Feb 04

Magdi Allam ha sbroccato
di Alessandro D’Amato, Giornalettismo

Magdi Cristiano Allam parte a mani nude all’assalto della Basilicata. L’ex giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera non ha evidentemente digerito la boutade della settimana scorsa, quando durante un vertice del PdL si era fatto il suo nome come candidato alla Regione, così come quello di Attilio Romita del Tg1 per la Puglia: una chiara boutade, alla quale però Allam ha creduto davvero: ha subito lasciato l’Udc, che lo aveva portato al parlamento europeo, e si è messo a disposizione di Berlusconi. Il quale però ha cambiato idea qualche ora dopo, decidendo di puntare su Nicola Pagliuca, capogruppo del partito in regione; nel frattempo, persino il Secolo d’Italia aveva ironizzato con un titolo – “Ci mancava l’egiziano in Basilicata” – che Magdi Cristiano aveva bollato come razzista. A quel punto, Allam ha sbroccato, come si dice a Roma. Si è messo in testa che quella regione doveva essere sua, costi quel che costi. Ha scritto una “Lettera al popolo lucano” nel quale ha annunciato la sua candidatura: correrà da solo, perché glielo chiede la Storia, “assumendo la missione di riscatto del popolo lucano da una profonda ingiustizia che lo costringe a vivere povero e umiliato in casa propria, voglio innanzitutto chiarire la ragione per cui oggi sono qui insieme a voi, determinato a mettermi al servizio della vostra causa che ormai mi appartiene totalmente al punto da considerarla la mia causa, che diventa la nostra causa comune“. Non solo: ha affiancato al suo movimento-sito “Io amo l’Italia” un’altra creazione, “Io amo la Lucania”, dal quale ha fatto partire un appello ai lucani “credenti nella Verità e amanti della Libertà” (manca solo la Bellezza e siamo in pieno Moulin Rouge), farcito di vignette orribili e di articoli di giornali locali tra cui troneggia quello che racconta il suo sfigatissimo esordio nella ormai “sua” Potenza (i microfoni non funzionavano) e parla di Allam come “il Barack Obama della Basilicata“. Cari Lucani credenti nella Verità e amanti della Libertà, inizio questa missione insieme a tutti voi sentendomi pienamente a casa mia. Il vostro affetto e la vostra fraternità mi hanno subito conquistato. Prenderò casa qui in mezzo a voi e condividerò con voi tutto il percorso che prima o dopo ci donerà la Verità e la Libertà, consentendoci finalmente di essere pienamente noi stessi a casa nostra“, delira in pieno assalto mistico mentre – ce lo immaginiamo – gira il Metaponto e tenta di aprire le acque del mar Ionio. E nel frattempo nel suo sito ospita commenti incensatori e qualche critica. Uno spettacolo nello spettacolo. Ma il massimo è rappresentato dall’immagine che Allam usa per il sito: “Ho deciso che la Lucania è la mia terra, e voi siete il mio popolo“, promette Magdi Cristiano ieratico, biblico e anche minaccioso nella foto. I lucani sono avvertiti: mo’ so’ cazzi vostri.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale





Feb 04

«Negri di merda, tornatevene al vostro paese». Ismael, Susi e tutti gli altri al loro paese, gli Stati Uniti, ci torneranno presto. Difficile che lo possano fare con un bel ricordo di Genova e dell’Italia, però. Perché mai e poi mai, probabilmente, avrebbero immaginato di finire col diventare bersaglio, in una normale trasferta di studio sulle dinamiche di massa e le manifestazioni di dissenso, di un gruppo di manifestanti contrari alla costruzione di un luogo di culto islamico. Tutto succede nella popolarissima via Bari, quartiere del Lagaccio, negli anni Sessanta e Settanta tra i principali serbatoi di case per chi, dal Sud, veniva a Genova per lavorare. È un giorno di tensione: c’è la manifestazione contro la costruzione della prima moschea di Genova, che sorgerà su un’area vicina al ponte intitolato a don Antonio Acciai, indimenticata anima dell’integrazione e della riscossa di un quartiere che non ha mai avuto nulla. C’è anche la contro-manifestazione organizzata dai centri sociali e altre associazioni che gravitano attorno alla sinistra. Un caso interessante, per i ragazzi americani ospiti dell’Università di Genova. I dieci ragazzi apostrofati in via Bari mentre tentano di raggiungere il centro della manifestazione vengono dalla scuola di giornalismo del John J. College, ramo dell’Università di New York. Accompagnati dal docente di Criminologia, sono in Italia perché hanno presentato un progetto dedicato al razzismo e ai problemi di integrazione. Il lavoro si articola in Toscana, ma saputo del corteo contro la moschea, i ragazzi hanno optato per questa visita, accompagnati da Luca Queirolo Palmas, docente dell’Università di Genova. «Abbiamo scelto il vostro Paese perché è un luogo dove il problema dell’integrazione è molto caldo», spiega Cesarina, 26 anni, di origine peruviana dal colore della pelle mulatta. Ha seguito le vicende di Rosarno alla televisione e le politiche sull’immigrazione clandestina, ma di certo non si sarebbe aspettata di finire al centro di un episodio di razzismo durante questa manifestazione. Mentre risaliva la manifestazione, diretta alla confluenza tra via Bianco e via Napoli, si è sentita urlare «negra di merda». «Ci sono rimasta molto male - confessa la ragazza, dal colore della pelle mulatto –Non pensavo di poter finire a essere un bersaglio, negli Stati Uniti non mi è mai successo nulla di simile». Aggiunge l’amica Susi Vel, 23 anni, mulatta anche lei, peruviana da anni stabilitasi nella Grande Mela: «Quando ci siamo voltate a guardare quella signora ha aggiunto: tornatevene a casa vostra, non vogliamo musulmani. Sono allibita. Non siamo nemmeno musulmane. Il clima qui da voi è davvero rovente». «La questione razziale - continua - è molto sentita negli Usa, ma il razzismo è più sotterraneo. Qui invece è diverso, certe abitudini sono più accettate». Riprende Cesarina: «Ho l’impressione che questo clima di odio contro gli stranieri non sia del tutto spontaneo, ma sia alimentato dai media e da forze politiche come la Lega». È musulmano invece Ismael Baptist, ragazzone di colore che non la finisce mai di annotare voci e particolari sul suo taccuino. (Il Secolo XIX)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

Feb 04

Figli di gay meglio di figli di una violenza? Non so se è meglio. Questa più o meno una delle affermazioni di Lucetta Scaraffia (qui).
Ci si sorprende ancora, nonostante ne abbia già dette tante di perfide idozie. Perfide idiozie in un involucro sciocco. Il paragone con uno stupro è ridicolo, oltre ad essere sbagliate le sue conclusioni.
Sottoscrivo Mark.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Feb 04

Sta girando in questi giorni nella blogosfera di lingua inglese una storia apparentemente incredibile (il centro recente di questa diffusione sembra essere «True Story: How To Get Pregnant via Oral Sex», Standard Madness, 25 gennaio 2010; la storia ha preso le ali dopo essere stata riproposta il 1 febbraio da Discover, «NCBI ROFL: That’s one miraculous conception», che riporta gran parte della fonte originale, risalente in realtà al lontano 1988).
Una ragazza quindicenne del Lesotho viene ricoverata in ospedale dopo che il suo ex fidanzato ha accoltellato lei e il suo attuale boyfriend. La donna presenta due fori allo stomaco, che vengono prontamente medicati. Nove mesi dopo, la stessa ragazza torna in ospedale, questa volta per una gravidanza giunta ormai a termine. Il parto però, come scoprono presto i medici, si presenta complicato: la donna, infatti, è priva di vagina. Dopo il parto cesareo e la nascita di un bambino di 2,8 kilogrammi giunge inevitabilmente il momento di porre alcune domande. Con l’aiuto di un’infermiera e di un po’ di tatto la storia emerge gradualmente: la ragazza sapeva di essere priva di vagina e, dopo qualche tentativo assai insoddisfacente di portare a termine un rapporto di tipo tradizionale, aveva ripiegato sulla pratica del sesso orale. Ed è proprio nell’atto di compiere quest’ultimo che l’aveva colta il suo ex; ne era seguito l’accoltellamento. Una volta chiarita la dinamica dell’avventuroso concepimento, ha luogo il tradizionale scambio di bestiame e la donna va a vivere col padre del bambino. I medici intanto concludono che la fecondazione sarebbe stata causata dal seme dell’uomo, scivolato attraverso il foro dello stomaco fino a raggiungere gli organi riproduttivi.

