feb 20

Nel corso del 2009 la popolazione in Italia ha continuato a crescere, raggiungendo i 60 milioni 387mila residenti al primo gennaio 2010, con un tasso di incremento del 5,7 per mille. (…) I cittadini stranieri sono in costante aumento, e costituiscono il 7,1% del totale. Questi sono alcuni dei dati contenuti nelle stime anciticipate dell’Istat, diffuse oggi, sui principali indicatori demografici per l’anno 2009. E tra le cifre più interessanti, ci sono quelle sull’immigrazione: gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 4 milioni 279 mila al primo gennaio 2010, facendo così registrare un incremento di 388 mila unità rispetto al primo gennaio 2009. (Repubblica)

Il razzismo è un fenomeno tutt’altro che sradicato tra i giovani: quasi la metà dichiara verso gli stranieri atteggiamenti di chiusura, che per un 20% sfociano in vera e propria xenofobia, mentre l’asticella di quanti manifestano apertura si ferma al 40%. E’ quanto emerge dall’indagine ‘Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti’. Presentato oggi alla Camera, lo studio è promosso dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni nell’ambito delle iniziative dell’Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo ed è stato realizzato da Swg su 2.000 giovani. (Repubblica)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale





feb 20

Durante la scorsa settimana gli utenti hanno avuto modo di provare Google Buzz all’interno di Gmail e noi abbiamo introdotto i miglioramenti che ormai conoscete; ora vogliamo fornirvi suggerimenti e trucchi per aiutarvi a utilizzare al meglio Buzz. Ecco i cinque principali:

1. Formato dei post. Quan
do pubblicate un Buzz, potete modificare il font del testo proprio come in una chat di Gmail: *grassetto*, _corsivo_, o -barrato- uno qualsiasi.

2. Riepilogo dell’attività personale su Google Buzz all’indirizzo www.google.com/dashboard. Google Dashboard fornisce un riepilogo complessivo e privato dei dati associati al vostro account Google, nonché collegamenti diretti per modificare le impostazioni personali. Attualmente Buzz dispone di una sezione dedicata all’interno di Google Dashboard, in questo modo potete visualizzare quante persone state seguendo, quante vi seguono e le informazioni relative ai più recenti post, commenti e argomenti che vi interessano. Inoltre, potete accedere alle impostazioni di Buzz direttamente dalla pagina di Google Dashboard.3. Utilizzo di @reply per l’invio diretto di un post a un contatto. Se volete essere certi che qualcuno dei vostri amici veda un post in particolare di Buzz, potete indirizzarlo direttamente alla posta in arrivo di quel contatto tramite @reply. Digitate il simbolo “@” seguito dalle prime lettere del nome, quindi selezionate l’indirizzo email desiderato dall’elenco. Solo voi potrete visualizzare l’indirizzo Gmail mentre gli altri utenti vedranno solo il nome. 4. Utilizzo più rapido grazie alle scorciatoie da tastiera. Per attivare le scorciatoie da tastiera accedete alle Impostazioni, utilizzate il tasto “j” o “n” per scorrere verso il basso all’interno della scheda Buzz, “k” o “p” per tornare in alto, “r” per inviare un commento (scorciatoia identica a Rispondi in Gmail) e “maiusc + l” per contrassegnare come “Mi piace”.

5. Disattivazione dei post per evitare l’invio nella posta in arrivo. I commenti ai post e i commenti in risposta ai vostri commenti inviano buzz direttamente nella posta in arrivo. Se non volete visualizzare continuamente conversazioni nella posta in arrivo a ogni risposta degli altri utenti, potete disattivare l’opzione. Fate clic sulla freccia nell’angolo del post di un buzz e selezionate “Disattiva questo post”. Se avete attivato le scorciatoie da tastiera, potete disattivare un buzz presente nella posta in arrivo anche premendo il tasto”m” durante la lettura del buzz. Consultate il nostro Centro assistenza per altri suggerimenti e risposte alle domande più comuni e per essere sempre aggiornati sulle ultime novità.


