twitto, impacciatissimo twitto.
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Quando venne lanciata l’idea di uno sciopero degli stranieri residenti in Italia in contemporanea con quello previsto in Francia ed altri paesi europei, aderii in prima persona e invitai a sostenere l’iniziativa pur scrivendo: “Mi auguro con tutto il cuore che funzioni: non vorrei che si riveli un flop controproducente. Difficile coinvolgere gli irregolari, i domestici, figuriamoci avere il sostegno di media, sindacati e partiti”. Avevo ragione: non c’è stato uno sciopero nel senso tecnico del termine (decisamente non nelle dimensioni auspicabili per oltre 4 milioni di immigrati), anche perché non c’è stato il sostegno dei sindacati (almeno non nel senso tradizionale del termine) mentre quello dei partiti è stato del tutto marginale e comunque tardivo. Ma, nonostante tutto ciò, il Primo Marzo non è stato affatto un flop controproducente: migliaia di persone si sono comunque mobilitate in tutta Italia dando vita ad una giornata di sensibilizzazione e di orgoglio antirazzista di grande impatto mediatico. Oggi ci ritroviamo quindi con un grande capitale: una rete capillare di comitati locali, con ottima visibilità mediatica, che si fa interprete di un problema reale: dove sono i tanto decantati diritti degli stranieri in questo paese? Ditemelo. I permessi di soggiorno di validità annuale impiegano un anno per essere rilasciati, le regolari richieste di cittadinanza prendono la muffa per decenni nei corridoi delle prefetture, i giovani nati in questo paese sopravvivono rinnovando ricevute, tasse e contributi versati (il 10% del Pil e oltre 5 miliardi di euro versati all’INPS) non danno nemmeno diritto al voto amministativo, in totale spregio al detto liberale “No taxation without representation”, slogan settecentesco coniato in quel paese bolscevico che sono gli Stati Uniti. Il Primo Marzo ha ribadito tutto questo, forse per l’ennesima volta e attraverso le solite manifestazioni, cortei, presidi e incontri ma comunque in modo originale, partendo dal basso e senza il sostegno tecnico-organizzativo delle grandi strutture politico-sindacali di questo paese e nemmeno dei suoi occasionali capi-popolo di derivazione cine-circense. Questo è un dato di fatto che non si può negare. Il Primo Marzo è, in un certo senso, il bollino che garantisce l’esistenza di un’ “opinione pubblica” spontaneamente sensibile al tema e che non ha bisogno dell’appello di un partito, o di un sindacato per scendere in piazza. Ma è anche un segnale preoccupante per la sinistra e il sindacalismo in questo paese: sembrano non essere più in grado di fornire risposte convincenti ai propri iscritti ed elettori. Tant’è vero che, dopo i registi, gli attori e i comici, basta che alcune donne, che non sono né politiche né sindacaliste, lancino una pagina facebook per mettere in moto una macchina che ha occupato le pagine dei giornali e i canali televisivi per ore e ore. Mi complimento sinceramente con loro per il loro impegno e la loro caparbietà, cosi come mi complimento con la miriade di persone e realtà che hanno permesso tutto questo, inclusi i sindacati di base e molti politici locali che hanno aderito prima che i loro stessi partiti aderissero. A Torino, che si conferma città-laboratorio di integrazione, con un assessorato specificatamente dedicato, c’è stata anche l’adesione del consiglio comunale. Spero che il popolo del primo marzo sia in grado di influenzare il corso degli eventi in futuro, di fare pressione per far approvare quantomeno la proposta bipartisan sulla cittadinanza e il diritto al voto per gli immigrati. Eppure non penso che sia normale che un movimento nazionale nasca da una pagina facebook, anche se siamo nel 2010, anche se mi sono personalmente prestato a pubblicizzarlo qui, sui quotidiani e sui canali televisivi locali. Ma è accaduto e – se è accaduto – c’è da riflettere. Ecco: la Sinistra e i sindacati riflettano. Seriamente. Prima che sia troppo tardi.
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Il 1 Marzo niente sciopero ma un pride antirazzista
12 febbraio 2010, La Stampa
Lo sciopero degli immigrati del primo marzo a Torino non sara’ uno sciopero. Ispirata alla mobilitazione francese, l’iniziativa nata come provocazione su facebook (cosa succederebbe se gli stranieri incrociassero le braccia?) e’ diventata realta’ mediatica prima ancora di avere un programma. Sono quindi nati i comitati locali per definire i modi della protesta. Se in molte altre citta’ lo sciopero sara’ realta’, a Torino questo non succedera’. Per il comitato torinese, coordinato da Diego Castagno e Sherif El Sebaie, e’ la composizione socioeconomica degli stranieri a non consentirlo: gli immigratu sono per lo piu’ commercianti, colf e badanti, categorie per le quali e’ molto difficile organizzare uno sciopero. Il primo marzo sara’ quindi declinato come «giornata dell’orgoglio antirazzista», un pride contro xenofobia e permesso di soggiorno a punti all’insegna del giallo. Una cinquantina i gruppi che hanno gia’ aderito. Si iniziera’ con un concerto il 27 febbraio in largo Saluzzo. Il primo marzo saranno distribuiti palloncini gialli nelle scuole con piu’ del 30% di immigrati, gialle le fasce al braccio degli ambulanti del mercato della Crocetta (all’iniziativa ha aderito anche l’Anva, associazione venditori ambulanti), le locandine esposte nei negozi di corso Orbassano e i drappi che sventoleranno su due palazzi popolari. E ancora: cinque convegni sul tema razzismo e un presidio sotto la Prefettura. Non sara’ uno sciopero, ma la Cgil – contraria a uno sciopero etnico- ha aderito invitando gli iscritti a indossare una coccarda gialla. Sara’ invece uno sciopero della fame quello dell’associazione radicale Adelaide Aglietta. Ancora da definire in dettaglio, invece, le iniziative del coordinamento antirazzista torinese che si e’ riunito ieri sera in assemblea alla casa valdese.
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