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È di domenica passata, ma anche talmente universale che non invecchia (Pierluigi Battista, Ma anche. Né angeli né demoni di fronte alla storia, Il Corriere della Sera, 21 febbraio 2010). Ci sarebbe molto da commentare, ma scelgo solo un breve passo per non dilungarmi troppo.
Qualche volta, nelle questioni importanti dell’esistenza di ciascuno di noi, il «ma anche» è una triste necessità, che solo superficialmente può essere spacciata per ipocrisia. Si può essere per principio (come chi scrive) contro l’eutanasia, «ma anche» sperare che un giorno, quando la propria vita sarà solo dolore per sé e per gli altri, qualche mano pietosa possa mettere fine a inutili sofferenze. È solo intollerabile e ipocrita «doppiezza»? Difficile stabilirlo.Battista prosegue citando la rivoluzione, Franco Moretti, Jean Jacques Rousseau, Barak Obama e tanti altri. Ma sembra lasciare indietro il semplice buon senso. Che potrebbe essere sintetizzato più o meno come segue: chi non è del tutto tonto sa bene che la complessità non può essere ridotta drasticamente a divisioni manichee buono/cattivo, bianco/nero. E che i desideri sono mutevoli e che solo la morte interrompe lo scorrere della nostra esistenza non lineare e non pianificata secondo un foglio excel di un burocrate zelante.
Se il “ma anche” volesse sottolineare questo aspetto, banale e affatto sorprendente, ci sta bene. Ma il passo che ho riportato lascia emergere una fregatura. O una autorevole assenza: la distinzione tra il piano personale e quello legislativo, o pubblico. È assolutamente lecito che Battista (e chiunque altro) rivendichi l’incertezza, addirittura il rischio o la certezza di contraddirsi. Si ama qualcuno pur sapendo che ce ne stancheremo; si urla una idea consapevoli che potrem(m)o cambiarla e calpestarla. Niente da dire. Non è lecito però, anzi è vile e da prepotenti, imporre a qualcun altro la nostra visione. Soprattutto perché consapevoli di non essere detentori della Verità, ma di un parere cangiante. Ecco che l’esempio della eutanasia manca di un pezzo rilevante: Battista sta parlando per sé o per tutti? È contrario alla sua eutanasia o a una legge che permetta a tutti di decidere secondo le proprie idee? Non è difficile stabilire se sia intollerabile e ipocrita doppiezza: se parla per sé non abbiamo nulla da criticare. Se invece pretende di mantenere la doppiezza sul piano giuridico non va bene, anche perché una legge non può essere oscillante, ma deve scegliere da che parte stare. Se una legge è liberale, permettendo di scegliere e di cambiare idea, tutte le posizioni potrebbero essere rispettate. Se invece una legge vuole imporci una posizione, chi poi – dopo averla sostenuta – vuole percorrere una strada diversa è sì ipocrita e insopportabile.
(Prevengo analogie dissennate prima che vengano rivendicate: l’eutanasia è un esempio perfetto per la realizzazione di una legge liberale perché le scelte dell’agente ricadono sull’agente stesso e nessuno dovrebbe intromettersi – non si potrebbe dire di un omicidio o di una aggressione, perché le scelte dell’agente ricadono anche su colui che viene ucciso o aggredito. Piergluigi Battista, però, non sembra concordare, dal momento che definisce l’eutanasia una pratica selvaggia in Il ricatto della deriva, Il Corriere della Sera, 28 febbraio 2009. Ma potrebbe anche avere cambiato idea).
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Un classico “filosofico”: le caramelle P l , dal portfolio di Billy Mawhinney.
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LA CRISI UMANITARIA IN ATTO
A sette anni dall’inizio del conflitto in Darfur le stime Onu parlano di vittime comprese tra le 200 e le 300mila (400mila per le organizzazioni umanitarie non governative) e di 2.8 milioni di sfollati. Il coordinamento degli aiuti umanitari è affidato ad Ocha, agenzia delle Nazioni Unite. Attualmente sono presenti 80 organizzazioni (dato post espulsione, marzo 2008, di 13 tra le più importanti Ong internazionali presenti nell’area) e circa 16mila operatori (in maggioranza sudanesi).
Nel 2009 altre 180mila persone hanno lasciato i propri villaggi per chiedere assistenza nei campi profughi.
Nell’ultimo anno si è registrato un peggioramento della qualità della vita nei centri di accoglienza. L’esistenza di centinaia di migliaia di profughi, per lo più donne e bambini, e costantemente a rischio in tutto il Darfur.
Le minacce continuano ad essere molteplici: risorse idriche e alimentari insufficienti, condizioni igienico sanitarie pressoché inesistenti e controlli per la sicurezza inefficaci. La missione di peacekeeping non è ancora totalmente dispiegata e le sue funzioni si rivelano inadeguate, esponendo lo stesso personale Onu ad elevati rischi. Dall’inizio della missione ad oggi (approvata a luglio 2007, ma operativa dal gennaio 2008) le vittime tra i caschi blu sono state 55, di cui 7 negli ultimi due mesi (dati UN come da scheda allegata). Numerosi anche i rapimenti di operatori umanitari, poi rilasciati. Rimane tutt’ora sotto sequestro un operatore della Croce rossa internazionale rapito ad El Geneina lo scorso ottobre.
La mortalità continua a essere molto alta anche se l’età media di aspettativa di vita è passata dai 35 ai 40 anni. Invariati i dati relativi alla mortalità tra i bambini, la maggioranza non supera i cinque anni. Ne muoiono di fame o di malattie 75 al giorno (dati Unicef).
II problema della malnutrizione e della mancanza d’acqua rimane prioritario. Non piove da troppo tempo, in particolare nel Nord Darfur e nonostante la produzione di cereali e segale in Sudan sia tra le prime al mondo, le periferie soffrono la fame quotidianamente. Il Consiglio del Nord Darfur, nel giorno in cui nel resto del mondo si celebrava il Natale, ha lanciato l’allarme carestia per i prossimi mesi e ha chiesto al governo sudanese di intervenire con urgenza per scongiurare l’esasperarsi della situazione che causa spesso episodi di violenza, a volte con morti e feriti come è avvenuto nel campo profughi di Um Shalya, dove il razionamento del sorgo, principale alimento di base, ha scatenato un pesante scontro in cui un uomo ha perso la vita e sei sono rimasti feriti.
I profughi del Darfur e del Sud Sudan dipendono dalle donazioni di cibo delle organizzazioni governative e non governative impegnate sul territorio sudanese, che da molti mesi si muovono con difficoltà, tra agguati ai convogli e mancanza di fondi, come denunciato più volte dal Programma Alimentare Mondiale.
Il Sudan è uno dei più importanti Paesi esportatori di grano e sorgo, ma allo stesso tempo riceve enormi quantità di cibo gratuito, lo stesso che produce per l’esportazione. Secondo le Nazioni Unite, i soli Stati Uniti hanno donato ben 283.000 tonnellate di sorgo nel 2009, lo stesso quantitativo che Khartoum ha venduto all’estero.
SITUAZIONE POST ESPULSIONE DEL MARZO 2008
Nonostante gli sforzi significativi compiuti dalle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie rimaste sul campo per colmare le lacune generate dall’espulsione di 13 Ong – tra cui Oxfam, Save the Children e due sezioni di Medici senza frontiere – la crisi umanitaria si è aggravata. Le soluzioni tampone, e non di lungo termine, individuate dal governo sudanese e da Ocha non sono risultate risolutive. Le attività precedentemente svolte dalle organizzazioni cacciate, quali gestione tecnica, coordinamento, amministrazione e reperimento dei fondi sono state assegnate a organizzazioni locali che non hanno garantito lo standard precedente.I fondi esistenti per i pezzi di ricambio e il combustibile per le pompe ad acqua si sono praticamente dimezzati e le attrezzature sanitarie hanno copntinuo bisogno di manutenzione per impedire il propagarsi di malattie.In tutti i settori sono venute meno competenze in materie come valutazioni tecniche, progettazione, definizione e attuazione dei programmi, e la qualità dell’attività umanitaria, anche se assunte dalle ONG nazionali, ne ha ampiamente risentito . Ostacoli amministrativi, quali la mancanza di permessi di viaggio e di accordi tecnici, hanno precluso il lavoro di molti operatori e l’arrivo di aiuti destinati ai campi profughi. L’assistenza è ridotta in tutti i settori e le risorse disponibili limitate. La sanità è quello che registra la maggiore criticità ed è considerato addirittura cronico dagli operatori umanitari sul campo. Molti presidi di assistenza di primo livello sono stati chiusi e i progetti di sostegno psicologico a donne e bambini traumatizzati sospesi. La scolarizzazione è ancora molto bassa. Si riesce a garantire istruzione solo al 65% della popolazione in età scolastica, che ha accesso a strutture di educazione primaria. La protezione e la sicurezza sono del tutto inadeguati. Continuano a registrarsi attacchi ai villaggi, sia del Nord sia del Sud Darfur, e le donne che vanno a raccogliere legna da ardere fuori dai campi sono ancora vittime di rapimenti e violenza sessuale.
RESOCONTO ULTIMA MISSIONE IN SUDAN (OTTOBRE 2009i
Nell’ottobre 2009 ‘Italians for Darfur’ ha partecipato a una missione in Sudan (la seconda in due anni) organizzata e promossa insieme all’Intergruppo parlamentare Italia – Darfur presieduto dall’onorevole Gianni Vernetti.
Rispetto al 2007 – quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevamo visitato ‘Al Salam Camp’, nord Darfur – a ‘Zam Zam camp (oltre 100mila presenze) il più grande insediamento di Al Fasher, non abbiamo trovato una situazione alimentare al tracollo, ma l’espulsione delle 13 organizzazioni internazionali ha pesato molto anche su quest’area.
Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla. La sintesi dell’appello di aiuto che abbiamo raccolto dagli interlocutori che abbiamo incontrato è lo stesso per tutti: abbiamo bisogno di aiuto più di prima. Un’invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così.
Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.
Il ridimensionamento delle organizzazioni sul posto ha prodotto una drastica riduzione delle attività di assistenza umanitaria. A livello politico, il governo sudanese non è stato in grado in questi ultimi mesi di avviare un serio dialogo con le parti coinvolte nel conflitto tutt’ora in corso nonostante ad agosto sembrava notevolmente ridimensionato. Valutazione mai più fallace.
Diversi gruppi della guerriglia hanno ancora una buona capacità operativa in Darfur e più che un conflitto “concluso” come tende a considerare Khartoum, agli osservatori esterni appare per lo più un conflitto soltanto “congelato” e in grado di riesplodere in qualunque momento.
La situazione della sicurezza, per quanto non si assista più ad un dilagare della violenza come negli scorsi anni, è ancora tale da non permettere un vero rientro della popolazione darfuriana nei propri villaggi.
Anche se con minore intensità, proseguono purtroppo gli episodi di stupri e di attacchi ai villaggi in cui si rifugiano i ribelli. Tutto ciò determina ancora fughe di masse verso i centri di accoglienza dell’Onu.
Lo stesso campo di Zam Zam, è quasi raddoppiato di dimensioni nell’ultimo anno con l’arrivo di oltre 40.000 nuovi profughi. Il rischio per tutta l’area è che la situazione si cronicizzi.
Il Darfur rischia poi di essere sostanzialmente escluso dal processo elettorale, frutto degli accordi con i gruppi politici del Sud Sudan. (Elezioni ad Aprile del 2010 e Referendum sulla possibile secessione del Sud nel gennaio 2011).
La Missione UNAMID, necessita ancora di un invio di ulteriori contingenti di peacekeepers per raggiungere il 100% degli effettivi e soprattutto necessita ancora di una dotazione tecnica (elicotteri per il trasporto truppe e per la prevenzione) in grado di renderla veramente efficace.
LE TENSIONI IN SUD SUDAN
Il nuovo anno è iniziato con una grande mobilitazione internazionale per il Sudan (Italians for Darfur è tra le organizzazioni promotrici di ‘Sudan365 – A BEAT FOR PEACE’, campagna per chiedere il mantenimento della pace tra Nord e Sud Sudan e il rispetto del CPA – Comprehensive Peace Agreement – testimonial per l’Italia il percussionista Tony Esposito) ma anche con continue violazioni dei diritti umani e scontri fra fazioni contrapposte.
Il Governo sudanese continua a negare le autorizzazioni a qualsiasi manifestazione di piazza. La giustificazione avanzata dal portavoce del presidente Omar Hassan al Bashir, ovvero che le precarie condizioni di sicurezza in cui versa il Paese sarebbero incompatibili con dimostrazioni e cortei pubblici, non ha convinto gli oppositori che continuano a chiedere di poter esercitare il diritto ad esprimere le proprie opinioni.
Dilagano inoltre i conflitti armati, tra le varie etnie, che coinvolgono civili: nell’ultimo semestre sono state di più le vittime nelle aree di confine fra e Nord e Sud Sudan che in Darfur. I dati più recenti forniti dalla Community Security and Arms Control in Southern Sudan sono quelli relativi alle vittime delle violenze nello stato di Jonglei, uno dei più colpiti dalle scorribande e dagli scontri tribali in Sud Sudan. Sono almeno 1800 i morti, 340 i bambini rapiti, 280 i feriti, 847.000 i capi di bestiame rubati negli ultimi sei mesi del 2009.
Sotto l’aspetto umanitario, il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha fatto sapere che il numero delle persone dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali è cresciuto in Sud Sudan di ben quattro volte nell’ultimo anno, passando da 1 milione di persone a 4,3 milioni, a causa di conflitti e siccità.
Circa 50,000 tonnellate di sorgo e alimenti di origine vegetale verranno dislocati in Sud Sudan e si aggiungeranno alle derrate già in distribuzione in tutto il Sudan, come in Darfur, per sostenere oltre 11 milioni di persone non autosufficienti, nell’ambito di uno dei più grandi progetti di ‘food assistance’ realizzati al mondo. E le previsioni dicono che la crisi alimentare, in particolare nel Darfur occidentale, peggiorerà ulteriormente. Un sacco di sorgo, uno dei cereali più usati nella dieta sudanese, ha superato recentemente i 200 Pounds sudanesi, equivalenti a 80 dollari.
Le tensioni sociali e politiche sono sempre più alte e il 2010, con la data del voto alle porte, non promette niente di buono.
Da qui alle elezioni di aprile ed al referendum del 2011 gli osservatori prevedono un aumento delle violenze e dell’intensità del conflitto in quest’area del Paese.
Tutti gli analisti ritengono inevitabile la vittoria del si al referendum sull’indipendenza del Sud Sudan, con la nascita conseguente di uno stato indipendente nel gennaio 2011.
Sembra, infine, ripresa la persecuzione delle comunità cristiane del Sud, alla luce dei recenti episodi di violenza che hanno coinvolto missionari e sacerdoti.
IL CONFLITTO
Le prime fasi
Il conflitto nel Darfur è conosciuto a livello internazionale a partire dal 2003, quando le forze ribelli che raccolgono le tensioni presenti all’interno delle comunità africane, reagiscono agli attacchi condotti dai famigerati janjaweed (i “diavoli a cavallo”), gruppi organizzati, politicizzati e militarizzati nei quali vengono reclutate persone con una specificità etnica (le popolazioni arabe nomadi), che agiscono con l’appoggio del governo di Khartoum. Per la verità il conflitto inizia molto prima, quando, a partire dalla fine degli anni ’80, i tradizionali contrasti tra comunità africane, legate ad un’economia agricola e stanziale e le tribù di origine araba, dedite invece alla pastorizia ed al nomadismo, crescono in seguito all’affermarsi dell’arabismo, ideologia razzista che esalta la nazione araba a scapito delle comunità africane. Per reazione alle continue discriminazioni, vissute a tutti i livelli e ai sempre più numerosi attacchi da parte delle milizie arabe, le comunità non arabe riscoprono la loro “africanità” (oltre ai i Fur, l’etnia più numerosa, che da il nome all’intera regione, anche gli Zaghawa e i Masalit) e, nel 2000, è pubblicato il “Libro Nero”, da parte di un gruppo di 25 esponenti che si auto-definiscono “I ricercatori della verità e della giustizia”. Lo shock non riguarda tanto i contenuti del libro (che non sono una novità in assoluto), quanto il fatto che con esso è stato infranto un tabù; infatti, prima di allora, nessuno aveva avuto il coraggio di rendere espliciti argomenti comunque ben conosciuti.
Nel febbraio 2003 i movimenti di opposizione compiono una serie di attacchi a stazioni di polizia, caserme e convogli militari. I ribelli sono organizzati soprattutto in due movimenti: il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), la cui unità appare, ben presto, compromessa in seguito ai contrasti tra Abdel Wahid, la guida politica del movimento, di etnia Fur e Minni Minawi, uno dei capi militari più importanti, di etnia Zaghawa; il Justice and Equality Movement (JEM), il cui leader Khalil Ibrahim e legato ad Hassan al-Turabi, già ideologo del governo islamico del presidente al-Bashir. In seguito alla ribellione, il governo di Khartoum, nelle mani del National Congress Party (NCP), ritenendo di essere in grado di risolvere la situazione, inizia la controffensiva, anche grazie al supporto delle milizie dei janjaweed, diventate nel frattempo vere e proprie forze di combattimento para-militari.
Il Darfur Peace Agreement
Gli scontri si alternano ai tentativi di risolvere il conflitto tramite il negoziato, con iniziative a carattere locale ed internazionale, avvenute sotto l’egida di alcuni paesi limitrofi (soprattutto Chad e Libia) e dell’Unione Africana (UA), la cui iniziativa diplomatica si svolge in parallelo rispetto alla missione militare; la missione diplomatica dell’UA porta, nel biennio 2004 – 2006, a sette diversi round di colloqui, soprattutto ad Abuja (Nigeria). I tentativi negoziali sono caratterizzati in maniera negativa da: divisioni all’interno dei movimenti di opposizione (in seguito ai contrasti sulla leadership tra militari e politici e tra capi delle “vecchie” e “nuove” generazioni); mancanza di competenze negoziali specifiche da parte delle delegazioni (i movimenti ribelli non definiscono una piattaforma comune); atteggiamento intransigente di Khartoum (che preferisce ottenere una vittoria militare contro i ribelli piuttosto che dialogare con loro); infine, la stessa mediazione dell’UA (che non agisce come terzo neutrale e imparziale, facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo). Nel maggio 2006 si arriva alla firma del Darfur Peace Agreement (DPA), sottoscritto dal governo di Khartoum e da una delle fazioni dello SLA/M, quella di Minawi, che in virtù di tale accordo entra a far parte del governo di unità nazionale, ottenendo per sé la carica di Senior Assistant del Presidente Bashir, la quarta carica dello stato. Purtroppo, il DPA si dimostra del tutto inefficiente e finisce per peggiorare la situazione, anche perchè, non è sottoscritto da gran parte delle fazioni dello SLA/M, dal JEM e da altre forze significative nella regione, che ritengono insufficienti le misure per la condivisione del potere a livello locale e per la sicurezza nella regione e non adeguati i meccanismi di compensazione per le vittime del conflitto. Con l’importante eccezione di Wahid, quasi tutte le forze contrarie al DPA si riuniscono nel National Redemption Front (NRF), contro cui, a partire dal mese di settembre 2006, il governo di Khartoum inizia una offensiva militare, a cui sono associati i sempre più frequenti attacchi da parte delle milizie dei janjaweed. Successivamente sorgono contrasti anche all’interno del NRF, per cui il fronte dei movimenti di opposizione appare fortemente diviso al suo interno. Inoltre negli ultimi tre anni, si registrano importanti divisioni sia all’interno dello SLA/M che nel JEM, oltre a defezioni anche all’interno della fazione di Minawi. Lo scorso anni un funzionario ONU ha dichiarato che il quadro dei movimenti di opposizione è ormai talmente complicato che per costituire un gruppo autonomo bastano “trenta uomini e una jeep”.
LA SITUAZIONE ATTUALE
Le accuse a Bashir di genocidio e crimini contro l’umanità
Nel luglio 2008 il Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI, attivata nel marzo 2005 con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1593) Luis Moreno Ocampo accusa il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir di genocidio e crimini di guerra, chiedendo il mandato d’arresto alla Camera della Corte. Secondo le prove raccolte il presidente sudanese avrebbe diretto e applicato un piano per distruggere in modo sostanziale i gruppi africani Fur, Zaghawa e Masalit sulla base della loro etnia. «Per cinque anni – è l’accusa lanciata dall’alto magistrato – le forze armate e la milizia janjaweed, sotto gli ordini di Bashir, hanno attaccato e distrutto villaggi. Poi attaccavano i sopravvissuti nel deserto. Quelli che raggiungevano i campi erano soggetti a condizioni messe in atto in modo calcolato allo scopo di distruggerli». Secondo Ocampo «i suoi motivi erano largamente politici, il suo alibi è stata l’insurrezione, il suo intento è stato il genocidio». Le “forze e gli agenti” che agivano sotto il controllo di Bashir hanno ucciso almeno 35.000 civili e causato la morte di un numero di persone compreso tra 80.000 e 265.000 che sono state sradicate dalle loro case. In seguito alla richiesta di Ocampo, inizia un acceso dibattito nella comunità internazionale, divisa al suo interno tra due diverse priorità: fare giustizia o favorire il processo di pace attraverso una larga azione diplomatica. Il 4 marzo 2009, la Corte Penale Internazionale si è pronunciata sulla richiesta di arresto per Bashir. presentata da Ocampo, emettendo un mandato di cattura per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a carico del presidente sudanese. Escluso il genocidio. Ma nelle ultime settimane i giudici d’appello dell’Aja hanno annullato la decisione della Prima Camera di non incriminarlo di quel reato per insufficienza di prove rinviando gli atti alla Corte.I giudici dovranno ora stabilire se aggiungere il reato di genocidio alle accuse, che già includono sette capi d’imputazione tra i quali omicidio, sterminio, tortura e stupro. L’annullamento della decisione è stato motivato da un “errore giudiziario”.
Gli scontri di Jebel Marra
Jebel Marra, controllata dal Sudan liberation army, è attualmente l’area più contesa del Darfur. I villaggi intorno alla cittadina settentrionale della regione sono interessata da frequenti attacchi e bombardamenti da parte dell’esercito sudanese. Anche nelle ultime settimane i ribelli dello SLA di Abdel W. Al-Nur hanno denunciato i raid sulle loro postazioni ma anche su insediamenti popolati da civili. Le perdite sarebbero state un centinaio da fine dicembre ad oggi. Uno dei più cruenti si è rivelato l’episodio del 16 gennaio a Souk Fruk: l’aviazione e l’esercito sudanese, con 200 veicoli carichi di soldati e miliziani, hanno sferrato un pesante attacco, causando la morte di decine di ribelli ma anche una ventina tra donne ebamnini che si trovavano al mercato generale della zona.
Gli accordi e gli sviluppi dei colloqui di pace di Doha e N’Djamena
A partire dal maggio 2006 (data del DPA), si succedono sul campo diversi tentativi di mediazione per arrivare a un accordo: dapprima l’iniziativa congiunta ONU/UA per il dialogo tra governo di Khartoum e movimenti di opposizione; poi il tentativo del Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A, movimento di opposizione del Sudan meridionale e protagonista degli accordi del gennaio 2005 che ha posto fine a oltre 20 anni di guerra civile e ha portato il movimento all’interno del governo di unità nazionale), per la ripresa del dialogo all’interno dei diversi movimenti di opposizione; ancora l’iniziativa del mediatore dell’UA Djibril Bassolè per favorire il raggiungimento di una posizione comune tra le diverse fazioni; infine l’iniziativa promossa dal Qatar. Quest’ultima, ha permesso di arrivare pochi giorni fa (17 febbraio), alla firma un accordo tra il JEM e il governo di Khartoum, che prepara il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto. All’avvio dei dialoghi tra le parti, oltre al Qatar, hanno partecipato anche l’ONU, l’UA e la Lega Araba, che hanno sottolineato che le discussioni sono solo preliminari e preparatorie per aprire la strada ad un più ampio processo di pace nel Darfur. La notizia è certamente positiva, anche se esistono forti perplessità perché l’accordo sembra essere soprattutto il riflesso di una temporanea confluenza di interessi tra il governo, il JEM e la Lega Araba, ciascuno dei quali ottiene importanti vantaggi dall’accordo. Il JEM perché tramite esso si vuole proporre come principale interlocutore politico, oltre che militare, nella regione; il governo (soprattutto il presidente Bashir) perché spera così di recuperare la sua immagine sul piano internazionale (anche perché “invitato” da alcuni paesi, es. Francia, a fare di più sul piano diplomatico); infine la Lega Araba, che si pone come “sponda” privilegiata nel processo di pace. Gli ultimi sviluppi sono stati annunciati lo scorso 20 febbraio: il governo sudanese e il Jem hanno firmato un accordo a N’Djamena, che prevede il ‘cessate il fuoco’ da entrambe le parti e la cancellazione di un centinaio di condanne a morte emesse nei confronti dei ribelli che avevano partecipato all’attacco alle porte di Khartoum nel 2008.E’ stata inoltre confermata la conferenza in Egitto del prossimo 21 marzo per la ricostruzione del Darfur come annunciato dal ministero degli esteri egiziano.
LA MISSIONE DI PACE ONU-UNIONE AFRICANA (UNAMID)
Il 31 luglio 2007 il Consiglio di Sicurezza ONU approva all’unanimità la risoluzione 1769, che sancisce l’avvio della missione UNAMID (African Union – United Nations Hybrid Operation in Darfur), la più ampia forza di peacekeeping multilaterale mai dispiegata, con oltre 31.000 uomini tra militari (circa 20.000), polizia (circa 4.000) e personale civile. Dopo un primo anno caratterizzato soprattutto da ombre, il 31 luglio scorso (risoluzione 1828), la missione è rinnovata per un altro anno, con la clamorosa astensione degli Stati Uniti. La missione si trova in una situazione di grande difficoltà, soprattutto per la mancanza di collaborazione di Khartoum. La risoluzione 1769 prevedeva il dislocamento completo della forza di peacekeeping entro il 31 dicembre 2007: alla fine del 2008 non erano presenti più di 10.300 uomini (circa un terzo rispetto a quelli previsti in origine), considerati poco più del minimo necessario, e si prevede che entro il 2009 saliranno ad 11.000 .
L’UNAMID inoltre non ha risorse logistiche e finanziarie sufficienti, con lacune anche nel supporto di base; i militari hanno difficoltà a essere pagati e, in qualche caso, dato che gli “elmetti blu” non sono in numero sufficiente, addirittura sono costretti ad indossare sopra l’elmetto buste di plastica di colore blu. In particolare, è considerata molto grave la mancanza di elicotteri, essenziali per operare in maniera efficace e reagire con prontezza in una regione grande come la Francia. L’Italia è fra i pochi paesi che hanno accolto gli inviti da parte di diverse organizzazioni internazionali (e della stessa ONU) e, nell’ambito del recente decreto di proroga per le missioni internazionali, ha messo a disposizione dell’UNAMID due velivoli per il trasporto aereo di personale ed equipaggiamenti per un periodo di sei mesi (dal gennaio al giugno 2010). Tuttavia, le esigenze della missione sono ancora ben lungi dall’essere soddisfatte, visto che avrebbe bisogno anche di garantire il flusso costante di materiali ed equipaggiamento tra Port Sudan e il Darfur, di mezzi di trasporto (soprattutto camion), di un’unità per la ricognizione aerea, di un’unità logistica poli-funzionale e di un numero sufficiente di personale tecnico aggiuntivo (soprattutto ingegneri). Nonostante recentemente siano stati forniti dall’Etiopia cinque elicotteri da perlustrazione a lungo raggio e da difesa, continuano a susseguirsi attacchi da parte di bande armate. L’ultimo episodio è avvenuto lo scorso 17 febbraio. Una pattuglia è stata assalita da elementi non identificati sulla strada di ritorno a Nyala dopo la missione in un accampamento di profughi nel Sud Darfur. Degli 8 peacekeeper nello scontro a fuoco 7 sono stati feriti, in questa occasione nessuno mortalmente.
LA CAMPAGNA ISTITUZIONALE DI ITALIANS FOR DARFUR
Il costante impegno e il fermento delle azioni dell’associazione – tra cui tre Global Day e due eventi – hanno permesso a ‘Italians for Darfur’ di accreditarsi da subito presso le Istituzioni e i mezzi di informazione. Dal 2006 sono stati presentati numerosi atti di indirizzo parlamentare dai deputati e dai senatori che sostengono la campagna del movimento per il Darfur. Tra i più importanti la mozione bipartisan del marzo 2007 – approvata all’unanimità in Senato e che impegnava il governo ad affrontare in sede di Consiglio di sicurezza dell’ Onu la questione Darfur e a promuovere in tutte le sedi internazionali competenti iniziative appropriate a far sì che cessassero le gravissime violazioni dei diritti umani in Sudan – e l’ordine del giorno del novembre 2008 – con primo firmatario l’onorevole Gianni Vernetti e sottoscritto anche da esponenti della maggioranza – che impegnava il governo a reperire le risorse per dare sostegno alla missione Unamid dispiegata in Darfur. Da questi atti sono scaturiti provvedimenti concreti quali la disposizione in Finanziaria 2007 (Governo Prodi) di un finanziamento di 40 milioni di euro per l’emergenza in Darfur e in Somalia e l’approvazione, nel gennaio 2009, del decreto di rifinanziamento delle missioni italiane all’estero che prevede l’invio di due velivoli e un contingente di circa 250 militari in Darfur (Governo Berlusconi). Italians for Darfur è stata, inoltre, promotrice di una missione in Darfur (luglio 2007 Commissione Esteri Camera dei Deputati) e di tre audizioni parlamentari (207, 2008, 2009) presso il Comitato parlamentare per i diritti umani. Nel 2008 Italians for Darfur ha presentato alla Camera dei Deputati il Dossier sull’Unamid che segnalava le carenze della missione Onu-UA.
Nel 2009, grazie all’interesse del senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione per i diritti umani del Senato, è stato presentato e approvato dal governo un ordine del giorno, promosso dalla nostra associazione, che chiedeva il rifinanziamento della missione italiana a sostegno della forza di peacekeeping in Darfur (già previsto nel decreto di finanziamento delle missioni dell’anno precedente) per un impegno economico di 6 milioni di euro e due velivoli da destinare a Unamid.
L’ultima campagna istituzionale e mediatica ha visto impegnata ‘Italians for Darfur’ nella raccolta di firme per la petizione che chiedeva la sospensione della pena di morte per sei bambini soldato, che ha ricevuto decine di migliaia di sottoscrizioni. Il Governo sudanese ha risposto all’appello assicurando che i bambini condannati non saranno giustiziati.
LA CAMPAGNA ON-LINE
“L’ottima presenza su Internet del movimento è anche data dalla necessità di compensare attraverso la Rete, la scarsa presenza, sulle televisioni nazionali, di notizie sul conflitto nel Darfur”
Terzo Settore n°10, Il Sole 24 Ore
La campagna on-line di Italians for Darfur
La scommessa di Italians for Darfur è stata sin dagli inizi l’uso della rete quale strumento di amplificazione dell’informazione e di aggregazione sociale affinché si costituisse anche on-line un vero e proprio movimento a favore di una maggiore copertura mediatica della crisi umanitaria in Sudan. Diversamente da altre associazioni ed organizzazioni, per le quali, soprattutto nel panorama italiano, internet resta una vetrina della struttura e delle attività esterne alla rete, Italians for Darfur ha ritenuto da subito che Internet, indipendente dai tradizionali media ma non ancora alternativo a questi in termini di accessibilità e penetrazione, esprima potenzialità comunicative finora inattese di riverberazione dell’ informazione, della cui qualità continuano ad essere garanti i professionisti del settore: è quindi attiva, dal 2006, una campagna on-line che fa leva sulla partecipazione degli utenti dei blog e dei principali social network italiani e internazionali, quali Facebook, Myspace, Flickr, Youtube, senza dimenticare le esperienze di citizen journalism grazie a collaborazioni con siti e servizi del settore, per chiedere ai media mainstream italiani una maggiore copertura della crisi in Darfur e nelle altre regioni del mondo dimenticate.
Il blog ufficiale del movimento, denominato Italian Blogs for Darfur, è il corpo centrale della campagna, recensito anche dalla rivista Terzo Settore del Sole 24 Ore e ospitato più volte al salone PiùBlog della Fiera di Roma.
Nel solo 2008 ha registrato oltre 17.000 visite, non poche considerato il tema purtroppo non così popolare, delle quali ben il 34% provenienti da collegamenti esterni da altri siti e blog associati, a riprova della rete in questi anni formatasi in maniera trasversale attraverso tutta la comunità on-line non solo italiana ma anche internazionale, grazie alla partecipazione a simili campagne nel resto del mondo e collaborazioni con blogger sudanesi; è significativo il fatto che nel 2008 il blog sia stato visitato 63 volte anche in Sudan, dal quale riceviamo testimonianze di operatori umanitari che prestano servizio nel Paese. Sempre in Sudan, Italian Blogs for Darfur è risultato essere tra i primi 13 blog visitati dalla community online sudanese secondo la classifica stilata dalla stessa blogosfera sudanese del Sudan’s Daily Voices.
La bloglist ufficiale consta di oltre 100 bloggers registrati, che espongono nella loro homepage i banner di Italian Blogs for Darfur e ne riprendono i contenuti. A partire dal 2009, è inoltre attiva, anche su Facebook, oltre al gruppo e a pagine dedicate, una applicazione sviluppata in ambiente FBML con pagine informative e l’immancabile appello per una maggiore qualità dell‘informazione sulla crisi in Darfur. Nel giro di poche settimane l’applicazione è stata aggiunta da oltre 2500 persone. Molta importanza è stata data anche alle collaborazioni con il mondo della musica on-line, tra le quali quella con i Negramaro, che nel 2008 hanno sponsorizzato la campagna on-line di Italians for Darfur nel loro spazio Myspace, producendo un clip video per la giustizia in Darfur proiettato anche prima del loro concerto a San Siro, Milano, nrl 2009.
Il Darfur in rete
Contrariamente a quanto accade nei principali telegiornali italiani, nei quali, secondo la ricerca condotta dall’Osservatorio di Pavia per Medici senza Frontiere, il Darfur occupa solamente poco più di un’ora all’anno di notizie, gli utenti della rete hanno la possibilità di seguire con continuità l’evolversi della crisi umanitaria in Darfur, soprattutto grazie all’accessibilità di aggregatori di notizie ed edizioni telematiche dei principali quotidiani esteri. Scarsa è invece la copertura del conflitto nelle agenzia di stampa italiane in rete, nelle quali viene confermata la tendenza a preferire comunicati o iniziative pubbliche di sensibilizzazione di noti personaggi dello spettacolo, soprattutto se hollywoodiani, o di avvenimenti comunque riconducibili alla realtà politica italiana, piuttosto che gli stessi tragici sviluppi del conflitto in Darfur.
E’ risultata essere di particolare impatto, anche alla luce di queste considerazioni, la diffusione della canzone Living Darfur dei Mattafix, che pur essendo stata prodotta nel 2007, è stata ripresa da tantissimi utenti della blogosfera italiana anche nel 2008. In definitiva, mentre la rete anglofona dimostra una maggiore attenzione alla crisi, in Italia le iniziative on-line di Italians for Darfur restano l’unica realtà strutturata di promozione e sensibilizzazione della community on-line sui diritti umani in Darfur. L’ultima campagna sviluppatasi grazie alla rete è stata la raccolta delle firme per la petizione che chiedeva la sospensione della pena di morte per sei bambini soldato del Darfur. In meno di tre mesi sono state raccolte circa 15mila firme.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.
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di Stefano Cera
E’ destino che per il Darfur, il mese di febbraio abbia un significato particolare. Infatti è nel febbraio del 2003 che inizia il conflitto che ha prodotto almeno 300.000 morti (alcuni arrivano a parlare addirittura di 450.000 vittime) e quasi 3 milioni di profughi. E’ sempre nel mese di febbraio (dello scorso anno) che a Doha, nel Qatar, il governo del Sudan ha firmato un accordo con il Justice and Equality Movement (JEM) che, nelle intenzioni delle parti, avrebbe dovuto preparare il terreno a dialoghi successivi per porre fine al conflitto, ma che fallisce in seguito al rifiuto del governo di Khartoum di rilasciare i combattenti del JEM che avevano partecipato agli attacchi alla capitale nel maggio del 2008. Ed è infine di pochi giorni fa la notizia che, sempre a Doha e sempre con il JEM, Khartoum ha firmato il Framework and Ceasefire Agreement, di fatto un pre-accordo che prevede una tregua fino al prossimo 15 marzo, giorno in cui verrà firmata la pace definitiva.
I contenuti dell’accordo
In virtù della firma, il JEM ha ottenuto posizioni di rilievo nell’amministrazione centrale e locale, mentre la situazione amministrativa della regione sarà oggetto di una trattativa separata. Dopo la firma dell’accordo il governo ha liberato 57 combattenti del JEM, di cui 50 precedentemente condannati alla pena capitale e 5 all’ergastolo. La liberazione segue quella di altri detenuti nel periodo precedente (il ministro della giustizia di Khartoum ha commentato di aver «aumentato dal 30 al 50% il numero delle persone liberate»). Nel corso delle trattative il JEM avrebbe anche chiesto al governo di posticipare di un periodo ritenuto congruo le elezioni per meglio preparare la popolazione all’appuntamento, ma senza ottenere alcun risultato.
Le trattative dell’ultimo periodo
Le trattative sono iniziate circa sei mesi fa e si sono svolte anche attraverso i buoni auspici della Comunità di Sant’Egidio che, in un comunicato successivo alla firma dell’accordo, si è “congratulata” con le parti, con il governo del Qatar e con la mediazione congiunta Unione Africana-Nazioni Unite, sottolineando come «il raggiungimento dell’accordo sia un’ulteriore dimostrazione di quanto la sinergia tra realtà istituzionali e non istituzionali possa portare a risultati efficaci». In questo spirito la comunità annuncia che continuerà a impegnarsi affinché anche gli altri movimenti ribelli possano raggiungere un accordo con il governo.
Le motivazioni dell’accordo
Diverse sono le motivazioni che hanno spinto le parti al tavolo negoziale. Per il governo, le pressioni della comunità internazionale, la richiesta di arresto del presidente al-Bashir della Corte Penale Internazionale (CPI) del marzo scorso, ma anche le elezioni presidenziali che si dovrebbero svolgere tra due mesi e il referendum per l’indipendenza della parte meridionale del paese, che si svolgerà nel gennaio del prossimo anno. Per il JEM ha avuto certamente un peso determinante l’accordo precedente tra Chad e Sudan che, di fatto, ha aperto la strada all’accordo di Doha. In particolare il ruolo del Chad è di particolare rilievo, sia perché è considerato il “protettore” del JEM, sia per il ruolo che ha avuto nelle trattative che hanno portato all’accordo di Doha.
Quali speranze per il futuro?
L’accordo sembra finalmente aprire spiragli per il futuro. Innanzitutto, perché ha visto la firma, su basi completamente nuove rispetto al passato, del principale movimento di opposizione del Darfur. Poi, perché è stato rifiutato solo la fazione dello SLA di Abdel Wahid al-Nur, che continuando a ribadire il principio “no conflict resolution without conflict suspension”, sulla base del quale chiede al governo quale pre-condizione per il dialogo di disarmare le milizie dei janjaweed e di porre fine agli attacchi ai civili. Mentre altre dieci fazioni, appartenenti ai gruppi di Tripoli (riuniti attraverso la mediazione della Libia) e Addis Abeba (riuniti attraverso la mediazione dell’inviato speciale USA Scott Gration) si sono uniti nel Liberation Movement for Justice, guidato da El Tijani El-Sissi, già governatore del Darfur. Nel corso di una conferenza-stampa, il gruppo ha dichiarato che inizierà a breve dei colloqui di pace separati con il governo del Sudan. La Lega Araba, l’Organizzazione dei Paesi islamici (OIC), i vertici dell’UNAMID, la missione di peacekeeping “ibrida” ONU-Unione Africana che ha iniziato la sua attività in Darfur nel 2007 e molti paesi hanno salutato l’accordo come l’inizio di un nuovo periodo per il Darfur. La speranza è che sia davvero così e che non si ripeta quanto accaduto in passato, quando gli accordi per il cessate-il-fuoco sono stati sistematicamente disattesi. Se sarà un’era nuova per il Darfur, ce lo dirà certamente il prossimo periodo. Le condizioni sembrano finalmente esserci.
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Quando Magdi Allam si è convertito al Cristianesimo con la sua tipica riservatezza spirituale (e cioè in mondovisione) scrissi che i musulmani non erano affatto arrabbiati e scontenti, come sostenevano i corifei dell’islamofobia italiota. Anzi, il sollievo dei musulmani era tale che persino loro hanno festeggiato brindando con champagne e bruschette al lardo. Io stesso rivolsi ad Allam, tramite le agenzie – riprese anche dal Corriere – un accorato appello che in parte ha accolto: “mi auguro si comporti secondo i preziosi dettami di Gesù Cristo che ha amato il diverso, il ladro, l’assassino, la prostituta, il corrotto e quindi lasci, finalmente, sia il ‘Corriere’ che i musulmani cattivi in pace”.
Magdi lasciò il Corriere, il suo interesse per i musulmani si è notevolmente affievolito e, finalmente – come scrissi ancora una volta – “era diventato un problema della Chiesa, mica dei musulmani (che hanno anzi accolto la sua conversione con sollievo e preghiere di ringraziamento). Non passa giorno infatti senza che il suo sito dedichi attacchi allucinanti a rispettabili cardinali ed ecclesiastici “ammalati di relativisimo” e a dirsi “preoccupato per la grave deriva religiosa ed etica presente in seno al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso presieduto dal cardinale Jean-Louis Tauran”. La Chiesa per ora non reagisce (mica sono sprovveduti come quelli che avevano definito il personaggio “nemico dell’Islam”) e infatti lui si lamenta: “Nessun esponente della Chiesa ha risposto a questa Lettera aperta. Ed anche tra le risposte elaborate da parte degli iscritti alla mia Associazione, taluni si sono sentiti in dovere di difendere i musulmani e persino l’islam”. Segno che alcuni di loro continuano a ragionare con la propria capuzella”.
Ora che è candidato in Basilicata – pardon, Lucania – Magdi ha cambiato bersaglio, e non riuncia al suo hobby preferito: scassare gli zebedei al prossimo. Però anche li hanno sbottato. Il deputato del PDL Vincenzo Taddei l’altro giorno è esploso: «Siamo stanchi di sopportare le bugie di questo signore. (…) Allam fa solo demagogia e populismo non conoscendo la storia politica della nostra regione (…) Ma di cosa parla Allam che conosce la nostra realtà da soli trenta giorni. Quale contributo ha dato ai nostri territori tale da ergersi a giudice accusatore? A queste domande dovrebbe rispondere il leader di “Io amo la Lucania” piuttosto che dire infondatezze e distribuire offese (…) lui e la sua compagine, lo ribadisco, non hanno l’autorevolezza morale e politica per giudicare ciò che neanche conoscono».
Ma che Magdi parlasse di cose che non conosce era ampiamente risaputo. A suo tempo, Massimo Campanini, affermato accademico e islamologo dell’Università di Milano, si era meravigliato a tal proposito: “stupisce notare come Magdi Allam sembri del tutto ignorare la letteratura scientifica sulle questioni mediorientali”. Persino i suoi colleghi giornalisti dicevano che non sapeva fare il giornalista. Fonti pro-israeliane avevano infatti riferito che “Il Corriere della Sera ha ricevuto una lettera firmata da molte personalità, tra le quali anche alcuni giornalisti israeliani” che stigmatizzavano il suo modo di fare giornalismo. Recentemente è andato a partecipare ad una manifestazione indetta dagli egiziani copti a Roma. E dire che neanche tre anni fa dichiarava, su Il giornale: “Non so nulla dei copti e non ho mai messo piede in una loro chiesa”.
Evidentemente, però, l’On. Taddei non era al corrente di tutto questo: «Ho sempre stimato il giornalista Magdi Allam e il suo lavoro così come ho molto apprezzato tempo fa la sua conversione al cattolicesimo di cui condivido profondamente i valori. Ma da quando ha deciso di scendere in politica sembra aver dimenticato proprio i principi che lo caratterizzavano. Oggi dimostra di non avere rispetto per il lavoro altrui e di distribuire giudizi sferzanti senza alcun fondamento. Abbiamo ascoltato ogni tipo di accusa da parte di Allam, ora siamo sinceramente stanchi. Non è possibile continuare ad accettare le provocazioni continue e gravi che questo signore ogni giorno va diffondendo sui mass media». Ah, che sollievo. Come recita il detto arabo: “E ruotarono i giorni e bevvero dallo stesso calice”.
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A fine 2006, alcuni studenti di una scuola di Torino si sono filmati mentre maltrattavano un compagno di classe affetto da autismo e hanno caricato il video su Google Video. Vista la natura assolutamente riprovevole del video, è stato rimosso a distanza di poche ore dalla notifica della Polizia. Abbiamo inoltre collaborato con la polizia locale per l’identificazione della persona che lo ha caricato, che è stata poi condannata dal Tribunale di Torino a 10 mesi di lavoro al servizio della comunità, e con lei diversi altri compagni di classe coinvolti. In casi come questo, rari ma gravi, è qui che il nostro coinvolgimento dovrebbe finire.
In questo caso, tuttavia, la Procura di Milano ha deciso di incriminare quattro dipendenti di Google – David Drummond, Arvind Desikan, Peter Fleischer and George Reyes (che ha lasciato l’azienda nel 2008) – con accuse di diffamazione e mancato rispetto del codice italiano della privacy. Per essere chiari, nessuno dei quattro Googlers incriminati ha avuto niente a che fare con questo video. Non vi erano rappresentati, non lo hanno ripreso, caricato o rivisto. Nessuno di loro conosceva le persone coinvolte e non hanno saputo dell’esistenza di questo video fino a quando non è stato rimosso.
Nonostante questo, oggi un giudice del Tribunale di Milano ha condannato tre dei nostri quattro colleghi – David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes – per mancato rispetto del codice Italiano della privacy. Tutti e 4 sono stati dichiarati non colpevoli delle accuse di diffamazione. In sostanza questa decisione significa che i dipendenti di piattaforme di hosting come Google Video sono penalmente responsabili per i contenuti caricati dagli utenti. Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente dal momento che i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Riteniamo, anzi, che durante l’intero processo abbiano dato prova di grande coraggio e dignità; il semplice fatto che siano stati sottoposti ad un processo è eccessivo.
C’è un’altra importante ragione, però, per la quale siamo profondamente turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. La motivazione, che condividiamo, è che questo meccanismo di “segnalazione e rimozione” avrebbe contribuito a far fiorire la creatività e la libertà di espressione in rete proteggendo al contempo la privacy di ognuno. Se questo principio viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme – ogni singolo testo, foto, file o video – il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire.
Si tratta di questioni di principio importanti, ed è per questa ragione che continueremo a sostenere i nostri colleghi in tutto il percorso dell’appello.
Scritto da: Matt Sucherman, VP and Deputy General Counsel – Europe, Middle East and Africa
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Paolo De Gregorio, blogger e storico commentatore qui su Bioetica, propone un esperimento mentale a tutti i sostenitori della sacralità dell’embrione («Esperimento concettuale con l’embrione», 22 febbraio 2010). Riporto il passo centrale:
Immaginate di trovarvi in un futuro ipotetico. Avete un figlio, piccolo, amatissimo, malato. Voi siete il suo tutore, colui, l’unico, che può decidere in sua vece se e in che modo sia legittimo intervenire. Ma la malattia che lo affligge lo porterà inesorabilmente alla morte certa, a seguito di atroci sofferenze. Il medico dell’ospedale di Futurlandia vi comunica la sorte che toccherà al vostro amatissimo e altrimenti sanissimo figliolo, ma aggiunge una chiosa: “esiste altresì una nuova cura, ben testata, dall’esito praticamente certo, oggi legale, che prevede la creazione di un embrione sano, in provetta; questa cura salverà vostro figlio praticamente al 100%, eliminando totalmente la malattia e le sofferenze annesse; l’embrione della provetta verrà tuttavia perso con certezza”. Insomma, eccovi servito il dilemma: lasciar morire vostro figlio tra mille sofferenze, o farlo vivere sacrificando un embrione che vivrà e morrà in provetta per vostra scelta.
In questo dilemma non esiste più la giustificazione che quella cura in quell’oggi di un domani ipotetico già esisterebbe, perché quello che ora dovete fare è decidere voi se uccidere un embrione: sarete voi a diventare un potenziale “dottor morte”, se accetterete di generare e poi far morire un embrione, una persona, solo per garantire la vita a vostro figlio. O lasciar morire vostro figlio. Ma soprattutto, in quest’ultimo caso, decidere voi per lui, per vostro figlio, per la sua morte, per rispondere alla vostra convinzione morale, al vostro dogma etico che l’embrione è una “persona umana”, a prescindere da quello che il vostro bambino avrebbe potuto pensare una volta adulto se fosse cresciuto.
Cosa farete, applicherete all’embrione le vostre convinzioni e lascerete morire vostro figlio soffrendo, decidendo tutto ciò al posto suo? O cederete alla proposta del medico, nonostante ogni giorno vi e ci ripetete che un embrione è una persona esattamente come ognuno di noi?
Chi risponderà “sì, sarei disposto a sacrificare quell’embrione pur di salvare mio figlio” dovrebbe cessare per sempre di continuare ad affermare che l’embrione è un essere umano esattamente come ognuno di noi. Chi dirà di no, lo dica, e noi elaboreremo liberamente il nostro giudizio morale su quella persona e sul suo credo. Si attendono risposte.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Quando un candidato alle elezioni non ci mette la faccia, solo per dimostrare di essere diverso e originale, a volte, è peggio. (Soprattutto se ha poco o niente da dire.)
fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale
Il Justice and Equality Movement, il principale movimento ribelle del Darfur, ben armato e di matrice ideologica vicina a quella di Hassan al Turabi, ma che gode tuttavia del supporto solo di una parte della popolazione del Darfur, principalmente dell’etnia zaghawa, ha siglato un accordo con il governo sudanese in preparazione al prossimo meeting a Doha, in Qatar. Il governo sudanese ha promesso la liberazione di una parte dei prigionieri e un cessate il fuoco bilaterale.
Un simile accordo era gia’ stato raggiunto l’anno scorso, ma la peculiarita di quello attuale e’ che giunge dopo l’accordo di non belligeranza tra Chad e Sudan. L’SLM -AW prosegue invece nella sua linea contro ogni trattativa finche’ non verra’ garantita la fine di ogni aggressione militare in Darfur, in particolare proprio nell-area del Jbel Marra sotto il controllo del movimento, quest’ultimo sempre piu lacerato da tensioni e defezioni interne, e sempre piu’ isolato dalla piu aggressiva linea politica del JEM.
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“La motivazione dell’agire dell’imputato (il padre di Hina, che ha ucciso la figlia, ndr) è scaturita da un patologico e distorto rapporto di possesso parentale, essendosi la riprovazione furiosa del comportamento negativo della propria figlia fondata non già su ragioni o consuentudine religiose o culturali, bensì sulla rabbia per la sottrazione al proprio reiterato divieto paterno».
Sentenza n.6587 della Prima sezione penale (Il Corriere)
“Non esiste nessun nesso tra il Corano, le idee religiose e quanto è accaduto alla piccola Hina, sgozzata con barbarie dal padre per la sua relazione. Anche ammettendo che tra i due fidanzatini ci fosse un rapporto più che “platonico”, il padre non aveva nessuna scusa “religiosa” per compiere un crimine efferrato come quello”.
Il sottoscritto, qui
“E Hina è solo il caso più noto. Ce ne sono stati anche altri che magari non sono finiti in tragedia per poco (…)”. Un dramma derivato da una cultura arretrata o dall’estremismo? (chiede il giornalista dopo l’uccisione di Sanaa, ndr) Guardi, il paradosso è che in Marocco una cosa così non succederebbe più! La popolazione è più secolarizzata, negli ultimi dieci – quindici anni si sono fatti passi da gigante grazie a tante associazioni di donne. Molti immigrati che stanno qui da anni, magari analfabeti, non hanno vissuto questo passaggio e anzi, si sono chiusi nel tradizionalismo e sono stati influenzati da un Islam che non ha niente a che vedere con la cultura marocchina”
Intervista a Souad Sbai, Panorama, Mercoledi 16 settembre 2009
Sulla sentenza, consiglio vivamente la lettura dell’articolo di Lorenzo Declich. Tra l’altro proprio Lorenzo segnala la presenza di un gruppo facebook – che rischia la chiusura – intitolato: “Souad Sbai, non voglio che mi rappresenti”, a cui si sono aggregate più di 1450 persone. (E pensare che la Sbai, su Facebook, ha appena 841 fan.) Il gruppo si descrive cosi:
“Gruppo creato per unire tutti i Marocchini, in particolare, ed i Musulmani, in generale, che non vogliono essere rappresentati da lei o che non si identificano nell’immagine dell’Islam rispecchiata dalle sue diverse vergognose (non tutte!) dichiarazioni sui Musulmani nei vari mass media italiani. Il gruppo è aperto a tutte le Persone che hanno a cuore questa nostra causa, a prescindere dal loro crede religioso e dalla loro cittadinanza; basta che siano Cittadini del mondo. Il gruppo condanna ogni tipo di violenza o oppressione contro le donne, senza distinzione di appartenenza di genere. Ricordiamo che lo scopo qui non è affatto andare contro tale o tale Organo politico o religioso, ma soltanto far capire a tutti che l’essere musulmani praticanti non significa implicitamente essere dei presunti terroristi come viene spesso sottinteso dall’On. Sbai. Inoltre, come abbiamo sempre affermato, condanniamo con forza e senza riserva qualunque tipo di terrorismo o di estremismo che mira a fomentare l’odio verso il diverso.Non saranno tollerati minacce, insulti o volgarità nei confronti della persona di Souad Sbai, per il semplice motivo che tali comportamenti non fanno parte né della cultura islamica né dei dettami della nostra amata religione che è l’Islam. Quindi, i commenti offensivi saranno prontamente cancellati ed i loro autori categoricamente “bannati” dal gruppo”.
Non mi sembra che ci sia nulla di “estremista”, come invece lamentato da movimenti vicini alla Sbai. O sbaglio?
fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale
L’asilo comunale? Solo per i bambini che provengono da famiglie che accettano «l’ispirazione cristiana della vita». Il regolamento è stato approvato a maggioranza dal consiglio comunale di Goito fra le proteste di tutta l’opposizione. Un esposto è già stato presentato all’Associazione nazionale dei Comuni italiani.
Il regolamento, all’articolo 1, pone come condizione per iscrivere il figlio all’asilo l’accettazione di una sorta di preambolo religioso: la provenienza da una famiglia cattolica o cristiana, escludendo di fatto molte famiglie di immigrati di diverso orientamento religioso. Resta da stabilire se nell’ispirazione cristiana siano comprese le coppie divorziate o i non credenti.All’asilo comunale si accettano solo bimbi di famiglie cristiane, Gazzetta di Mantova, 23 febbraio 2010.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
C’era una volta l’Italietta. C’era il Re, la Patria, la Famiglia e Dio. Oggi c’è ancora l’Italietta. Ma c’è il Principino, la Repubblica e le Escort. Vuoi mettere? Non c’era bisogno di essere dei veggenti per anticipare l’esito del Festival di San Remo, specchio dell’Italietta, reale e televisiva, con i suoi strumenti fatti di sms del pubblico che si collega a “o’ sistema” e camionate di monnezza musicale. Viene eliminata Malika Ayane, nata da padre marocchino e madre italiana mentre trionfa la canzonetta italiota e calcistica del poligamo (vero o presunto) accompagnato dal rampollo principeso trombato alle elezioni europee da Magdi Allam (E per essere trombati da uno come Allam ce ne vuole). Gli altri vincitori, invece, escono dritti dritti dalle scuderie di Maria De Filippi e dal mondo dell’effimero targato Mediaset. Non è forse questa l’Italietta in cui viviamo?
Una “marocchina” che vince il festival della canzone “italiana” era del tutto inconcepibile in un paese in cui un giovane su due ha pregiudizi razzisti e in cui i tifosi della Juventus esibiscono uno striscione che recita “non esistono negri italiani”. Molto più coerente, quindi, che a vincere questa edizione sia lo stornello che recita “l’orgoglio di essere italiani” mentre sullo sfondo scorrono le immagini dei calciatori. Poi, come in ogni farsa che si rispetti, ecco che salta fuori anche il Ct Marcello Lippi – definito dal direttore artistico Gianmarco Mazzi nientepopodimeno che “un’icona italiana” – che loda “la sostanza” della canzone, indipendentemente “da come il brano viene cantato”. Ma non era il festival della canzone? Ancora una volta è andata in onda l’Italietta in cui i politici vanno a parlare nei festival canori, le showgirl parlano di politica e i trombati si riciclano in televisione per essere riabilitati e guadagnare consensi.
Il festival di San Remo è la chiave per capire come funzionano molte cose in Italia ed è proprio studiandolo che sono riuscito a stilare un prontuario per permettere agli immigrati di superare gli eventuali esami per il “permesso a punti” prossimo venturo: 1) Rispondendo alle domande dell’operatore dello sportello unico usare frequentemente parole come “Patria”, “Religione”, “Tradizioni”, “Identità” e “Famiglia”. Non importa conoscerne il significato 2) Pronunciare il tutto in un italiano approssimativo, preferibilmente con accento francese 3) Alla domanda sulla costituzione, esibire un album di figurine calcistiche 4) Se sei donna è auspicabile presentarsi con una bandiera italiana intorno alla vita (e nient’altro) 5) Se ti viene chiesto l’inno, canta “Italia Amore Mio”. Il brano è reperibile nelle migliori balere. Se vi chiedono di Mameli, rispondete prontamente: “E’ andato in pensione”.
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Ha scosso la coscienza della città il grande necrologio pubblicato sulla prima pagina della “Nuova Ferrara” dedicato a Sahid Belamel, straniero e clandestino, morto per il freddo la mattina di San Valentino dopo essere stato per molte ore nudo e ferito ai bordi di una strada senza che nessuno lo soccorresse. (…) Il necrologio provocatorio è stato apprezato anche da Roberto Natale, presidente della Fnsi che ha inviato alla redazione una lettera in cui «ringraziazia il direttore Boldrini e tutta la redazione de “La Nuova Ferrara” per la scelta di ricordare, in maniera giornalisticamente così incisiva, il giovane nordafricano. La nostra informazione – prosegue Natale – sui temi dell’immigrazione è troppo spesso un moltiplicatore dei germi di razzismo e xenofobia: quasi sempre senza rendercene conto, diffondiamo paure, stereotipi, pregiudizi. (La nuova Ferrara)
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Si fa dell’ironia, sul Foglio di ieri, a proposito dell’ultimo libro di Carlo Flamigni («Flamigni, ultimo giapponese», 20 febbraio 2010, p. 3):
Il professor Carlo Flamigni, star nazionale della fecondazione in vitro, ha deciso di candidarsi al premio “ultimo giapponese nella giungla delle staminali embrionali”. In un libro di cui è annunciata la prossima uscita (“La questione dell’embrione”, Baldini Castoldi Dalai), Flamigni dedica molti sforzi a sostenere che quel filone di ricerca, ormai in evidenti difficoltà in tutto il mondo – soprattutto dopo le scoperte sulla riprogrammazione cellulare delle staminali somatiche – sia in realtà irrinunciabile. Il professore ne è talmente convinto che prova a ridimensionare […] il lavoro di Shinya Yamanaka. Il quale, nel 2007, nel suo laboratorio di Kyoto ha scoperto il principio su cui si basa la riprogrammazione delle staminali epiteliali in staminali pluripotenti indotte. Non è vero che Yamanaka non ha mai usato cellule embrionali, sostiene Flamigni. Ma non dice che sono state usate cellule di topo, e non umane, per ottenere quel risultato così importante. Purtroppo per Il Foglio, le cose stanno diversamente. Andiamoci a rileggere un articolo che avevamo già citato qui su Bioetica qualche anno fa (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre 2007; corsivo mio):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.” Il testo è molto chiaro, e non risultano smentite (il New York Times le avrebbe aggiunte in calce: è un giornale serio, quello). Se ci deve essere per forza un ultimo giapponese, in questa vicenda, allora è Shinya Yamanaka, che ha anche la nazionalità giusta, non Carlo Flamigni…
Ma a parte le inesattezze di fatto – chiamiamole così – è la logica generale del Foglio ad essere sbagliata. Se gli embrioni fossero esseri umani in tutto e per tutto, allora le sperimentazioni su di essi andrebbero proibite sempre, e non solo perché esse si sono rivelate «inutili» (ma abbiamo visto che in realtà sono state e sono indispensabili). E se si ammette che la sperimentazione è possibile se utile, allora ogni limitazione basata sui campi di studio che oggi ci sembrano più promettenti è assurda: la ricerca deve essere libera, perché nessuno può ipotecare il futuro e decidere che ciò che oggi non serve non servirà mai più.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Nel corso del 2009 la popolazione in Italia ha continuato a crescere, raggiungendo i 60 milioni 387mila residenti al primo gennaio 2010, con un tasso di incremento del 5,7 per mille. (…) I cittadini stranieri sono in costante aumento, e costituiscono il 7,1% del totale. Questi sono alcuni dei dati contenuti nelle stime anciticipate dell’Istat, diffuse oggi, sui principali indicatori demografici per l’anno 2009. E tra le cifre più interessanti, ci sono quelle sull’immigrazione: gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 4 milioni 279 mila al primo gennaio 2010, facendo così registrare un incremento di 388 mila unità rispetto al primo gennaio 2009. (Repubblica)
Il razzismo è un fenomeno tutt’altro che sradicato tra i giovani: quasi la metà dichiara verso gli stranieri atteggiamenti di chiusura, che per un 20% sfociano in vera e propria xenofobia, mentre l’asticella di quanti manifestano apertura si ferma al 40%. E’ quanto emerge dall’indagine ‘Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti’. Presentato oggi alla Camera, lo studio è promosso dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni nell’ambito delle iniziative dell’Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo ed è stato realizzato da Swg su 2.000 giovani. (Repubblica)
fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale
Durante la scorsa settimana gli utenti hanno avuto modo di provare Google Buzz all’interno di Gmail e noi abbiamo introdotto i miglioramenti che ormai conoscete; ora vogliamo fornirvi suggerimenti e trucchi per aiutarvi a utilizzare al meglio Buzz. Ecco i cinque principali:
1. Formato dei post. Quando pubblicate un Buzz, potete modificare il font del testo proprio come in una chat di Gmail: *grassetto*, _corsivo_, o -barrato- uno qualsiasi.
2. Riepilogo dell’attività personale su Google Buzz all’indirizzo www.google.com/dashboard. Google Dashboard fornisce un riepilogo complessivo e privato dei dati associati al vostro account Google, nonché collegamenti diretti per modificare le impostazioni personali. Attualmente Buzz dispone di una sezione dedicata all’interno di Google Dashboard, in questo modo potete visualizzare quante persone state seguendo, quante vi seguono e le informazioni relative ai più recenti post, commenti e argomenti che vi interessano. Inoltre, potete accedere alle impostazioni di Buzz direttamente dalla pagina di Google Dashboard.
3. Utilizzo di @reply per l’invio diretto di un post a un contatto. Se volete essere certi che qualcuno dei vostri amici veda un post in particolare di Buzz, potete indirizzarlo direttamente alla posta in arrivo di quel contatto tramite @reply. Digitate il simbolo “@” seguito dalle prime lettere del nome, quindi selezionate l’indirizzo email desiderato dall’elenco. Solo voi potrete visualizzare l’indirizzo Gmail mentre gli altri utenti vedranno solo il nome.
4. Utilizzo più rapido grazie alle scorciatoie da tastiera. Per attivare le scorciatoie da tastiera accedete alle Impostazioni, utilizzate il tasto “j” o “n” per scorrere verso il basso all’interno della scheda Buzz, “k” o “p” per tornare in alto, “r” per inviare un commento (scorciatoia identica a Rispondi in Gmail) e “maiusc + l” per contrassegnare come “Mi piace”.
5. Disattivazione dei post per evitare l’invio nella posta in arrivo. I commenti ai post e i commenti in risposta ai vostri commenti inviano buzz direttamente nella posta in arrivo. Se non volete visualizzare continuamente conversazioni nella posta in arrivo a ogni risposta degli altri utenti, potete disattivare l’opzione. Fate clic sulla freccia nell’angolo del post di un buzz e selezionate “Disattiva questo post”.
Se avete attivato le scorciatoie da tastiera, potete disattivare un buzz presente nella posta in arrivo anche premendo il tasto”m” durante la lettura del buzz. Consultate il nostro Centro assistenza per altri suggerimenti e risposte alle domande più comuni e per essere sempre aggiornati sulle ultime novità.
Scritto da: Google Italy Blog Team
fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale
Negli ultimi due mesi, un piccolo gruppo di giornalisti del New York Times e del Washington Post ha sperimentato le Living Stories, una nuova modalità di presentazione delle notizie online. Usando questa piattaforma tecnologica, è possibile pubblicare centinaia di sviluppi di una vicenda sotto una singola pagina dinamica, che offre agli utenti molti modi diversi di approcciare l’informazione. Il format delle Living Stories ha aiutato il Times ad intrattenere i lettori su temi quali il cambiamento climatico, la guerra in Afghanistan, i playoff della N.F.L. e le retribuzioni dei manager. Il Post lo ha usato per seguire la riforma sanitaria, la stagione dei Redskins e la riforma del sistema scolastico di D.C.Da quando abbiamo lanciato questo esperimento nei Google Labs in dicembre, il 75% delle persone che ci hanno mandato un riscontro hanno dichiarato di preferire il formato delle Living Stories a quello tradizionale delle notizie online. Significativo anche il tempo dedicato dagli utenti per esplorare queste storie, il che ci dice che esiste interesse per un giornalismo di qualità presentato in modo coinvolgente.
Oltre ad avere ricevuto riscontri positivi da parte dei lettori, anche gli editori ci hanno detto di essere interessati a raccontare le loro storie utilizzando questo formato, ragione per cui riteniamo che sia giunto il momento di passare ad una nuova fase di questo esperimento: rendere il formato delle Living Stories accessibile in modo più ampio, per vedere quali potenzialità riserva. Per questa ragione oggi stiamo rendendo il codice disponibile in open source, in modo che qualunque sviluppatore possa realizzare le proprie pagine Living Stories. (Qui si trovano i dettagli tecnici della documentazione open source; nel Google News Help Forum si possono formulare domande e trovare risposte alle questioni di supporto più generale.) Ora che passiamo alla fase pubblica dell’esperimento, il Times e il Post chiuderanno le loro iniziative, ospitate ad oggi nei Google Labs. Desideriamo ringraziarli per essersi ‘imbarcati’ in questo progetto con noi; non vediamo l’ora di continuare a lavorare con loro, e con molte altre pubblicazioni, sulle Living Stories così come su altri progetti che hanno l’obiettivo di portare innovazione nel modo in cui le notizie vengono presentate online.
Nei prossimi mesi ci impegneremo per creare dei tool software che rendano ancora più semplice per gli editori utilizzare il format delle Living Stories, ma nel frattempo siamo ansiosi di vedere quali risultati affascinanti giornalisti e sviluppatori realizzeranno utilizzando il codice open source delle Living Stories.
Scritto da: Neha Singh, Software Engineer, and Josh Cohen, Senior Business Product Manager
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La parte finale di una lettera che, forse, potrebbero scrivere molte altre donne.
In questo Paese si predica la proliferazione. Vedo continuamente servizi sul come «nascono pochi bambini » o «le persone non fanno più figli» o «i giovani restano a casa dei genitori troppo a lungo»: ogni volta, mi viene un malore al solo pensiero. Perché mai, e sottolineo mai, ho sentito un servizio del genere che dicesse la verità sul perché succede. Mantenere un bambino, in Italia, è diventato davvero difficile. Non posso permettermi nemmeno di andare dal dottore se sto male perché per me significherebbe perdere un giorno di lavoro e rischiare il posto. Per questo motivo un anno fa sono finita in ospedale con la broncopolmonite. L’assistenza sociale ha detto che l’unico aiuto che potrà dare sarà a mia figlia e non a me perché non ci sono i soldi necessari per inserirmi in una qualche struttura se resto senza alloggio. Sto rischiando di perdere la mia bambina per colpa… del Paese? Dell’economia? Dei soldi? E questo significherebbe non solo rovinare una madre, ma soprattutto rovinare un bambino. Non mi drogo, non ho nessun tipo di dipendenza o problema psicologico. Mia figlia è una bambina serena e io sono una buona madre. Se ritenessi di non fare abbastanza, abbasserei la testa e accetterei. Ma io torno a casa distrutta la sera. Io do tutta me stessa tutti i giorni. Sempre. Sono una madre disperata con una figlia meravigliosa, ho costruito una piccola famiglia felice. Sono una ragazza coraggiosa che ha bisogno di aiuto. Non voglio perdere la mia bambina e a quanto pare non posso farcela da sola. E non ho nessun altro a cui chiedere se non allo Stato.
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale
Il controllo del dolore è una conquista abbastanza recente. Basti pensare a un intervento chirurgico o a una banale estrazione dentale senza anestesia per capirne la portata. Per quanto la percezione del dolore sia soggettiva, esistono varie scale di misurazione che, con una certa approssimazione, tracciano una gerarchia dei dolori. Il fenomeno fisiologico più doloroso è il parto. L’analgesia epidurale permette di ridurre di molto la sofferenza e al contempo di lasciare che il parto sia vissuto dalla donna. Ma l’epidurale non è un diritto garantito in Italia. Non esistono dati ufficiale nazionali, ma si può inferire la situazione da alcuni dettagli. Come la presenza dell’anestesista dalle 8 alle 20, o peggio fino alle 14, escluso il sabato e la domenica. L’assenza di personale esperto negli ospedali, e magari l’idea che le donne “hanno sempre partorito con dolore”, fanno sì che una altissima percentuale di donne non possa usufruire dell’epidurale. Chi vuole e può va in clinica. Per queste ragioni un gruppo di donne ha fondato l’Associazione Italiana Parto in Analgesia, www.aipa-italia.it, e promuove una petizione affinché l’epidurale possa essere davvero un diritto. È superfluo ribadire che quando si parla di diritto non si vuole imporre a nessuno una determinata scelta: chi vorrà partorire con dolore potrà sceglierlo. Ma sarebbe doveroso da parte di un Paese civile garantire alle donne che lo desiderano un parto in analgesia.
DNews, 19 febbraio 2010.
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