Cosa pensare di questa storia? Diciamo subito che i fatti sono riportati in una comunicazione scientifica autentica, apparsa su una rivista peer-reviewed: Douwe A.A. Verkuyl, «Oral conception. Impregnation via the proximal gastrointestinal tract in a patient with an aplastic distal vagina. Case report», British Journal of Obstetrics and Gynaecology (ora BJOG: An International Journal of Obstetrics & Gynaecology) 95 (1988), pp. 933-34. L’articolo è accessibile solo agli abbonati, ma una copia è disponibile qui (o qui). Il tono generale dell’articolo, a parte alcuni passi comprensibilmente coloriti, è inappuntabilmente scientifico.
Questa però non è una prova conclusiva di autenticità. Non è chiaro se la rivista abbia effettuato dei controlli, resi peraltro difficili dalla lontananza geografica; si può supporre che abbiano contato le credenziali professionali di Verkuyl, all’epoca primario di ostetricia e ginecologia degli United Bulawayo Hospitals di Bulawayo, Zimbabwe, e autore di almeno altri due studi scientifici (da allora il curriculum dell’autore si è arricchito, e conta ora 38 titoli, molti dei quali in riviste di primo piano).
Dall’altro lato, però, ci viene chiesto di credere a una serie inaudita di improbabilità concatenate. Abbiamo a che fare, nell’ordine, con una malformazione di per sé rara; con spermatozoi che riescono a sopravvivere nell’ambiente acido dello stomaco per più di alcuni secondi (anche se l’autore propone alcuni possibili meccanismi per questa circostanza); con un accoltellamento che si verifica proprio attorno ai giorni dell’ovulazione; con una ferita che in qualche modo riesce a connettere lo stomaco alla tuba di Falloppio (nell’articolo non si accenna minimamente alla lesione che anche questa deve aver subito per permettere il passaggio degli spermatozoi, né alle sue conseguenze). Come se non bastasse, l’autore ritiene, per certe ragioni, che l’evento si sia verificato proprio intorno alla prima ovulazione della ragazza!
In breve: su un piatto della bilancia abbiamo la probabilità abissalmente bassa di una concezione che possiamo ben definire miracolosa; sull’altro, la probabilità che un professionista metta a repentaglio la propria reputazione per ordire uno scherzo ai danni di una prestigiosa rivista. Il David Hume del saggio sui miracoli non avrebbe avuto molti dubbi nel giudicare… (Esistono anche due altre possibilità: 1) che Verkuyl non abbia riportato il caso di prima mano e che sia stato a sua volta vittima di un inganno; ma questo equivale di nuovo a mettere in questione la professionalità dell’autore, che andrebbe contro la prassi propria di un case study e che comunque non cita nessun altro nell’articolo; il fatto, a prima vista un po’ sospetto, che il Lesotho sia abbastanza distante dallo Zimbabwe può facilmente spiegarsi in altro modo; 2) che esista un’altra spiegazione per l’accaduto; ma questo – visto anche che la paziente era stata sottoposta in seguito a un tentativo di ricostruzione della vagina, descritto con dovizia di particolari nell’articolo, e che non ci si poteva dunque ingannare sul suo stato – sembra equivalere a un altro miracolo.)

Ma esiste forse un modo per risolvere il caso, senza ricorrere a principi generali. Nel 1989 la stessa rivista (vol. 96, p. 501) pubblicava una lettera del dottor D.A. Hicks, a proposito dell’articolo di Verkuyl. Il testo non mi è accessibile (e sarò grato a chiunque me lo vorrà inviare), ma da alcuni accenni trovati altrove appare che Hicks avesse fatto notare le somiglianze del caso con un altro avvenuto durante la guerra civile americana, narrato da un certo L.G. Capers («Notes from the Diary of a Field and Hospital Surgeon, C.S.A.», The American Medical Weekly 1, 1874, pp. 233-34). Ecco la storia.
Siamo nel 1863. Una brigata dell’esercito confederato sta sostenendo l’urto dell’esercito nordista presso un villaggio, non lontano da un’abitazione la cui padrona di casa, assieme alle due giovani figlie, serve da infermiera. Nel corso dello scontro un soldato del sud cade improvvisamente, colpito da una palla vagante; quasi nello stesso istante, si ode un grido provenire dalla direzione della casa. Il chirurgo, autore dell’articolo, soccorre subito il giovane ferito. Il proiettile ha colpito la tibia e, rimbalzando, ha trapassato lo scroto portando via con sé il testicolo sinistro. Il medico ha appena finito di medicare la ferita, quando ecco giunge la padrona di casa: pochi minuti prima una delle sue figlie è rimasta gravemente ferita, trapassata al ventre da una pallottola che è rimasta nella cavità addominale. Nonostante la gravità delle lesioni, la ragazza riesce a sopravvivere e a riprendersi.
Il chirurgo, ripassando dallo stesso villaggio otto mesi dopo l’accaduto, trova la giovane in ottime condizioni, salvo per un inspiegabile ingrossamento del ventre. Un mese dopo, con grande costernazione della famiglia, nasce un bel bambino. La giovane protesta la propria virtù, ma il chirurgo non le crede, nonostante il fatto che durante il travaglio le abbia trovato l’imene ancora intatto.
Passano tre settimane, e il chirurgo viene chiamato dalla nonna del bambino: c’è qualcosa che non va nei genitali del neonato. Nello scroto è presente un corpo estraneo; e grande è la meraviglia del medico quando, estrattolo, si rende conto che si tratta di una pallottola, deformata per aver urtato contro qualche materiale solido. Lentamente la verità si fa strada nella mente del medico: una stessa pallottola, passando per lo scroto del soldato, aveva trascinato con sé il seme, per depositarlo nell’utero della ragazza, che era rimasta in questo modo incinta. Si rintraccia il giovane che, inizialmente scettico, acconsente a rendere visita alla ragazza; dopo qualche tempo, convinto o meno che sia dell’accaduto, la sposa.

Questa storia è, ovviamente, una bufala, come è dimostrato sul sito Snopes.comSon of a Gun»). A parte la somma improbabilità degli eventi, il ritrovamento del proiettile nello scroto del neonato è una chiara impossibilità medica; inoltre, in una «Editor’s Note» apparsa poco tempo dopo sullo stesso volume dello stesso giornale (pp. 263-64), si prendono le distanze dal racconto. Nonostante ciò la storia ha continuato a circolare, venendo presentata talvolta come un resoconto di un caso realmente accaduto.
Le analogie generali con i fatti del Lesotho sono evidenti; ma esistono almeno due collegamenti più specifici. Il primo è l’insistenza che si fa in entrambi i racconti sulla somiglianza del bambino con il padre: «I may mention having received a letter during the past year, reporting a happy married state and three children, but neither resembling, to the same marked degree, as the first – our hero – Pater familias!» (1874); «the son looked very much like the legal father», «The fact that the son resembled the father excludes an even more miraculous conception» (1988). Si potrebbe sostenere che si tratta di un espediente – a dire il vero più retorico che scientifico – per assicurare il lettore della realtà di quella peculiare paternità, e che come tale sia suscettibile di sviluppi paralleli ma autonomi. Più interessante un’altra coincidenza sospetta (segnalata già da qualche commentatore). Quand’è che le due ragazze partoriscono? «Just two hundred and seventy-eight days from the date of the receipt of the wound» l’americana; l’africana «Precisely 278 days later», anche se il termine di riferimento sembra essere qui non l’incidente ma le prime dimissioni dall’ospedale, 10 giorni dopo la ferita.
Dobbiamo chiederci a questo punto cosa ci sia di particolare in questa cifra. Fin da Aristotele la durata media della gravidanza umana è ritenuta ammontare a 280 giorni. Nella seconda metà del XIX secolo si era diffusa per qualche tempo la media alternativa di 278 (cfr. James Matthews Duncan, Fecundity, fertility, sterility, and allied topics, Edinburgh, Black, 1866, p. 337), ma ai giorni nostri si è tornati alla vecchia media di 280 (278 giorni sembra essere la gravidanza media delle donne giapponesi; per le africane la durata sembra ancora inferiore, mentre per le primipare è leggermente superiore), che casomai dovrebbe essere riveduta all’insù. Ecco spiegata la notazione dell’autore del 1874 («Just 278 days»), che avrà usato per la sua finzione la media ritenuta esatta all’epoca. Ma come spiegare la coincidenza con il resoconto del 1988? La si potrebbe addebitare all’ennesimo caso: in fondo, si potrebbe dire, la durata media di una gravidanza è più o meno quella, giorno più giorno meno. È vero che in questo caso ai 278 giorni vanno sommati, come abbiamo visto, i 10 del primo ricovero; ma 288 giorni sono ancora una durata nella media. Qui, però, il proverbiale asino fa un capitombolo. Quando si dice che una gravidanza dura in media 280 giorni, si intende che il computo inizia dall’ultima mestruazione. La fecondazione vera e propria si verifica in realtà in media 14 giorni dopo, intorno al momento dell’ovulazione (la cosa era ancora relativamente oscura nel XIX secolo). Ma nel caso in esame la ferita corrisponde proprio alla fecondazione; la gravidanza quindi sarebbe equivalente a una di 278 + 10 + 14 = 302 giorni, che non è impossibile ma è assai inusuale (e molto pericolosa per la madre). Avremmo insomma altre due ulteriori improbabilità da aggiungere alla nostra già cospicua lista: una gravidanza di durata anomala, e un autore che comunica una cifra «casualmente» analoga (e arbitraria: qui 278 giorni sono solo il periodo intercorso tra un ricovero e l’altro) a quella presente nell’unico resoconto analogo presente (abusivamente) nella storia della medicina.

Tutto, naturalmente, è possibile; ma la sensazione è che il dottor Verkuyl abbia voluto indirizzare ai suoi lettori una poderosa, ancorché in tralice, strizzata d’occhio.

Aggiornamento 3/2/2010: nei commenti un lettore propone un’affascinante ipotesi alternativa.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale