feb 22

C’era una volta l’Italietta. C’era il Re, la Patria, la Famiglia e Dio. Oggi c’è ancora l’Italietta. Ma c’è il Principino, la Repubblica e le Escort. Vuoi mettere? Non c’era bisogno di essere dei veggenti per anticipare l’esito del Festival di San Remo, specchio dell’Italietta, reale e televisiva, con i suoi strumenti fatti di sms del pubblico che si collega a “o’ sistema” e camionate di monnezza musicale. Viene eliminata Malika Ayane, nata da padre marocchino e madre italiana mentre trionfa la canzonetta italiota e calcistica del poligamo (vero o presunto) accompagnato dal rampollo principeso trombato alle elezioni europee da Magdi Allam (E per essere trombati da uno come Allam ce ne vuole). Gli altri vincitori, invece, escono dritti dritti dalle scuderie di Maria De Filippi e dal mondo dell’effimero targato Mediaset. Non è forse questa l’Italietta in cui viviamo?

Una “marocchina” che vince il festival della canzone “italiana” era del tutto inconcepibile in un paese in cui un giovane su due ha pregiudizi razzisti e in cui i tifosi della Juventus esibiscono uno striscione che recita “non esistono negri italiani”. Molto più coerente, quindi, che a vincere questa edizione sia lo stornello che recita “l’orgoglio di essere italiani” mentre sullo sfondo scorrono le immagini dei calciatori. Poi, come in ogni farsa che si rispetti, ecco che salta fuori anche il Ct Marcello Lippi – definito dal direttore artistico Gianmarco Mazzi nientepopodimeno che “un’icona italiana” – che loda “la sostanza” della canzone, indipendentemente “da come il brano viene cantato”. Ma non era il festival della canzone? Ancora una volta è andata in onda l’Italietta in cui i politici vanno a parlare nei festival canori, le showgirl parlano di politica e i trombati si riciclano in televisione per essere riabilitati e guadagnare consensi.

Il festival di San Remo è la chiave per capire come funzionano molte cose in Italia ed è proprio studiandolo che sono riuscito a stilare un prontuario per permettere agli immigrati di superare gli eventuali esami per il “permesso a punti” prossimo venturo: 1) Rispondendo alle domande dell’operatore dello sportello unico usare frequentemente parole come “Patria”, “Religione”, “Tradizioni”, “Identità” e “Famiglia”. Non importa conoscerne il significato 2) Pronunciare il tutto in un italiano approssimativo, preferibilmente con accento francese 3) Alla domanda sulla costituzione, esibire un album di figurine calcistiche 4) Se sei donna è auspicabile presentarsi con una bandiera italiana intorno alla vita (e nient’altro) 5) Se ti viene chiesto l’inno, canta “Italia Amore Mio”. Il brano è reperibile nelle migliori balere. Se vi chiedono di Mameli, rispondete prontamente: “E’ andato in pensione”.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale





feb 22

Ha scosso la coscienza della città il grande necrologio pubblicato sulla prima pagina della “Nuova Ferrara” dedicato a Sahid Belamel, straniero e clandestino, morto per il freddo la mattina di San Valentino dopo essere stato per molte ore nudo e ferito ai bordi di una strada senza che nessuno lo soccorresse. (…) Il necrologio provocatorio è stato apprezato anche da Roberto Natale, presidente della Fnsi che ha inviato alla redazione una lettera in cui «ringraziazia il direttore Boldrini e tutta la redazione de “La Nuova Ferrara” per la scelta di ricordare, in maniera giornalisticamente così incisiva, il giovane nordafricano. La nostra informazione – prosegue Natale – sui temi dell’immigrazione è troppo spesso un moltiplicatore dei germi di razzismo e xenofobia: quasi sempre senza rendercene conto, diffondiamo paure, stereotipi, pregiudizi. (La nuova Ferrara)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

feb 22

Si fa dell’ironia, sul Foglio di ieri, a proposito dell’ultimo libro di Carlo Flamigni («Flamigni, ultimo giapponese», 20 febbraio 2010, p. 3):
Il professor Carlo Flamigni, star nazionale della fecondazione in vitro, ha deciso di candidarsi al premio “ultimo giapponese nella giungla delle staminali embrionali”. In un libro di cui è annunciata la prossima uscita (“La questione dell’embrione”, Baldini Castoldi Dalai), Flamigni dedica molti sforzi a sostenere che quel filone di ricerca, ormai in evidenti difficoltà in tutto il mondo – soprattutto dopo le scoperte sulla riprogrammazione cellulare delle staminali somatiche – sia in realtà irrinunciabile. Il professore ne è talmente convinto che prova a ridimensionare […] il lavoro di Shinya Yamanaka. Il quale, nel 2007, nel suo laboratorio di Kyoto ha scoperto il principio su cui si basa la riprogrammazione delle staminali epiteliali in staminali pluripotenti indotte. Non è vero che Yamanaka non ha mai usato cellule embrionali, sostiene Flamigni. Ma non dice che sono state usate cellule di topo, e non umane, per ottenere quel risultato così importante. Purtroppo per Il Foglio, le cose stanno diversamente. Andiamoci a rileggere un articolo che avevamo già citato qui su Bioetica qualche anno fa (Martin Fackler, «Risk Taking Is in His Genes», The New York Times, 11 dicembre 2007; corsivo mio):
In fact, restrictions are so tight that he says he cannot use human embryos at his laboratories here. Instead, research using human embryos is done at U.C. San Francisco, where he maintains a small two-person laboratory. He said he had never handled actual embryonic cells himself, and the American lab uses them only to verify that the reprogrammed adult cells are behaving as true stem cells.
“There is no way now to get around some use of embryos,” he said. “But my goal is to avoid using them.” Il testo è molto chiaro, e non risultano smentite (il New York Times le avrebbe aggiunte in calce: è un giornale serio, quello). Se ci deve essere per forza un ultimo giapponese, in questa vicenda, allora è Shinya Yamanaka, che ha anche la nazionalità giusta, non Carlo Flamigni…

Ma a parte le inesattezze di fatto – chiamiamole così – è la logica generale del Foglio ad essere sbagliata. Se gli embrioni fossero esseri umani in tutto e per tutto, allora le sperimentazioni su di essi andrebbero proibite sempre, e non solo perché esse si sono rivelate «inutili» (ma abbiamo visto che in realtà sono state e sono indispensabili). E se si ammette che la sperimentazione è possibile se utile, allora ogni limitazione basata sui campi di studio che oggi ci sembrano più promettenti è assurda: la ricerca deve essere libera, perché nessuno può ipotecare il futuro e decidere che ciò che oggi non serve non servirà mai più.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale