzarsi per rientrare in Sud Sudan in corrispondenza del referendum del 2011 sull’indipendeza della regione da Khartoum.

Sembra verosimile la presenza di gruppi armati nell’area occidentale di Um Dafok e Bahr al Ghazal, al confine con il Sud Darfur, area soggetta recentemente ad attacchi e rapimenti di minori da parte di milizie riconducibili al movimento armato ugandese, ma resta da verificare se, effettivamente, il gruppo armato si sia spinto stabilmente fin dentro il Sud Darfur, nell’area di Dimo e Kaskagi.

L’UNAMID e gli osservatori internazionali sono scettici sulla veridicità delle affermazioni che si rincorrono per il deserto del Darfur, ma le basi della missione internazionale sono poco presenti nell’area, che confina con la Repubblica CentroAfricana A fine ottobre, al contrario, fonti militari sud sudanesi hanno ricondotto proprio agli ugandesi un attacco a un campo profughi costato la vita a tre soldati e due profughi del Darfur.

Tanto è bastato per diffondere il terrore tra la popolazione de l Darfur, già stremata da anni di conflitti e abusi, che il Lord’s Resistence Army stia insediandosi nella regione per iniziare una nuova campagna di odio e massacri. Dall’inizio dell’anno, solo nel Sud del Sudan, oltre 220 persone sono state uccise almeno 157 rapite dallo LRA (fonte: OCHA)

di Mauro Annarumma per Mpnews

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Gen 11

Qualcuno dovrà pur incominciare a chiedersi per quale motivo, ciclicamente, migliaia di immigrati si sollevano violentemente in questo paese. Stavolta era il turno degli africani di Rosarno ma appena tre anni fa erano i cinesi di Milano a sfasciare macchine, rovesciare cassonetti e prendersele di santa ragione da agenti anti-sommossa. In qualsiasi altro paese del mondo civile, il fatto che migliaia di persone (indipendentemente da colore della pelle, confessione o status giuridico) facciano cose simili per chiedere, semplicemente, “rispetto” dovrebbe suonare come un campanello d’allarme. Quello che è successo a Rosarno era pienamente prevedibile, quindi. Cosi come era previdibile ciò che è capitato a Milano prima. Dopottutto è solo un assaggio di ciò che succederà molto più spesso in futuro, possibilmente in forme ancora più partecipate e massicce e quindi decisamente più preoccupanti. A più riprese ho preannunciato il momento in cui la situazione sarebbe precipitata e, ve lo assicuro, non è ancora precipitata. Eppure, ogni volta che lo faccio, vengo tacciato con le accuse più strambe e i commenti più fantasiosi.

L’Italia non è più un paese di “recente immigrazione”. Quelli che non se ne sono resi ancora conto dovrebbero metterselo nella zucca. Tanto per incominciare, ci sono già milioni di immigrati regolari: hanno messo radici, partorito figli e ora i loro figli stanno mettendo al mondo altri figli. Siamo alla terza generazione, ormai. Passa veloce il tempo, neh? E non ho intenzione di ripetere la tiritera degli “immigrati che fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. I lettori onesti sanno benissimo che, anche se pagati il giusto, la generazione che ha come massima aspirazione il velinismo e il Grande Fratello non si metterà mai a raccogliere arance e pomodori. L’ha scritto benissimo un mio commentatore qui. I giovani più bravi, invece, prima o poi fanno le valigie e approdano in paesi che finanziano la ricerca e la creatività. Mi limito solo a dire che gli immigrati sono un dato di fatto, clandestini inclusi. Piaccia o meno. Se ci sono è perché servono. Altrimenti non ci sarebbero. Ed è curioso che il governo si ostini ancora a centellinare i posti nel decreto flussi quando i dati imprenditoriali dimostrano inequivocabilmente che senza un numero crescente di immigrati regolari interi settori dell’economia italiana crollerebbero.

Ciò che sorprende veramente, però, è che gli altri paesi di immigrazione - nel bene o nel male - abbiano escogitato qualche tipo di modello, qualche straccio di soluzione, seppur manchevole o migliorabile. In Italia sembra invece che la volontà premeditata sia proprio quella di non fare niente non solo per non assumersi la responsabilità dell’azione ma per accolarsi il merito dell’inazione. Se quindi la situazione è esplosa in Francia, immaginate cosa può accadere in un paese come l’Italia che non riconosce praticamente nessun diritto in cambio dei doveri che pretende e che - anche se a qualcuno non risulta - ottiene. Cosa potrebbe succedere in uno stato in cui non si riesce neanche a consegnare un permesso di soggiorno in tempi ragionevoli, tanto da costringere gli immigrati a fare uno sciopero della fame? E basta con le balle: “la burocrazia”, “i fannulloni”, “anche gli italiani patiscono i disguidi”. Non è vero: è cosi facile ottenere o quantomeno pretendere (giustamente) i propri diritti “cammuffandosi” da italiani (ove possibile) quanto è difficile farlo dichiarando nome, cognome e cittadinanza non-italiana.

E’ alquanto significativo, poi, che i cittadini di Rosarno che ora stanno incassando la condanna della “violenza dei negri” da parte di tutti, siano gli stessi che hanno votato un comune sciolto per infiltrazioni mafiose, quelli che hanno sparato agli immigrati con i fucili a pallettoni provocando la loro reazione nonché gli stessi che - in una frenetica caccia allo straniero - hanno percosso, gambizzato, tentato di investire con le loro macchine gli africani che erano letteralmente ridotti in schiavitù e trattati come bestie sotto i loro occhi e nei loro campi. Ed ora hanno pure la faccia tosta di protestare contro la presenza degli stranieri, chiedendo “il rispetto della legge”. E non sapevano chiederla prima, l’applicazione della legge? E cioè prima di votare una giunta in odor di mafia e di tollerare questa situazione incivile sulla loro terra? E poi quale legge? La Bossi-Fini? Tanto per incominciare la maggioranza degli immigrati africani coinvolti erano regolari. E poi la Bossi-Fini è in vigore dal 2002. Eppure lo stesso ministro dell’interno ha affermato che “In tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazione di forte degrado”. Qualcosa non quadra. O sbaglio?

C’è chi chiede ai politici di non concedere diritti di cittadinanza o di voto agli immigrati, almeno non a quelli islamici. Ora, se tanto mi dà tanto, quelli che hanno messo Rosarno a ferro e a fuoco erano cristiani o animisti. E infatti nessuno ha sottolineato la loro fede. Concedere la cittadinanza o il voto, secondo questi signori, sarebbe un rischio “da sprovveduti” perché potrebbe creare un “cittadino «contro-cittadino»”. E quello che è successo a Rosarno cos’era? Un immigrato - regolare o clandestino che sia - «contro-cittadino»? Le botte erano le stesse, per quanto mi risulta. La verità è chi ha paura di concedere diritti agli immigrati (la cittadinanza, il permesso di soggiorno o il voto amministrativo) ha in realtà paura che, concedendo il voto a gente che lavora onestamente e si spacca la schiena per pochi euro, ci sia il rischio concreto di ritrovarsi con dei cittadini che non votano giunte mafiose. E sai che disastro, per l’immagine dell’Italia nel mondo?

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Gen 11

Caro Sherif El Sebaie,
Non La conosco e Lei non mi conosce. La seguo dalla Francia da parecchi anni (sono francese) ed apprezzo molto il suo blog, che mi dà informazioni su certi aspetti poco conosciuti dell’Italia odierna, specialmente se li si vedono da Parigi, ove risiedo. Si dà poi il fatto che da alcuni mesi sia cresciuto in me un durevole interesse per gli sviluppi recenti della politica italiana — sono, come Lei avrà capito, molto italianofilo, e recenti eventi politici mi hanno spinto a seguire attentamente quanto avviene oggi nella penisola.
Questa mia recente concentrazione sui quotidiani eventi sociali, politici ed economici ha destato molte preoccupazioni per un paese di cui amo particolarmente la cultura. E certamente la prima mia preoccupazione è quella che riguarda l’ondata di xenofobia che mi sembra divampare vomitevolmente dalle vostre parti. Qui in Francia non siamo purtroppo immunizzati da questo sentimento abietto, ed il nostro governo non esita ad incitare all’odio verso gli immigati; anzi, con le sue ultime proposte incoraggia subdolamente un’espressione chiaramente razzista, od almeno anti-immigrazione.
Nondimeno ho l’impressione che la situazione italiana sia ancora molto più pericolosa ed inquietante di quella francese, in quanto ormai su ogni giornale (Corriere, Repubblica, ecc: il Suo blog ha elencato numerosi pesanti esempi), in ogni partito, in ogni regione viene concessa la cittadinanza a parole, penseri e idee che dovrebbero venire respinte d’instinto da ogni singolo cittadino se la società italiana fosse chiaramente sicura delle sue fondamenta democratiche, repubblicane e illuministiche.
Non voglio qui apparire come uno che dà lezioni di civiltà, soprattutto perché anche qui in Francia ci sono vari aspetti che destano ribrezzo sui termi riguardanti gli stranieri. Ma penso sinceramente che quel che sta avvenendo oggi in moltissimi discorsi pubblici italiani è assolutamente agghiacciante, molto di più di quanto non esista nei discorsi odierni francesi. Questo mio paragone parrà forse esagerato, ma, da xenofilo e da amico della cultura italiana, volevo soltanto testimoniare della mia forte paura per quanto sta avvenendo oggi nel cosiddetto Bel Paese. Ed incoragiarla a continuare nel suo nobile compito di raccontare come si evolvino i rapporti fra autoctoni e non in Italia. Le tramando i miei complimenti per il Suo blog.
Cordialmente,
Un lettore francese
PS: avrei molto da dire sul modo in cui viene strumentalizzato il tema dell’immigrazione anche qui in Fancia. Vi ho solo accennato, perché mi sembra che sarei stato off topic rispetto al tema del Suo blog, chiaramente incentrato sulla situazione italiana.

Risposta: Ringrazio il lettore per la sua bellissima lettera che trasmette, in maniera diretta e profonda, la preoccupazione che la situazione italiana sta destando nel resto del mondo. Purtroppo, non tutti in Italia riescono a capire che anche il sottoscritto - quando scrive, critica e denuncia - non lo fa perché “odia” l’Italia ma proprio perché la ama e vorrebbe vederla migliore. Spero che la lettera di un italianofilo francese, amante della cultura italiana, che non risparmia critiche al suo paese di origine, li aiuti a capire che le critiche possono anche essere costruttive e utili.

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Gen 11

Sul numero in edicola del bimestrale di divulgazione scientifica Darwin compare anche un mio pezzo (Giuseppe Regalzi, «Prigioniero del proprio corpo», pp. 64-65):
Cos’è che ci colpisce tanto nel caso di Rom Houben, l’uomo che per 23 anni è stato erroneamente ritenuto in stato vegetativo? A cosa si deve l’attenzione che per molti giorni i mezzi di comunicazione hanno dedicato alla sua vicenda? Quale parte del nostro immaginario ne è stata stimolata, forse anche perturbata?
Riassumiamo i fatti. Nel 1983 Rom Houben, belga di 20 anni, subisce un grave incidente automobilistico. Dopo un periodo di coma sembra entrare in stato vegetativo: è sveglio, ma non risponde agli stimoli esterni e appare privo di ogni funzione cognitiva. La situazione rimane immutata per 23 lunghi anni, finché nel 2006 un’équipe guidata da Steven Laureys, un neurologo dell’Università di Liegi, applica a Houben la versione riveduta della Coma Recovery Scale (un sistema di valutazione del comportamento) e rileva tracce di coscienza nel paziente. […]
Il fascino morboso esercitato da storie come questa dipende, credo, dalle innegabili analogie con fenomeni che hanno affascinato e terrorizzato molte generazioni passate: la morte apparente e il seppellimento prematuro. La sindrome locked-in, con il suo soggetto consapevole rinchiuso in un corpo immobile, che non riesce ad avvertire gli altri di ciò che gli succede e delle proprie reali condizioni, richiama subito alla mente la morte apparente, sindrome scientificamente assai meno definibile, ma il cui ricordo vive ancora, per esempio nei racconti di Edgar Allan Poe. […]

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Gen 09

Al via campagna internazionale per scongiurare un nuovo conflitto Italians for Darfur: il governo italiano faccia la sua parte. Bisogna agire ora perché domani potrebbe essere troppo tardi Partirà il 9 gennaio una campagna internazionale che vedrà impegnati migliaia di attivisti e celebrità che nel corso del 2010 daranno luogo ad eventi in almeno 15 Stati in uno sforzo internazionale coordinato, lanciando un appello ai leader del mondo a prendere urgentemente provvedimenti atti a prevenire il riaccendersi e il propagarsi del conflitto in Sudan.
La campagna Sudan365, promossa da Italians for Darfur e rilanciata da ‘Articolo 21’ e ‘Artisti socialmente utili’, è stata presentata oggi nella Sala Mappamondo della Camera dei Deputati.
Quello italiano è solo uno dei tanti eventi organizzati dalla coalizione di associazioni e gruppi, tra cui Italians for Darfur, Amnesty International, Save Darfur, FIDH, Refugees Internatrional , Human Rights Watch, e molte altre, che si occupa da anni della difesa dei diritti umani .
La campagna durerà tutto l’anno.
“Stiamo assistendo da diversi mesi a un grave intensificarsi delle violenze interetniche nel Sud Sudan – ha ricordato Antonella Napoli. presidente di ‘Italians for Darfur’ e autrice del libro – denuncia ‘Volti e colori del Darfur – Edizioni Gorée - mentre la crisi in Darfur continua e si aggrava ogni giorno di più. Basti pensare ai 5 caschi blu uccisi in due diversi attacchi poche settimane fa. Il 2010 pone serie minacce ai diritti umani in Sudan che possono essere prevenute solo se i governi agiscono ora. Restano poco più di 365 giorni e una mole enorme di lavoro da fare prima che la grande conquista del CPA svanisca. Le autorità sudanesi e la comunità internazionale devono aumentare il loro impegno nel realizzare pienamente quel trattato e mantenere così la pace a cui ha portato con grandi difficoltà”.
“Il popolo del Sudan ha sperimentato 22 anni di guerra civile – ha sottolineato la Napoli – e oggi si è sull’orlo di un nuovo conflitto. Riteniamo reale il rischio che l’accordo possa essere disatteso e che la tregua sia ‘rotta’, favorendo il ritorno della furia devastante della guerra, con disastrose conseguenze per il popolo del Sudan e per l’intera regione”.
“Per questo chiediamo al nostro Governo – ha concluso il presidente di Italians for Darfur - testimone dell’attuazione dell’accordo del 2005, di produrre un intenso sforzo diplomatico nel prossimo anno, sfruttando i buoni rapporti sia politici sia commerciali con il Sudan, per chiedere il rispetto di quel trattato garantendo così il mantenimento della pace”.
Sudan 365 è supportato da alcuni dei più famosi percussionisti del mondo, tra cui Phil Selway, Radiohead; Stewart Copeland, The Police; Nick Mason, Pink Floyd; Jonny Quinn, Snow Patrol; Caroline Corr; Richard Jupp, Elbow; Middle Eastern, Mohammed Mounir, Mustapha Tettey Addy e Tony Esposito, testimonial della campagna italiana.
“La musica puó arrivare lí dove nemmeno i governi arrivano”, ha detto il musicista e percussionista napoletano.
“Il Darfur è un esempio tipico di una guerra illogica, una guerra infame, una guerra di incivltà”. Per Esposito, “il paradosso è che nessuno sa perché‚ si combatte in Darfur. Si sa solo che i rifugiati vengono attaccati sia dai ribelli che dalle forze governative. Ogni giorno muoiono centinaia di bambini e donne, senza sapere il perché‚ di questa guerra”. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Gen 09

E’ on-line l’anteprima del contributo italiano alla campagna SUDAN 365 ” Un ritmo per la pace”
Il 9 gennaio 2010 prenderà il via la nuova campagna internazionale SUDAN 365 “A BEAT FOR PEACE”, alla quale aderisce, per l’Italia, Italians for Darfur Onlus, con il sostegno delle associazioni Articolo 21 e Artisti Socialmente Utili.

Invia anche tu il tuo “Ritmo per la pace” a Italians for Darfur Onlus. info: www.italiansfordarfur.itFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Gen 09

Migliaia di attivisti di 15 Paesi si riuniscono per mettere in guardia il mondo dal peggiorare del conflitto in Sudan

Partirà il 9 gennaio una campagna internazionale che vedrà impegnati migliaia di attivisti e celebrità che, nel corso del 2010, daranno luogo ad eventi in almeno 15 Stati in uno sforzo internazionale coordinato per lanciare un appello ai leader del mondo a prendere provvedimenti urgenti atti a prevenire il riaccendersi e il propagarsi del conflitto in Sudan.Gli eventi sono stati organizzati dalla coalizione di associazioni e gruppi, tra cui per l’Italia, Italians for Darfur, alla quale hanno aderito Amnesty International, Save Darfur, FIDH, Refugees Internatrional , Human Rights Watch, International Rescue Commettee, Darfur Consortium e Arab Coalition for Darfur per lanciare Sudan365 (www.sudan365.org) la nuova campagna, che durerà tutto l’anno, per la pace in Sudan. La lista completa dei Paesi e dei gruppi partecipanti può essere trovata all’indirizzo www.sudan365.org.Testimonial per l’Italia, il percussionista e cantante Tony Esposito.L’impegno preso dalle associazioni di Sudan365 inizia a distanza di solo un anno dal referendum che deciderà il futuro del Sudan e che segnerà l’anniversario dei primi cinque anni del Comprehensive Peace Agreement, l’accordo di pace che pose fine alla guerra civile tra Nord e Sud del Sudan e che prevedeva proprio questo referendum.Con molte e gravi problematiche aperte ancora da risolvere che accendono la violenza interetnica nel Sud e generano continui attacchi ai civili in Darfur, c’è un rischio reale che il conflitto si riapra, destabilizzando l’intera regione e ponendo i civili in grave pericolo.
Sudan 365 è supportato da alcuni dei più famosi percussionisti del mondo, tra cui Phil Selway, Radiohead; Stewart Copeland, The Police; Nick Mason, Pink Floyd; Jonny Quinn, Snow Patrol; Caroline Corr; Richard Jupp, Elbow; Middle Eastern, Mohammed Mounir, Mustapha Tettey Addy e Tony Esposito.Tutti i musicisti che prestano il loro volto a questa campagna stanno lavorando insieme per creare un “ritmo per la pace” in Sudan realizzando un video per promuovere l’iniziativa mondiale.Gli attivisti suoneranno all’unisono i loro tamburi nel corso degli eventi organizzati in tutto il mondo per chiedere i governi di agire immediatamente per prevenire l’aggravarsi degli atti di violenza e assicurare che i civili siano protetti.Le organizzazioni per i diritti umani chiedono ai leader mondiali di aumentare considerevolmente il loro impegno a:
- Prestare intenso e coerente supporto diplomatico alle parti del Nord e Sud Sudan su materie irrisolte come i servizi sanitari accessibili a tutti, sicurezza dei confini, e una legislazione che garantisca la legittimità del referendum.- Aumentare il monitoraggio internazionale e la supervisione delle violazioni dei diritti umani in tutto il Sudan nella corsa alle elezioni di Aprile e al referedndum, e sostenere le misure necessarie a proteggere i civili dalla violenza che potrebbe scatenarsi relativamente a questi eventi.- Pressare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perchè prolunghi il mandato a del della forza internazionale di peacekeeping in Sudan (UNMIS) in protezione dei civili, aumentando la prezenza in aree remote ma instabili e attraverso il rapido dispiegamento del personale nelle aree vicine al conflitto.
Il referendum del 2011 determinerà se la regione meridionale del Sudan diventerà o meno indipendente dal Nord. Gli esperti hanno paura che l’instabilità nella corsa al referendum o nel periodo immediatamente successivo possa riaccendere la guerra civile e causare massicci abusi dei diritti umani, se gli sforzi internazionali non saranno intensificati nell’intento di trovare un valido percorso alla pace nei prossimi dodici mesi.
Roma, 8 novembre 2010Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Gen 09

“In tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazione di forte degrado”.

Roberto Maroni, ministro dell’interno, commenta la rivolta degli immigrati a Rosarno (8 gennaio 2010)

Curiosità del giorno:

La Legge Bossi Fini è l’espressione d’uso comune che indica la legge della Repubblica italiana, 30 luglio 2002, n.189, varata dal parlamento italiano nel corso della XIV legislatura (Governo Berlusconi, 2001-2006), di modifica del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, ovvero il D. Lgs. 25 luglio 1998, n. 286. La legge sostituisce ed integra la precedente modifica, la c.d. Legge Turco-Napolitano, ovvero la legge 6 marzo 1998, n. 40, confluita poi nel predetto Testo Unico. La legge è tuttora in vigore, poiché il governo Prodi (rimasto in carica per 722 giorni prima del ritorno del Presidente Berlusconi al governo) non ha potuto (o voluto) metterci mano.

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Gen 09

Per la terza volta, il politologo Giovanni Sartori si è espresso sull’ (impossibile) integrabilità degli islamici e sull’opportunità di (non) concedere loro la cittadinanza. Curioso (ma neanche tanto) che il Corriere abbia elargito all’esimio professore lo spazio per esprimersi per ben tre volte contro lo striminzito spazio concesso ad una replica alquanto fiacca da parte di un economista (e non di orientalista). A questo punto non sono più interessato a rispondere alle considerazioni che un individuo nato nell’anno in cui veniva esiliato l’ultimo Sultano di Istanbul può avere sulla società globale e multiculturale del 2010. Innanzittutto perché è evidente, ormai, che Sartori è in difficoltà. Altrimenti non si sarebbe barcamenato - per la terza volta consecutiva - con repliche sempre più contuse e complicate. L’atteggiamento - arrogante, stizzito e incline al misticismo - è tipico del professorone universitario messo alle strette dagli studenti seduti nell’ultima fila dell’aula ma molto più competenti di lui. Non è il caso infierire, quindi. Dopotutto Sartori è vittima di un quotidiano che, di volta in volta, rispolvera anziani scrittori in vena di esprimersi senza freni inibitori sul loro quotidiano nazionale preferito. Non è il primo, non sarà l’ultimo. E’ accaduto con Oriana Fallaci, che - per ammissione del direttore del Corriere di allora (che è anche il direttore di oggi) - era ridotta ad affacciarsi dalle finestre della sua casa newyorkese per insultare, in maniera scomposta, i tassisti in attesa per strada. Al Corriere hanno pensato di darle lo spazio per fare la stessa cosa dalle prime pagine del principale quotidiano italiano. Elementare, no? Perché prendersela con Sartori, allora? Perché un accademico e un professore universitario degno di questo nome non dovrebbe compiacere gli istinti primordiali delle masse? Non dovrebbe appiattirsi sulle politiche governative (anche se munito del patentino anti-berlusconiano che apre tutte le porte a sinistra)? E dove dovrebbe accadere questo? Nel paese in cui solo una dozzina di personalità su oltre milleduecento docenti ha rifiutato di giurare fedeltà al Fascismo? Ma per favore…

Riflettiamo piuttosto sul fatto che il principale quotidiano italiano sta, da anni, conducendo una feroce campagna anti-immigrati. Badate bene: ho scritto “anti-immigrati,” e non solo “anti-islamica”. Perché se è vero che gli editoriali dei vari Allam, Fallaci, Sartori, sono anti-islamici, è altrettanto vero che essi puntano a minare alla base qualsiasi prospettiva di una società multietnica e interculturale funzionante. Il fatto che gli opinionisti del Corriere abbiano affilato le loro penne contro gli immigrati islamici è dovuto solo al momento storico propizio: tra uccisioni di copti in Egitto, attentati falliti e riusciti in America, provocazioni gratuite come le vignette danesi e relative reazioni e le guerre in Medio oriente, gli islamici hanno volontariamente indossato il costumino di lepri e si sono messi a correre muovendo i pon pon posteriore come fa ogni bersaglio degno di questo nome, il che facilita molto le cose per il Corriere e rende molto più immediate le reazioni negative presso i suoi lettori. Ma la caccia grossa è agli immigrati in generale: cinesi, peruviani, rumeni, filippini ecc. E sbagliano costoro a credersi al riparo dalla gioisa macchina di guerra mediatica che ora sta letteralmente stritolando gli islamici. Se negheranno i diritti di cittadinanza agli islamici, per non fare la figura dei razzisti incivili, li negheranno a tutti. E se il precedente degli islamici passa, niente e nessuno potrà fermare l’applicazione degli stessi principi a tutti gli altri, inclusi gli italiani che non si adeguano.

Il Corriere non è un quotidiano. E’ l’espressione di precisi interessi politici e soprattutto economici. Da qualche parte è stata evidentemente stilata un’agenda molto chiara sulla condizione in cui devono permanere gli immigrati (non solo islamici) residenti in questo paese e il Corriere fa solo da megafono. Gli stranieri devono rimanere senza diritti e senza certezze, in modo da poterli ricattare in maniera continuativa e senza essere disturbati. Ora che Gianfranco Fini e altri politici lungimiranti si sono messi in testa l’idea di cominciare a concedere alcuni dei diritti che spettano agli immigrati in cambio di decenni di permanenza legale e leale in questo paese, c’è chi vuole fare fallire questo progetto. E ci riusciranno. L’hanno già detto e annunziato in tutte le salse che il testo attualmente all’esame della Camera è addirittura peggiore di quello che c’è già. Interventi come quello di Sartori hanno la stessa funzione delle spezie nel medioevo: servono a rendere digeribili pietanze già pronte (o almeno cosi credevano i medici di quel periodo).

Sartori per giustificare le sue panzane scrive che «una volta conseguita la massa critica necessaria, [il musulmano] crea e vota il suo partito islamico che rivendica diritti islamici se così istruito nelle moschee». In realtà nessuno ha paura dei “diritti islamici”. E’ una favoletta funzionale a spaventare le masse, esattamente come la favola dell’orco è funzionale a spaventare i bambini. Qui si ha paura dei diritti e basta. I diritti sono emancipazione e l’emancipazione è il contrario della schiavitù. E la schiavitù, si sa, genera un enorme profitto per chi la gestisce. Imprenditori che ricorrono alla manodopera in nero, proprietari di stamberghe affitate con tariffe da hotel di lusso, mafiosi in cerca di spacciatori che piazzino le droghe e via di questo passo. Il guaio è che chi si presta, consapevolmente o meno, a giustificare i negrieri contemporanei non si rende conto del fatto che sta accendendo la miccia di una reazione a catena che potrà deflagrare in qualsiasi momento. Come volete che reagiscano centinaia, migliaia, milioni di persone - di cui non si può farne a meno checché ne dicano - che oltre ad essere letteralmente ridotte in schiavitù vengono anche trasformate in bersagli per il tiro a segno (mediatico e non)? Leggo su Repubblica che ieri centinaia di immigrati africani “hanno invaso la strada statale che attraversa Rosarno mettendo a ferro e fuoco alcune delle vie principali: dalle auto - in qualche caso anche con persone a bordo - alle abitazioni, ai cassonetti dell’immondizia. A nulla è valso l’intervento di polizia e carabinieri in assetto antisommossa”. Prima di loro hanno reagito cosi i cinesi a Milano. E cosi reagiranno in futuro tutti coloro che si riterranno oppressi.

I complottisti che vogliono vedere in ogni immigrato un disturbatore, interpretano questo mio monito come una minaccia. Dicono che queste affermazioni “controproducenti” sono la dimostrazione del fatto che loro hanno ragione. Che si dovrebbe “fare piazza pulita” al più presto per non correre “rischi da sprovveduti”. E allora niente cittadinanza agli immigrati, niente lavoro agli islamici e via di questo passo. Non si rendono conto, costoro, che con questo comportamento sono loro stessi a scandire il conto alla rovescia. Ciò che succederà in futuro - e succederà - è solo ed unicamente la matematica conseguenza della loro politica attuale, il frutto del seme che piantano adesso, la tempesta annunciata dal vento da loro seminato negli stessi istanti in cui io scrivo queste righe, con un sorriso stampato sulle labbra. Il sorriso di chi ha già capito chi ha vinto e chi ha perso. Perché la storia non la può fermare nessuno. Neanche il Corriere e coloro che si nascondono dietro di esso.

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Gen 09

La Lega Nord del Trentino non vuole che gli uffici del suo gruppo in Consiglio provinciale siano spazzati da un’impresa di pulizie «composta da lavoratori islamici». Una richiesta in tal senso - scrive oggi il quotidiano Trentino - è stata inviata dal capogruppo leghista Alessandro Savoi al presidente del Consiglio provinciale di Trento Gianni Kessler. «Siamo un partito che ha una posizione chiara nei confronti dell’Islam - sottolinea Savoi - così non ci pare opportuno, né sicuro, che dei lavoratori di quella religione possano muoversi indisturbati nei nostri uffici, avere accesso al computer: ci sono dati e documenti sensibili». (Il Messaggero)

Il sindaco Andrea Bianchi ha bandito l’uso delle lingue straniere durante i raduni di circoli e associazioni locali. Una misura che molti hanno già bollato come «ad personam» per un centro culturale islamico, gestito da una piccola comunità marocchina e attivo da qualche settimana a Trenzano. (…) Poche settimane dopo l’inaugurazione del circolo, la Giunta di centrodestra ha sentito il bisogno di «di disciplinare le riunioni pubbliche o in luoghi aperti al pubblico da parte di associazioni, comitati o enti che perseguano scopi culturali, religiosi o politici». Il regolamento impone l’obbligo tassativo di tenere le riunioni esclusivamente in lingua italiana. (Bresciaoggi)

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Gen 09

andava bene così, ma siccome poi qualcuno non ha un buon rapporto con il sarcasmo, il titolo non riporta le mie considerazioni, ma quelle di troppi in questo paese

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Gen 09

allora, se dopo aver osservato la foto avete pensato:


A) Vedo il grattacielo, ma non vedo il Berlusca > siete dei veterocomunisti, intrisi come un cantuccino di odio e di livore

B) Vedo Silvio, ma non vedo il grattacielo >  siete deficienti (ovviamente in fatto di diottrie) o siete Capezzone

C) Li vedo entrambi, ma non riesco a decidere chi sia il più alto > siete fini cultori dell’umorismo anglosassone o siete pronti per la tessera dell’UDC di Casini


In ogni caso “ Ubi major, minor cessat”… ad majora!!!

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Gen 09

Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, è tornato ad occuparsi della Corte europea dei diritti dell’uomo (Gianfranco Amato, «I consueti bersagli “cattolici” dell’ormai solita Corte», 7 gennaio 2010, p. 2). Questa volta la materia del contendere non è il crocifisso ma l’aborto: tre donne irlandesi, costrette ad andare ad abortire in Gran Bretagna, hanno fatto ricorso alla Corte contro il loro paese, che non consente l’interruzione volontaria di gravidanza se non in caso di grave pericolo per la vita della donna (e anche qui solo in teoria: la legge che dovrebbe regolare questi casi ancora non esiste).
A prescindere dal merito dei singoli casi pendenti avanti la Corte (prima il crocifisso, ora l’aborto), la questione più generale che si pone è di capire se sia ammissibile che la cultura, la tradizione, i valori e persino le norme approvate in Parlamento attraverso un processo democratico possano essere messe in discussione da un organismo internazionale artificialmente creato e del tutto avulso dal contesto che è chiamato a giudicare. Il paradosso si ingigantisce se si considera che quella cultura, quelle tradizioni, quei valori e quelle leggi appartengono a uno Stato membro dell’Unione Europea e possono essere smantellate da un organismo che con l’Unione non ha nulla a che vedere. Sì, perché la «Corte europea dei diritti dell’uomo», non è un’istituzione della Ue e non va confusa, come spesso accade, con la Corte di giustizia europea, che invece è, a tutti gli effetti, un’importante componente dell’architettura istituzionale comunitaria.
Gli strenui difensori dei princìpi liberali e democratici si dovrebbero porre il problema se sia giusto consegnare la sovranità popolare di un Paese membro della Ue nelle mani di 17 uomini delle più disparate estrazioni, visto che fanno attualmente parte della Corte anche giudici provenienti da Turchia, Macedonia, Albania, Montenegro, Moldavia, Georgia e persino dall’Azerbaigian. Sono costoro che hanno la facoltà di giudicare cultura, tradizioni, valori e leggi di Paesi civili e democratici del Vecchio Continente come l’Irlanda e l’Italia, accomunati – guarda caso – dal «difetto» di essere entrambi di tradizione cattolica. A leggere queste righe, sembra quasi che l’Irlanda sia stata invasa in un recente passato da un esercito di Turchi, Albanesi e persino Azerbaigiani, che l’avrebbero costretta a sottostare a un iniquo trattato. E invece la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali è stata liberamente ratificata il 25 febbraio 1953 dalla Repubblica Irlandese, sesto stato a farlo. Si tratta di un trattato internazionale che vincola chi l’ha firmato, e che può comunque essere denunciato in qualsiasi momento, secondo le modalità previste dal suo stesso articolo 58.
Incomprensibile appare poi l’osservazione sul fatto che la Corte europea dei diritti dell’uomo non è un’istituzione dell’Unione Europea. Giusto correggere la confusione che molti (soprattutto integralisti cattolici) continuano a fare; ma l’autore sembra trarne per conseguenza una qualche mancanza di legittimità. Sì, la Corte è un’istituzione del Consiglio d’Europa (di cui l’Irlanda è, al pari dell’Italia, uno degli stati fondatori), non dell’Unione; e con ciò? Forse il problema è la presenza di stati non sufficientemente «civili» e «democratici», i cui giudici sono chiamati a giudicare modelli di virtù come l’Italia e l’Irlanda? Lasciamo stare il politicamente corretto: in effetti alcuni membri del Consiglio d’Europa, e quindi della Corte, non hanno tutte le credenziali democratiche a posto (solo alla Bielorussia, l’ultima vera e propria dittatura del continente, è stato impedito di aderire; un altro stato europeo ha scelto autonomamente di non entrare a farne parte). Ma ad Amato sembra sfuggire l’enorme importanza di quella presenza: i cittadini di quei paesi hanno la possibilità di adire la Corte per la difesa dei propri diritti fondamentali. Sarebbe difficile garantire questa possibilità senza trattare allo stesso tempo quegli stati da pari; del resto, la Corte offre sufficienti garanzie, mi pare, di un giusto processo. E ovviamente a finire sul banco degli imputati non ci sono solo sempre i poveri paesi cattolici…

Si consoli comunque Gianfranco Amato: coi tempi che corrono, è del tutto possibile che – almeno nel nostro paese – qualcuno decida che la Tradizione e i Valori e le Leggi non debbano più sottostare a questa strana invenzione nordica che sono i diritti umani, e che l’Italia abbandoni di conseguenza il Consiglio d’Europa. Per decisione autonoma, o perché buttata fuori a calci.

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Gen 09

Credo che nessuna donna è favorevole all’aborto e chi vi è ricorsa si porta dietro per tutta la vita una ferita difficilmente rimarginabile.(Da un forum sull’aborto. Per precisione l’estensore della frase riportata si dichiara a favore del diritto di scegliere, ma non è questo che mi interessa in questo momento).

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Gen 09


Ovvero partorire in analgesia (se lo si desidera: chi volesse partorire con dolore per chissà quale ragione è, ovviamente, libera di farlo).
L’AIPA, Associazione Italiana Parto in Analgesia, è una associazione nata dallo sforzo e dalla volontà di un gruppo di cittadine mosse dall’urgenza di garantire alle donne un diritto inviolabile, quello di poter liberamente scegliere un parto che eviti o riduca loro le sofferenze, usufruendo di pratiche antalgiche efficaci e sicure e dell’analgesia epidurale in particolare.
La presidente Paola Banovaz lo spiega qui.
L’Associazione si prefigge lo scopo di tutelare il diritto di libera scelta, l’assicurazione ad un parto rispettoso e la garanzia di un’informazione seria su temi riguardanti gravidanza, parto e puerperio.
L’epidurale in Italia non è un diritto, negata nell’84% degli ospedali pubblici e nelle cliniche convenzionate. Nel restante 16% si nascondono centri che formalmente la garantiscono ma di fatto la negano senza nessuna ragione medica valida. Vuoi perchè la dilatazione non è mai a 5 cm o perché è stata superata quella limite dei 6 cm, o perché prima si deve tentare la vasca, la doccia, il massaggio.
L’epidurale non rientra tra i servizi che candidano una struttura sanitaria al bollino rosa. Gli ospedali amici delle donne spesso non garantiscono alle donne che ne fanno richiesta una cura valida al dolore in travaglio di parto.
In nome di una naturalità del parto da difendere l’Italia sacrifica il diritto delle donne, le mortifica imponendo un trattamento sanitario discriminatorio. Perché per nessun paziente è tollerabile uno stato di sofferenza prolungata senza che venga somministrata una cura efficace che lenisca il dolore.
Le gravide - e quindi come tali donne - sono le uniche pazienti che possono essere lasciate ore, in alcuni casi si potrebbe parlare di giorni, senza che venga loro somministrato alcunché.L’AIPA promuove una petizione popolare per garantire l’epidurale gratuita e garantita a tutte quelle donne che ne faranno richiesta, prima e/o durante il parto.
Qui il blog Diritto all’epidurale negato.

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Gen 09

Riassunto delle battaglie precedenti. Mentre la Galassia (politica e mediatica) è nel caos, l’illustre prof. Sartori, con patente pubblica di democratico, svela il proprio vero volto: è l’Imperatore Sith! La scoperta avviene il 20 dicembre 2009 con un articolo in cui Sartori-Sith emana un editto imperiale in cui si afferma la non integrabilità dei musulmani nelle società a maggioranza non islamica. Ma l’Imperatore, ahilui, cita proprio l’esempio sbagliato: l’India.Continua su MilleOrienti.

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Gen 07

Giovanni Sartori, l’ultimo (si fa per dire) dei Vecchi Saggi regolarmente rispolverati dal Corriere per scrivere fregnacce sull’Islam, si è un po’ risentito per essere stato ridicolizzato da una caterva di studiosi ed esperti molto più competenti di lui in materia. Al suo editoriale (sic) sull’”integrabilità degli islamici” hanno risposto infatti un po’ tutti, in rete e non, e il bilancio era decisamente negativo per il vecchio professorone: non ne ha azzeccata neanche una, poveraccio. Marco Restelli, indianista e Lorenzo Declich, islamologo, gli hanno fatto letteralmente le pulci sui rispettivi blog, in particolare sui fatti storici da lui indicati come fondamenta del proprio ragionamento. Anche un brillante studente in relazioni internazionali, “nato in India, acculturato in Italia e soggiornante con cedolino” (come scrive lui), lo ha sbugiardato.

Sul Corriere, invece, Tito Boeri lo ha smentito sull’attualità, ricordandogli che “Il 77 per cento dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese” e che milioni di turchi vivono in Germania senza creare problemi. Purtroppo, Boeri ha replicato a Sartori secondo le modalità da me stigmatizzate a caldo quando scrissi: “Il guaio, in questo paese, è che quando questi espertoni “sbroccano” - perché di questo si tratta - nessuno osa gridare “l’espertone è sbroccato”. Diventa tutta una gara a chi risponderà il “più pacatamente” possibile alle panzane propinate, col risultato che non si riesce mai a qualificarle per quello che effettivamente sono“. Boeri non ha messo in luce gli strafalcioni del Sartori e non li ha argomentati. Si è solo limitato a porre domande generali, seppur di buon senso, lasciando al Sartori il compito di citare - a vanvera e persino sbagliando di nuovo - opere ed autori. Il che ha permesso a Sartori di fare la figura del dotto accademico e a Boeri quella del “«pensabenista», un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto”, come lo ha apostrofato Sartori stesso.

Questo tipo di risposta, con personaggi come Sartori, abituati a gridare slogan e a fare i capi-popolo, normalmente non funziona. Boeri è stato infatti ferocemente attaccato dal Sartori, che replica: “Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è”, “Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo, e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici.” Quindi Sartori si arrampica sugli specchi, e si trincera dietro le scienze sociali per evitare di riflettere sulle “moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente”.

Ma pensa te…Ma uno studioso “con pedigree” non dovrebbe studiare appunto le variabili e rendere manifesta ai profani la complessità dei problemi che tratta? Oppure si deve limitare a cavalcare la vox populi e accontentare i lettori de La Padania? Che brutto modo di buttare alle ortiche un’onorata carriera accademica…Come ha giustamente scritto sul Messaggero Corrado Giustiniani: “Stiamo freschi se anche le intelligenze più lucide di questo paese perdono improvvisamente la brocca e, invece di proporre soluzioni, preferiscono sparare giudizi di pancia e diffondere veleni ai quattro venti”. Il problema è che io dubito fortemente che Sartori, nato nell’anno in cui è stato esiliato l’ultimo Sultano di Istanbul, sia lucido. Cosa dire della chiusa della sua replica, per esempio? “Alla sua intensità massima (L’Islam monoteista, ndr) produce l’uomo-bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto)”. Ma Kamikaze non era un termine giapponese, caro studioso dall’impeccabile pedigree?

Il problema, però, non è Sartori, la sua arroganza e la sua isteria di vecchio professorone. Il problema è che uno come Sartori si è ben guardato dal rispondere agli studiosi di orientalistica che hanno scoperto errori ed orrori persino nella sua replica, a partire dai titoli e dagli autori dei saggi da lui citati. Questo dovrebbe far riflettere sulla condizione in cui sono costretti fior fior di orientalisti e islamologhi italiani. Studi, lauree, dottorati e specializzazioni in materia e alla fine chi chiamano a parlare di “cose islamiche” sul più importante quotidiano del paese? Un politologo, un professore di economia del lavoro, una romanziera latitante, un Magdi Allam…Che tristezza. Cari orientalisti, sveglia. Avete perso quasi dieci anni di tempo, da quando l’Islam è diventato di moda, nel 2001. Quanto tempo avete ancora intenzione di perdere prima di occupare il posto che vi spetta in questo paese?

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Gen 07

a parte qualche signora che ha intasato i call center Alitalia per sapere se la cellulite viene rilevata dalla nuova apparecchiatura, qualche altra timorosa che il proprio esplosivo decoltè fosse digitalizzato troppo alla lettera, e alcuni signori preoccupati che la propria virilità potesse assumere parametri incontrovertibili, agli italiani è piaciuto il body scanner.


Uno, poi, si è dimostrato letteralmente entusiasta… 


fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale

Gen 07

Abbiamo progettato Android con una semplice idea in mente: rendere più aperti i dispositivi mobili per favorire l’innovazione e offrire così maggiori vantaggi a tutti gli utenti.
Abbiamo messo in pratica questo approccio per la prima volta poco più di un anno fa, quando abbiamo lanciato Android su un solo dispositivo, in un solo paese e con un solo operatore. Oggi sono già 20 i dispositivi offerti da 59 operatori in 48 Paesi e 19 lingue. Un successo destinato a continuare grazie al fatto che Android è gratuito e open source. E’ una tecnologia che permette di produrre telefoni cellulari più rapidamente e con costi inferiori; ma quello che rappresenta il grande vantaggio per gli utenti è il fatto che chiunque può aggiungere ciò che vuole alla piattaforma.

Per rendere Android sempre più rispondente ai bisogni degli utenti, dedichiamo risorse a progetti selezionati in collaborazione con i produttori di dispositivi e gli operatori. Lavorando insieme, abbiamo accelerato il ritmo dell’innovazione nell’universo dei cellulari. La quantità e la varietà dei dispositivi basati su Android ha oggi superato anche le nostre previsioni più ottimistiche, per
questo ci siamo chiesti: “E se lavorassimo ancora più a stretto contratto con i nostri partner per creare dispositivi in grado di utilizzare alcune delle nostri migliori tecnologie software? E se offrissimo al pubblico la possibilità di acquistare questi dispositivi attraverso un negozio online Google semplice da usare?”

Ebbene, oggi siamo lieti di annunciare un nuovo modo per i consumatori di acquistare un telefono attraverso un web store ospitato da Google. L’obiettivo di questo nuovo canale è offrire ai consumatori una modalità efficiente di scegliere alcuni dispositivi Android selezionati. Vogliamo soprattutto far sì che l’esperienza complessiva sia semplice: un processo di acquisto semplice, semplici piani tariffari offerti dagli operatori, consegna e attivazione semplici e senza preoccupazioni.

Il primo telefonino che offriremo attraverso questo nuovo web store è Nexus One, un punto di convergenza tra tecnologia mobile, applicazioni e Internet. Nexus One è un esempio dei livelli di innovazione che si possono raggiungere con un cellulare basato su Android quando applicazioni entusiasmanti si fondono con un vero e proprio computer potente, veloce, connesso con il mondo e in grado di stare nella vostra tasca. Nexus One appartiene alla categoria emergente dei cosiddetti ‘super-telefonini’ ed è il primo di una serie di prodotti che abbiamo intenzione di offrire al mercato insieme ai nostri partner - produttori di hardware e operatori telefonici - attraverso il nostro negozio online.

Prodotto da HTC, Nexus One offre la funzionalità di riduzione dinamica del rumore di Audience Inc., un ampio display OLED da 3,7” con contrasto elevato e colori brillanti e un processore ad altissima velocità Qualcomm Snapdragon™ da 1GHz. Basato su Android 2.1, la più recente versione di Eclair, il software include innovazioni come iuna tastiera a comando vocale che consente la dettatura di qualsiasi tipo di testo, divertenti sfondi animati, una photo gallery 3D per esperienze multimediali ancora più ricche e molto altro. Naturalmente Nexus One integra anche molte tra le più popolari applicazioni di Google, come Gmail, Google Voice e Google Maps Navigation.

Attualmente, sul nostro web store è possibile acquistare il dispositivo Nexus One da solo oppure unitamente ai servizi di T-Mobile USA. Abbiamo intenzione di aggiungere altri dispositivi, altri paesi e altri operatori in futuro, tra cui Verizon Wireless negli Stati Uniti e Vodafone in Europa.

Per ulteriori informazioni su Nexus One potete andare a visitare il nostro nuovo web store: www.google.com/phone. Siamo impazienti di vedere come il nostro nuovo programma e Nexus One contribuiranno ad accelerare l’innovazione dei prodotti mobile, a vantaggio di tutti gli utenti.

Scritto da: Mario Queiroz, VP of Product Management

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

Gen 07


Ecco alcuni portavoce della cristianità in azione. Superfluo commentare. Doveroso leggere tutto il pezzo (Americans’ Role Seen in Uganda Anti-Gay Push, The New York Times, january 3, 2010). In Italia ne parla quasi solo Internazionale. I grandi quotidiani, almeno nelle versioni .it, hanno altre fondamentali notizie da seguire (dal punto g alle varie liti da cortile).
Last March, three American evangelical Christians, whose teachings about “curing” homosexuals have been widely discredited in the United States, arrived here in Uganda’s capital to give a series of talks.

The theme of the event, according to Stephen Langa, its Ugandan organizer, was “the gay agenda — that whole hidden and dark agenda” — and the threat homosexuals posed to Bible-based values and the traditional African family.

For three days, according to participants and audio recordings, thousands of Ugandans, including police officers, teachers and national politicians, listened raptly to the Americans, who were presented as experts on homosexuality. The visitors discussed how to make gay people straight, how gay men often sodomized teenage boys and how “the gay movement is an evil institution” whose goal is “to defeat the marriage-based society and replace it with a culture of sexual promiscuity.”

Now the three Americans are finding themselves on the defensive, saying they had no intention of helping stoke the kind of anger that could lead to what came next: a bill to impose a death sentence for homosexual behavior.

One month after the conference, a previously unknown Ugandan politician, who boasts of having evangelical friends in the American government, introduced the Anti-Homosexuality Bill of 2009, which threatens to hang homosexuals, and, as a result, has put Uganda on a collision course with Western nations.

Donor countries, including the United States, are demanding that Uganda’s government drop the proposed law, saying it violates human rights, though Uganda’s minister of ethics and integrity (who previously tried to ban miniskirts) recently said, “Homosexuals can forget about human rights.”

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Gen 05

Per anni sono stato un fautore del dialogo e della libera informazione, ho creato, costruito, divulgato e messo a disposizione della collettività le mie idee, le mie speranze e le mie più intime riflessioni. Tutto questo è servito a me per conoscere chi viveva nel mio involucro di carne e ossa, ad altri forse per insinuare qualche spunto di riflessione. Cerco invano di trovare parole, di scorgere in un testo la spinta di comunicare qualcosa che non sia stata già detta, purtroppo ormai non c’è più molto da dire. L’unica risposta ormai è ben celata dietro al silenzio, un silenzio ricco di significato, nel quale ogni cosa è suggerita alla nostra anima come un Soffio di vento, come una piccola luce che infiamma il nostro cuore. Tutti noi siamo chiamati a sciogliere i nodi che ci legano a questo mondo ricco di contraddizioni, ognuno deve confrontarsi con le paure più intime e più profonde,ognuno è chiamato a compiere la sua Opera. Il tempo delle parole è finito, se pur milioni e milioni sarebbero ancora da spendere. È tempo di concretizzare i sogni che abbiamo per anni fantasticato nelle nostre menti, è ora di creare quello per cui l’uomo è stato chiamato a compiere, con umiltà, con profonda fede in Dio, con totale certezza che la via del cuore sia l’unica strada per giungere alla Luce. Questo messaggio è una dedica a chi ancora per sbaglio inciampa su questo blog semi abbandonato, che ancora conserva intatto lo spirito iniziale, ancora conserva ogni piccola parte del Tutto che oggi è realtà nella mia anima.

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fonte: freenfo.blogspot.com » Vai al post originale

Gen 05

Poche settimane fa, un murale che correva lungo la parete antistante la banchina della fermata della metropolitana di Porta Nuova, la centralissima stazione ferroviaria di Torino, è stato cancellato. Neanche un mese dopo che era stato dipinto. Il motivo? Il murale riportava 160 concetti collegati attraverso degli spinotti, e fra questi compariva anche la parola «Berlusca» immersa tra altre parole di attualità come «consenso», «politics», «mafia», «crime», «business» e «corruption» (vedi foto a fianco). Il consigliere comunale di An-Pdl Ferdinando Ventriglia ha puntato il dito contro l’opera chiedendo che venisse al più presto cancellata: «Tanto vale mettere sui pullman cartelloni pubblicitari con scritto “Berlusconi è mafioso”. Gtt è un’azienda controllata completamente dal Comune e quindi chiederò spiegazioni al sindaco e agli amministratori della società - che sono certo fossero all’oscuro della vicenda - per capire come abbiano potuto permettere la realizzazione di un murales del genere. Lunedì chiederò al prefetto di far rimuovere immediatamente il murales e di perseguire penalmente i responsabili di quello che è un reato di calunnia e di diffamazione». Non c’è stato bisogno: Gtt si è difesa sostenendo di non aver finanziato né tantomeno commissionato il murale, ma di aver solamente messo a disposizione degli organizzatori di una manifestazione artistica lo steccato utilizzato dai writers. «Gli organizzatori ci avevano garantito che non sarebbero comparse scritte offensive. Provvederemo al più presto a rimuovere l’opera». E così è stato.

Perché scrivo di questo episodio? Perché su questo stesso murale compariva anche la parola “Islam”. In un riquadro sormontato da un piccolo minareto. E - secondo voi - quali erano i concetti a cui questa parola era collegata? Non me li ricordo proprio tutti, ma vi posso assicurare che erano tutti con connotazioni negative: terrorismo, fondamentalismo ecc. La cosa ovviamente non mi ha fatto molto piacere: che messaggio può trasmettere quest’opera alle decine di migliaia di persone che transitano da quella stazione? Tanto valeva mettere sui pullman cartelloni con la scritta “I musulmani sono terroristi”. Avevo quindi intenzione anch’io di scrivere - in maniera riservata e senza tanta pubblicità - per chiedere un piccolo aggiustamento educativo. L’autore del murale, Paolo Gillone, in arte Jins, ha dichiarato infatti che l’opera va interpretata: “Non ho mai accostato Berlusconi alla mafia. Se qualcuno guardasse l’intera opera vedrebbe che ho inserito 160 concetti, con cui ogni giorno i media ci bombardano, e li ho collegati tra loro secondo associazioni di idee”. Ma non dovrebbe essere compito dell’artista rielaborare e reinterpretare i concetti dell’attualità? Oppure si deve limitare a rirpoporli a caratteri cubitali, secondo le stesse associazioni di idee, all’interno della principale stazione ferroviaria della città? In ogni caso, il consigliere Ventriglia mi ha autorevolemente preceduto, seppur per altri motivi, e così ha risolto il problema platealmente e radicalmente: ottenendo la cancellazione dell’intera opera. Ora, non posso che fantasticare e chiedermi: se un islamico qualsiasi si fosse rivolto ai media, chiedendo l’intervento di Prefetto, magistratura ecc ecc, chiedendo la cancellazione dell’opera perché - obiettivamente - diffama e offende decine di migliaia di musulmani che in questa città lavorano e pagano le tasse, secondo voi come sarebbe finita? Ve lo dico io: avrebbero gridato alla fatwa islamica, all’intolleranza musulmana nei confronti dell’arte e della libertà, avrebbero messo l’artista sotto scorta e gli avrebbero commissionato un’opera simile in ogni stazione della metropolitana. Probabilmente l’islamico in questione sarebbe stato anche espulso. Tutto “In difesa della libertà di espressione”, ovviamente. Ci mancherebbe altro.

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Gen 05

Il prossimo Primo Marzo immigrati e francesi, stanchi del razzismo e delle politiche che esso produce, organizzeranno una grande manifestazione di protesta, la Journée sans immigrants, che prevede astensione dal lavoro, sciopero degli acquisti e molto altro ancora, per far capire all’opinione pubblica quanto importanti siano i migranti per l’equilibrio sociale ed economico del Paese, nonché per il suo arricchimento culturale. L’iniziativa è nata su FaceBook. L’amica Stefania Ragusa assieme a Daimarely Quintero e Cristina Seynabou Sebastiani si sono messe in contatto con i francesi e hanno pensato di organizzare in Italia qualcosa di analogo, nella convinzione che sia arrivato il momento di lanciare un segnale forte anche qui. In poche settimane il gruppo italiano è cresciuto enormemente (quasi 7000 adesioni), sono nati i primi comitati locali e i media hanno cominciato a parlarne. L’iniziativa ha carattere spontaneo, è espressione della società civile e, per riuscire, ha bisogno dell’aiuto e del contributo di tutti. Per contribuire, quindi vi invito a: iscrivervi al gruppo su FaceBook, iscrivervi alla mailing list inviando una mail all’indirizzo: primomarzo2010@gmail.com, visitare il blog e riprendere questa notizia e il manifesto sui vostri siti e nelle vostre mailing list. Mi auguro con tutto il cuore che funzioni: non vorrei che si riveli un flop controproducente. Difficile coinvolgere gli irregolari, i domestici, figuriamoci avere il sostegno di media, sindacati e partiti. Sarebbe stato meglio, secondo me, una grande manifestazione che coinvolga stranieri e italiani ma visto che l’iniziativa è comunque avviata, proviamoci lo stesso…

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Gen 03

Khartoum, dopo i janjaweed, sosterrebbe anche le milizie del Lord’s Resistence Army, colpevoli di violenze e massacri nell’Africa centrale. Il Generale Kuol Diem Kuol, portavoce dello SPLA, afferma che, in seguito ad alcuni scontri tra l’esercito sud sudanese e guerriglieri dello LRA, il 19 Dicembre scorso, i soldati avrebbero, infatti, rinvenuto razioni di cibo dei guerriglieri ugandesi di indubbia provenienza dal Nord Sudan, come il Dak.

Secondo il portavoce, è probabile che i guerriglieri dello LRA vogliano ricostitursi ed organizzarsi per rientrare in Sud Sudan in corrispondenza del referendum del 2011 sull’indipendeza della regione da Khartoum.

Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it

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Gen 03

Un proverbio arabo recita: “Non è riuscito a domare l’asino, quindi si è sfogato sulla sella.” Secondo la stessa logica, quattrocento manifestanti internazionali incapaci di condizionare i propri governi sulla questione palestinese si sono recati in Egitto con l’intenzione dichiarata di oltrepassare il confine con Israele e recarsi a Gaza, violando le sanzioni imposte dalla comunità internazionale e cioè dai loro stessi paesi. Dopo che è stato loro - come era prevedibile d’altronde - vietato di farlo, questi manifestanti hanno deciso di riunirsi, senza essere autorizzati dalle autorità locali, nella centralissima piazza Al-Tahrir, di fronte al museo egizio, per manifestare contro il divieto. Come era comprensibile, i manifestanti sono stati isolati dalle forze dell’ordine e pare che nel corso delle manovre ci sia stata una breve collutazione con la conseguente lieve contusione di due manifestanti italiani.

Non discuto le nobilissime ragioni che hanno portato questi manifestanti al Cairo, ovvero portare generi di prima necessità e medicinali ai palestinesi assediati a Gaza. Ciò che metto in discussione, però, sono le modalità con cui intendono perseguirle. Recarsi in un paese mediorientale con una sensibilissima posizione geopolitica con l’intenzione di violare sanzioni imposte dalla comunità internazionale e quindi - ripeto - dai loro stessi paesi, non risolverà nulla, anzi semmai rischia di aggravare la situazione provocando danni irremediabili. Io mi aspettavo che, di fronte al divieto, questi manifestanti tornassero per esprimere, ancora più energicamente, la loro indignazione nei confronti dei propri governi: se vogliono essere incisivi, devono manifestare nei loro paesi, nelle piazze delle loro capitali, di fronte alle proprie democratiche istituzioni. Mi sono ritrovato, invece, con alcuni sostenitori dei manifestanti radunati non di fronte alla Farnesina ma di fronte…all’ambasciata egiziana a Roma!!!

Qui si sta abusando dell’ospitalità egiziana. L’Egitto, attento fino ai limiti del servilismo ai bisogni dei turisti stranieri, viene ora ripagato una folla di cittadini occidentali che desidera manifestare senza autorizzazioni in un paese in cui non sono nemmeno residenti e che tenta di danneggiare l’immagine dello stesso invitando addirittura l’opinione pubblica internazionale a boicottare le mete turistiche egiziane. Pochi giorni fa, un attore comico italiano - di cui mi sfugge il nome - ha impersonato un agente di frontiera egiziano mentre interroga, con domande a dir poco surreali, un turista italiano in viaggio per il Mar Rosso. Lo scopo era quello di fare ridere i telespettatori. Peccato che nessun italiano viene “interrogato” al suo ingresso in Egitto, anche perché agli italiani è permesso di entrare con la sola carta d’identità (sic). Quando penso a ciò a cui devono sottostare gli egiziani per poter entrare in Italia, mi viene voglia di sputare in un occhio all’attore in questione. Voglio vedere se a quattrocento cittadini egiziani giunti direttamente dall’Egitto sarebbe stato concesso di manifestare, in una pubblica piazza e senza autorizzazioni, contro il governo italiano e le sue politiche estere o interne (leggi sull’immigrazione, respingimenti ecc). Ammesso che venga loro concesso un visto d’ingresso, naturalmente.

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Gen 03

“Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana”.

Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica

“La pace incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione”.

Benedetto XVI, Pontefice

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Gen 03


Comunque quest’anno ho deciso di essere buono.

Non ci credete? …eccovi la prova: inizierò l’anno con Letizia, e desideroso di offrire il mio personale contributo alla beatificazione di Bettino, che peraltro non avverrà in contemporanea né con quella di Papa Giovanni Paolo I né con quella di Pio XII, ho composto la colonna sonora che renderà indelebile il ricordo della cerimonia per la nuova Via Craxi (geocoordinate ancora da definire, anche se le preferenze di molti milanesi sembrano orientate verso la tangen… ziale).

 


Se musica e testo sono stati di vostro gradimento, siccome “bis repetita juvant”, potete copiare il video e inviarlo al Comune di Milano, se invece preferite spedire monetine dovrete servirvi di un ufficio postale:


gc.listamoratti@comune.milano.it

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Gen 03


Ahahah…, mi consenta, sperduto viandante del web, non lo sapeva che ogni blog ha il suo prezzo, e ora che mi sono comprato anche l’odiata “penna”, l’amore può finalmente trionfare… ahahah!!!

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Gen 03

Susanna Turco intervista Renata Polverini, candidata del PdL alla presidenza della Regione Lazio («“Io sarei una di sinistra? Sui temi etici proprio no…”», L’Unità, 31 dicembre 2009, pp. 16-17):
Esamino di ortodossia finiana su temi etici. Cosa pensa del biotestamento?
«Penso che la vita non sia nella nostra disponibilità. E quando è toccato a me decidere, ho fatto tutto il possibile perché una persona a me molto cara, il marito di mia madre, restasse in vita».
Quindi? La legge ora in discussione in Parlamento?
«Beh, bisogna cercare una convergenza. Se non riusciamo a trovarla nemmeno sulla vita e la morte… ».
Le segnalo che l’impresa si sta rivelando ardua. Procreazione assistita: pensa ancora che la legge 40 non abbia dei limiti?
«All’epoca del referendum per modificare quella legge votai no. Lo confermo».
Ru 486. È giusto commercializzare la pillola del giorno dopo?
«Va somministrata in ospedale. Non è un farmaco qualsiasi, provoca un aborto, è giusto che la donna sia assistita». Bocciata. Avanti un altro.

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Gen 01

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Gen 01

Shulim Vogelmann, nato a Firenze, laureato in Storia all’Università Ebraica di Gerusalemme, direttore della collana Israeliana per la Casa Editrice Giuntina e curatore del Festival internazionale di letteratura ebraica di Roma, ha raccontato - sulla prima pagina di Repubblica - la storia di un ragazzo senza braccia salito su un treno senza biglietto perché impossibilitato a farlo. Il ragazzo aveva mostrato i soldi al controllore ma, dopo un trattamento a dir poco incivile - sempre secondo la versione di Vogelmann - è stato costretto a scendere da parte degli agenti della polizia ferroviaria nel silenzio degli altri passeggeri. Una prima lettura di questo resoconto mi aveva immediatamente allarmato: era chiaro infatti che il ragazzo coinvolto era straniero. Parlava un italiano sconnesso e - stando a Vogelmann - ad un certo punto il capotreno gli disse: “Voi pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. Come afferma uno dei miei commentatori: “excusatio non petita accusatio manifesta”.

Ora Le Ferrovie di Stato smentiscono la versione finita sui mezzi di informazione: “Il viaggiatore non è mai stato fatto scendere dal treno, il biglietto gli è stato acquistato a Foggia dal personale di bordo. Il Gruppo Fs è da sempre attento e sensibile ai diritti dei diversamente abili (…) Risulterebbe che la Capotreno si sia ulteriormente attivata per consentire al cliente di proseguire il viaggio sullo stesso treno e senza alcuna sanzione. Per questo è scesa durante la sosta a Foggia provvedendo a recarsi in biglietteria e acquistando il biglietto per conto del passeggero”. Anche la polizia conferma questa versione, decisamente idilliaca: “il personale (…) agendo con tatto e umanità (…) ha convenuto di adoperarsi in prima persona per regolarizzare il viaggiatore stesso per il medesimo treno”. Questo cosa vuole dire? Che Shulim Vogelmann si è inventato tutto? E perché mai dovrebbe farlo? Per scrivere su Repubblica? O per essere denunciato dalle Ferrovie di Stato e dalla Polizia?

Basta fare una veloce ricerca su internet per capire che Vogelmann non è esattamente il “sinistroide trinariciuto perbenista e politically correct” che griderebbe al lupo solo per il piacere di scrivere su un quotidiano di sinistra. I suoi interventi su “L’Occidentale” ne riassumono il pensiero, chiaramente di destra, quantomeno in tema di politica estera: “Invece di sostenere l’unica democrazia del Medio Oriente (Israele, ndr) nel momento in cui di sostegno ha più bisogno, la si critica praticamente senza sosta. Strano”, “il cambiamento e la comprensione profonda di Allam dei canali subdoli e velenosi dell’antisemitismo, vero e proprio o mascherato da antisionismo”, “un’esclamazione come Viva Israele scritta oggi per mano di un uomo musulmano non può lasciare indifferenti”, “Fiamma Nirenstein, che da qui in avanti chiamerò semplicemente Fiamma, dal momento che la conosco da quando sono nato, ha capito da tanto tempo una cosa: l’integralismo islamico e il terrorismo sono una minaccia per la nostra esistenza”.

I miei lettori sanno benissimo che, a differenza di Vogelmann, io credo che Israele - per sopravvivere ai suoi stessi nemici - debba continuamente ascoltare i suoi critici, anche quelli più feroci. Perché non sempre chi critica è in malafede, anzi. Cosi come sanno che Magdi Allam non è proprio il prototipo del “musulmano” (sic) a cui fare riferimento se si vuole curare i mali del mondo arabo e avviarsi verso una pacifica convivenza con i fratelli ebrei. E che non credo affatto che Fiamma Nirenstein sia un’opinionista imparziale, quando è in ballo Israele. Quindi un sostenitore acritico di Israele, ammiratore di Magdi Allam e Fiamma Nirenstein non può che essere agli antipodi del mio pensiero. Ciò non vieta, però, che in questo particolare momento io voglia esprimergli la mia più totale e incondizionata solidarietà, dal momento che sembra ci sia la volontà di spacciarlo per un visionario mentitore.

Non sono stato su quel particolare treno, ma sono stato testimone oculare di decine e decine di scene simili in numerose altre occasioni. Non a caso mi ero allarmato non appena letto il racconto, anche perché l’origine straniera del disabile traspariva solo da alcuni dettagli, a cominciare dalla risposta a dir poco rivelatrice del capotreno riportata da Vogelmann. Ma non solo le parole usate da quest’ultimo corrispondono, per esperienza personale, a ciò che succede in questi casi. Mi chiedo per esempio: se Vogelmann è un visionario, anche l’altro testimone portato a difesa del personale delle Ferrovie e degli altri passeggeri rimasti zitti lo è? Egli usa parole a dir poco inquietanti: “E’ vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane romeno con toni francamente evitabili”. “Francamente evitabili” la dice lunga, per quanto mi riguarda, sul modo con cui questi signori hanno interloquito con il passeggero. E la domanda sorge spontanea: i toni “francamente evitabili” sono coerenti con la figura di un capotreno che agisce con “attenzione” e “sensibilità”, “tatto” e “umanità” e che scende “personalmente” dal treno per acquistare un biglietto senza sovraprezzo? Agli onesti la risposta…

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Gen 01

Leggo su Repubblica la lettera di un editore che, sul treno, ha assistito ad una scena francamente incivile: la vittima un disabile senza braccia. Alcuni dettagli però (la risposta del disabile in un italiano sconnesso, seguito dall’ accanimento tipico dei casi in cui è coinvolto un immigrato, per non parlare della risposta del capotreno che tira in ballo il razzismo) mi hanno fatto venire un dubbio atroce: non è che il disabile di cui si parla nella lettera era straniero? In questo caso molte cose si spiegherebbero...

Eurostar Bari-Roma.(…sul treno) un ragazzo senza braccia. Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. (…) Passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”. (…) la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. (Arriva il capotreno) Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap. La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria.

Aggiornamento: leggo su un articolo di Repubblica l’intervento di un altro passeggero: “E’ vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane rumeno con toni francamente evitabili”. Chissà perché il mio sesto senso in questi casi risulta infallibile…

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Gen 01

Chiara, anni 13, si stringe nelle spalle e regala un sorrisone. Ma sì, per le nuove generazioni forse sarà più facile il dialogo tra persone che provengono da terre e culture diverse. E Stezzano nel suo piccolo è lo spaccato dell’Italia che verrà: in questo comune di 12 mila abitanti, a salda maggioranza Pdl-Lega, la scuola media locale ha eletto il consiglio comunale dei ragazzi. Risultato? Su 7 eletti, 4 sono stranieri e il baby sindaco sarà David N’doua, originario della Costa d’Avorio. Con lui siederanno l’argentina Camila, la marocchina Nora e l’albanese Brahimi, tutti nati a Bergamo e dintorni esattamente come l’italiana Chiara che col suo candore «detta la linea politica». (Leggi sul Corriere)

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Gen 01


La vostra fidanzata non ha gradito la terza scappatella in sei mesi…
No problem!

Da quando vi siete dimenticati l’anniversario, vostra moglie adempie i doveri coniugali con la puntualità delle F.S…
Ancora no problem!!

Il vostro capufficio si crede un “piccolo” Brunetta e stigmatizza i ritardi anche in caso di abbondanti nevicate ed esondazioni rovinose…
No problem for ever!!!

Diciamocelo, le vostre quotazioni sono in ribasso come l’indice Dow”n” Jones dopo i muti subprime, ma a tutto c’è rimedio (fuorchè alle tasse, specie se l’unico scudo che vi ricorda qualcosa è quello di Abraracourcix). Vi serve solo uno psicolabile doc.

Quindi procuratevi un souvenir, al resto penso io. E se la crisi a fatto i suoi danni, rinunciamo al corpo contundente e vi scodello un placcaggio da far impallidire un All Blacks. Come per magia, subito vedrete moglie e fidanzate seguirvi sulla strada di riforme coniugali che condurranno ad un inciucio, scusate, ad una riconciliazione da fidanzatini di Peynet e il capufficio chiedervi di affacciarvi alla finestra e benedire per interposta persona i suoi bambini.

Così va il mondo. E, a meno che non siate salmoni, non tentate di nuotare controcorrente.

Plaudite alla Moratti che vuol intitolare una via a Bottino Craxi, ma impuntatevi sul fatto che il marmo riporti la corretta dicitura “numismatico”. Plaudite alla Carfagna che vuole riaprire i manicomi, ma pretendete che il primo a varcarne i cancelli sia quel suo ridicolo Napoleone, gran conquistatore di letti prepagati e voti lobotomizzati.

E siccome il compito della cultura è quello di seminare dubbi e non quello di far messi di certezze, e la mia, di cultura, non è poi granché, vi lascio con un punto fermo: il 2009 non è stato certo un anno munifico, ma nel 2010 sicuro che lo rimpiangeremo amaramente…

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Gen 01

Ci sono alcune consuetudini che fanno parte della nostra identità nazionale, una di queste è il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica. Domani sera Giorgio Napolitano, rivolgerà a tutti noi un augurio per il 2010 e farà un bilancio del 2009.

Ma quest’anno c’è una novità significativa: dopo la diretta il messaggio verrà caricato per la prima volta sul canale YouTube della Presidenza della Repubblica. Ebbene sì, da domani le porte del Quirinale (quanto meno quelle digitali) si apriranno alla community di YouTube, all’indirizzo: youtube.com/presidenzarepubblica.

La scelta della Presidenza delle Repubblica di usare YouTube come ulteriore canale di comunicazione è un importante segno di apertura e dialogo verso il popolo della rete. Dopo il canale della Camera dei Deputati, del Ministro Gelmini e del Vaticano, anche la principale Istituzione della Repubblica sente il bisogno di utilizzare Internet per comunicare in modo più diretto con i cittadini.

Altri esempi di importanti Istituzioni che popolano la nostra community sono il governo britannico e la Famiglia Reale inglese, la Regina Rania di Giordania, l’Unione Europea, la Casa Bianca, il Governo Iracheno e la Presidenza di Israele.

Il web sta cambiando il modo di relazionarci con i nostri leader mondiali, oggi sempre più vicini a noi cittadini. Questa è un’opportunità, per chiunque voglia coglierla, ed un segnale forte di apertura e trasparenza.

Scritto da: Marco Pancini, European Policy Counsel


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