Scritto da: Google Italy Blog Team


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

feb 20

Negli ultimi due mesi, un piccolo gruppo di giornalisti del New York Times e del Washington Post ha sperimentato le Living Stories, una nuova modalità di presentazione delle notizie online. Usando questa piattaforma tecnologica, è possibile pubblicare centinaia di sviluppi di una vicenda sotto una singola pagina dinamica, che offre agli utenti molti modi diversi di approcciare l’informazione. Il format delle Living Stories ha aiutato il Times ad intrattenere i lettori su temi quali il cambiamento climatico, la guerra in Afghanistan, i playoff della N.F.L. e le retribuzioni dei manager. Il Post lo ha usato per seguire la riforma sanitaria, la stagione dei Redskins e la riforma del sistema scolastico di D.C.Da quando abbiamo lanciato questo esperimento nei Google Labs in dicembre, il 75% delle persone che ci hanno mandato un riscontro hanno dichiarato di preferire il formato delle Living Stories a quello tradizionale delle notizie online. Significativo anche il tempo dedicato dagli utenti per esplorare queste storie, il che ci dice che esiste interesse per un giornalismo di qualità presentato in modo coinvolgente.
Oltre ad avere ricevuto riscontri positivi da parte dei lettori, anche gli editori ci hanno detto di essere interessati a raccontare le loro storie utilizzando questo formato, ragione per cui riteniamo che sia giunto il momento di passare ad una nuova fase di questo esperimento: rendere il formato delle Living Stories accessibile in modo più ampio, per vedere quali potenzialità riserva. Per questa ragione oggi stiamo rendendo il codice disponibile in open source, in modo che qualunque sviluppatore possa realizzare le proprie pagine Living Stories. (Qui si trovano i dettagli tecnici della documentazione open source; nel Google News Help Forum si possono formulare domande e trovare risposte alle questioni di supporto più generale.) Ora che passiamo alla fase pubblica dell’esperimento, il Times e il Post chiuderanno le loro iniziative, ospitate ad oggi nei Google Labs. Desideriamo ringraziarli per essersi ‘imbarcati’ in questo progetto con noi; non vediamo l’ora di continuare a lavorare con loro, e con molte altre pubblicazioni, sulle Living Stories così come su altri progetti che hanno l’obiettivo di portare innovazione nel modo in cui le notizie vengono presentate online.

Nei prossimi mesi ci impegneremo per creare dei tool software che rendano ancora più semplice per gli editori utilizzare il format delle Living Stories, ma nel frattempo siamo ansiosi di vedere quali risultati affascinanti giornalisti e sviluppatori realizzeranno utilizzando il codice open source delle Living Stories.

Scritto da: Neha Singh, Software Engineer, and Josh Cohen, Senior Business Product Manager

fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

feb 20

La parte finale di una lettera che, forse, potrebbero scrivere molte altre donne.
In questo Paese si predica la proliferazione. Vedo continuamente servizi sul come «nascono pochi bambini » o «le persone non fanno più figli» o «i giovani restano a casa dei genitori troppo a lungo»: ogni volta, mi viene un malore al solo pensiero. Perché mai, e sottolineo mai, ho sentito un servizio del genere che dicesse la verità sul perché succede. Mantenere un bambino, in Italia, è diventato davvero difficile. Non posso permettermi nemmeno di andare dal dottore se sto male perché per me significherebbe perdere un giorno di lavoro e rischiare il posto. Per questo motivo un anno fa sono finita in ospedale con la broncopolmonite. L’assistenza sociale ha detto che l’unico aiuto che potrà dare sarà a mia figlia e non a me perché non ci sono i soldi necessari per inserirmi in una qualche struttura se resto senza alloggio. Sto rischiando di perdere la mia bambina per colpa… del Paese? Dell’economia? Dei soldi? E questo significherebbe non solo rovinare una madre, ma soprattutto rovinare un bambino. Non mi drogo, non ho nessun tipo di dipendenza o problema psicologico. Mia figlia è una bambina serena e io sono una buona madre. Se ritenessi di non fare abbastanza, abbasserei la testa e accetterei. Ma io torno a casa distrutta la sera. Io do tutta me stessa tutti i giorni. Sempre. Sono una madre disperata con una figlia meravigliosa, ho costruito una piccola famiglia felice. Sono una ragazza coraggiosa che ha bisogno di aiuto. Non voglio perdere la mia bambina e a quanto pare non posso farcela da sola. E non ho nessun altro a cui chiedere se non allo Stato.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

fonte: www.lago-di-bolsena.biz » vai al post originale »

feb 20

Sister's coming

Il controllo del dolore è una conquista abbastanza recente. Basti pensare a un intervento chirurgico o a una banale estrazione dentale senza anestesia per capirne la portata. Per quanto la percezione del dolore sia soggettiva, esistono varie scale di misurazione che, con una certa approssimazione, tracciano una gerarchia dei dolori. Il fenomeno fisiologico più doloroso è il parto. L’analgesia epidurale permette di ridurre di molto la sofferenza e al contempo di lasciare che il parto sia vissuto dalla donna. Ma l’epidurale non è un diritto garantito in Italia. Non esistono dati ufficiale nazionali, ma si può inferire la situazione da alcuni dettagli. Come la presenza dell’anestesista dalle 8 alle 20, o peggio fino alle 14, escluso il sabato e la domenica. L’assenza di personale esperto negli ospedali, e magari l’idea che le donne “hanno sempre partorito con dolore”, fanno sì che una altissima percentuale di donne non possa usufruire dell’epidurale. Chi vuole e può va in clinica. Per queste ragioni un gruppo di donne ha fondato l’Associazione Italiana Parto in Analgesia, www.aipa-italia.it, e promuove una petizione affinché l’epidurale possa essere davvero un diritto. È superfluo ribadire che quando si parla di diritto non si vuole imporre a nessuno una determinata scelta: chi vorrà partorire con dolore potrà sceglierlo. Ma sarebbe doveroso da parte di un Paese civile garantire alle donne che lo desiderano un parto in analgesia.

DNews, 19 febbraio 2010.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

feb 20

Nei mesi scorsi tre persone, due in Lombardia e una in Piemonte, si sono offerte di donare un rene a uno sconosciuto che ne avesse bisogno. A quanto affermano le agenzie di stampa, «il Centro nazionale trapianti ha riunito ieri i rappresentanti delle tre reti interregionali dei trapianti per verificare la possibilità legale di questa modalità utilizzata già in altri paesi ma ancora mai in Italia. La legge nazionale regola infatti la donazione da vivente fra consanguinei o persone con legame affettivo, oltre a vietare ogni forma di vendita» (Ansa, 17 febbraio 2010, 18:20). E oggi si annuncia che «il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, chiederà al Comitato nazionale di Bioetica (CNB) un parere urgente sull’offerta di donazione di organi da parte dei donatori cosiddetti samaritani» (Ansa, 18 febbraio, 12:14).

Tanta prudenza è sorprendente. La donazione di rene da vivente è regolata in Italia dalla legge 26 giugno 1967, n. 458 (G.U. 27 giugno 1967, n. 160), che all’art. 1 recita:
In deroga al divieto di cui all’articolo 5 del Codice civile, è ammesso disporre a titolo gratuito del rene al fine del trapianto tra persone viventi.
La deroga è consentita ai genitori, ai figli, ai fratelli germani o non germani del paziente che siano maggiorenni, purché siano rispettate le modalità previste dalla presente legge.
Solo nel caso che il paziente non abbia i consanguinei di cui al precedente comma o nessuno di essi sia idoneo o disponibile, la deroga può essere consentita anche per altri parenti e per donatori estranei [corsivo mio]. Questa possibilità è stata estesa dalla legge 16 dicembre 1999, n. 483, al trapianto parziale di fegato, con le stesse modalità della 458/67.
È vero che esistono delle «Linee guida per il trapianto renale da donatore vivente e da cadavere» (G.U. 21 giugno 2002, n. 144), frutto di un accordo fra il Ministro della Salute, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, che nella parte relativa alla donazione da vivente, all’art. 6, sembrano più restrittive:
Sul donatore viene effettuato anche un accertamento che verifichi le motivazioni della donazione, la conoscenza di potenziali fattori di rischio e delle reali possibilità del trapianto in termini di sopravvivenza dell’organo e del paziente, l’esistenza di un legame affettivo con il ricevente (in assenza di consanguineità o di legame di legge) e la reale disponibilità di un consenso libero ed informato. Fatto abbastanza stupefacente, nella parte introduttiva del provvedimento la legge 458/67 non viene nominata; eppure essa è sicuramente ancora in vigore, tant’è vero che la si considera espressamente tale nel decreto Milleproroghe approvato dal Senato il 12 febbraio scorso! Come che sia, un provvedimento amministrativo, quale sono queste linee guida, non può modificare una norma di legge; la situazione legislativa è dunque chiara. Ne prendeva atto lo stesso CNB, seppure a malincuore, quando il 17 ottobre 1997 consegnava un parere sul «problema bioetico del trapianto di rene da vivente non consanguineo», in cui auspicava una revisione della normativa vigente, limitando il prelievo da vivente non consanguineo a chi si trovi a essere «“affettivamente vicino” al ricevente (ad esempio il coniuge, il convivente stabile o un amico)» (fortunatamente neppure i pareri del CNB possono modificare le leggi esistenti).

Le prese di posizione odierne non sono tuttavia molto incoraggianti. La stessa Roccella dichiara, con la solita esibizione di spietatezza (Enrico Negrotti, «Reni in dono, ma la legge non lo prevede», Avvenire, 18 febbraio, inserto «È vita», p. 3; dal titolo e dal testo si vede che il giornale della CEI ignora la legge vigente, ma nel suo caso l’ignoranza ha cessato da tempo di sorprenderci):
Siamo molto cauti, perché sono possibili strumentalizzazioni di tutti i tipi. La nostra idea in ogni caso è che il corpo non è un bene a disposizione, e quindi non può neanche essere un bene da regalare. Valuteremo questi casi specifici, ma la questione è complessa. Il sottosegretario non rinuncia per l’occasione a una delle sue consuete uscite stralunate: come riporta la succitata agenzia Ansa di oggi, «Personalmente sono molto cauta – ha concluso Roccella – perché credo che il corpo sia la persona». Non chiedetemi cosa voglia dire (suppongo che la Roccella conservi religiosamente tutte le unghie che si taglia, parte integrante della propria persona…).
Fa eco alla Roccella, sempre dalle colonne di Avvenire, il professor Francesco D’Agostino, non a caso presidente del CNB all’epoca del parere sul trapianto da vivente:
«Poiché il trapianto di rene da vivente implica una grave lesione al corpo del donatore e poiché esiste il dovere etico di tutelare la salute di ogni vivente, sono contrario alla possibilità di donatori samaritani». Tale lesione è giustificata nella donazione a un parente stretto, ma «non in casi diversi». Alla brutale espropriazione del corpo altrui D’Agostino fa seguire, secondo la tecnica argomentativa che gli è propria, il dubbio gettato sulla libertà del volere dell’espropriato:
Occorre inoltre investigare le motivazioni di chi intende donare il proprio organo, che possono essere sbagliate: «Ad esempio da una sorta di narcisismo o autoesaltazione del soggetto, non dunque pienamente consapevole della scelta fatta». Ricordiamo i termini della vicenda: quelle tre persone si sono dette pronte a donare i loro organi senza condizioni, senza conoscere nemmeno chi beneficerà del loro atto. Ipotizzare a priori «strumentalizzazioni» o forme di «narcisismo» è un insulto a sangue freddo che colpisce chi meno di tutti lo merita. L’arroganza dell’integralismo non arretra evidentemente di fronte a nulla, pur di non deflettere dal proprio principio supremo: che l’uomo non è padrone del proprio corpo. Che dei malati possano essere sottratti grazie a quei donatori a una esistenza di tormenti o addirittura a una morte dolorosa è evidentemente per Roccella e D’Agostino irrilevante: l’ideologia trionfa sulla vita.

È con una certa gratitudine che si trovano – ancora su Avvenire – parole diverse, e da una fonte che non ti aspetteresti. Afferma il vescovo Elio Sgreccia, presidente onorario della Pontificia Accademia per la vita: «Dal punto di vista bioetico, se è considerata lecita e meritoria la donazione di organi tra viventi quando si tratta di un fratello, un figlio o un coniuge, altrettanto si deve ritenere se la donazione avviene per una persona verso la quale non ci sono vincoli di parentela».
Ma la riconoscenza maggiore va naturalmente ai tre anonimi aspiranti donatori:
Voglio donare un rene, non voglio sapere a chi. Mi basta essere certa che si tratta di una persona che ne ha bisogno. Diceva così il fax ricevuto qualche tempo fa dal primario di un grande ospedale del nord-ovest. La mittente è una giovane donna che in cambio chiede solo l’anonimato e la cui identità è protetta dai sanitari che già sono in contatto con lei. «La solidarietà è un bene raro, lo voglio fare per questo», ha spiegato nel primo incontro con i medici, aggiungendo di non essere spinta a questo gesto da motivi religiosi ma solo umanitari e di solidarietà: «La vita è stata buona con me. Adesso voglio contribuire a fare del bene anche agli altri». Dello stesso tenore sarebbero le motivazioni degli altri due «samaritani» che hanno espresso simili intenzioni nell’arco di pochi mesi (Ansa, 17 febbraio, 20:52).

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

feb 20

Il test per l’Hiv è anonimo nel nostro Paese solo in poco più di un caso su tre: nei restanti, viene richiesta la ricetta medica o un documento di identità. È il dato che emerge da un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità e della Consulta delle Associazioni per la Lotta all’AIDS sull’accesso ai test in Italia. Nei centri diagnostico-clinici pubblici intervistati è garantita la gratuità nel 76,2% dei casi, ma l’anonimato appena nel 37% e il colloquio di counselling pre e post Test, giudicato «prezioso» per l’approccio psicologico del paziente, nel 44,5% dei casi.Test Aids: in Italia anonimato assicurato solo per un test su tre, Il Corriere della Sera, 17 febbraio 2010.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

feb 20

Deve andare di moda il vezzo alla René Magritte di Ceci n’est pas une pipe nella sessantesima edizione di Sanremo.
Sanremo sarà pur sempre Sanremo e farà parte del mondo e lo devi conoscere e così via (ma perché poi?), ma vederlo richiede davvero fegato e quest’anno non c’è nemmeno la Gialappa. Uno dei rarissimi aspetti positivi è il blog di Ernesto Assante e Gino Castaldo (che sta in piedi da solo senza costringerti a vedere la tv). Tra le chicche la libera ispirazione dello stacco di Sabiu a Hoppípolla su cui Antonella Clerici danza come avesse ingoiato R2-D2. Il confronto tra la Sabiu settima e Hoppípolla cancella ogni dubbio.
Sabiu lo dichiara (solo una volta preso nel sacco?), come scrivono Assante e Castaldo: Non è un plagio, ma è proprio ‘Hoppipolla’. Volevamo portare un po’ di musica diversa sul palco. (Rockol ha chiesto direttamente a Sabiu).
Magari dirlo sarebbe stato un gesto nobile. Non dico tanto, ma dirlo.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale