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È di domenica passata, ma anche talmente universale che non invecchia (Pierluigi Battista, Ma anche. Né angeli né demoni di fronte alla storia, Il Corriere della Sera, 21 febbraio 2010). Ci sarebbe molto da commentare, ma scelgo solo un breve passo per non dilungarmi troppo.
Qualche volta, nelle questioni importanti dell’esistenza di ciascuno di noi, il «ma anche» è una triste necessità, che solo superficialmente può essere spacciata per ipocrisia. Si può essere per principio (come chi scrive) contro l’eutanasia, «ma anche» sperare che un giorno, quando la propria vita sarà solo dolore per sé e per gli altri, qualche mano pietosa possa mettere fine a inutili sofferenze. È solo intollerabile e ipocrita «doppiezza»? Difficile stabilirlo.Battista prosegue citando la rivoluzione, Franco Moretti, Jean Jacques Rousseau, Barak Obama e tanti altri. Ma sembra lasciare indietro il semplice buon senso. Che potrebbe essere sintetizzato più o meno come segue: chi non è del tutto tonto sa bene che la complessità non può essere ridotta drasticamente a divisioni manichee buono/cattivo, bianco/nero. E che i desideri sono mutevoli e che solo la morte interrompe lo scorrere della nostra esistenza non lineare e non pianificata secondo un foglio excel di un burocrate zelante.
Se il “ma anche” volesse sottolineare questo aspetto, banale e affatto sorprendente, ci sta bene. Ma il passo che ho riportato lascia emergere una fregatura. O una autorevole assenza: la distinzione tra il piano personale e quello legislativo, o pubblico. È assolutamente lecito che Battista (e chiunque altro) rivendichi l’incertezza, addirittura il rischio o la certezza di contraddirsi. Si ama qualcuno pur sapendo che ce ne stancheremo; si urla una idea consapevoli che potrem(m)o cambiarla e calpestarla. Niente da dire. Non è lecito però, anzi è vile e da prepotenti, imporre a qualcun altro la nostra visione. Soprattutto perché consapevoli di non essere detentori della Verità, ma di un parere cangiante. Ecco che l’esempio della eutanasia manca di un pezzo rilevante: Battista sta parlando per sé o per tutti? È contrario alla sua eutanasia o a una legge che permetta a tutti di decidere secondo le proprie idee? Non è difficile stabilire se sia intollerabile e ipocrita doppiezza: se parla per sé non abbiamo nulla da criticare. Se invece pretende di mantenere la doppiezza sul piano giuridico non va bene, anche perché una legge non può essere oscillante, ma deve scegliere da che parte stare. Se una legge è liberale, permettendo di scegliere e di cambiare idea, tutte le posizioni potrebbero essere rispettate. Se invece una legge vuole imporci una posizione, chi poi – dopo averla sostenuta – vuole percorrere una strada diversa è sì ipocrita e insopportabile.
(Prevengo analogie dissennate prima che vengano rivendicate: l’eutanasia è un esempio perfetto per la realizzazione di una legge liberale perché le scelte dell’agente ricadono sull’agente stesso e nessuno dovrebbe intromettersi – non si potrebbe dire di un omicidio o di una aggressione, perché le scelte dell’agente ricadono anche su colui che viene ucciso o aggredito. Piergluigi Battista, però, non sembra concordare, dal momento che definisce l’eutanasia una pratica selvaggia in Il ricatto della deriva, Il Corriere della Sera, 28 febbraio 2009. Ma potrebbe anche avere cambiato idea).
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Un classico “filosofico”: le caramelle P l , dal portfolio di Billy Mawhinney.
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LA CRISI UMANITARIA IN ATTO
A sette anni dall’inizio del conflitto in Darfur le stime Onu parlano di vittime comprese tra le 200 e le 300mila (400mila per le organizzazioni umanitarie non governative) e di 2.8 milioni di sfollati. Il coordinamento degli aiuti umanitari è affidato ad Ocha, agenzia delle Nazioni Unite. Attualmente sono presenti 80 organizzazioni (dato post espulsione, marzo 2008, di 13 tra le più importanti Ong internazionali presenti nell’area) e circa 16mila operatori (in maggioranza sudanesi).
Nel 2009 altre 180mila persone hanno lasciato i propri villaggi per chiedere assistenza nei campi profughi.
Nell’ultimo anno si è registrato un peggioramento della qualità della vita nei centri di accoglienza. L’esistenza di centinaia di migliaia di profughi, per lo più donne e bambini, e costantemente a rischio in tutto il Darfur.
Le minacce continuano ad essere molteplici: risorse idriche e alimentari insufficienti, condizioni igienico sanitarie pressoché inesistenti e controlli per la sicurezza inefficaci. La missione di peacekeeping non è ancora totalmente dispiegata e le sue funzioni si rivelano inadeguate, esponendo lo stesso personale Onu ad elevati rischi. Dall’inizio della missione ad oggi (approvata a luglio 2007, ma operativa dal gennaio 2008) le vittime tra i caschi blu sono state 55, di cui 7 negli ultimi due mesi (dati UN come da scheda allegata). Numerosi anche i rapimenti di operatori umanitari, poi rilasciati. Rimane tutt’ora sotto sequestro un operatore della Croce rossa internazionale rapito ad El Geneina lo scorso ottobre.
La mortalità continua a essere molto alta anche se l’età media di aspettativa di vita è passata dai 35 ai 40 anni. Invariati i dati relativi alla mortalità tra i bambini, la maggioranza non supera i cinque anni. Ne muoiono di fame o di malattie 75 al giorno (dati Unicef).
II problema della malnutrizione e della mancanza d’acqua rimane prioritario. Non piove da troppo tempo, in particolare nel Nord Darfur e nonostante la produzione di cereali e segale in Sudan sia tra le prime al mondo, le periferie soffrono la fame quotidianamente. Il Consiglio del Nord Darfur, nel giorno in cui nel resto del mondo si celebrava il Natale, ha lanciato l’allarme carestia per i prossimi mesi e ha chiesto al governo sudanese di intervenire con urgenza per scongiurare l’esasperarsi della situazione che causa spesso episodi di violenza, a volte con morti e feriti come è avvenuto nel campo profughi di Um Shalya, dove il razionamento del sorgo, principale alimento di base, ha scatenato un pesante scontro in cui un uomo ha perso la vita e sei sono rimasti feriti.
I profughi del Darfur e del Sud Sudan dipendono dalle donazioni di cibo delle organizzazioni governative e non governative impegnate sul territorio sudanese, che da molti mesi si muovono con difficoltà, tra agguati ai convogli e mancanza di fondi, come denunciato più volte dal Programma Alimentare Mondiale.
Il Sudan è uno dei più importanti Paesi esportatori di grano e sorgo, ma allo stesso tempo riceve enormi quantità di cibo gratuito, lo stesso che produce per l’esportazione. Secondo le Nazioni Unite, i soli Stati Uniti hanno donato ben 283.000 tonnellate di sorgo nel 2009, lo stesso quantitativo che Khartoum ha venduto all’estero.
SITUAZIONE POST ESPULSIONE DEL MARZO 2008
Nonostante gli sforzi significativi compiuti dalle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie rimaste sul campo per colmare le lacune generate dall’espulsione di 13 Ong - tra cui Oxfam, Save the Children e due sezioni di Medici senza frontiere - la crisi umanitaria si è aggravata. Le soluzioni tampone, e non di lungo termine, individuate dal governo sudanese e da Ocha non sono risultate risolutive. Le attività precedentemente svolte dalle organizzazioni cacciate, quali gestione tecnica, coordinamento, amministrazione e reperimento dei fondi sono state assegnate a organizzazioni locali che non hanno garantito lo standard precedente.I fondi esistenti per i pezzi di ricambio e il combustibile per le pompe ad acqua si sono praticamente dimezzati e le attrezzature sanitarie hanno copntinuo bisogno di manutenzione per impedire il propagarsi di malattie.In tutti i settori sono venute meno competenze in materie come valutazioni tecniche, progettazione, definizione e attuazione dei programmi, e la qualità dell’attività umanitaria, anche se assunte dalle ONG nazionali, ne ha ampiamente risentito . Ostacoli amministrativi, quali la mancanza di permessi di viaggio e di accordi tecnici, hanno precluso il lavoro di molti operatori e l’arrivo di aiuti destinati ai campi profughi. L’assistenza è ridotta in tutti i settori e le risorse disponibili limitate. La sanità è quello che registra la maggiore criticità ed è considerato addirittura cronico dagli operatori umanitari sul campo. Molti presidi di assistenza di primo livello sono stati chiusi e i progetti di sostegno psicologico a donne e bambini traumatizzati sospesi. La scolarizzazione è ancora molto bassa. Si riesce a garantire istruzione solo al 65% della popolazione in età scolastica, che ha accesso a strutture di educazione primaria. La protezione e la sicurezza sono del tutto inadeguati. Continuano a registrarsi attacchi ai villaggi, sia del Nord sia del Sud Darfur, e le donne che vanno a raccogliere legna da ardere fuori dai campi sono ancora vittime di rapimenti e violenza sessuale.
RESOCONTO ULTIMA MISSIONE IN SUDAN (OTTOBRE 2009i
Nell’ottobre 2009 ‘Italians for Darfur’ ha partecipato a una missione in Sudan (la seconda in due anni) organizzata e promossa insieme all’Intergruppo parlamentare Italia - Darfur presieduto dall’onorevole Gianni Vernetti.
Rispetto al 2007 - quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevamo visitato ‘Al Salam Camp’, nord Darfur - a ‘Zam Zam camp (oltre 100mila presenze) il più grande insediamento di Al Fasher, non abbiamo trovato una situazione alimentare al tracollo, ma l’espulsione delle 13 organizzazioni internazionali ha pesato molto anche su quest’area.
Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla. La sintesi dell’appello di aiuto che abbiamo raccolto dagli interlocutori che abbiamo incontrato è lo stesso per tutti: abbiamo bisogno di aiuto più di prima. Un’invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così.
Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.
Il ridimensionamento delle organizzazioni sul posto ha prodotto una drastica riduzione delle attività di assistenza umanitaria. A livello politico, il governo sudanese non è stato in grado in questi ultimi mesi di avviare un serio dialogo con le parti coinvolte nel conflitto tutt’ora in corso nonostante ad agosto sembrava notevolmente ridimensionato. Valutazione mai più fallace.
Diversi gruppi della guerriglia hanno ancora una buona capacità operativa in Darfur e più che un conflitto “concluso” come tende a considerare Khartoum, agli osservatori esterni appare per lo più un conflitto soltanto “congelato” e in grado di riesplodere in qualunque momento.
La situazione della sicurezza, per quanto non si assista più ad un dilagare della violenza come negli scorsi anni, è ancora tale da non permettere un vero rientro della popolazione darfuriana nei propri villaggi.
Anche se con minore intensità, proseguono purtroppo gli episodi di stupri e di attacchi ai villaggi in cui si rifugiano i ribelli. Tutto ciò determina ancora fughe di masse verso i centri di accoglienza dell’Onu.
Lo stesso campo di Zam Zam, è quasi raddoppiato di dimensioni nell’ultimo anno con l’arrivo di oltre 40.000 nuovi profughi. Il rischio per tutta l’area è che la situazione si cronicizzi.
Il Darfur rischia poi di essere sostanzialmente escluso dal processo elettorale, frutto degli accordi con i gruppi politici del Sud Sudan. (Elezioni ad Aprile del 2010 e Referendum sulla possibile secessione del Sud nel gennaio 2011).
La Missione UNAMID, necessita ancora di un invio di ulteriori contingenti di peacekeepers per raggiungere il 100% degli effettivi e soprattutto necessita ancora di una dotazione tecnica (elicotteri per il trasporto truppe e per la prevenzione) in grado di renderla veramente efficace.
LE TENSIONI IN SUD SUDAN
Il nuovo anno è iniziato con una grande mobilitazione internazionale per il Sudan (Italians for Darfur è tra le organizzazioni promotrici di ‘Sudan365 – A BEAT FOR PEACE’, campagna per chiedere il mantenimento della pace tra Nord e Sud Sudan e il rispetto del CPA - Comprehensive Peace Agreement - testimonial per l’Italia il percussionista Tony Esposito) ma anche con continue violazioni dei diritti umani e scontri fra fazioni contrapposte.
Il Governo sudanese continua a negare le autorizzazioni a qualsiasi manifestazione di piazza. La giustificazione avanzata dal portavoce del presidente Omar Hassan al Bashir, ovvero che le precarie condizioni di sicurezza in cui versa il Paese sarebbero incompatibili con dimostrazioni e cortei pubblici, non ha convinto gli oppositori che continuano a chiedere di poter esercitare il diritto ad esprimere le proprie opinioni.
Dilagano inoltre i conflitti armati, tra le varie etnie, che coinvolgono civili: nell’ultimo semestre sono state di più le vittime nelle aree di confine fra e Nord e Sud Sudan che in Darfur. I dati più recenti forniti dalla Community Security and Arms Control in Southern Sudan sono quelli relativi alle vittime delle violenze nello stato di Jonglei, uno dei più colpiti dalle scorribande e dagli scontri tribali in Sud Sudan. Sono almeno 1800 i morti, 340 i bambini rapiti, 280 i feriti, 847.000 i capi di bestiame rubati negli ultimi sei mesi del 2009.
Sotto l’aspetto umanitario, il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha fatto sapere che il numero delle persone dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali è cresciuto in Sud Sudan di ben quattro volte nell’ultimo anno, passando da 1 milione di persone a 4,3 milioni, a causa di conflitti e siccità.
Circa 50,000 tonnellate di sorgo e alimenti di origine vegetale verranno dislocati in Sud Sudan e si aggiungeranno alle derrate già in distribuzione in tutto il Sudan, come in Darfur, per sostenere oltre 11 milioni di persone non autosufficienti, nell’ambito di uno dei più grandi progetti di ‘food assistance’ realizzati al mondo. E le previsioni dicono che la crisi alimentare, in particolare nel Darfur occidentale, peggiorerà ulteriormente. Un sacco di sorgo, uno dei cereali più usati nella dieta sudanese, ha superato recentemente i 200 Pounds sudanesi, equivalenti a 80 dollari.
Le tensioni sociali e politiche sono sempre più alte e il 2010, con la data del voto alle porte, non promette niente di buono.
Da qui alle elezioni di aprile ed al referendum del 2011 gli osservatori prevedono un aumento delle violenze e dell’intensità del conflitto in quest’area del Paese.
Tutti gli analisti ritengono inevitabile la vittoria del si al referendum sull’indipendenza del Sud Sudan, con la nascita conseguente di uno stato indipendente nel gennaio 2011.
Sembra, infine, ripresa la persecuzione delle comunità cristiane del Sud, alla luce dei recenti episodi di violenza che hanno coinvolto missionari e sacerdoti.
IL CONFLITTO
Le prime fasi
Il conflitto nel Darfur è conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003, quando le forze ribelli che raccolgono le tensioni presenti all’interno delle comunità africane, reagiscono agli attacchi condotti dai famigerati janjaweed (i “diavoli a cavallo”), gruppi organizzati, politicizzati e militarizzati nei quali vengono reclutate persone con una specificità etnica (le popolazioni arabe nomadi), che agiscono con l’appoggio del governo di Khartoum. Per la verità il conflitto inizia molto prima, quando, a partire dalla fine degli anni ’80, i tradizionali contrasti tra comunità africane, legate ad un’economia agricola e stanziale e le tribù di origine araba, dedite invece alla pastorizia ed al nomadismo, crescono in seguito all’affermarsi dell’arabismo, ideologia razzista che esalta la nazione araba a scapito delle comunità africane. Per reazione alle continue discriminazioni, vissute a tutti i livelli e ai sempre più numerosi attacchi da parte delle milizie arabe, le comunità non arabe riscoprono la loro “africanità” (oltre ai i Fur, l’etnia più numerosa, che da il nome all’intera regione, anche gli Zaghawa e i Masalit) e, nel 2000, è pubblicato il “Libro Nero”, da parte di un gruppo di 25 esponenti che si auto-definiscono “I ricercatori della verità e della giustizia”. Lo shock non riguarda tanto i contenuti del libro (che non sono una novità in assoluto), quanto il fatto che con esso è stato infranto un tabù; infatti, prima di allora, nessuno aveva avuto il coraggio di rendere espliciti argomenti comunque ben conosciuti.
Nel febbraio 2003 i movimenti di opposizione compiono una serie di attacchi a stazioni di polizia, caserme e convogli militari. I ribelli sono organizzati soprattutto in due movimenti: il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), la cui unità appare, ben presto, compromessa in seguito ai contrasti tra Abdel Wahid, la guida politica del movimento, di etnia Fur e Minni Minawi, uno dei capi militari più importanti, di etnia Zaghawa; il Justice and Equality Movement (JEM), il cui leader Khalil Ibrahim e legato ad Hassan al-Turabi, già ideologo del governo islamico del presidente al-Bashir. In seguito alla ribellione, il governo di Khartoum, nelle mani del National Congress Party (NCP), ritenendo di essere in grado di risolvere la situazione, inizia la controffensiva, anche grazie al supporto delle milizie dei janjaweed, diventate nel frattempo vere e proprie forze di combattimento para-militari.
Il Darfur Peace Agreement
Gli scontri si alternano ai tentativi di risolvere il conflitto tramite il negoziato, con iniziative a carattere locale ed internazionale, avvenute sotto l’egida di alcuni paesi limitrofi (soprattutto Chad e Libia) e dell’Unione Africana (UA), la cui iniziativa diplomatica si svolge in parallelo rispetto alla missione militare; la missione diplomatica dell’UA porta, nel biennio 2004 – 2006, a sette diversi round di colloqui, soprattutto ad Abuja (Nigeria). I tentativi negoziali sono caratterizzati in maniera negativa da: divisioni all’interno dei movimenti di opposizione (in seguito ai contrasti sulla leadership tra militari e politici e tra capi delle “vecchie” e “nuove” generazioni); mancanza di competenze negoziali specifiche da parte delle delegazioni (i movimenti ribelli non definiscono una piattaforma comune); atteggiamento intransigente di Khartoum (che preferisce ottenere una vittoria militare contro i ribelli piuttosto che dialogare con loro); infine, la stessa mediazione dell’UA (che non agisce come terzo neutrale e imparziale, facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo). Nel maggio 2006 si arriva alla firma del Darfur Peace Agreement (DPA), sottoscritto dal governo di Khartoum e da una delle fazioni dello SLA/M, quella di Minawi, che in virtù di tale accordo entra a far parte del governo di unità nazionale, ottenendo per sé la carica di Senior Assistant del Presidente Bashir, la quarta carica dello stato. Purtroppo, il DPA si dimostra del tutto inefficiente e finisce per peggiorare la situazione, anche perchè, non è sottoscritto da gran parte delle fazioni dello SLA/M, dal JEM e da altre forze significative nella regione, che ritengono insufficienti le misure per la condivisione del potere a livello locale e per la sicurezza nella regione e non adeguati i meccanismi di compensazione per le vittime del conflitto. Con l’importante eccezione di Wahid, quasi tutte le forze contrarie al DPA si riuniscono nel National Redemption Front (NRF), contro cui, a partire dal mese di settembre 2006, il governo di Khartoum inizia una offensiva militare, a cui sono associati i sempre più frequenti attacchi da parte delle milizie dei janjaweed. Successivamente sorgono contrasti anche all’interno del NRF, per cui il fronte dei movimenti di opposizione appare fortemente diviso al suo interno. Inoltre negli ultimi tre anni, si registrano importanti divisioni sia all’interno dello SLA/M che nel JEM, oltre a defezioni anche all’interno della fazione di Minawi. Lo scorso anni un funzionario ONU ha dichiarato che il quadro dei movimenti di opposizione è ormai talmente complicato che per costituire un gruppo autonomo bastano “trenta uomini e una jeep”.
LA SITUAZIONE ATTUALE
Le accuse a Bashir di genocidio e crimini contro l’umanità
Nel luglio 2008 il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI, attivata nel marzo 2005 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1593) Luis Moreno Ocampo accusa il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir di genocidio e crimini di guerra, chiedendo il mandato d’arresto alla Camera della Corte. Secondo le prove raccolte il presidente sudanese avrebbe diretto e applicato un piano per distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia. «Per cinque anni - è l’accusa lanciata dall’alto magistrato - le forze armate e la milizia janjaweed, sotto gli ordini di Bashir, hanno attaccato e distrutto villaggi. Poi attaccavano i sopravvissuti nel deserto. Quelli che raggiungevano i campi erano soggetti a condizioni messe in atto in modo calcolato allo scopo di distruggerli». Secondo Ocampo «i suoi motivi erano largamente politici, il suo alibi è stata l’insurrezione, il suo intento è stato il genocidio». Le “forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Bashir hanno ucciso almeno 35.000 civili e causato la morte di un numero di persone compreso tra 80.000 e 265.000 che sono state sradicate dalle loro case. In seguito alla richiesta di Ocampo, inizia un acceso dibattito nella comunità internazionale, divisa al suo interno tra due diverse priorità: fare giustizia o favorire il processo di pace attraverso una larga azione diplomatica. Il 4 marzo 2009, la Corte Penale Internazionale si è pronunciata sulla richiesta di arresto per Bashir. presentata da Ocampo, emettendo un mandato di cattura per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a carico del presidente sudanese. Escluso il genocidio. Ma nelle ultime settimane i giudici d’appello dell’Aja hanno annullato la decisione della Prima Camera di non incriminarlo di quel reato per insufficienza di prove rinviando gli atti alla Corte.I giudici dovranno ora stabilire se aggiungere il reato di genocidio alle accuse, che già includono sette capi d’imputazione tra i quali omicidio, sterminio, tortura e stupro. L’annullamento della decisione è stato motivato da un “errore giudiziario”.
Gli scontri di Jebel Marra
Jebel Marra, controllata dal Sudan liberation army, è attualmente l’area più contesa del Darfur. I villaggi intorno alla cittadina settentrionale della regione sono interessata da frequenti attacchi e bombardamenti da parte dell’esercito sudanese. Anche nelle ultime settimane i ribelli dello SLA di Abdel W. Al-Nur hanno denunciato i raid sulle loro postazioni ma anche su insediamenti popolati da civili. Le perdite sarebbero state un centinaio da fine dicembre ad oggi. Uno dei più cruenti si è rivelato l’episodio del 16 gennaio a Souk Fruk: l’aviazione e l’esercito sudanese, con 200 veicoli carichi di soldati e miliziani, hanno sferrato un pesante attacco, causando la morte di decine di ribelli ma anche una ventina tra donne ebamnini che si trovavano al mercato generale della zona.
Gli accordi e gli sviluppi dei colloqui di pace di Doha e N’Djamena
A partire dal maggio 2006 (data del DPA), si succedono sul campo diversi tentativi di mediazione per arrivare a un accordo: dapprima l’iniziativa congiunta ONU/UA per il dialogo tra governo di Khartoum e movimenti di opposizione; poi il tentativo del Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A, movimento di opposizione del Sudan meridionale e protagonista degli accordi del gennaio 2005 che ha posto fine a oltre 20 anni di guerra civile e ha portato il movimento all’interno del governo di unità nazionale), per la ripresa del dialogo all’interno dei diversi movimenti di opposizione; ancora l’iniziativa del mediatore dell’UA Djibril Bassolè per favorire il raggiungimento di una posizione comune tra le diverse fazioni; infine l’iniziativa promossa dal Qatar. Quest’ultima, ha permesso di arrivare pochi giorni fa (17 febbraio), alla firma un accordo tra il JEM e il governo di Khartoum, che prepara il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto. All’avvio dei dialoghi tra le parti, oltre al Qatar, hanno partecipato anche l’ONU, l’UA e la Lega Araba, che hanno sottolineato che le discussioni sono solo preliminari e preparatorie per aprire la strada ad un più ampio processo di pace nel Darfur. La notizia è certamente positiva, anche se esistono forti perplessità perché l’accordo sembra essere soprattutto il riflesso di una temporanea confluenza di interessi tra il governo, il JEM e la Lega Araba, ciascuno dei quali ottiene importanti vantaggi dall’accordo. Il JEM perché tramite esso si vuole proporre come principale interlocutore politico, oltre che militare, nella regione; il governo (soprattutto il presidente Bashir) perché spera così di recuperare la sua immagine sul piano internazionale (anche perché “invitato” da alcuni paesi, es. Francia, a fare di più sul piano diplomatico); infine la Lega Araba, che si pone come “sponda” privilegiata nel processo di pace. Gli ultimi sviluppi sono stati annunciati lo scorso 20 febbraio: il governo sudanese e il Jem hanno firmato un accordo a N’Djamena, che prevede il ‘cessate il fuoco’ da entrambe le parti e la cancellazione di un centinaio di condanne a morte emesse nei confronti dei ribelli che avevano partecipato all’attacco alle porte di Khartoum nel 2008.E’ stata inoltre confermata la conferenza in Egitto del prossimo 21 marzo per la ricostruzione del Darfur come annunciato dal ministero degli esteri egiziano.
LA MISSIONE DI PACE ONU-UNIONE AFRICANA (UNAMID)
Il 31 luglio 2007 il Consiglio di Sicurezza ONU approva all’unanimità la risoluzione 1769, che sancisce l’avvio della missione UNAMID (African Union – United Nations Hybrid Operation in Darfur), la più ampia forza di peacekeeping multilaterale mai dispiegata, con oltre 31.000 uomini tra militari (circa 20.000), polizia (circa 4.000) e personale civile. Dopo un primo anno caratterizzato soprattutto da ombre, il 31 luglio scorso (risoluzione 1828), la missione è rinnovata per un altro anno, con la clamorosa astensione degli Stati Uniti. La missione si trova in una situazione di grande difficoltà, soprattutto per la mancanza di collaborazione di Khartoum. La risoluzione 1769 prevedeva il dislocamento completo della forza di peacekeeping entro il 31 dicembre 2007: alla fine del 2008 non erano presenti più di 10.300 uomini (circa un terzo rispetto a quelli previsti in origine), considerati poco più del minimo necessario, e si prevede che entro il 2009 saliranno ad 11.000 .
L’UNAMID inoltre non ha risorse logistiche e finanziarie sufficienti, con lacune anche nel supporto di base; i militari hanno difficoltà a essere pagati e, in qualche caso, dato che gli “elmetti blu” non sono in numero sufficiente, addirittura sono costretti ad indossare sopra l’elmetto buste di plastica di colore blu. In particolare, è considerata molto grave la mancanza di elicotteri, essenziali per operare in maniera efficace e reagire con prontezza in una regione grande come la Francia. L’Italia è fra i pochi paesi che hanno accolto gli inviti da parte di diverse organizzazioni internazionali (e della stessa ONU) e, nell’ambito del recente decreto di proroga per le missioni internazionali, ha messo a disposizione dell’UNAMID due velivoli per il trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per un periodo di sei mesi (dal gennaio al giugno 2010). Tuttavia, le esigenze della missione sono ancora ben lungi dall’essere soddisfatte, visto che avrebbe bisogno anche di garantire il flusso costante di materiali ed equipaggiamento tra Port Sudan e il Darfur, di mezzi di trasporto (soprattutto camion), di un’unità per la ricognizione aerea, di un’unità logistica poli-funzionale e di un numero sufficiente di personale tecnico aggiuntivo (soprattutto ingegneri). Nonostante recentemente siano stati forniti dall’Etiopia cinque elicotteri da perlustrazione a lungo raggio e da difesa, continuano a susseguirsi attacchi da parte di bande armate. L’ultimo episodio è avvenuto lo scorso 17 febbraio. Una pattuglia è stata assalita da elementi non identificati sulla strada di ritorno a Nyala dopo la missione in un accampamento di profughi nel Sud Darfur. Degli 8 peacekeeper nello scontro a fuoco 7 sono stati feriti, in questa occasione nessuno mortalmente.
LA CAMPAGNA ISTITUZIONALE DI ITALIANS FOR DARFUR
Il costante impegno e il fermento delle azioni dell’associazione – tra cui tre Global Day e due eventi - hanno permesso a ‘Italians for Darfur’ di accreditarsi da subito presso le Istituzioni e i mezzi di informazione. Dal 2006 sono stati presentati numerosi atti di indirizzo parlamentare dai deputati e dai senatori che sostengono la campagna del movimento per il Darfur. Tra i più importanti la mozione bipartisan del marzo 2007 - approvata all’unanimità in Senato e che impegnava il governo ad affrontare in sede di Consiglio di sicurezza dell’ Onu la questione Darfur e a promuovere in tutte le sedi internazionali competenti iniziative appropriate a far sì che cessassero le gravissime violazioni dei diritti umani in Sudan - e l’ordine del giorno del novembre 2008 - con primo firmatario l’onorevole Gianni Vernetti e sottoscritto anche da esponenti della maggioranza - che impegnava il governo a reperire le risorse per dare sostegno alla missione Unamid dispiegata in Darfur. Da questi atti sono scaturiti provvedimenti concreti quali la disposizione in Finanziaria 2007 (Governo Prodi) di un finanziamento di 40 milioni di euro per l’emergenza in Darfur e in Somalia e l’approvazione, nel gennaio 2009, del decreto di rifinanziamento delle missioni italiane all’estero che prevede l’invio di due velivoli e un contingente di circa 250 militari in Darfur (Governo Berlusconi). Italians for Darfur è stata, inoltre, promotrice di una missione in Darfur (luglio 2007 Commissione Esteri Camera dei Deputati) e di tre audizioni parlamentari (207, 2008, 2009) presso il Comitato parlamentare per i diritti umani. Nel 2008 Italians for Darfur ha presentato alla Camera dei Deputati il Dossier sull’Unamid che segnalava le carenze della missione Onu-UA.
Nel 2009, grazie all’interesse del senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione per i diritti umani del Senato, è stato presentato e approvato dal governo un ordine del giorno, promosso dalla nostra associazione, che chiedeva il rifinanziamento della missione italiana a sostegno della forza di peacekeeping in Darfur (già previsto nel decreto di finanziamento delle missioni dell’anno precedente) per un impegno economico di 6 milioni di euro e due velivoli da destinare a Unamid.
L’ultima campagna istituzionale e mediatica ha visto impegnata ‘Italians for Darfur’ nella raccolta di firme per la petizione che chiedeva la sospensione della pena di morte per sei bambini soldato, che ha ricevuto decine di migliaia di sottoscrizioni. Il Governo sudanese ha risposto all’appello assicurando che i bambini condannati non saranno giustiziati.
LA CAMPAGNA ON-LINE
“L’ottima presenza su Internet del movimento è anche data dalla necessità di compensare attraverso la Rete, la scarsa presenza, sulle televisioni nazionali, di notizie sul conflitto nel Darfur”
Terzo Settore n°10, Il Sole 24 Ore
La campagna on-line di Italians for Darfur
La scommessa di Italians for Darfur è stata sin dagli inizi l’uso della rete quale strumento di amplificazione dell’informazione e di aggregazione sociale affinché si costituisse anche on-line un vero e proprio movimento a favore di una maggiore copertura mediatica della crisi umanitaria in Sudan. Diversamente da altre associazioni ed organizzazioni, per le quali, soprattutto nel panorama italiano, internet resta una vetrina della struttura e delle attività esterne alla rete, Italians for Darfur ha ritenuto da subito che Internet, indipendente dai tradizionali media ma non ancora alternativo a questi in termini di accessibilità e penetrazione, esprima potenzialità comunicative finora inattese di riverberazione dell’ informazione, della cui qualità continuano ad essere garanti i professionisti del settore: è quindi attiva, dal 2006, una campagna on-line che fa leva sulla partecipazione degli utenti dei blog e dei principali social network italiani e internazionali, quali Facebook, Myspace, Flickr, Youtube, senza dimenticare le esperienze di citizen journalism grazie a collaborazioni con siti e servizi del settore, per chiedere ai media mainstream italiani una maggiore copertura della crisi in Darfur e nelle altre regioni del mondo dimenticate.
Il blog ufficiale del movimento, denominato Italian Blogs for Darfur, è il corpo centrale della campagna, recensito anche dalla rivista Terzo Settore del Sole 24 Ore e ospitato più volte al salone PiùBlog della Fiera di Roma.
Nel solo 2008 ha registrato oltre 17.000 visite, non poche considerato il tema purtroppo non così popolare, delle quali ben il 34% provenienti da collegamenti esterni da altri siti e blog associati, a riprova della rete in questi anni formatasi in maniera trasversale attraverso tutta la comunità on-line non solo italiana ma anche internazionale, grazie alla partecipazione a simili campagne nel resto del mondo e collaborazioni con blogger sudanesi; è significativo il fatto che nel 2008 il blog sia stato visitato 63 volte anche in Sudan, dal quale riceviamo testimonianze di operatori umanitari che prestano servizio nel Paese. Sempre in Sudan, Italian Blogs for Darfur è risultato essere tra i primi 13 blog visitati dalla community online sudanese secondo la classifica stilata dalla stessa blogosfera sudanese del Sudan’s Daily Voices.
La bloglist ufficiale consta di oltre 100 bloggers registrati, che espongono nella loro homepage i banner di Italian Blogs for Darfur e ne riprendono i contenuti. A partire dal 2009, è inoltre attiva, anche su Facebook, oltre al gruppo e a pagine dedicate, una applicazione sviluppata in ambiente FBML con pagine informative e l’immancabile appello per una maggiore qualità dell‘informazione sulla crisi in Darfur. Nel giro di poche settimane l’applicazione è stata aggiunta da oltre 2500 persone. Molta importanza è stata data anche alle collaborazioni con il mondo della musica on-line, tra le quali quella con i Negramaro, che nel 2008 hanno sponsorizzato la campagna on-line di Italians for Darfur nel loro spazio Myspace, producendo un clip video per la giustizia in Darfur proiettato anche prima del loro concerto a San Siro, Milano, nrl 2009.
Il Darfur in rete
Contrariamente a quanto accade nei principali telegiornali italiani, nei quali, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio di Pavia per Medici senza Frontiere, il Darfur occupa solamente poco più di un’ora all’anno di notizie, gli utenti della rete hanno la possibilità di seguire con continuità l’evolversi della crisi umanitaria in Darfur, soprattutto grazie all’accessibilità di aggregatori di notizie ed edizioni telematiche dei principali quotidiani esteri. Scarsa è invece la copertura del conflitto nelle agenzia di stampa italiane in rete, nelle quali viene confermata la tendenza a preferire comunicati o iniziative pubbliche di sensibilizzazione di noti personaggi dello spettacolo, soprattutto se hollywoodiani, o di avvenimenti comunque riconducibili alla realtà politica italiana, piuttosto che gli stessi tragici sviluppi del conflitto in Darfur.
E’ risultata essere di particolare impatto, anche alla luce di queste considerazioni, la diffusione della canzone Living Darfur dei Mattafix, che pur essendo stata prodotta nel 2007, è stata ripresa da tantissimi utenti della blogosfera italiana anche nel 2008. In definitiva, mentre la rete anglofona dimostra una maggiore attenzione alla crisi, in Italia le iniziative on-line di Italians for Darfur restano l’unica realtà strutturata di promozione e sensibilizzazione della community on-line sui diritti umani in Darfur. L’ultima campagna sviluppatasi grazie alla rete è stata la raccolta delle firme per la petizione che chiedeva la sospensione della pena di morte per sei bambini soldato del Darfur. In meno di tre mesi sono state raccolte circa 15mila firme.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.
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di Stefano Cera
E’ destino che per il Darfur, il mese di febbraio abbia un significato particolare. Infatti è nel febbraio del 2003 che inizia il conflitto che ha prodotto almeno 300.000 morti (alcuni arrivano a parlare addirittura di 450.000 vittime) e quasi 3 milioni di profughi. E’ sempre nel mese di febbraio (dello scorso anno) che a Doha, nel Qatar, il governo del Sudan ha firmato un accordo con il Justice and Equality Movement (JEM) che, nelle intenzioni delle parti, avrebbe dovuto preparare il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto, ma che fallisce in seguito al rifiuto del governo di Khartoum di rilasciare i combattenti del JEM che avevano partecipato agli attacchi alla capitale nel maggio del 2008. Ed è infine di pochi giorni fa la notizia che, sempre a Doha e sempre con il JEM, Khartoum ha firmato il Framework and Ceasefire Agreement, di fatto un pre-accordo che prevede una tregua fino al prossimo 15 marzo, giorno in cui verrà firmata la pace definitiva.
I contenuti dell’accordo
In virtù della firma, il JEM ha ottenuto posizioni di rilievo nell’amministrazione centrale e locale, mentre la situazione amministrativa della regione sarà oggetto di una trattativa separata. Dopo la firma dell’accordo il governo ha liberato 57 combattenti del JEM, di cui 50 precedentemente condannati alla pena capitale e 5 all’ergastolo. La liberazione segue quella di altri detenuti nel periodo precedente (il ministro della giustizia di Khartoum ha commentato di aver «aumentato dal 30 al 50% il numero delle persone liberate»). Nel corso delle trattative il JEM avrebbe anche chiesto al governo di posticipare di un periodo ritenuto congruo le elezioni per meglio preparare la popolazione all’appuntamento, ma senza ottenere alcun risultato.
Le trattative dell’ultimo periodo
Le trattative sono iniziate circa sei mesi fa e si sono svolte anche attraverso i buoni auspici della Comunità di Sant’Egidio che, in un comunicato successivo alla firma dell’accordo, si è “congratulata” con le parti, con il governo del Qatar e con la mediazione congiunta Unione Africana-Nazioni Unite, sottolineando come «il raggiungimento dell’accordo sia un’ulteriore dimostrazione di quanto la sinergia tra realtà istituzionali e non istituzionali possa portare a risultati efficaci». In questo spirito la comunità annuncia che continuerà a impegnarsi affinché anche gli altri movimenti ribelli possano raggiungere un accordo con il governo.
Le motivazioni dell’accordo
Diverse sono le motivazioni che hanno spinto le parti al tavolo negoziale. Per il governo, le pressioni della comunità internazionale, la richiesta di arresto del presidente al-Bashir della Corte Penale Internazionale (CPI) del marzo scorso, ma anche le elezioni presidenziali che si dovrebbero svolgere tra due mesi e il referendum per l’indipendenza della parte meridionale del paese, che si svolgerà nel gennaio del prossimo anno. Per il JEM ha avuto certamente un peso determinante l’accordo precedente tra Chad e Sudan che, di fatto, ha aperto la strada all’accordo di Doha. In particolare il ruolo del Chad è di particolare rilievo, sia perché è considerato il “protettore” del JEM, sia per il ruolo che ha avuto nelle trattative che hanno portato all’accordo di Doha.
Quali speranze per il futuro?
L’accordo sembra finalmente aprire spiragli per il futuro. Innanzitutto, perché ha visto la firma, su basi completamente nuove rispetto al passato, del principale movimento di opposizione del Darfur. Poi, perché è stato rifiutato solo la fazione dello SLA di Abdel Wahid al-Nur, che continuando a ribadire il principio “no conflict resolution without conflict suspension”, sulla base del quale chiede al governo quale pre-condizione per il dialogo di disarmare le milizie dei janjaweed e di porre fine agli attacchi ai civili. Mentre altre dieci fazioni, appartenenti ai gruppi di Tripoli (riuniti attraverso la mediazione della Libia) e Addis Abeba (riuniti attraverso la mediazione dell’inviato speciale USA Scott Gration) si sono uniti nel Liberation Movement for Justice, guidato da El Tijani El-Sissi, già governatore del Darfur. Nel corso di una conferenza-stampa, il gruppo ha dichiarato che inizierà a breve dei colloqui di pace separati con il governo del Sudan. La Lega Araba, l’Organizzazione dei Paesi islamici (OIC), i vertici dell’UNAMID, la missione di peacekeeping “ibrida” ONU-Unione Africana che ha iniziato la sua attività in Darfur nel 2007 e molti paesi hanno salutato l’accordo come l’inizio di un nuovo periodo per il Darfur. La speranza è che sia davvero così e che non si ripeta quanto accaduto in passato, quando gli accordi per il cessate-il-fuoco sono stati sistematicamente disattesi. Se sarà un’era nuova per il Darfur, ce lo dirà certamente il prossimo periodo. Le condizioni sembrano finalmente esserci.
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Quando Magdi Allam si è convertito al Cristianesimo con la sua tipica riservatezza spirituale (e cioè in mondovisione) scrissi che i musulmani non erano affatto arrabbiati e scontenti, come sostenevano i corifei dell’islamofobia italiota. Anzi, il sollievo dei musulmani era tale che persino loro hanno festeggiato brindando con champagne e bruschette al lardo. Io stesso rivolsi ad Allam, tramite le agenzie - riprese anche dal Corriere - un accorato appello che in parte ha accolto: “mi auguro si comporti secondo i preziosi dettami di Gesù Cristo che ha amato il diverso, il ladro, l’assassino, la prostituta, il corrotto e quindi lasci, finalmente, sia il ‘Corriere’ che i musulmani cattivi in pace”.
Magdi lasciò il Corriere, il suo interesse per i musulmani si è notevolmente affievolito e, finalmente - come scrissi ancora una volta - “era diventato un problema della Chiesa, mica dei musulmani (che hanno anzi accolto la sua conversione con sollievo e preghiere di ringraziamento). Non passa giorno infatti senza che il suo sito dedichi attacchi allucinanti a rispettabili cardinali ed ecclesiastici “ammalati di relativisimo” e a dirsi “preoccupato per la grave deriva religiosa ed etica presente in seno al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso presieduto dal cardinale Jean-Louis Tauran”. La Chiesa per ora non reagisce (mica sono sprovveduti come quelli che avevano definito il personaggio “nemico dell’Islam”) e infatti lui si lamenta: “Nessun esponente della Chiesa ha risposto a questa Lettera aperta. Ed anche tra le risposte elaborate da parte degli iscritti alla mia Associazione, taluni si sono sentiti in dovere di difendere i musulmani e persino l’islam”. Segno che alcuni di loro continuano a ragionare con la propria capuzella”.
Ora che è candidato in Basilicata - pardon, Lucania - Magdi ha cambiato bersaglio, e non riuncia al suo hobby preferito: scassare gli zebedei al prossimo. Però anche li hanno sbottato. Il deputato del PDL Vincenzo Taddei l’altro giorno è esploso: «Siamo stanchi di sopportare le bugie di questo signore. (…) Allam fa solo demagogia e populismo non conoscendo la storia politica della nostra regione (…) Ma di cosa parla Allam che conosce la nostra realtà da soli trenta giorni. Quale contributo ha dato ai nostri territori tale da ergersi a giudice accusatore? A queste domande dovrebbe rispondere il leader di “Io amo la Lucania” piuttosto che dire infondatezze e distribuire offese (…) lui e la sua compagine, lo ribadisco, non hanno l’autorevolezza morale e politica per giudicare ciò che neanche conoscono».
Ma che Magdi parlasse di cose che non conosce era ampiamente risaputo. A suo tempo, Massimo Campanini, affermato accademico e islamologo dell’Università di Milano, si era meravigliato a tal proposito: “stupisce notare come Magdi Allam sembri del tutto ignorare la letteratura scientifica sulle questioni mediorientali”. Persino i suoi colleghi giornalisti dicevano che non sapeva fare il giornalista. Fonti pro-israeliane avevano infatti riferito che “Il Corriere della Sera ha ricevuto una lettera firmata da molte personalità, tra le quali anche alcuni giornalisti israeliani” che stigmatizzavano il suo modo di fare giornalismo. Recentemente è andato a partecipare ad una manifestazione indetta dagli egiziani copti a Roma. E dire che neanche tre anni fa dichiarava, su Il giornale: “Non so nulla dei copti e non ho mai messo piede in una loro chiesa”.
Evidentemente, però, l’On. Taddei non era al corrente di tutto questo: «Ho sempre stimato il giornalista Magdi Allam e il suo lavoro così come ho molto apprezzato tempo fa la sua conversione al cattolicesimo di cui condivido profondamente i valori. Ma da quando ha deciso di scendere in politica sembra aver dimenticato proprio i principi che lo caratterizzavano. Oggi dimostra di non avere rispetto per il lavoro altrui e di distribuire giudizi sferzanti senza alcun fondamento. Abbiamo ascoltato ogni tipo di accusa da parte di Allam, ora siamo sinceramente stanchi. Non è possibile continuare ad accettare le provocazioni continue e gravi che questo signore ogni giorno va diffondendo sui mass media». Ah, che sollievo. Come recita il detto arabo: “E ruotarono i giorni e bevvero dallo stesso calice”.
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A fine 2006, alcuni studenti di una scuola di Torino si sono filmati mentre maltrattavano un compagno di classe affetto da autismo e hanno caricato il video su Google Video. Vista la natura assolutamente riprovevole del video, è stato rimosso a distanza di poche ore dalla notifica della Polizia. Abbiamo inoltre collaborato con la polizia locale per l’identificazione della persona che lo ha caricato, che è stata poi condannata dal Tribunale di Torino a 10 mesi di lavoro al servizio della comunità, e con lei diversi altri compagni di classe coinvolti. In casi come questo, rari ma gravi, è qui che il nostro coinvolgimento dovrebbe finire.
In questo caso, tuttavia, la Procura di Milano ha deciso di incriminare quattro dipendenti di Google - David Drummond, Arvind Desikan, Peter Fleischer and George Reyes (che ha lasciato l’azienda nel 2008) - con accuse di diffamazione e mancato rispetto del codice italiano della privacy. Per essere chiari, nessuno dei quattro Googlers incriminati ha avuto niente a che fare con questo video. Non vi erano rappresentati, non lo hanno ripreso, caricato o rivisto. Nessuno di loro conosceva le persone coinvolte e non hanno saputo dell’esistenza di questo video fino a quando non è stato rimosso.
Nonostante questo, oggi un giudice del Tribunale di Milano ha condannato tre dei nostri quattro colleghi - David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes - per mancato rispetto del codice Italiano della privacy. Tutti e 4 sono stati dichiarati non colpevoli delle accuse di diffamazione. In sostanza questa decisione significa che i dipendenti di piattaforme di hosting come Google Video sono penalmente responsabili per i contenuti caricati dagli utenti. Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente dal momento che i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Riteniamo, anzi, che durante l’intero processo abbiano dato prova di grande coraggio e dignità; il semplice fatto che siano stati sottoposti ad un processo è eccessivo.
C’è un’altra importante ragione, però, per la quale siamo profondamente turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. La motivazione, che condividiamo, è che questo meccanismo di “segnalazione e rimozione” avrebbe contribuito a far fiorire la creatività e la libertà di espressione in rete proteggendo al contempo la privacy di ognuno. Se questo principio viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme - ogni singolo testo, foto, file o video - il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire.
Si tratta di questioni di principio importanti, ed è per questa ragione che continueremo a sostenere i nostri colleghi in tutto il percorso dell’appello.
Scritto da: Matt Sucherman, VP and Deputy General Counsel - Europe, Middle East and Africa
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Paolo De Gregorio, blogger e storico commentatore qui su Bioetica, propone un esperimento mentale a tutti i sostenitori della sacralità dell’embrione («Esperimento concettuale con l’embrione», 22 febbraio 2010). Riporto il passo centrale:
Immaginate di trovarvi in un futuro ipotetico. Avete un figlio, piccolo, amatissimo, malato. Voi siete il suo tutore, colui, l’unico, che può decidere in sua vece se e in che modo sia legittimo intervenire. Ma la malattia che lo affligge lo porterà inesorabilmente alla morte certa, a seguito di atroci sofferenze. Il medico dell’ospedale di Futurlandia vi comunica la sorte che toccherà al vostro amatissimo e altrimenti sanissimo figliolo, ma aggiunge una chiosa: “esiste altresì una nuova cura, ben testata, dall’esito praticamente certo, oggi legale, che prevede la creazione di un embrione sano, in provetta; questa cura salverà vostro figlio praticamente al 100%, eliminando totalmente la malattia e le sofferenze annesse; l’embrione della provetta verrà tuttavia perso con certezza”. Insomma, eccovi servito il dilemma: lasciar morire vostro figlio tra mille sofferenze, o farlo vivere sacrificando un embrione che vivrà e morrà in provetta per vostra scelta.
In questo dilemma non esiste più la giustificazione che quella cura in quell’oggi di un domani ipotetico già esisterebbe, perché quello che ora dovete fare è decidere voi se uccidere un embrione: sarete voi a diventare un potenziale “dottor morte”, se accetterete di generare e poi far morire un embrione, una persona, solo per garantire la vita a vostro figlio. O lasciar morire vostro figlio. Ma soprattutto, in quest’ultimo caso, decidere voi per lui, per vostro figlio, per la sua morte, per rispondere alla vostra convinzione morale, al vostro dogma etico che l’embrione è una “persona umana”, a prescindere da quello che il vostro bambino avrebbe potuto pensare una volta adulto se fosse cresciuto.
Cosa farete, applicherete all’embrione le vostre convinzioni e lascerete morire vostro figlio soffrendo, decidendo tutto ciò al posto suo? O cederete alla proposta del medico, nonostante ogni giorno vi e ci ripetete che un embrione è una persona esattamente come ognuno di noi?
Chi risponderà “sì, sarei disposto a sacrificare quell’embrione pur di salvare mio figlio” dovrebbe cessare per sempre di continuare ad affermare che l’embrione è un essere umano esattamente come ognuno di noi. Chi dirà di no, lo dica, e noi elaboreremo liberamente il nostro giudizio morale su quella persona e sul suo credo. Si attendono risposte.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Quando un candidato alle elezioni non ci mette la faccia, solo per dimostrare di essere diverso e originale, a volte, è peggio. (Soprattutto se ha poco o niente da dire.)
fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale
Il Justice and Equality Movement, il principale movimento ribelle del Darfur, ben armato e di matrice ideologica vicina a quella di Hassan al Turabi, ma che gode tuttavia del supporto solo di una parte della popolazione del Darfur, principalmente dell’etnia zaghawa, ha siglato un accordo con il governo sudanese in preparazione al prossimo meeting a Doha, in Qatar. Il governo sudanese ha promesso la liberazione di una parte dei prigionieri e un cessate il fuoco bilaterale.
Un simile accordo era gia’ stato raggiunto l’anno scorso, ma la peculiarita di quello attuale e’ che giunge dopo l’accordo di non belligeranza tra Chad e Sudan. L’SLM -AW prosegue invece nella sua linea contro ogni trattativa finche’ non verra’ garantita la fine di ogni aggressione militare in Darfur, in particolare proprio nell-area del Jbel Marra sotto il controllo del movimento, quest’ultimo sempre piu lacerato da tensioni e defezioni interne, e sempre piu’ isolato dalla piu aggressiva linea politica del JEM.
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“La motivazione dell’agire dell’imputato (il padre di Hina, che ha ucciso la figlia, ndr) è scaturita da un patologico e distorto rapporto di possesso parentale, essendosi la riprovazione furiosa del comportamento negativo della propria figlia fondata non già su ragioni o consuentudine religiose o culturali, bensì sulla rabbia per la sottrazione al proprio reiterato divieto paterno».
Sentenza n.6587 della Prima sezione penale (Il Corriere)
“Non esiste nessun nesso tra il Corano, le idee religiose e quanto è accaduto alla piccola Hina, sgozzata con barbarie dal padre per la sua relazione. Anche ammettendo che tra i due fidanzatini ci fosse un rapporto più che “platonico”, il padre non aveva nessuna scusa “religiosa” per compiere un crimine efferrato come quello”.
Il sottoscritto, qui
“E Hina è solo il caso più noto. Ce ne sono stati anche altri che magari non sono finiti in tragedia per poco (…)”. Un dramma derivato da una cultura arretrata o dall’estremismo? (chiede il giornalista dopo l’uccisione di Sanaa, ndr) Guardi, il paradosso è che in Marocco una cosa così non succederebbe più! La popolazione è più secolarizzata, negli ultimi dieci - quindici anni si sono fatti passi da gigante grazie a tante associazioni di donne. Molti immigrati che stanno qui da anni, magari analfabeti, non hanno vissuto questo passaggio e anzi, si sono chiusi nel tradizionalismo e sono stati influenzati da un Islam che non ha niente a che vedere con la cultura marocchina”
Intervista a Souad Sbai, Panorama, Mercoledi 16 settembre 2009
Sulla sentenza, consiglio vivamente la lettura dell’articolo di Lorenzo Declich. Tra l’altro proprio Lorenzo segnala la presenza di un gruppo facebook - che rischia la chiusura - intitolato: “Souad Sbai, non voglio che mi rappresenti”, a cui si sono aggregate più di 1450 persone. (E pensare che la Sbai, su Facebook, ha appena 841 fan.) Il gruppo si descrive cosi:
“Gruppo creato per unire tutti i Marocchini, in particolare, ed i Musulmani, in generale, che non vogliono essere rappresentati da lei o che non si identificano nell’immagine dell’Islam rispecchiata dalle sue diverse vergognose (non tutte!) dichiarazioni sui Musulmani nei vari mass media italiani. Il gruppo è aperto a tutte le Persone che hanno a cuore questa nostra causa, a prescindere dal loro crede religioso e dalla loro cittadinanza; basta che siano Cittadini del mondo. Il gruppo condanna ogni tipo di violenza o oppressione contro le donne, senza distinzione di appartenenza di genere. Ricordiamo che lo scopo qui non è affatto andare contro tale o tale Organo politico o religioso, ma soltanto far capire a tutti che l’essere musulmani praticanti non significa implicitamente essere dei presunti terroristi come viene spesso sottinteso dall’On. Sbai. Inoltre, come abbiamo sempre affermato, condanniamo con forza e senza riserva qualunque tipo di terrorismo o di estremismo che mira a fomentare l’odio verso il diverso.Non saranno tollerati minacce, insulti o volgarità nei confronti della persona di Souad Sbai, per il semplice motivo che tali comportamenti non fanno parte né della cultura islamica né dei dettami della nostra amata religione che è l’Islam. Quindi, i commenti offensivi saranno prontamente cancellati ed i loro autori categoricamente “bannati” dal gruppo”.
Non mi sembra che ci sia nulla di “estremista”, come invece lamentato da movimenti vicini alla Sbai. O sbaglio?
fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale
L’asilo comunale? Solo per i bambini che provengono da famiglie che accettano «l’ispirazione cristiana della vita». Il regolamento è stato approvato a maggioranza dal consiglio comunale di Goito fra le proteste di tutta l’opposizione. Un esposto è già stato presentato all’Associazione nazionale dei Comuni italiani.
Il regolamento, all’articolo 1, pone come condizione per iscrivere il figlio all’asilo l’accettazione di una sorta di preambolo religioso: la provenienza da una famiglia cattolica o cristiana, escludendo di fatto molte famiglie di immigrati di diverso orientamento religioso. Resta da stabilire se nell’ispirazione cristiana siano comprese le coppie divorziate o i non credenti.All’asilo comunale si accettano solo bimbi di famiglie cristiane, Gazzetta di Mantova, 23 febbraio 2010.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
C’era una volta l’Italietta. C’era il Re, la Patria, la Famiglia e Dio. Oggi c’è ancora l’Italietta. Ma c’è il Principino, la Repubblica e le Escort. Vuoi mettere? Non c’era bisogno di essere dei veggenti per anticipare l’esito del Festival di San Remo, specchio dell’Italietta, reale e televisiva, con i suoi strumenti fatti di sms del pubblico che si collega a “o’ sistema” e camionate di monnezza musicale. Viene eliminata Malika Ayane, nata da padre marocchino e madre italiana mentre trionfa la canzonetta italiota e calcistica del poligamo (vero o presunto) accompagnato dal rampollo principeso trombato alle elezioni europee da Magdi Allam (E per essere trombati da uno come Allam ce ne vuole). Gli altri vincitori, invece, escono dritti dritti dalle scuderie di Maria De Filippi e dal mondo dell’effimero targato Mediaset. Non è forse questa l’Italietta in cui viviamo?
Una “marocchina” che vince il festival della canzone “italiana” era del tutto inconcepibile in un paese in cui un giovane su due ha pregiudizi razzisti e in cui i tifosi della Juventus esibiscono uno striscione che recita “non esistono negri italiani”. Molto più coerente, quindi, che a vincere questa edizione sia lo stornello che recita “l’orgoglio di essere italiani” mentre sullo sfondo scorrono le immagini dei calciatori. Poi, come in ogni farsa che si rispetti, ecco che salta fuori anche il Ct Marcello Lippi - definito dal direttore artistico Gianmarco Mazzi nientepopodimeno che “un’icona italiana” - che loda “la sostanza” della canzone, indipendentemente “da come il brano viene cantato”. Ma non era il festival della canzone? Ancora una volta è andata in onda l’Italietta in cui i politici vanno a parlare nei festival canori, le showgirl parlano di politica e i trombati si riciclano in televisione per essere riabilitati e guadagnare consensi.
Il festival di San Remo è la chiave per capire come funzionano molte cose in Italia ed è proprio studiandolo che sono riuscito a stilare un prontuario per permettere agli immigrati di superare gli eventuali esami per il “permesso a punti” prossimo venturo: 1) Rispondendo alle domande dell’operatore dello sportello unico usare frequentemente parole come “Patria”, “Religione”, “Tradizioni”, “Identità” e “Famiglia”. Non importa conoscerne il significato 2) Pronunciare il tutto in un italiano approssimativo, preferibilmente con accento francese 3) Alla domanda sulla costituzione, esibire un album di figurine calcistiche 4) Se sei donna è auspicabile presentarsi con una bandiera italiana intorno alla vita (e nient’altro) 5) Se ti viene chiesto l’inno, canta “Italia Amore Mio”. Il brano è reperibile nelle migliori balere. Se vi chiedono di Mameli, rispondete prontamente: “E’ andato in pensione”.
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Ha scosso la coscienza della città il grande necrologio pubblicato sulla prima pagina della “Nuova Ferrara” dedicato a Sahid Belamel, straniero e clandestino, morto per il freddo la mattina di San Valentino dopo essere stato per molte ore nudo e ferito ai bordi di una strada senza che nessuno lo soccorresse. (…) Il necrologio provocatorio è stato apprezato anche da Roberto Natale, presidente della Fnsi che ha inviato alla redazione una lettera in cui «ringraziazia il direttore Boldrini e tutta la redazione de “La Nuova Ferrara” per la scelta di ricordare, in maniera giornalisticamente così incisiva, il giovane nordafricano. La nostra informazione - prosegue Natale - sui temi dell’immigrazione è troppo spesso un moltiplicatore dei germi di razzismo e xenofobia: quasi sempre senza rendercene conto, diffondiamo paure, stereotipi, pregiudizi. (La nuova Ferrara)
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Si fa dell’ironia, sul Foglio di ieri, a proposito dell’ultimo libro di Carlo Flamigni («Flamigni, ultimo giapponese», 20 febbraio 2010, p. 3):
Il professor Carlo Flamigni, star nazionale della fecondazione in vitro, ha deciso di candidarsi al premio “ultimo giapponese nella giungla delle staminali embrionali”. In un libro di cui è annunciata la prossima uscita (“La questione dell’embrione”, Baldini Castoldi Dalai), Flamigni dedica molti sforzi a sostenere che quel filone di ricerca, ormai in evidenti difficoltà in tutto il mondo – soprattutto dopo le scoperte sulla riprogrammazione cellulare delle staminali somatiche – sia in realtà irrinunciabile. Il professore ne è talmente convinto che prova a ridimensionare […] il lavoro di Shinya Yamanaka. Il quale, nel 2007, nel suo laboratorio di Kyoto ha scoperto il principio su cui si basa la riprogrammazione delle staminali epiteliali in staminali pluripotenti indotte. Non è vero che Yamanaka non ha mai usato cellule embrionali, sostiene Flamigni. Ma non dice che sono state usate cellule di topo, e non umane, per ottenere quel risultato così importante. Purtroppo per Il Foglio, le cose stanno diversamente. Andiamoci a rileggere un articolo che avevamo già citato qui su Bioetica qualche anno fa (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre 2007; corsivo mio):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.” Il testo è molto chiaro, e non risultano smentite (il New York Times le avrebbe aggiunte in calce: è un giornale serio, quello). Se ci deve essere per forza un ultimo giapponese, in questa vicenda, allora è Shinya Yamanaka, che ha anche la nazionalità giusta, non Carlo Flamigni…
Ma a parte le inesattezze di fatto – chiamiamole così – è la logica generale del Foglio ad essere sbagliata. Se gli embrioni fossero esseri umani in tutto e per tutto, allora le sperimentazioni su di essi andrebbero proibite sempre, e non solo perché esse si sono rivelate «inutili» (ma abbiamo visto che in realtà sono state e sono indispensabili). E se si ammette che la sperimentazione è possibile se utile, allora ogni limitazione basata sui campi di studio che oggi ci sembrano più promettenti è assurda: la ricerca deve essere libera, perché nessuno può ipotecare il futuro e decidere che ciò che oggi non serve non servirà mai più.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Nel corso del 2009 la popolazione in Italia ha continuato a crescere, raggiungendo i 60 milioni 387mila residenti al primo gennaio 2010, con un tasso di incremento del 5,7 per mille. (…) I cittadini stranieri sono in costante aumento, e costituiscono il 7,1% del totale. Questi sono alcuni dei dati contenuti nelle stime anciticipate dell’Istat, diffuse oggi, sui principali indicatori demografici per l’anno 2009. E tra le cifre più interessanti, ci sono quelle sull’immigrazione: gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 4 milioni 279 mila al primo gennaio 2010, facendo così registrare un incremento di 388 mila unità rispetto al primo gennaio 2009. (Repubblica)
Il razzismo è un fenomeno tutt’altro che sradicato tra i giovani: quasi la metà dichiara verso gli stranieri atteggiamenti di chiusura, che per un 20% sfociano in vera e propria xenofobia, mentre l’asticella di quanti manifestano apertura si ferma al 40%. E’ quanto emerge dall’indagine ‘Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti’. Presentato oggi alla Camera, lo studio è promosso dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni nell’ambito delle iniziative dell’Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo ed è stato realizzato da Swg su 2.000 giovani. (Repubblica)
fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale
Il fisco Italiano non guarda in faccia a nessuno, tutti i cittadini italiani onesti, truffatori, ricchi, poveri e neanche gli spacciatori di droga. Inizialmente la polizia aveva beccato un trevigiano in possesso di un grosso quantitativo di droga e dopo le dovute indagini ha “beccato” diverse persone a spacciare sostanze stupefacenti. La guardia di Finanza si è messa a controllare meglio le operazioni di spaccio delle persone indagate e hanno rilevato due responsabili, che sono stati successivamente arrestati. Il fisco ha applicato a queste due persone la normativa in materia di «tassazione dei proventi illeciti», il che significa che devono pagare le tasse sul guadagno inerente all’attività di spacciatore di droga. Questa situazione fa un pò ridere in quanto il loro guadagno è illecito, in quanto spacciare droga è reato e va punito con la galera mentre i soldi guadagnati devono essere sequestrati, per cui pagare le tasse su una cosa illecita mi pare fuori luogo. A questo punto il fisco dovrebbe tassare anche i rapinatori di banche!
Capisco che bisogna combattere l’evasione fiscale e che lo stato italiano ha bisogno di soldi, ma dovrebbe concentrare gli sforzi per combattere i furbi che evadono il fisco.
A carico dei principali responsabili implicati nell’indagine verrà applicata, primo caso a Treviso, la normativa in materia di «tassazione dei proventi illeciti»: in sostanza, chi ha tratto un guadagno dallo spaccio di droga in questione, verrà chiamato a rispondere anche fiscalmente alla stregua di un qualsiasi contribuente che abbia intascato ricavi «in nero». Alcuni degli indagati hanno ricavato dallo spaccio anche più di 40 mila euro l’anno «esentasse».
fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale
Durante la scorsa settimana gli utenti hanno avuto modo di provare Google Buzz all’interno di Gmail e noi abbiamo introdotto i miglioramenti che ormai conoscete; ora vogliamo fornirvi suggerimenti e trucchi per aiutarvi a utilizzare al meglio Buzz. Ecco i cinque principali:
1. Formato dei post. Quando pubblicate un Buzz, potete modificare il font del testo proprio come in una chat di Gmail: *grassetto*, _corsivo_, o -barrato- uno qualsiasi.
2. Riepilogo dell’attività personale su Google Buzz all’indirizzo www.google.com/dashboard. Google Dashboard fornisce un riepilogo complessivo e privato dei dati associati al vostro account Google, nonché collegamenti diretti per modificare le impostazioni personali. Attualmente Buzz dispone di una sezione dedicata all’interno di Google Dashboard, in questo modo potete visualizzare quante persone state seguendo, quante vi seguono e le informazioni relative ai più recenti post, commenti e argomenti che vi interessano. Inoltre, potete accedere alle impostazioni di Buzz direttamente dalla pagina di Google Dashboard.
3. Utilizzo di @reply per l’invio diretto di un post a un contatto. Se volete essere certi che qualcuno dei vostri amici veda un post in particolare di Buzz, potete indirizzarlo direttamente alla posta in arrivo di quel contatto tramite @reply. Digitate il simbolo “@” seguito dalle prime lettere del nome, quindi selezionate l’indirizzo email desiderato dall’elenco. Solo voi potrete visualizzare l’indirizzo Gmail mentre gli altri utenti vedranno solo il nome.
4. Utilizzo più rapido grazie alle scorciatoie da tastiera. Per attivare le scorciatoie da tastiera accedete alle Impostazioni, utilizzate il tasto “j” o “n” per scorrere verso il basso all’interno della scheda Buzz, “k” o “p” per tornare in alto, “r” per inviare un commento (scorciatoia identica a Rispondi in Gmail) e “maiusc + l” per contrassegnare come “Mi piace”.
5. Disattivazione dei post per evitare l’invio nella posta in arrivo. I commenti ai post e i commenti in risposta ai vostri commenti inviano buzz direttamente nella posta in arrivo. Se non volete visualizzare continuamente conversazioni nella posta in arrivo a ogni risposta degli altri utenti, potete disattivare l’opzione. Fate clic sulla freccia nell’angolo del post di un buzz e selezionate “Disattiva questo post”.
Se avete attivato le scorciatoie da tastiera, potete disattivare un buzz presente nella posta in arrivo anche premendo il tasto”m” durante la lettura del buzz. Consultate il nostro Centro assistenza per altri suggerimenti e risposte alle domande più comuni e per essere sempre aggiornati sulle ultime novità.
Scritto da: Google Italy Blog Team
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Negli ultimi due mesi, un piccolo gruppo di giornalisti del New York Times e del Washington Post ha sperimentato le Living Stories, una nuova modalità di presentazione delle notizie online. Usando questa piattaforma tecnologica, è possibile pubblicare centinaia di sviluppi di una vicenda sotto una singola pagina dinamica, che offre agli utenti molti modi diversi di approcciare l’informazione. Il format delle Living Stories ha aiutato il Times ad intrattenere i lettori su temi quali il cambiamento climatico, la guerra in Afghanistan, i playoff della N.F.L. e le retribuzioni dei manager. Il Post lo ha usato per seguire la riforma sanitaria, la stagione dei Redskins e la riforma del sistema scolastico di D.C.Da quando abbiamo lanciato questo esperimento nei Google Labs in dicembre, il 75% delle persone che ci hanno mandato un riscontro hanno dichiarato di preferire il formato delle Living Stories a quello tradizionale delle notizie online. Significativo anche il tempo dedicato dagli utenti per esplorare queste storie, il che ci dice che esiste interesse per un giornalismo di qualità presentato in modo coinvolgente.
Oltre ad avere ricevuto riscontri positivi da parte dei lettori, anche gli editori ci hanno detto di essere interessati a raccontare le loro storie utilizzando questo formato, ragione per cui riteniamo che sia giunto il momento di passare ad una nuova fase di questo esperimento: rendere il formato delle Living Stories accessibile in modo più ampio, per vedere quali potenzialità riserva. Per questa ragione oggi stiamo rendendo il codice disponibile in open source, in modo che qualunque sviluppatore possa realizzare le proprie pagine Living Stories. (Qui si trovano i dettagli tecnici della documentazione open source; nel Google News Help Forum si possono formulare domande e trovare risposte alle questioni di supporto più generale.) Ora che passiamo alla fase pubblica dell’esperimento, il Times e il Post chiuderanno le loro iniziative, ospitate ad oggi nei Google Labs. Desideriamo ringraziarli per essersi ‘imbarcati’ in questo progetto con noi; non vediamo l’ora di continuare a lavorare con loro, e con molte altre pubblicazioni, sulle Living Stories così come su altri progetti che hanno l’obiettivo di portare innovazione nel modo in cui le notizie vengono presentate online.
Nei prossimi mesi ci impegneremo per creare dei tool software che rendano ancora più semplice per gli editori utilizzare il format delle Living Stories, ma nel frattempo siamo ansiosi di vedere quali risultati affascinanti giornalisti e sviluppatori realizzeranno utilizzando il codice open source delle Living Stories.
Scritto da: Neha Singh, Software Engineer, and Josh Cohen, Senior Business Product Manager
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La parte finale di una lettera che, forse, potrebbero scrivere molte altre donne.
In questo Paese si predica la proliferazione. Vedo continuamente servizi sul come «nascono pochi bambini » o «le persone non fanno più figli» o «i giovani restano a casa dei genitori troppo a lungo»: ogni volta, mi viene un malore al solo pensiero. Perché mai, e sottolineo mai, ho sentito un servizio del genere che dicesse la verità sul perché succede. Mantenere un bambino, in Italia, è diventato davvero difficile. Non posso permettermi nemmeno di andare dal dottore se sto male perché per me significherebbe perdere un giorno di lavoro e rischiare il posto. Per questo motivo un anno fa sono finita in ospedale con la broncopolmonite. L’assistenza sociale ha detto che l’unico aiuto che potrà dare sarà a mia figlia e non a me perché non ci sono i soldi necessari per inserirmi in una qualche struttura se resto senza alloggio. Sto rischiando di perdere la mia bambina per colpa… del Paese? Dell’economia? Dei soldi? E questo significherebbe non solo rovinare una madre, ma soprattutto rovinare un bambino. Non mi drogo, non ho nessun tipo di dipendenza o problema psicologico. Mia figlia è una bambina serena e io sono una buona madre. Se ritenessi di non fare abbastanza, abbasserei la testa e accetterei. Ma io torno a casa distrutta la sera. Io do tutta me stessa tutti i giorni. Sempre. Sono una madre disperata con una figlia meravigliosa, ho costruito una piccola famiglia felice. Sono una ragazza coraggiosa che ha bisogno di aiuto. Non voglio perdere la mia bambina e a quanto pare non posso farcela da sola. E non ho nessun altro a cui chiedere se non allo Stato.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Il controllo del dolore è una conquista abbastanza recente. Basti pensare a un intervento chirurgico o a una banale estrazione dentale senza anestesia per capirne la portata. Per quanto la percezione del dolore sia soggettiva, esistono varie scale di misurazione che, con una certa approssimazione, tracciano una gerarchia dei dolori. Il fenomeno fisiologico più doloroso è il parto. L’analgesia epidurale permette di ridurre di molto la sofferenza e al contempo di lasciare che il parto sia vissuto dalla donna. Ma l’epidurale non è un diritto garantito in Italia. Non esistono dati ufficiale nazionali, ma si può inferire la situazione da alcuni dettagli. Come la presenza dell’anestesista dalle 8 alle 20, o peggio fino alle 14, escluso il sabato e la domenica. L’assenza di personale esperto negli ospedali, e magari l’idea che le donne “hanno sempre partorito con dolore”, fanno sì che una altissima percentuale di donne non possa usufruire dell’epidurale. Chi vuole e può va in clinica. Per queste ragioni un gruppo di donne ha fondato l’Associazione Italiana Parto in Analgesia, www.aipa-italia.it, e promuove una petizione affinché l’epidurale possa essere davvero un diritto. È superfluo ribadire che quando si parla di diritto non si vuole imporre a nessuno una determinata scelta: chi vorrà partorire con dolore potrà sceglierlo. Ma sarebbe doveroso da parte di un Paese civile garantire alle donne che lo desiderano un parto in analgesia.
DNews, 19 febbraio 2010.
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Nei mesi scorsi tre persone, due in Lombardia e una in Piemonte, si sono offerte di donare un rene a uno sconosciuto che ne avesse bisogno. A quanto affermano le agenzie di stampa, «il Centro nazionale trapianti ha riunito ieri i rappresentanti delle tre reti interregionali dei trapianti per verificare la possibilità legale di questa modalità utilizzata già in altri paesi ma ancora mai in Italia. La legge nazionale regola infatti la donazione da vivente fra consanguinei o persone con legame affettivo, oltre a vietare ogni forma di vendita» (Ansa, 17 febbraio 2010, 18:20). E oggi si annuncia che «il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, chiederà al Comitato nazionale di Bioetica (CNB) un parere urgente sull’offerta di donazione di organi da parte dei donatori cosiddetti samaritani» (Ansa, 18 febbraio, 12:14).
Tanta prudenza è sorprendente. La donazione di rene da vivente è regolata in Italia dalla legge 26 giugno 1967, n. 458 (G.U. 27 giugno 1967, n. 160), che all’art. 1 recita:
In deroga al divieto di cui all’articolo 5 del Codice civile, è ammesso disporre a titolo gratuito del rene al fine del trapianto tra persone viventi.
La deroga è consentita ai genitori, ai figli, ai fratelli germani o non germani del paziente che siano maggiorenni, purché siano rispettate le modalità previste dalla presente legge.
Solo nel caso che il paziente non abbia i consanguinei di cui al precedente comma o nessuno di essi sia idoneo o disponibile, la deroga può essere consentita anche per altri parenti e per donatori estranei [corsivo mio]. Questa possibilità è stata estesa dalla legge 16 dicembre 1999, n. 483, al trapianto parziale di fegato, con le stesse modalità della 458/67.
È vero che esistono delle «Linee guida per il trapianto renale da donatore vivente e da cadavere» (G.U. 21 giugno 2002, n. 144), frutto di un accordo fra il Ministro della Salute, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, che nella parte relativa alla donazione da vivente, all’art. 6, sembrano più restrittive:
Sul donatore viene effettuato anche un accertamento che verifichi le motivazioni della donazione, la conoscenza di potenziali fattori di rischio e delle reali possibilità del trapianto in termini di sopravvivenza dell’organo e del paziente, l’esistenza di un legame affettivo con il ricevente (in assenza di consanguineità o di legame di legge) e la reale disponibilità di un consenso libero ed informato. Fatto abbastanza stupefacente, nella parte introduttiva del provvedimento la legge 458/67 non viene nominata; eppure essa è sicuramente ancora in vigore, tant’è vero che la si considera espressamente tale nel decreto Milleproroghe approvato dal Senato il 12 febbraio scorso! Come che sia, un provvedimento amministrativo, quale sono queste linee guida, non può modificare una norma di legge; la situazione legislativa è dunque chiara. Ne prendeva atto lo stesso CNB, seppure a malincuore, quando il 17 ottobre 1997 consegnava un parere sul «problema bioetico del trapianto di rene da vivente non consanguineo», in cui auspicava una revisione della normativa vigente, limitando il prelievo da vivente non consanguineo a chi si trovi a essere «“affettivamente vicino” al ricevente (ad esempio il coniuge, il convivente stabile o un amico)» (fortunatamente neppure i pareri del CNB possono modificare le leggi esistenti).
Le prese di posizione odierne non sono tuttavia molto incoraggianti. La stessa Roccella dichiara, con la solita esibizione di spietatezza (Enrico Negrotti, «Reni in dono, ma la legge non lo prevede», Avvenire, 18 febbraio, inserto «È vita», p. 3; dal titolo e dal testo si vede che il giornale della CEI ignora la legge vigente, ma nel suo caso l’ignoranza ha cessato da tempo di sorprenderci):
Siamo molto cauti, perché sono possibili strumentalizzazioni di tutti i tipi. La nostra idea in ogni caso è che il corpo non è un bene a disposizione, e quindi non può neanche essere un bene da regalare. Valuteremo questi casi specifici, ma la questione è complessa. Il sottosegretario non rinuncia per l’occasione a una delle sue consuete uscite stralunate: come riporta la succitata agenzia Ansa di oggi, «Personalmente sono molto cauta – ha concluso Roccella – perché credo che il corpo sia la persona». Non chiedetemi cosa voglia dire (suppongo che la Roccella conservi religiosamente tutte le unghie che si taglia, parte integrante della propria persona…).
Fa eco alla Roccella, sempre dalle colonne di Avvenire, il professor Francesco D’Agostino, non a caso presidente del CNB all’epoca del parere sul trapianto da vivente:
«Poiché il trapianto di rene da vivente implica una grave lesione al corpo del donatore e poiché esiste il dovere etico di tutelare la salute di ogni vivente, sono contrario alla possibilità di donatori samaritani». Tale lesione è giustificata nella donazione a un parente stretto, ma «non in casi diversi». Alla brutale espropriazione del corpo altrui D’Agostino fa seguire, secondo la tecnica argomentativa che gli è propria, il dubbio gettato sulla libertà del volere dell’espropriato:
Occorre inoltre investigare le motivazioni di chi intende donare il proprio organo, che possono essere sbagliate: «Ad esempio da una sorta di narcisismo o autoesaltazione del soggetto, non dunque pienamente consapevole della scelta fatta». Ricordiamo i termini della vicenda: quelle tre persone si sono dette pronte a donare i loro organi senza condizioni, senza conoscere nemmeno chi beneficerà del loro atto. Ipotizzare a priori «strumentalizzazioni» o forme di «narcisismo» è un insulto a sangue freddo che colpisce chi meno di tutti lo merita. L’arroganza dell’integralismo non arretra evidentemente di fronte a nulla, pur di non deflettere dal proprio principio supremo: che l’uomo non è padrone del proprio corpo. Che dei malati possano essere sottratti grazie a quei donatori a una esistenza di tormenti o addirittura a una morte dolorosa è evidentemente per Roccella e D’Agostino irrilevante: l’ideologia trionfa sulla vita.
È con una certa gratitudine che si trovano – ancora su Avvenire – parole diverse, e da una fonte che non ti aspetteresti. Afferma il vescovo Elio Sgreccia, presidente onorario della Pontificia Accademia per la vita: «Dal punto di vista bioetico, se è considerata lecita e meritoria la donazione di organi tra viventi quando si tratta di un fratello, un figlio o un coniuge, altrettanto si deve ritenere se la donazione avviene per una persona verso la quale non ci sono vincoli di parentela».
Ma la riconoscenza maggiore va naturalmente ai tre anonimi aspiranti donatori:
Voglio donare un rene, non voglio sapere a chi. Mi basta essere certa che si tratta di una persona che ne ha bisogno. Diceva così il fax ricevuto qualche tempo fa dal primario di un grande ospedale del nord-ovest. La mittente è una giovane donna che in cambio chiede solo l’anonimato e la cui identità è protetta dai sanitari che già sono in contatto con lei. «La solidarietà è un bene raro, lo voglio fare per questo», ha spiegato nel primo incontro con i medici, aggiungendo di non essere spinta a questo gesto da motivi religiosi ma solo umanitari e di solidarietà: «La vita è stata buona con me. Adesso voglio contribuire a fare del bene anche agli altri». Dello stesso tenore sarebbero le motivazioni degli altri due «samaritani» che hanno espresso simili intenzioni nell’arco di pochi mesi (Ansa, 17 febbraio, 20:52).
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Il test per l’Hiv è anonimo nel nostro Paese solo in poco più di un caso su tre: nei restanti, viene richiesta la ricetta medica o un documento di identità. È il dato che emerge da un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità e della Consulta delle Associazioni per la Lotta all’AIDS sull’accesso ai test in Italia. Nei centri diagnostico-clinici pubblici intervistati è garantita la gratuità nel 76,2% dei casi, ma l’anonimato appena nel 37% e il colloquio di counselling pre e post Test, giudicato «prezioso» per l’approccio psicologico del paziente, nel 44,5% dei casi.Test Aids: in Italia anonimato assicurato solo per un test su tre, Il Corriere della Sera, 17 febbraio 2010.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Deve andare di moda il vezzo alla René Magritte di Ceci n’est pas une pipe nella sessantesima edizione di Sanremo.
Sanremo sarà pur sempre Sanremo e farà parte del mondo e lo devi conoscere e così via (ma perché poi?), ma vederlo richiede davvero fegato e quest’anno non c’è nemmeno la Gialappa. Uno dei rarissimi aspetti positivi è il blog di Ernesto Assante e Gino Castaldo (che sta in piedi da solo senza costringerti a vedere la tv). Tra le chicche la libera ispirazione dello stacco di Sabiu a Hoppípolla su cui Antonella Clerici danza come avesse ingoiato R2-D2. Il confronto tra la Sabiu settima e Hoppípolla cancella ogni dubbio.
Sabiu lo dichiara (solo una volta preso nel sacco?), come scrivono Assante e Castaldo: Non è un plagio, ma è proprio ‘Hoppipolla’. Volevamo portare un po’ di musica diversa sul palco. (Rockol ha chiesto direttamente a Sabiu).
Magari dirlo sarebbe stato un gesto nobile. Non dico tanto, ma dirlo.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
L’arte anomala di Bruno Munari è un testo completo che Aldo Tanchis permette di scaricare dal suo sito, gratuitamente. Grazie.
fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale
Abbiamo ascoltato con la massima attenzione i vostri feedback e, dal lancio di Google Buzz, stiamo lavorando senza interruzioni per dare una risposta ai dubbi che ci avete segnalato. Ora vi comunichiamo una serie di modifiche che introdurremo nei prossimi giorni sulla base di tutti i commenti che avete inviato.
Innanzitutto, la funzione Auto-following. Quando abbiamo lanciato Google Buzz, volevamo fare in modo che la fase di configurazione iniziale fosse la più rapida possibile, eliminando la necessità di ricostruire da zero la rete di contatti. Tuttavia, molte persone che volevano semplicemente provare Google Buzz per verificarne l’effettiva utilità, non hanno apprezzato il fatto che il loro account fosse già impostato per seguire alcune persone. Molti utenti erano preoccupati all’idea che l’elenco delle persone che seguivano venisse automaticamente reso pubblico tramite Google Buzz prima della creazione di un profilo pubblico.
Giovedì, a seguito dei commenti degli utenti secondo cui la casella di controllo per impedire la visualizzazione di tale elenco era difficile da individuare, abbiamo aumentato la visibilità di questa opzione. Ma questa modifica non è sufficiente. A partire da questa settimana, il modello auto-follow, che prevede la selezione automatica delle persone da seguire tra quelle con cui l’utente interagisce maggiormente, verrà sostituito dal modello auto-suggest. Ora, dovrete esaminare i suggerimenti e selezionare “Segui gli aggiornamenti delle persone selezionate e inizia a utilizzare Buzz ” per iniziare a seguire qualsiasi utente.
Le decine di milioni di voi che hanno già iniziato a utilizzare Google Buzz, visualizzeranno, a partire dalle prossime settimane, una versione simile di questa nuova pagina iniziale in cui potranno esaminare e confermare le persone di cui stanno seguendo gli aggiornamenti. Per esaminare subito questo elenco, accedete alla scheda Buzz, fate clic su “Stai seguendo gli aggiornamenti di XX persone” e deselezionate i contatti che non volete seguire. Se non volete condividere gli elenchi delle persone che seguite e di quelle che vi seguono sul vostro profilo pubblico, potete disattivare questa opzione in qualsiasi momento nella pagina di modifica del profilo.
Inoltre, Google Buzz non effettuerà più la connessione automatica degli elementi condivisi di Picasa Web Album e di Google Reader. Per togliere ogni dubbio: Google Buzz connette automaticamente solo i contenuti che erano già pubblici; quindi se disponete di foto condivise in precedenza in un album non in elenco o se avete impostato i vostri elementi condivisi in Google Reader come “Protetto”, solo gli utenti a cui avete concesso l’autorizzazione potranno visualizzare tali contenuti. Grazie al vostro feedback, Google Buzz non effettuerà più la connessione automatica di questi siti.
Infine, stiamo aggiungendo una scheda Buzz nelle impostazioni di Gmail da cui potrete nascondere Google Buzz da Gmail o disattivarlo completamente. Inoltre, nella pagina iniziale sarà presente un collegamento a queste impostazioni per fornirvi la possibilità di disattivare da subito Google Buzz.
È stata una settimana avvincente e piena di sfide per il team di Google Buzz. Abbiamo ricevuto feedback tramite i forum del Centro assistenza di Gmail, email e persino tramite un nuovo strumento di comunicazione: gli aggiornamenti dello stesso Google Buzz. Abbiamo capito immediatamente che avevamo commesso alcuni errori. Siamo spiacenti per le preoccupazioni che abbiamo causato, ci siamo adoperati da subito per risolvere i problemi sulla base del vostro feedback e continueremo a farlo con il massimo impegno.
Scritto da: Google Italy Blog team
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Sono Roberto Formigoni
saremo tutti insieme amici
e li batteremo sempre
li batteremo sempre
se se se sempre
se se se sempre
se se
li batteremo sempre
Se ho scritto un se di troppo o un se di meno… se potete farmelo sapere… se non avete niente di meglio da fare, se lo fate… vi ringrazio.
In più, che non vi sfugga il lievissimo doppio calcio in culo, con nonchalance assestato dal governatore nostro, indubbio segno di stile e gesto di fair play. Chapeau!
fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale
“Il problema delle minoranze arabe non è mai stato evocato. Si trattava di casi di violenza normale a cui le forze di polizia hanno dovuto reagire: violenze inaccettabili che non hanno niente a che fare con l’Egitto e con gli egiziani che, come comunità, rispettano abitualmente le leggi italiane”.
Franco Frattini, Ministro degli Esteri, rispondendo alla protesta ufficiale dell’Egitto dopo i fatti di Rosarno.
Ieri centinaia di egiziani e - pare - alcuni marocchini hanno dato vita a disordini e aggressioni dopo l’uccisione di un giovane connazionale che il prossimo luglio avrebbe compiuto 20 anni e venerdì scorso era finalmente riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno, dopo quattro anni di clandestinità. Una banale discussione fra tre ragazzi africani e cinque loro coetanei latinoamericani: sono volati prima sfottò, poi insulti e offese, fino a quando, una volta scesi dal mezzo uno dei ragazzi latinoamericani ha estratto un coltello e sferrato fendenti contro gli “avversari”. Nel giro di una decina di minuti sono accorsi decine di immigrati arabi che volevano capire l’accaduto, conoscere l’identità della vittima e, sembra, portare con loro la salma. La rabbia è cresciuta e nel tentativo di contenerla gli agenti hanno iniziato ad agitare gli sfollagente. A questo punto la strada si è trasformata nel teatro di una guerriglia: auto ribaltate, vetrine sfondate, motorini rovesciati e cartelli divelti al grido di “italiani bastardi vi ammazziamo”. Gli italiani, invece, bersagliavano gli egiziani dalle finestre con oggetti accompagnati dal grido “tornatevene a casa”.
Che volete che vi dica? Come al solito, era già tutto scritto e preannunciato su questo blog. Stavolta era il turno degli egiziani, semplicemente. E se non verranno presi provvedimenti intelligenti a livello politico, seguiranno i peruviani, i rumeni, i filippini e tutte le altre nazionalità di stranieri che abitano in Italia. Perché, come scrissi neanche un mese fa, “qualcuno dovrà pur incominciare a chiedersi per quale motivo, ciclicamente, migliaia di immigrati si sollevano violentemente in questo paese. Stavolta era il turno degli africani di Rosarno ma appena tre anni fa erano i cinesi di Milano a sfasciare macchine, rovesciare cassonetti e prendersele di santa ragione da agenti anti-sommossa. In qualsiasi altro paese del mondo civile, il fatto che migliaia di persone (indipendentemente da colore della pelle, confessione o status giuridico) facciano cose simili dovrebbe suonare come un campanello d’allarme”. Stavolta, proprio perché una rissa interetnica si è trasformata in guerriglia anti-italiana, il campanello non dovrebbe solo suonare, ma rimbombare. C’è nessunooooo?
fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale
Dario Bressanini dà dieci risposte a Carlo Petrini, che sull’Espresso aveva detto dieci volte no agli OGM:
«I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico».
FATTO: se questi ragionamenti fossero stati fatti nei secoli scorsi in Italia non si sarebbe potuto importare pomodori, patate, mais, zucchine, melanzane, per non parlare del recente Kiwi, e così via. Il patrimonio agroalimentare italiano è ricco proprio perché è stato in grado di adattare al proprio territorio prodotti di altri paesi. Il già citato grano Senatore Cappelli è una varietà tunisina, senza “legami storici o culturali con un territorio”.
In più esistono molti ogm completamente italiani, sviluppati dalla ricerca pubblica italiana. Pomodoro, melanzana, melo… Lasciamo liberi gli agricoltori di scegliere. Da leggere tutto. Devastante.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Il numero degli sfollati ancora in hotel, oltre 16.000, dopo dieci mesi, parla chiaramente. Coloro che restano vengono accolti nei campi tenda, preparati velocemente. Restano in città, ma chiusi nell’ovattata atmosfera creata da chi tende a non farli pensare. E li blinda davanti al televisore. E li distrae con spettacoli di clown ed animatori. Pochi restano liberi, nella città fantasma. Quelli che hanno percepito. Quelli che vogliono vedere. E capire. E che tentano di organizzare una forma di resistenza al sopruso che si sta perpetrando. Ma sono tenuti sotto controllo. E neutralizzati. Viene loro impedito di comunicare con i concittadini nelle tende. L’operazione di comando e controllo è efficacissima. Si ottiene che gli Aquilani, sulla costa e nei campi, ricevano la medesima informazione, falsata, che passa nell’Italia intera: a L’Aquila si sta lavorando, tutto procede al meglio.E non è finita qua: Miss Kappa.
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Le parole devono essere tutte indispensabili.
Scrivi sempre con passione e guarda allo scrivere come a una festa.
Da: Casi, di Daniil Charms, 1990, Adelphi.
In inglese le opere raccolte online.
fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale
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Conversion Specialist
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Adwords and Analytics Specialist
New Media Brand Advisor
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Community Architecture Developer
Digital Social Engineer
Digital Strategy Specialist
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Hanno scandito per ore slogan contro le forze di sicurezza governativa, davanti all’ospedale di Omdurman, alla periferia della capitale Khartoum, dove era ricoverato in gravi condizioni uno studente del Darfur torturato dalla polizia. Mohamed Musa, studente dell’Università di Khartoum, originario della provincia di Kabkebiya, nel Nord Darfur, è poi deceduto, ma il corpo non è stato riconsegnato ai familiari.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
http://www.italianblogsfordarfur.it -
Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it
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di Mauro Pautasso, Leggo
Che cosa succederebbe se gli immigrati scioperassero per un giorno? I primi a chiederselo sono stati i francesi, che stanno organizzando una vasta mobilitazione per il primo marzo. Poi, ci sono stati i fatti di Rosarno e il caso Balotelli: e allora se lo sono chiesto anche gli italiani indignati per i gesti razzisti. Ed è così che è nato su Facebook un gruppo per organizzare il primo marzo anche in Italia. In breve, le adesioni sono state migliaia e si è messa in moto una macchina che ha portato alla nascita di coordinamenti locali per organizzare l’iniziativa. Quello torinese ha presentato ieri il suo programma, ma bando agli equivoci: il primo marzo, a Torino, non ci sarà alcuno sciopero. Ci saranno convegni, un concerto (in largo Saluzzo, il 27 febbraio, darà il via alla mobilitazione) e un presidio sotto la prefettura. Ma chiedere agli immigrati torinesi di scioperare sarebbe “intellettualmente disonesto”, come affermato dai coordinatori del comitato del capoluogo piemontese, Diego Castagno e Sherif El Sebaie. Perché qui, gli immigrati sono soprattutto commercianti, piccoli imprenditori, badanti, cioè categorie di lavoratori che difficilmente aderirebbero a uno sciopero, così come accade anche per i loro colleghi italiani. La Cgil ha comunque aderito all’iniziativa invitando i suoi iscritti a indossare in quel giorno una coccarda gialla. Il giallo è infatti il colore scelto per quella che è stata definita “una giornata dell’orgoglio antirazzista”. Indosseranno fasce gialle anche gli ambulanti della Crocetta, esporranno una locandina gialla i negozi di corso Orbassano, palloncini gialli saranno distribuiti ai bambini delle scuole torinesi in cui gli immigrati superano la soglia del 30%. A scioperare veramente ci saranno i radicali dell’associazione Adelaide Aglietta, ma, come nella migliore tradizione radicale, si tratterà di uno sciopero della fame. Per aderire o avere ulteriori informazioni, l’indirizzo del blog ufficiale dell’evento è www.primomarzo2010.it.
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Sono trascorsi solo due giorni dal lancio di Google Buzz. Da allora decine di migliaia di persone hanno provato Google Buzz e pubblicato 9 milioni di post e commenti. A questo dato si aggiungono gli oltre 200 post al minuto inviati tramite cellulare da tutto il mondo.
Abbiamo ricevuto un numero elevatissimo di richieste per l’introduzione di nuove funzioni anche con feedback diretti. Alcuni utenti erano preoccupati all’idea che i loro contatti fossero resi pubblici a loro insaputa (in particolare l’elenco delle persone di cui seguono gli aggiornamenti e quello delle persone che seguono i loro aggiornamenti). Altri invece ritenevano di disporre di un controllo limitato su chi è autorizzato a seguire i loro aggiornamenti e si lamentavano del fatto di non poter bloccare gli utenti che non disponevano ancora di profili pubblici.
Esattamente come il servizio chat di Gmail, Google Buzz vi consente di creare una rete di contatti impostando automaticamente l’account in modo che segua gli aggiornamenti delle persone con cui interagite maggiormente tramite email o chat. Potrete modificare, eliminare o aggiungere qualsiasi contatto di cui desiderate seguire gli aggiornamenti.
Di seguito sono riportate ulteriori informazioni sul funzionamento di Google Buzz e alcuni miglioramenti immediati che stiamo implementando sulla base dei vostri feedback.
Quando pubblicate o create un commento in Google Buzz per la prima volta, vi verrà richiesto di creare un profilo pubblico limitato (i dati obbligatori sono nome e cognome). Questo profilo serve per visualizzare il vostro nome accanto ai post e per consentire agli utenti che seguono i vostri aggiornamenti di conoscere la vostra identità. Durante questa operazione, vi verrà notificato che l’elenco delle persone che seguite e quello delle persone che vi seguono verrà visualizzato sul profilo pubblico. Potrete visualizzare, modificare e persino nascondere tali elenchi. Questi elenchi non vengono resi pubblici sul profilo personale fino a quando la procedura di creazione del profilo non viene completata.
A prescindere da questo, alcuni utenti ci hanno segnalato che la casella di controllo per non visualizzare queste informazioni era difficile da individuare. Sulla base di questo feedback, abbiamo deciso di rendere l’impostazione di questa opzione più chiara. Le seguenti modifiche verranno implementate in tutti gli account Gmail nel corso della giornata.
1. Opzione più visibile per annullare la condivisione degli elenchi sul profilo pubblico
Se non volete condividere gli elenchi delle persone che seguite e di quelle che vi seguono, potete disattivare l’opzione durante l’impostazione del profilo al primo utilizzo di Google Buzz o in qualsiasi momento nella pagina di modifica del profilo. Abbiamo reso questa opzione più visibile all’interno della procedura di impostazione dell’account, per fare in modo che chiunque lo desideri possa nascondere gli elenchi in modo semplice.
2. Possibilità di bloccare chiunque inizia a seguire i vostri aggiornamenti
Grazie al collegamento “Blocca” all’interno dell’elenco delle persone che seguono i vostri aggiornamenti, ora è più facile bloccare qualsiasi utente. Prima, dovevate attendere la creazione del profilo pubblico per bloccare gli utenti che vi seguivano. Ora, potete bloccare chiunque indipendentemente dal profilo pubblico. 
3. Maggiore trasparenza rispetto a quali utenti, tra quelli che vi seguono e quelli che seguite, vengono visualizzati nel profilo pubblico
All’inizio, veniva visualizzato un elenco di tutti gli utenti che avrebbero seguito i vostri aggiornamenti dopo la creazione di un profilo pubblico. Tuttavia, l’elenco delle persone che vi seguono riportava solo i contatti che avevano già creato un profilo pubblico. Ora, gli utenti che dispongono già di un profilo pubblico e che pertanto verranno visualizzati nell’elenco delle persone che vi seguono sono perfettamente individuabili. Questa modifica vi permette di stabilire quali contatti sono presenti in questo elenco pubblico visualizzabile da tutti. 
Abbiamo progettato Google Buzz per facilitare la comunicazione con gli altri utenti e la conversazione sugli argomenti che più vi interessano: vedere che questo obiettivo è già una realtà è fantastico. Tuttavia, siamo ancora nella fase iniziale e numerosi miglioramenti verranno introdotti a breve. Siamo impazienti di ricevere altri suggerimenti e continueremo a migliorare l’esperienza utente di Google Buzz per una maggiore trasparenza e ulteriore controllo. Per ulteriori informazioni sulle diverse opzioni disponibili per l’utilizzo di Google Buzz, consultate il nostro Centro assistenza.
Scritto da: Google Italy Blog team
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Nel caso non sia evidente, in questi giorni sono impegnato. Per questo motivo vi allieto ogni tanto con qualche barzelletta meridionale.
Sherif
Il Csail sostiene la candidatura di Magdi Cristiano Allam alla Presidenza della Regione Basilicata considerandolo “punto di riferimento” della società civile lucana. (Valdagri.net)
Nella tarda serata di ieri la segreteria di Magdi Allam ha comunicato al Csail l’impossibilità “per motivi di sicurezza” di partecipare alla manifestazione promossa dal Csail per oggi pomeriggio (ore 18) (…) “Pur rispettando la decisione - comunica il presidente del Csail - non ne comprendiamo le ragioni, in quanto non mi pare proprio che sussistano a Corleto, cittadina di grande civiltà democratica, “problemi di sicurezza” a meno che non ci siano altre motivazioni a noi, evidentemente, sconosciute. Di qui il profondo rammarico del Csail e delle comunità del Sauro che avevano preparato ogni aspetto della manifestazione che pertanto è stata annullata senza possibilità di ripetersi”. (Lucania News)
fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale
Per lanciare la sua “proposta politica qualitativamente nuova e autenticamente innovativa”, Allam ha comunicato il suo primo punto programmatico: “in caso di vittoria, mi impegnerò a cambiare il nome della regione da Basilicata a Lucania”. E con questo l’ex vice direttore del Corriere si è guadagnato a pieno titolo la patente di meridionalista, che, fosse stato in vita, Gaetano Salvemini in persona avrebbe avuto il piacere di consegnargli. Ecco cosa scriveva, in un articolo del 1912 sulla “piccola borghesia intellettuale meridionale”, trasformista e ignorante, il deputato molfettese: “Sapete di che cosa discutono oggi, per che cosa si agitano, parecchi intellettuali della Basilicata, della regione più infelice e più dimenticata d’Italia, dopo la Sardegna? di rimboschimenti? di bonifiche? di sistemi tributari e doganali? di scuole? Oibò! Questi animali si agitano, affinché il nome della Basilicata sia sostituito con quello di Lucania”.
Magdi Cristiano Allam e Gaetano Salvemini, di Mack the Knife
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E’ da parecchio tempo che ormai si parla della droga in Parlamento, da quando un servizio de Le Iene è stato bloccato da poteri superiori. E’ ora che il web svolga la sua funzione sociale. C’è chi vuole nominare il web “nobel per la pace”, limitiamoci noi a dimostrare che come strumento è in grado di aiutare anche iniziative più semplici.
Vi proponiamo una banale petizione, per fare sentire che ci siamo, per dimostrare come la forza della nostra tecnologia posso essere usata per dimostrare il nostro pensiero.
No alla droga in Parlamento. Si ai test antidroga per i politici. Si alla petizione. Firma qui:
http://www.petizionionline.it/petizione/test-antidroga-ai-parlamentari/703
Grazie della vostra firma e della vostra forza mediatica: divulgate a tutto spiano!
fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale
Attenzione cari lettori, una nuova email italianissima in circolo, per attaccare i clienti del sistema di pagamento Poste Pay. Se vi dovesse arrivare una email di questo tipo, dal titolo “Gentile cliente PostePay“:
Gentile cliente,
Le informiamo che il l’operazione di ricarica Postepay, richiesto al data de 08/02/2010 alle ore 14:09:51, e stata annullata.
Abbiamo identificato da poco tempo che diversi computer si sono stati collegati al suo conto e sono stati presenti molteplici
errori di parola prima del collegamento.
Riepilogo informazioni Ricarica Postepay:
Importo : 251,00
Commissioni: 1,00
Importo totale: 250,00
Per la vostra sicurezza, scarica l’allegato seguente e cambia la sua password
La ringraziamo per aver scelto i nostri servizi.
Distinti Saluti
BancoPosta
Come di consueto segnalatela al vostro provider di email, se predispone un servizio tale, oppure rimuovetela immediatamente. E’ una email di phishing, ma sono certo che ormai sapete benissimo come difendervi.
fonte: www.trading-italia.biz » Vai al post originale
Con la quantità di comunicazioni che oggi avvengono online, il web diventa sempre più sociale. Su Internet è possibile condividere informazioni interessanti, aggiornare gli amici in tempo reale su numerose attività e rimanere connessi con il maggior numero di persone. In Google crediamo che organizzare l’informazione sociale presente sul web, trovando ciò che é più rilevante tra i tanti messaggi di fondo, sia un’attività interessante cui dedicarsi.
Per questo abbiamo introdotto innovazioni nel motore di ricerca americano, come “real time search” e “social search” e oggi facciamo un altro passo in avanti presentando a tutti voi Google Buzz.
Google Buzz
è un nuovo modo di condividere aggiornamenti, foto, video e altro ancora direttamente da Gmail e con i vostri contatti preferiti, sfruttando la rete sociale che da sempre è alla base della vostra casella di posta elettronica. Buzz porta in superficie questa rete, selezionando i contatti con cui vi relazionate più frequentemente ma lasciandovi decidere con chi e cosa condividere.
Questo progetto nasce dal desiderio di creare un’esperienza di condivisione facile da utilizzare e in cui integrare foto, video e link utili per renderla ancora più ricca.
Nei prossimi giorni introdurremo Buzz in tutti gli account Gmail, se non doveste vederlo immediatamente non dovete far altro che attendere un po’.
Oltre a Gmail, Buzz è accessibile da device mobili, che permettono di aggiungere un elemento importante alla condivisione: la posizione geografica. I post taggati con informazioni geografiche hanno una dimensione di contesto in più e vi permettono di rispondere automaticamente alla domanda: “dov’eri quando hai condiviso questo aggiornamento?”.
Inoltre, quando vengono visualizzati insieme, gli aggiornamenti legati ad un certo luogo geografico possono dipingere un’immagine piuttosto ricca di quella località. Date un’occhiata al blog mobile di Google se volete maggiori informazioni su questa funzionalità.
Chiaramente per realizzare Buzz ci siamo affidati molto all’apertura di altri servizi, come Flickr e Twitter, che attraverso Buzz puoi collegare al tuo account Gmail. Buzz stesso non è un progetto nato per essere chiuso; infatti mentre i nostri sforzi fino ad ora si sono concentrati nel darvi una fantastica esperienza di utilizzo del servizio, il nostro obiettivo a lungo termine è quello di rendere Buzz una piattaforma di conversazione online completamente aperta.
Siamo già al lavoro per creare un set di API completo per gli sviluppatori, anche se al momento abbiamo una semplice API che utilizza protocolli standard per accedere al contenuto pubblico di Buzz. Di certo avremo presto novità da comunicarvi a questo proposito e anche per quanto riguarda un eventuale utilizzo del servizio su Google Apps per scuole e aziende.
Per ora ci auguriamo che possiate divertirvi utilizzando questa nuova esperienza di condivisione su Gmail e dispositivi mobili. Se volete saperne di più, visitate buzz.google.com e come sempre, attendiamo i vostri suggerimenti sul progetto.
Scritto da: Google Italy Blog Team
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Anche quest’anno si celebra in Europa il Safer Internet Day, la giornata dedicata alla sicurezza in rete. Internet è un mezzo con potenzialità incredibili per la comunicazione, l’apprendimento, la circolazione delle informazioni, è quindi uno strumento che può essere di supporto, ausilio, divertimento per tutti e soprattutto per i ragazzi. E’ importante però saperlo utilizzare ed è nostro dovere fornire tutte le informazioni utili per una navigazione consapevole.
Per questa ragione abbiamo pensato e realizzato insieme con la Polizia Postale delle Comunicazioni ‘Non perdere la bussola’, un progetto che va nella direzione di fornire una serie di contenuti educativi ai ragazzi che utilizzano la rete, agli insegnanti e alle famiglie. Noi abbiamo fornito il contenuto educativo, lasciando agli agenti della Polizia Postale e delle Comunicazioni il compito di incontrare i ragazzi. L’educazione all’uso della rete è infatti un percorso che deve essere condiviso.
Il nostro obiettivo è promuovere un uso sicuro e responsabile della rete. In un processo di formazione - condiviso dal mondo della scuola e dalle famiglie - i ragazzi potranno comprendere al meglio le opportunità e i rischi di Internet e quindi ad usare il buon senso indispensabile in tutte le cose della vita per proteggere la loro privacy, rispettare il copyright, segnalare i contenuti pericolosi e combattere il bullismo.
Ci sembra utile postare il video che la Commissione Europea ha realizzato per la promozione di questa giornata di sensibilizzazione
Scritto da: Marco Pancini, European Senior Policy Counsel
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È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.
Continua su Giornalettismo, 9 febbraio 2010.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Dopo un lunghissimo periodo di pausa e riflessione, i prossimi mesi saranno forieri di grandi cambiamenti ed eventi che metteranno a dura prova il nostro delicato sistema psicofisico. Molte persone si ammaleranno a causa di tutto quello che questo blog ha descritto e denunciato per un lungo periodo. Si ammaleranno soprattutto i deboli, coloro che sono vittime del controllo e del gioco perverso che vuole portare l’uomo ad essere un automa. Questo avverrà perché molti non sono pronti e molti non si rendono conto di cosa ci sia realmente dietro il velo dell’illusione. Non è mia intenzione creare falsi allarmismi, chi sa vedere oltre le parole sa perfettamente che tutto questo è dettato dal cuore, non è certo detto per creare tensione. Il tempo della denuncia sta per giungere al termine, non perché sia inutile, ma perché non può più contrastare l’enorme massa di pensieri negativi che aleggiano sulle nostre teste. Sarebbe come alimentare questa nube con nuove nubi. Oggi invece è necessario essere vigili, essere pronti ad aiutare concretamente le anime che vorranno seguire un percorso diverso, un percorso opposto a quello della paura e del terrore. Sarà difficile perché è proprio il terrore e la paura che governeranno i prossimi mesi, ogni fenomeno sembrerà assurdo e insensato. Quello che abbiamo dentro non è altro che la manifestazione di quello che creiamo all’esterno, per questo è necessario colmare i nostri miseri egocentrismi, cercando di essere totalmente uniti in corpo, anima e mente. Lo Spirito guiderà ognuno di noi verso la grande trasformazione, verso qualcosa di più luminoso, ma questo non sarà per tutti una passeggiata.
I forti saranno attaccati maggiormente perché forti, i deboli saranno ancora più deboli se non inizieranno un processo di auto perfezionamento di ogni sfera emotiva e spirituale. Il corpo fisico è solo il contenitore di tutto questo, un contenitore che mai come oggi dovrebbe essere “pulito” da cibi errati, da pensieri negativi e da tutto quello che è contrario alle Leggi Universali. L’azione non sarà una rivoluzione, azione non significherà combattere contro qualcuno o qualcosa, questo sarebbe solo un massacro inutile, un conferire ancora maggiore attenzione a un mondo che deve necessariamente finire. Azione significherà essere SEMPRE presenti e vigili, totalmente guidati dallo Spirito affinché le nostre azioni possano aiutare ogni essere del pianeta. Gran parte dell’umanità ha scelto di incarnarsi ora per compiere tutto questo, perché mai occasione più grande può essere offerta. Guardare il dolore come esperienza, la malattia come un insegnamento, la pace interiore come prerogativa per raggiungere la pace universale, dovrebbero essere le priorità della nostra vita. Il resto sarà fatto da uomini e donne di buona volontà, ognuno con il suo apporto, piccolo o grande che sia, ma sempre parte dell’unica forma che contiene il Tutto.
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Il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha fatto sapere che il numero delle persone dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali è cresciuto in Sud Sudan di ben quattro volte nell’ultimo anno, passando da 1 milione di persone a 4,3 milioni, a causa di conflitti e siccità.Circa 50,000 tonnellate di sorgo e alimenti di origine vegetale verranno dislocati in Sud Sudan e si aggiungeranno alle derrate già in distribuzione in tutto il Sudan, come in Darfur, per sostenere oltre 11 milioni di persone non autosufficienti, nell’ambito di uno dei piu’ grandi progetti di asssistenza alimentare realizzati al mondo.
Approfondisci:
Un morto e sei feriti per una scodella di sorgo in Darfur
Darfur: un sacco di sorgo costa 80 dollariFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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COMUNICATO STAMPA
Sudan: si ponga fine a ‘querelle’ su genocidio, si garantisca giustizia al Darfur
“L’eterna querelle sul ‘genocidio sì, genocidio no’ ha ormai raggiunto livelli grotteschi”.
E’ quanto su legge in una nota di ‘Italians for Darfur’, organizzazione promotrice della campagna per la difesa dei diritti umani in Sudan. “I giudici d’appello del Tribunale penale internazionale dell’Aja - prosegue la nota - hanno annullato la decisione della Corte che aveva respinto la richiesta di incriminare il presidente sudanese Omar Hassan al- Bashir, già ritenuto responsabile di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, anche per genocidio. Il reato più grave non venne contestato per insufficienza di prove. Non bastarono i 90mila morti sotto le bombe dell’esercito di Khartoum e degli attacchi incendiari dei Janjaweed (le sole milizie avrebbero trucidato 35mila tra Fur, Masalit e Zaghawa) e le oltre 200mila vittime della crisi umanitaria scaturita dal conflitto, che negli ultimi sette anni é andata sempre peggiorando fino a cristallizzarsi nell’inefficacia di oggi degli aiuti sul campo. In quell’occasione le contestazioni del procuratore Moreno Ocampo furono ritenute eccessive. Oggi i giudici d’appello affermano che l’esclusione di quel reato e delle relative prove fu ‘un errore giuridico’. E noi ci chiediamo: fu errore giuridico o politico?”. “Che il termine ‘genocidio’ abbia sempre destato forti imbarazzi - sottolinea Italians for Darfur - anche in quanti non abbiano mai negato né contestato le responsabilità del presidente sudanese, é ormai fatto noto. Il dubbio che il ‘clima’ pre emissione del mandato di arresto abbia ‘influenzato’ la decisione della Corte é dunque giustificato. “Ci auguriamo che i giudici chiamati ora a stabilire se aggiungere il reato di genocidio alle accuse - conclude la nota dell’associazione - che già includono sette capi d’imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità, tra i quali omicidio, sterminio, tortura e stupro, possano esprimersi serenamente e riescano a porre fine a questa assurda querelle avviando così un percorso che porti a una vera giustizia per il popolo ‘martire’ del Darfur”.
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Magdi Allam verso il popolo
di Mario Aiello, Ultimenotizie.tv
(…) Nel movimento «Io amo la Lucania» sono in due: Magdi e Cristiano. Anzi, in tre: Magdi, Cristiano e Allam. E tutti e tre, una trinità in cui il nostro è insieme padre, figlio e spirito santo di se stesso che s’è paracadutato dall’europarlamento di Strasburgo al Sud più desolato che lui farà risorgere, governeranno addirittura la Basilicata. Un trio di governatori per una regione così piccola? Sì. E che trio! Intanto, ai tre, andrebbe dato un tom tom che li aiuti a capire dove si trova la Basilicata, a cui si vorrebbe dare un nuovo nome: «Torneremo a chiamarla Lucania». Quindi diamogli due tom tom, uno per capire dov’è la Basilicata e l’altro per scoprire in quale angolo della Penisola si trova la Lucania. Due tom tom, tre governatori, ma un popolo solo: «Io mi appello al popolo della Lucania….». Così è partita la campagna elettorale dell’ex giornalista del «Corsera». Il quale doveva avere la benedizione di Berlusconi ma poi è saltato «l’accordo politico» fra il Cavaliere e l’egiziano – «Ci mancava solo l’egiziano», ha titolato il «Secolo d’Italia» subito accusato di «razzismo» – e il nostro, transfuga dall’Udc, s’è lanciato nella corsa solitaria. Berlusconi l’avrà scartato perchè – come ha fatto con il sindaco di Assisi – ha trovato le orecchie di Magdi, di Cristiano e di Allam troppo a sventola, e soprattutto troppe: visto che sono sei? Macchè. E’ stato tutto un complotto: «Il premier – ecco la denuncia – ha ceduto alle pressioni dei finiani, che non mi amano». Oppure ha resistito, almeno per una volta, al senso del ridicolo? Amore dei finiani a parte, l’aspirante governatore è il vero titolare ad honorem del Partito dell’Amore. «Io amo la Lucania», e vabbè. Ma anche «Io amo l’Italia», questo il nome del partito-madre che ha dato alla luce il movimento figlio, e vabbè un’altra volta. Ma soprattutto, «Io amo Gesù», così s’intitola un suo libro. Mentre «Io amo Israele» ancora non è sugli scaffali, ma ci si può consolare con «Viva Israele». Dopo la Lucania, il nostro diventerà governatore di Galilea, per poi avviarsi come Napoleone alla conquista del natio Egitto e così avrà un regno (dei cieli) che assomma i Sassi di Matera (più Rionero in Vulture) e le Piramidi con dentro i faraoni, cioè i suoi immeritevoli predecessori? Intanto i suoi appelli ai «cari amici e care amiche del popolo lucano….», e i suoi proclami alle «persone di buona volontà» che lo stanno supplicando a diventare il loro statista locale, stanno facendo breccia nei duri cuori degli indigeni. Ai quali, ma non a tutti e solo a quelli «credenti nella verità e amanti della libertà», il nuovo Messia d’importazione promette che, «a prescindere dalla vittoria, comprerò casa quaggiù», perchè «la Lucania è la mia terra! E voi siete il mio popolo!». Un popolo geloso della propria dignità, a cui Magdi sta attentando insieme ai suoi elettori Cristiano e Allam.
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I link sono uno degli elementi cruciali del Web. L’invenzione di un sistema di documenti interlincato ha rappresentato un passaggio decisivo nella storia di Internet: l’invenzione del World Wide Web
La ricerca naturale di Google funziona perché può contare su milioni di persone che inserendo link sulle pagine dei loro siti web ci aiutano nel determinare quali siti offrano contenuto di valore. Google analizza l’importanza e rilevanza di ogni pagina web utilizzando più di 200 segnali ed una varietà di tecnologie, incluso il PageRank™, che ci permettono di determinare i siti che sono stati “votati” come le migliori risorse di informazioni dagli altri siti in giro per il Web.
I link che Google tiene in considerazione a questo fine sono quelli che rappresentano una libera scelta editoriale da parte del proprietario del sito, quelli che sono quindi spontanei, come se fossero dei voti reali o referenze nelle tesi universitarie. Meritocrazia e democrazia del Web sono i punti fermi su cui si basa il nostro algoritmo.
In questa prospettiva e’ evidente che ogni cosa che cerca di manipolare artificiosamente il posizionamento del tuo sito o il suo PageRank™ può solo andare contro la filosofia di Google (e le nostre Linee Guida).
Nonostante ciò, alcuni proprietari di siti e webmaster comprano e/o vendono link (includiamo anche i post a pagamento) per passare PageRank™ non curandosi della qualità di questi link, con l’unico fine di forzare il posizionamento dei siti in questione. Questo a dispetto degli altri webmaster che lavorano duro per creare ottimi contenuti e servizi per i loro utenti, aumentando così in maniera naturale la loro popolarità.
Quindi comprare e/o vendere link che passano PageRank e’ contro le Linee Guida di Google?
Si. Queste strategie rappresentano una violazione delle Linee Guide per i Webmaster fornite da Google e possono avere un impatto negativo sul posizionamento di un sito nei risultati di ricerca.
Come già detto da Matt Cutts (Search Quality Software Engineer), il PageRank mostrato nella Toolbar di Google, la capacita’ del tuo sito di passare PageRank ed altri fattori possono essere interessati se vendi link che passano PageRank. Queste tecniche possono influenzare l’opinione che abbiamo sul valore del tuo sito o addirittura farci perdere la fiducia nel sito stesso.
Vendere link è sempre sbagliato?
No. Quando i link venduti non passano PageRank e quindi non influenzano i motori di ricerca, vanno assolutamente bene. Per esempio, i link a scopo pubblicitario che non passano PageRank e non manipolano i risultati sono perfettamente ok.
I link comprati per generare traffico o per scopi pubblicitari possono essere creati in questi modi:
Come posso segnalare dei link a pagamento?
Poniamo il caso che vi imbattiate in un sito che compra o vende link che passano PageRank per manipolare i risultati dei motori di ricerca; potete comunicarcelo attraverso gli Strumenti per i Webmaster. Questo ci aiuterà a migliorare la nostra funzione di rilevamento algoritmico di questi link, e a conservare la meritocrazia nel posizionamento dei risultati nella ricerca.
Dovrei concentrarmi di più sui link o sul contenuto?
Noi crediamo che gli utenti cerchino sempre contenuto di valore. Questo significa che dovreste sempre cercare di offrire il miglior contenuto possibile, e ricordare che il web è pieno di ottimi siti con contenuto interessante: è quindi necessario concentrarsi su questo aspetto. Da una parte, voi dovreste sempre cercare di rendere il vostro sito visibile e conosciuto dagli altri utenti; dall’altra, gli utenti vorranno linkare le vostre pagine se ne apprezzano il contenuto. Quindi, per sintetizzare, contenuti e link sono entrambi importanti, e la loro qualità dovrebbe essere collegata: contenuto utile attirerà link di valore.
Google vuole dirmi come gestire il mio sito?
No. Potete fare quello che volete con il vostro sito. Al tempo stesso crediamo che Google abbia il diritto di fare quello che ritiene più appropriato (per quello che riguarda il nostro indice e l’algoritmo) per fornire risultati di ricerca utili.
Scritto da: Stefano Bezze e Alfredo Pulvirenti, Search Quality Team
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La libertà d’opinione è un diritto fondamentale. Cosa si può definire opinione e cosa invece solo pregiudizio o ridicola affermazione? È un diritto fondamentale anche dire idiozie, ma è bene soffermarsi sugli effetti e sugli anticorpi (perlopiù assenti nelle tante persone che le ascoltano come fossero un oracolo).
È una abitudine diffusa chiedere al primo che capita cosa ne pensa del nucleare o del buco nell’ozono. Intervistatore e intervistato sono quasi sempre a digiuno degli argomenti di cui blaterano, ma non è un buon motivo per tirarsi indietro!
Ai diritti GLBTQ va particolarmente male. Lorella Cuccarini, presunta icona gay, si dichiara contraria al matrimonio gay perché lei è cattolica – dimenticando che l’Italia è uno Stato laico e non il corpo della testa vaticana e che esiste il matrimonio civile che non dovrebbe discriminare nessun cittadino. Le proteste non sono abbastanza forti per contrastare l’effetto sui tanti che ne sanno ancor meno o che non se ne curano. Tanto più che il Circolo Mario Mieli la ospita giustificandone le posizioni.
Ma Lorella è in buona compagnia: Sabrina Ferilli è d’accordo nel condannare matrimonio e adozioni se non sei eterosessuale; e Lucetta Scaraffia afferma che è forse meglio nascere in seguito a uno stupro che da una coppia gay. Ovviamente senza alcuna spiegazione o argomentazione. È così perché loro pensano così. Poco importa che sia insensato, crudele e lesivo di diritti già zoppicanti.
(Dnews, 5 febbraio 2010)
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Scrive Lucetta Scaraffia sul Riformista di ieri («Il no al matrimonio tra omosessuali non è omofobia», 4 febbraio 2010, p. 17):
Il matrimonio infatti non appartiene al novero dei diritti che devono essere garantiti a tutti, ma è una istituzione che prevede la creazione di una famiglia, e quindi nasce dal legame fra una donna e un uomo che possono procreare. Se proprio lo vogliamo considerare un diritto, si tratta di un diritto che come molti altri – per esempio il diritto di voto, per usufruire del quale bisogna avere compiuto diciotto anni – richiede delle condizioni per accedervi. E non potersi sposare fra persone dello stesso sesso non può certo essere considerata una discriminazione o una mancanza di rispetto: è solo la constatazione che mancano dei requisiti richiesti per il matrimonio. Anche se questo, in una società che nella propria cultura ha ormai separato sessualità e riproduzione, non è sempre facile da capire. Devo ancora incontrare un omofobo – pardon: una persona contraria al matrimonio tra omosessuali – che mi sappia spiegare in modo semplice e logico perché, in base ad argomenti come quelli offerti qui dalla Scaraffia, non si debba essere anche contrari al matrimonio tra un uomo e una donna che abbia superato i cinquant’anni, e che sia dunque senza alcun dubbio non più capace di procreare. Forse bisognerebbe istituire un premio in denaro: 1000, 2000 euro a chi trova la soluzione… Magari può concorrere anche la professoressa Scaraffia, che nel gennaio del 2009, a 60 anni suonati, confidava a Panorama di voler sposare in chiesa Ernesto Galli della Loggia (e vabbè che questi era già civilmente suo marito). Non risulta che i due abbiano avuto figli assieme.
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Magdi Allam ha sbroccato
di Alessandro D’Amato, Giornalettismo
Magdi Cristiano Allam parte a mani nude all’assalto della Basilicata. L’ex giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera non ha evidentemente digerito la boutade della settimana scorsa, quando durante un vertice del PdL si era fatto il suo nome come candidato alla Regione, così come quello di Attilio Romita del Tg1 per la Puglia: una chiara boutade, alla quale però Allam ha creduto davvero: ha subito lasciato l’Udc, che lo aveva portato al parlamento europeo, e si è messo a disposizione di Berlusconi. Il quale però ha cambiato idea qualche ora dopo, decidendo di puntare su Nicola Pagliuca, capogruppo del partito in regione; nel frattempo, persino il Secolo d’Italia aveva ironizzato con un titolo – “Ci mancava l’egiziano in Basilicata” – che Magdi Cristiano aveva bollato come razzista. A quel punto, Allam ha sbroccato, come si dice a Roma. Si è messo in testa che quella regione doveva essere sua, costi quel che costi. Ha scritto una “Lettera al popolo lucano” nel quale ha annunciato la sua candidatura: correrà da solo, perché glielo chiede la Storia, “assumendo la missione di riscatto del popolo lucano da una profonda ingiustizia che lo costringe a vivere povero e umiliato in casa propria, voglio innanzitutto chiarire la ragione per cui oggi sono qui insieme a voi, determinato a mettermi al servizio della vostra causa che ormai mi appartiene totalmente al punto da considerarla la mia causa, che diventa la nostra causa comune“. Non solo: ha affiancato al suo movimento-sito “Io amo l’Italia” un’altra creazione, “Io amo la Lucania”, dal quale ha fatto partire un appello ai lucani “credenti nella Verità e amanti della Libertà” (manca solo la Bellezza e siamo in pieno Moulin Rouge), farcito di vignette orribili e di articoli di giornali locali tra cui troneggia quello che racconta il suo sfigatissimo esordio nella ormai “sua” Potenza (i microfoni non funzionavano) e parla di Allam come “il Barack Obama della Basilicata“. “Cari Lucani credenti nella Verità e amanti della Libertà, inizio questa missione insieme a tutti voi sentendomi pienamente a casa mia. Il vostro affetto e la vostra fraternità mi hanno subito conquistato. Prenderò casa qui in mezzo a voi e condividerò con voi tutto il percorso che prima o dopo ci donerà la Verità e la Libertà, consentendoci finalmente di essere pienamente noi stessi a casa nostra“, delira in pieno assalto mistico mentre – ce lo immaginiamo – gira il Metaponto e tenta di aprire le acque del mar Ionio. E nel frattempo nel suo sito ospita commenti incensatori e qualche critica. Uno spettacolo nello spettacolo. Ma il massimo è rappresentato dall’immagine che Allam usa per il sito: “Ho deciso che la Lucania è la mia terra, e voi siete il mio popolo“, promette Magdi Cristiano ieratico, biblico e anche minaccioso nella foto. I lucani sono avvertiti: mo’ so’ cazzi vostri.
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«Negri di merda, tornatevene al vostro paese». Ismael, Susi e tutti gli altri al loro paese, gli Stati Uniti, ci torneranno presto. Difficile che lo possano fare con un bel ricordo di Genova e dell’Italia, però. Perché mai e poi mai, probabilmente, avrebbero immaginato di finire col diventare bersaglio, in una normale trasferta di studio sulle dinamiche di massa e le manifestazioni di dissenso, di un gruppo di manifestanti contrari alla costruzione di un luogo di culto islamico. Tutto succede nella popolarissima via Bari, quartiere del Lagaccio, negli anni Sessanta e Settanta tra i principali serbatoi di case per chi, dal Sud, veniva a Genova per lavorare. È un giorno di tensione: c’è la manifestazione contro la costruzione della prima moschea di Genova, che sorgerà su un’area vicina al ponte intitolato a don Antonio Acciai, indimenticata anima dell’integrazione e della riscossa di un quartiere che non ha mai avuto nulla. C’è anche la contro-manifestazione organizzata dai centri sociali e altre associazioni che gravitano attorno alla sinistra. Un caso interessante, per i ragazzi americani ospiti dell’Università di Genova. I dieci ragazzi apostrofati in via Bari mentre tentano di raggiungere il centro della manifestazione vengono dalla scuola di giornalismo del John J. College, ramo dell’Università di New York. Accompagnati dal docente di Criminologia, sono in Italia perché hanno presentato un progetto dedicato al razzismo e ai problemi di integrazione. Il lavoro si articola in Toscana, ma saputo del corteo contro la moschea, i ragazzi hanno optato per questa visita, accompagnati da Luca Queirolo Palmas, docente dell’Università di Genova. «Abbiamo scelto il vostro Paese perché è un luogo dove il problema dell’integrazione è molto caldo», spiega Cesarina, 26 anni, di origine peruviana dal colore della pelle mulatta. Ha seguito le vicende di Rosarno alla televisione e le politiche sull’immigrazione clandestina, ma di certo non si sarebbe aspettata di finire al centro di un episodio di razzismo durante questa manifestazione. Mentre risaliva la manifestazione, diretta alla confluenza tra via Bianco e via Napoli, si è sentita urlare «negra di merda». «Ci sono rimasta molto male - confessa la ragazza, dal colore della pelle mulatto –Non pensavo di poter finire a essere un bersaglio, negli Stati Uniti non mi è mai successo nulla di simile». Aggiunge l’amica Susi Vel, 23 anni, mulatta anche lei, peruviana da anni stabilitasi nella Grande Mela: «Quando ci siamo voltate a guardare quella signora ha aggiunto: tornatevene a casa vostra, non vogliamo musulmani. Sono allibita. Non siamo nemmeno musulmane. Il clima qui da voi è davvero rovente». «La questione razziale - continua - è molto sentita negli Usa, ma il razzismo è più sotterraneo. Qui invece è diverso, certe abitudini sono più accettate». Riprende Cesarina: «Ho l’impressione che questo clima di odio contro gli stranieri non sia del tutto spontaneo, ma sia alimentato dai media e da forze politiche come la Lega». È musulmano invece Ismael Baptist, ragazzone di colore che non la finisce mai di annotare voci e particolari sul suo taccuino. (Il Secolo XIX)
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Figli di gay meglio di figli di una violenza? Non so se è meglio. Questa più o meno una delle affermazioni di Lucetta Scaraffia (qui).
Ci si sorprende ancora, nonostante ne abbia già dette tante di perfide idozie. Perfide idiozie in un involucro sciocco. Il paragone con uno stupro è ridicolo, oltre ad essere sbagliate le sue conclusioni.
Sottoscrivo Mark.
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Sta girando in questi giorni nella blogosfera di lingua inglese una storia apparentemente incredibile (il centro recente di questa diffusione sembra essere «True Story: How To Get Pregnant via Oral Sex», Standard Madness, 25 gennaio 2010; la storia ha preso le ali dopo essere stata riproposta il 1 febbraio da Discover, «NCBI ROFL: That’s one miraculous conception», che riporta gran parte della fonte originale, risalente in realtà al lontano 1988).
Una ragazza quindicenne del Lesotho viene ricoverata in ospedale dopo che il suo ex fidanzato ha accoltellato lei e il suo attuale boyfriend. La donna presenta due fori allo stomaco, che vengono prontamente medicati. Nove mesi dopo, la stessa ragazza torna in ospedale, questa volta per una gravidanza giunta ormai a termine. Il parto però, come scoprono presto i medici, si presenta complicato: la donna, infatti, è priva di vagina. Dopo il parto cesareo e la nascita di un bambino di 2,8 kilogrammi giunge inevitabilmente il momento di porre alcune domande. Con l’aiuto di un’infermiera e di un po’ di tatto la storia emerge gradualmente: la ragazza sapeva di essere priva di vagina e, dopo qualche tentativo assai insoddisfacente di portare a termine un rapporto di tipo tradizionale, aveva ripiegato sulla pratica del sesso orale. Ed è proprio nell’atto di compiere quest’ultimo che l’aveva colta il suo ex; ne era seguito l’accoltellamento. Una volta chiarita la dinamica dell’avventuroso concepimento, ha luogo il tradizionale scambio di bestiame e la donna va a vivere col padre del bambino. I medici intanto concludono che la fecondazione sarebbe stata causata dal seme dell’uomo, scivolato attraverso il foro dello stomaco fino a raggiungere gli organi riproduttivi.
Cosa pensare di questa storia? Diciamo subito che i fatti sono riportati in una comunicazione scientifica autentica, apparsa su una rivista peer-reviewed: Douwe A.A. Verkuyl, «Oral conception. Impregnation via the proximal gastrointestinal tract in a patient with an aplastic distal vagina. Case report», British Journal of Obstetrics and Gynaecology (ora BJOG: An International Journal of Obstetrics & Gynaecology) 95 (1988), pp. 933-34. L’articolo è accessibile solo agli abbonati, ma una copia è disponibile qui (o qui). Il tono generale dell’articolo, a parte alcuni passi comprensibilmente coloriti, è inappuntabilmente scientifico.
Questa però non è una prova conclusiva di autenticità. Non è chiaro se la rivista abbia effettuato dei controlli, resi peraltro difficili dalla lontananza geografica; si può supporre che abbiano contato le credenziali professionali di Verkuyl, all’epoca primario di ostetricia e ginecologia degli United Bulawayo Hospitals di Bulawayo, Zimbabwe, e autore di almeno altri due studi scientifici (da allora il curriculum dell’autore si è arricchito, e conta ora 38 titoli, molti dei quali in riviste di primo piano).
Dall’altro lato, però, ci viene chiesto di credere a una serie inaudita di improbabilità concatenate. Abbiamo a che fare, nell’ordine, con una malformazione di per sé rara; con spermatozoi che riescono a sopravvivere nell’ambiente acido dello stomaco per più di alcuni secondi (anche se l’autore propone alcuni possibili meccanismi per questa circostanza); con un accoltellamento che si verifica proprio attorno ai giorni dell’ovulazione; con una ferita che in qualche modo riesce a connettere lo stomaco alla tuba di Falloppio (nell’articolo non si accenna minimamente alla lesione che anche questa deve aver subito per permettere il passaggio degli spermatozoi, né alle sue conseguenze). Come se non bastasse, l’autore ritiene, per certe ragioni, che l’evento si sia verificato proprio intorno alla prima ovulazione della ragazza!
In breve: su un piatto della bilancia abbiamo la probabilità abissalmente bassa di una concezione che possiamo ben definire miracolosa; sull’altro, la probabilità che un professionista metta a repentaglio la propria reputazione per ordire uno scherzo ai danni di una prestigiosa rivista. Il David Hume del saggio sui miracoli non avrebbe avuto molti dubbi nel giudicare… (Esistono anche due altre possibilità: 1) che Verkuyl non abbia riportato il caso di prima mano e che sia stato a sua volta vittima di un inganno; ma questo equivale di nuovo a mettere in questione la professionalità dell’autore, che andrebbe contro la prassi propria di un case study e che comunque non cita nessun altro nell’articolo; il fatto, a prima vista un po’ sospetto, che il Lesotho sia abbastanza distante dallo Zimbabwe può facilmente spiegarsi in altro modo; 2) che esista un’altra spiegazione per l’accaduto; ma questo – visto anche che la paziente era stata sottoposta in seguito a un tentativo di ricostruzione della vagina, descritto con dovizia di particolari nell’articolo, e che non ci si poteva dunque ingannare sul suo stato – sembra equivalere a un altro miracolo.)
Ma esiste forse un modo per risolvere il caso, senza ricorrere a principi generali. Nel 1989 la stessa rivista (vol. 96, p. 501) pubblicava una lettera del dottor D.A. Hicks, a proposito dell’articolo di Verkuyl. Il testo non mi è accessibile (e sarò grato a chiunque me lo vorrà inviare), ma da alcuni accenni trovati altrove appare che Hicks avesse fatto notare le somiglianze del caso con un altro avvenuto durante la guerra civile americana, narrato da un certo L.G. Capers («Notes from the Diary of a Field and Hospital Surgeon, C.S.A.», The American Medical Weekly 1, 1874, pp. 233-34). Ecco la storia.
Siamo nel 1863. Una brigata dell’esercito confederato sta sostenendo l’urto dell’esercito nordista presso un villaggio, non lontano da un’abitazione la cui padrona di casa, assieme alle due giovani figlie, serve da infermiera. Nel corso dello scontro un soldato del sud cade improvvisamente, colpito da una palla vagante; quasi nello stesso istante, si ode un grido provenire dalla direzione della casa. Il chirurgo, autore dell’articolo, soccorre subito il giovane ferito. Il proiettile ha colpito la tibia e, rimbalzando, ha trapassato lo scroto portando via con sé il testicolo sinistro. Il medico ha appena finito di medicare la ferita, quando ecco giunge la padrona di casa: pochi minuti prima una delle sue figlie è rimasta gravemente ferita, trapassata al ventre da una pallottola che è rimasta nella cavità addominale. Nonostante la gravità delle lesioni, la ragazza riesce a sopravvivere e a riprendersi.
Il chirurgo, ripassando dallo stesso villaggio otto mesi dopo l’accaduto, trova la giovane in ottime condizioni, salvo per un inspiegabile ingrossamento del ventre. Un mese dopo, con grande costernazione della famiglia, nasce un bel bambino. La giovane protesta la propria virtù, ma il chirurgo non le crede, nonostante il fatto che durante il travaglio le abbia trovato l’imene ancora intatto.
Passano tre settimane, e il chirurgo viene chiamato dalla nonna del bambino: c’è qualcosa che non va nei genitali del neonato. Nello scroto è presente un corpo estraneo; e grande è la meraviglia del medico quando, estrattolo, si rende conto che si tratta di una pallottola, deformata per aver urtato contro qualche materiale solido. Lentamente la verità si fa strada nella mente del medico: una stessa pallottola, passando per lo scroto del soldato, aveva trascinato con sé il seme, per depositarlo nell’utero della ragazza, che era rimasta in questo modo incinta. Si rintraccia il giovane che, inizialmente scettico, acconsente a rendere visita alla ragazza; dopo qualche tempo, convinto o meno che sia dell’accaduto, la sposa.
Questa storia è, ovviamente, una bufala, come è dimostrato sul sito Snopes.com («Son of a Gun»). A parte la somma improbabilità degli eventi, il ritrovamento del proiettile nello scroto del neonato è una chiara impossibilità medica; inoltre, in una «Editor’s Note» apparsa poco tempo dopo sullo stesso volume dello stesso giornale (pp. 263-64), si prendono le distanze dal racconto. Nonostante ciò la storia ha continuato a circolare, venendo presentata talvolta come un resoconto di un caso realmente accaduto.
Le analogie generali con i fatti del Lesotho sono evidenti; ma esistono almeno due collegamenti più specifici. Il primo è l’insistenza che si fa in entrambi i racconti sulla somiglianza del bambino con il padre: «I may mention having received a letter during the past year, reporting a happy married state and three children, but neither resembling, to the same marked degree, as the first – our hero – Pater familias!» (1874); «the son looked very much like the legal father», «The fact that the son resembled the father excludes an even more miraculous conception» (1988). Si potrebbe sostenere che si tratta di un espediente – a dire il vero più retorico che scientifico – per assicurare il lettore della realtà di quella peculiare paternità, e che come tale sia suscettibile di sviluppi paralleli ma autonomi. Più interessante un’altra coincidenza sospetta (segnalata già da qualche commentatore). Quand’è che le due ragazze partoriscono? «Just two hundred and seventy-eight days from the date of the receipt of the wound» l’americana; l’africana «Precisely 278 days later», anche se il termine di riferimento sembra essere qui non l’incidente ma le prime dimissioni dall’ospedale, 10 giorni dopo la ferita.
Dobbiamo chiederci a questo punto cosa ci sia di particolare in questa cifra. Fin da Aristotele la durata media della gravidanza umana è ritenuta ammontare a 280 giorni. Nella seconda metà del XIX secolo si era diffusa per qualche tempo la media alternativa di 278 (cfr. James Matthews Duncan, Fecundity, fertility, sterility, and allied topics, Edinburgh, Black, 1866, p. 337), ma ai giorni nostri si è tornati alla vecchia media di 280 (278 giorni sembra essere la gravidanza media delle donne giapponesi; per le africane la durata sembra ancora inferiore, mentre per le primipare è leggermente superiore), che casomai dovrebbe essere riveduta all’insù. Ecco spiegata la notazione dell’autore del 1874 («Just 278 days»), che avrà usato per la sua finzione la media ritenuta esatta all’epoca. Ma come spiegare la coincidenza con il resoconto del 1988? La si potrebbe addebitare all’ennesimo caso: in fondo, si potrebbe dire, la durata media di una gravidanza è più o meno quella, giorno più giorno meno. È vero che in questo caso ai 278 giorni vanno sommati, come abbiamo visto, i 10 del primo ricovero; ma 288 giorni sono ancora una durata nella media. Qui, però, il proverbiale asino fa un capitombolo. Quando si dice che una gravidanza dura in media 280 giorni, si intende che il computo inizia dall’ultima mestruazione. La fecondazione vera e propria si verifica in realtà in media 14 giorni dopo, intorno al momento dell’ovulazione (la cosa era ancora relativamente oscura nel XIX secolo). Ma nel caso in esame la ferita corrisponde proprio alla fecondazione; la gravidanza quindi sarebbe equivalente a una di 278 + 10 + 14 = 302 giorni, che non è impossibile ma è assai inusuale (e molto pericolosa per la madre). Avremmo insomma altre due ulteriori improbabilità da aggiungere alla nostra già cospicua lista: una gravidanza di durata anomala, e un autore che comunica una cifra «casualmente» analoga (e arbitraria: qui 278 giorni sono solo il periodo intercorso tra un ricovero e l’altro) a quella presente nell’unico resoconto analogo presente (abusivamente) nella storia della medicina.
Tutto, naturalmente, è possibile; ma la sensazione è che il dottor Verkuyl abbia voluto indirizzare ai suoi lettori una poderosa, ancorché in tralice, strizzata d’occhio.
Aggiornamento 3/2/2010: nei commenti un lettore propone un’affascinante ipotesi alternativa.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Non tacciono le armi in Sudan, dal Darfur al Sud Sudan. Mentre nel Jebel Marra risuonano anche oggi i colpi secchi dei fucili delle milizie sudanesi, così come riferito dai ribelli dello SLM, la CSAC diffonde i dati sulle vittime delle violenze nello stato di Jonglei, uno dei più colpiti dalle scorribande e dagli scontri tribali in Sud Sudan.
Sono almeno 1800 i morti, 340 i bambini rapiti, 280 i feriti, 847.000 i capi di bestiame rubati nel 2009,. E il 2010, con le elezioni alle porte, non promette niente di buono.
Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Per informazioni sulla campagna on-line scrivi a:
blog[at]italianblogsfordarfur.it
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THE ROAD IS SO LONG…(COPENHAGEN DEADLINE DEAD)
Failure after failure. The UN has dropped The 31 January deadline (yesterday) by which all countries were expected to officially state their emission reduction targets or list the actions they planned to take to counter climate change….
fonte: politicalcomic.blogspot.com » Vai al post originale
Cari amici e care amiche del popolo lucano,
Proprio oggi e in queste ore, il mio (ex) connazionale Magdi Exmusulmano Allam si sta ufficialmente candidando alla guida della vostra Regione, da indipendente, sfidando PDL, UDC e PD con una lista propria denominata “Io amo la Lucania”.
Ho letto su Il Secolo d’Italia che probabilmente non sapete nemmeno dell’esistenza di Magdi Allam: un vero peccato. Da queste parti noi lo conosciamo benissimo. Ho ritenuto quindi opportuno rinfrescarvi la memoria con alcune dichiarazioni del soggetto, a testimonianza della sua coerenza, imparzialità ed obiettività.
Sono sicuro che, se verrà eletto, manterrà le sue promesse elettorali nello stesso modo in cui ha saldamente mantenuto e difeso le sue posizioni, le sue idee e persino le sue conoscenze storico-letterarie in questi ultimi anni (salvo quanto depennato dalle riforme scolastiche, beninteso). Dopotutto un mandato per la guida della Regione dura solo qualche anno: forse sarete beneficati da una politica efficiente di stampo nasseriano: in Egitto ha fatto miracoli.
Anch’io amo la Lucania pur non essendoci mai stato. Forse proprio per questo vi consiglio vivamente di votare il mio (ex) connazionale Magdi Allam.
PS: non sono responsabile di ciò che potrebbe accadere in seguito.
Sherif El Sebaie
“L’idea dell’invasione islamica è del tutto fuori luogo. I musulmani rappresentano meno del 2 per cento della popolazione italiana. La stragrande maggioranza è rispettosa della legge ed è sostanzialmente laica. Basta con queste generalizzazioni, con questa criminalizzazione gratuita. In questo modo si aizza a una guerra di religione le cui conseguenze saranno catastrofiche per tutti”.
Magdi Allam, 1 novembre 2003
“Basta sottomissione all’Islam! Il suicidio della civiltà occidentale sta avvennendo per mano dello stesso Occidente, ammalato di quel relativismo cognitivo, etico, religioso e culturale che l’ha portato a mettere tutti e tutto sullo stesso piano (…) Oggi l’occidente si sta di fatto arrendendo agli estremisti islamici”
Magdi Allam, Grazie Gesù, P. 108-110, 2008
“Nel Corano così come nella Bibbia e nel Vangelo, lei potrà trovare dei versetti che incitano all’odio e altri che esaltano l’amore. Dipende da ciò che uno cerca. Dipende dall’interpretazione letterale o scientifica del testo sacro. Se lei è un uomo di pace e persegue la tolleranza tra i popoli e le religioni, troverà sicuramente nel Corano i versetti giusti per legittimare la sua scelta”.
Magdi Allam, 1 novembre 2003
“Uno dei luoghi comuni diffusi a livello mondiale è che l’Islam sarebbe una religione di pace e che sarebbero i terroristi e gli estremisti a diffamarla interpretando arbitrariamente i dettami del Corano. Ebbene, io contesto questa tesi e considero che l’incitazione all’odio e l’istigazione alla violenza siano parte integrante dell’Islam dal momento che sono espressamente teorizzate nel Corano”
Magdi Allam, Grazie Gesù, P. 69, 2008
“Le sue conoscenze sulla realtà dei cristiani in Medio Oriente sono sbagliate. I cristiani sono parte integrante della realtà del Mondo arabo e del Medio Oriente. Ovunque godono della libertà di culto, con la sola eccezione dell’Arabia Saudita. Quanto all’emigrazione, è bene che sappia che esiste da quando esiste l’uomo. La storia dell’uomo si identifica con la storia dell’emigrazione dell’uomo. Gli industriali italiani che ricorrono agli immigrati, indipendentemente dalla loro fede, lo fanno per il loro sano interesse. Non condivido il suo catastrofismo“.
Magdi Allam, Mercoledi 1 ottobre 2003
“Salviamo i cristiani del Medio Oriente. Stiamo assistendo in modo pavidamente e irresponsabilmente inaccettabile alla persecuzione e all’esodo massiccio di centinaia di migliaia di cristiani che sono i veri autoctoni della regione. (…) Si tratta della prova più eloquente della tragedia umana e dell’imbarbarimento civile in cui è precipitato il mondo arabo-musulmano, in preda al fanatismo ideologico degli estremisti islamici e all’intolleranza religiosa delle dittature al potere”.
Magdi Allam, 13 giugno 2007
“Il processo di interazione tra le genti in un mondo sempre più globalizzato rimette in discussioni luoghi comuni, certezze consolidate. E’ evidente che l’identità è una realtà flessibile, plurale e che evolve con il tempo. Essere consapevoli di questo processo significa quindi mettersi nelle condizioni di poter sia accettare gli “Altri” sia modificare il “Noi”.
Magdi Allam, Mercoledi 1 ottobre 2003
“(L’occidente) è infatuato del modello sociale del multiculturalismo che s’illude sia sufficiente elargiere libertà a piene mani perché essa diventi patrimonio di tutti a prescindere da regole che sostanzino la cultura dei diritti e dei doveri, dalla condivisione di valori fondanti della collettività e dall’adesione ad un comune collante identitario nazionale“
Magdi Allam, Grazie Gesù, P. 108, 2008
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Sono nuovamente ospite del blog Estropico, con un post sulle predizioni di un romanzo di fantascienza di quarantatré anni fa.
È l’arte più difficile; è, per dirla tutta, un’arte impossibile. Ma prevedere il futuro – di questo sto parlando – è anche un’arte indispensabile: non possiamo rinunciare del tutto ad anticipare, sia pure per vaghi accenni, in quale direzione stiamo andando, cosa ci aspetta dietro la prossima collina.
I metodi non mancano: modelli matematici, curve esponenziali e logistiche, scenari; ma nel migliore dei casi sono ovviamente solo delle euristiche, tecniche empiriche che possono farci avvicinare alla verità ma non possono dimostrarla rigorosamente. Fra i tanti, un sistema accessibile e non privo di efficacia è quello di esaminare le previsioni fatte in passato, cercando di imparare dai successi e – soprattutto – dagli errori di chi ci ha preceduto. Siamo nel 2010; nulla di meglio, allora, che esaminare un romanzo di fantascienza di qualche tempo fa ambientato in quest’anno. Non il ben noto 2010: Odyssey Two di Arthur C. Clarke, ma Stand on Zanzibar (Tutti a Zanzibar nell’edizione italiana della Nord, che è del 1977) dello scrittore britannico John Brunner (1934-1995), scritto nel 1967 e pubblicato nel 1968. Il libro si presta al nostro scopo: grazie a una tecnica narrativa particolare, che Brunner aveva preso in prestito dai romanzi di John Dos Passos, e che utilizza titoli di notiziari, spot pubblicitari, canzoni, slogan governativi, conversazioni casuali, citazioni di libri, nonché una folta schiera di personaggi e molteplici fili narrativi, ci ritroviamo in mano un affresco inusualmente dettagliato. Non ne riassumo la trama, che è secondaria rispetto ai nostri scopi, e passo direttamente all’esame delle predizioni. […]
(Continua su Estropico.)
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Riccardo Chiaberge intervista l’islamista Olivier Roy sul divieto del velo integrale («Due estremismi in un burqa», Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2010, p. 15). Alcune delle riflessioni di Roy meritano di essere riportate:
«Il burqa è rifiutato dall’opinione pubblica, non c’è dubbio, ma su quale base giuridica lo si può vietare, se non per ragioni di sicurezza in luoghi specifici (poste, stazioni, eccetera)? Tanto più che le donne in burqa, spesso convertite di fresco, portano questo abito volontariamente, in modo ostentato, per provare la loro fede. Come si può considerare segno di schiavismo o di subordinazione un atto di fede, anche se ci appare esibizionistico? È il paradosso del burqa, che dà una maggiore visibilità proprio a ciò che vuole nascondere: la donna devota! Alla stessa stregua, come ai tempi della Rivoluzione francese, dovremmo proibire gli ordini contemplativi cattolici, dove uomini e donne credenti si rinchiudono per libera scelta in nome della fede?» […]
«Ma perché facciamo guerra all’Islam? – si domanda Roy, capovolgendo il luogo comune secondo cui è l’Islam radicale, semmai, a farci la guerra. – Per una parte della sinistra, l’Islam va combattuto in nome della laicità, dei diritti dell’uomo e della parità tra i sessi. Ma sempre di più lo si fa in nome dell’identità cristiana. Perfino intellettuali come Max Gallo, un ex-gauchiste che adesso va in chiesa, anche se non crede in Dio, al solo scopo di sostenere la civiltà europea, proprio come la vecchia Action française di Maurras (che peraltro la Chiesa condannò nel 1926). La sinistra è in un’impasse. Non ha saputo concepire un discorso di libertà sul problema religioso. Chiede solo di proibire il velo. E finisce così per allinearsi alla destra cristiana. Ma come conciliare il matrimonio gay e l’identità cristiana dell’Europa? C’è anche una sinistra terzomondista, specialmente in Inghilterra, che simpatizza con l’Islam in quanto strumento di riscatto degli oppressi, ma in tal modo giustifica i fondamentalisti». […]
Hanno ragione allora quelli che vorrebbero arginare “l’invasione” musulmana, vietando la costruzione di nuove moschee, vivaio di futuri terroristi? «Assurdo. L’immigrazione avverrà con o senza moschee. E la libertà religiosa è uno dei fondamenti della cultura politica europea. Si facciano dei minareti in stile svizzero, delle moschee all’occidentale, moderne. Ma non si chieda agli immigrati di convertirsi o di rinnegare la loro fede».
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Stefano Ceccanti, senatore del Partito Democratico, uno dei padri dei non compianti DiCo, ha firmato lo scorso dicembre assieme ad altri colleghi una proposta di legge in tre commi che regola l’esposizione nelle aule scolastiche del crocifisso:
1. In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso.
2. Se l’affissione del crocifisso è contestata per motivi religiosi o di coscienza dal soggetto che ha diritto all’istruzione, ovvero dai suoi genitori, il dirigente scolastico, sulla base del princìpio di autonomia scolastica, nel rispetto dei princìpi di tutela della privacy e di non discriminazione nonché tenendo conto delle caratteristiche della comunità scolastica, cerca un accordo in tempi brevi, anche attraverso l’esposizione di ulteriori simboli religiosi.
3. Qualora non venga raggiunto alcun accordo ai sensi del comma 2, nel rispetto dei princìpi di cui al medesimo comma 2, il dirigente scolastico adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile. La proposta si ispira dichiaratamente alla legge bavarese sull’educazione e l’istruzione pubblica, Bayerisches Gesetz über das Erziehungs- und Unterrichtswesen (BayEUG), approvata il 23 dicembre 1995 dal Parlamento del Land Baviera ed entrata in vigore il 1º gennaio 1996. A proposito di quest’ultima, ecco cosa scrive Susanna Mancini in un bell’articolo di prossima pubblicazione («La supervisione europea presa sul serio: la controversia sul crocifisso tra margine di apprezzamento e ruolo contro-maggioritario delle Corti», Giurisprudenza Costituzionale, n. 5, 2009, alla nota 95):
Nel 1995, la Corte Costituzionale tedesca stabilì l’incostituzionalità dell’articolo 13.13 della legge bavarese che obbligava all’esposizione della croce nelle aule della scuola dell’obbligo (1 BvR 1087/91, d.d. “Kruzifix-Urteil”). Con l’ovvio intento di aggirare il disposto di questa sentenza, il legislativo bavarese ha adottato un nuovo atto, il quale “in considerazione della connotazione storica e culturale della Baviera” obbliga ad esporre il crocifisso in tutte le aule. Se tuttavia qualcuno obietta “per ragioni serie e comprensibili inerenti alla fede o a una visione del mondo”, il preside della scuola deve condurre un procedimento di conciliazione. Se non si raggiunge nessuna soluzione, il preside deve ricercare una soluzione ad hoc che rispetti la libertà religiosa del dissenziente, realizzi un bilanciamento tra le convinzioni ideologiche e religiose di tutta la classe e, come se non bastasse, prenda anche in considerazione la volontà della maggioranza (Art. 7, Bayerische Gesetz über das Erziehungs und Unterrichtswesen, BayEUG). L’ambiguità di questa procedura è emersa chiaramente quando una scuola e, successivamente, la corte amministrativa della Baviera hanno rigettato le obiezioni dei genitori di uno scolaro, definendole “pretestuose e polemiche” ed affermando che l’ateismo della famiglia non costituisce un motivo serio per obiettare all’esposizione del crocifisso. In ultima istanza la Corte Suprema Amministrativa (Bundesverwaltungsgericht) ha accolto invece le argomentazioni dei genitori dissenzienti, affermando che la libertà di coscienza include anche quella di non credere (Bundesverwaltungsgericht, sentenza n. 21/1999, 21 aprile 1999). Ma veniamo al disegno di legge di Ceccanti & Co. C’è subito da rilevare la conferma della tendenza recente a infarcire i preamboli dei testi di legge con roboanti dichiarazioni di principio, quasi che gli estensori ci vogliano far ingollare, oltre alla norma concreta, anche la loro personale (e spesso discutibilissima) visione del mondo; rimando per il resto alle caustiche osservazioni di Galatea sul comma 1 della proposta di legge.
In secondo luogo, va notata l’ambiguità del testo, da cui non si riesce a capire se sia possibile o meno che in una classe non venga esposto il crocifisso; solo da un accenno della relazione introduttiva («non per questo diventa immediatamente legittimo o, quanto meno, opportuno il suo contrario, ovvero l’obbligo di esposizione senza alcuna possibilità di eccezione») sembra di poter concludere che l’eccezione sia ammessa. La vaghezza della legge sarà senza dubbio foriera di futuri contenziosi, esattamente come nel caso del modello bavarese.
Ma il punto principale è che la proposta di legge è del tutto incompatibile con il principio di laicità. Essa individua ancora una confessione privilegiata, quella cattolica, il cui simbolo è esposto per default, mentre gli appartenenti ad altre religioni sono costretti all’iter di una apposita richiesta, il cui esito, per giunta, non sembra neppure scontato. Il richiamo alla privacy del disegno di legge assume qui tutti i caratteri dell’ipocrisia: il singolo, per vedere rispettata anche la propria confessione – magari poco popolare o controversa agli occhi della maggioranza – deve uscire allo scoperto, mentre ai cattolici è risparmiato ogni sforzo. Da notare come non si faccia neppure cenno, con insensibilità rivelatrice, ai costi degli altri simboli da esporre: saranno a carico delle famiglie o dell’istituzione scolastica? Questi rilievi farebbero pensare a una possibile incostituzionalità di una legge articolata su queste linee, per violazione dell’art. 3 Cost. prima ancora che dell’art. 8.
Sarebbe possibile una legge che ammetta la presenza dei simboli religiosi senza incorrere in questi rilievi? In teoria sì, almeno in parte: bisognerebbe abolire ogni obbligo e ogni ruolo attivo delle istituzioni, lasciando le pareti scolastiche a disposizione degli alunni, che – su richiesta – sarebbero liberi di appendere i loro simboli. Ma è chiaro che questa proposta non potrebbe essere fatta propria dalla maggior parte dei cattolici, compresi quelli «progressisti» (come dimostra la proposta Ceccanti), perché renderebbe concreta la possibilità che in alcune aule si debba procedere alla rimozione del crocifisso per mancata richiesta, e soprattutto perché farebbe venire meno l’esemplarità del simbolo, dissolvendo la sua «certificazione» statale. In ogni caso, anche questa proposta sarebbe imperfettamente laica, lasciando pregiudicata la posizione degli indifferenti al fatto religioso – non tanto gli atei quanto gli agnostici – per i quali sarebbe problematico concepire un simbolo apposito. E ci si potrebbe interrogare sulla sensatezza di concedere attivamente spazio a segni di divisione in un contesto, come quello scolastico, che dovrebbe promuovere per quanto è possibile l’integrazione dei cittadini in una comunità civile unita.
Aggiornamento: tutto da leggere il severo commento di Francesco Costa alla proposta di legge.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale