
È avvenuto molto raramente, negli ultimi anni, che un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) si discostasse dalla più feroce intransigenza integralista. Uno di questi casi è recentissimo, e riguarda il parere espresso dal CNB sui cosiddetti «donatori samaritani», ovverosia persone viventi che donano organi o parti di organi (reni e fegato) a malati che non sono loro parenti o amici. Malgrado che la legge già permetta questo tipo di trapianto, la Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva chiesto l’opinione del Comitato, dopo che notizie di stampa su persone che avevano chiesto di poter effettuare questo tipo di donazione avevano sollevato le proteste di una parte del mondo integralista.
Il parere, al momento, non è ancora disponibile sul sito del CNB, ma si sa già che è stato positivo (pur se con qualche limitazione, su cui eventualmente torneremo). Si assiste dunque in questi giorni allo spettacolo inedito di integralisti che criticano il CNB: per esempio Francesco D’Agostino, che del Comitato è stato a lungo presidente, («Il rischio di corrompere la nobiltà della donazione d’organi», Avvenire, 25 aprile 2010, p. 2). Ma qui voglio soffermarmi sulle critiche espresse nel comunicato stampa del 23 aprile emesso dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica, diretto da Adriano Pessina (che verosimilmente ha scritto o ispirato la nota), dove si legge fra l’altro:
La mutilazione del benefattore anonimo stravolge in realtà il significato stesso della donazione di organi da vivente, ammessa, in via eccezionale, laddove esistano relazioni parentali ed affettive. Il concetto di dono, infatti, comporta per sua natura la relazione da persona a persona ed è dettato solo da motivazioni gravissime ed eccezionali. È interessante notare il linguaggio emotivamente carico con cui si esprime la nota: «mutilazione» è un termine impreciso per il trapianto di rene, che non causa di norma una perdita di funzionalità al donatore vivente, e decisamente sbagliato nel caso del trapianto di fegato, in cui al donatore viene sottratto un lobo dell’organo, che poi si rigenera in breve tempo fino a raggiungere di nuovo le dimensioni originali.
Incomprensibile è poi quello che si dice del concetto di dono: sembra evidente, anche se non è specificato, che ci si stia riferendo in particolare al dono di organo, visto che esistono ovviamente anche doni fatti per motivazioni leggere e ordinarie; ma in ogni caso rimane il fatto che il concetto di dono è inseparabile da quello di gratuità, e che tanto più stretti sono i legami – come appunto quelli familiari – che ci avvincono a una persona tanto meno gratuito dovrà essere considerato un atto come quello di cui qui parliamo. In effetti, a ben vedere, il vero problema si ha con la donazione di organi fra congiunti, dove è possibile che si creino situazioni di pressione psicologica da parte di altri familiari (il caso tipico è quello di genitori che inducono un figlio a donare a un altro figlio) che i medici possono avere difficoltà a individuare e gestire, e dove comunque a predominare sarà il desiderio – ovviamente più che legittimo – di non perdere un congiunto. Controllare la gratuità delle motivazioni di un donatore samaritano è invece un compito banale: basta fare in modo che il donatore non sappia in anticipo a chi andrà il suo organo.
Ma soprattutto avallare questa impostazione, dal punto di vista antropologico e culturale, significa fare propria l’idea che il corpo sia un semplice composto di parti e non l’espressione dell’identità personale. […] Risulta inoltre inquietante la sottesa concettualizzazione di una soggettività totalmente “spiritualizzata” che qui emerge. Mentre, da un lato, si pensa al corpo come a un rivestimento assolutamente neutrale rispetto all’identità personale, dall’altro, dietro la veste, che si vuole immacolata, della donazione, non ci si interroga sui vissuti complessi e magmatici di persone autorizzate da un comitato nazionale di etica a pensarsi in modo dualistico. Anche qui non è facile capire di cosa stia parlando la nota. Più in particolare, quando afferma che il corpo è parte inscindibile dell’identità personale, cosa intende con quest’ultima espressione? Si riferisce forse al problema della continuità dell’Io, di cosa fa sì che si possa dire, per esempio, che noi siamo la stessa persona che eravamo a cinque anni di età? I filosofi si sono posti effettivamente il quesito di che ruolo abbia il corpo nella persistenza di una stessa persona attraverso il tempo: se per esempio fossimo sottoposti a un trapianto di cervello la nostra identità personale continuerebbe nel nuovo corpo in cui si trova adesso il nostro cervello, o rimarrebbe nel vecchio corpo (se questo è stato dotato a sua volta di un nuovo cervello)? Le risposte variano, ma che io sappia nessuno ha mai sostenuto seriamente che sottraendo al corpo un organo o una parte non indispensabili alla vita si interrompa la continuità della persona. In caso contrario dovremmo pensare che anche facendosi togliere le tonsille un individuo perderebbe la propria identità, il che sembra decisamente assurdo.
Per identità personale si può indicare anche la somma delle proprietà che fanno di noi quello che siamo, e che possono variare nel tempo; in questo senso, diverso dal primo, si può dire che siamo persone differenti da come eravamo a cinque anni, essendo variati i nostri gusti, le nostre conoscenze e anche il nostro corpo. Non c’è dubbio che in questo senso una persona che abbia donato un suo organo sia diversa da come era in precedenza; ma risulta impossibile comprendere perché ciò dovrebbe essere considerato a priori un male, visto anche che la trasformazione è, sia nel caso della donazione di rene sia in quella di fegato, quasi impercettibile, e scompare di fronte a cambiamenti più radicali, come cambiare fede politica o religiosa o sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica.
Queste considerazioni sono del tutto indipendenti da una visione dualistica o monistica della persona umana; è comunque sorprendente vedere un’istituzione cattolica accusare altri di fomentare una visione dualistica, dopo che per duemila anni il cristianesimo ha fatto propria e propagandato una concezione antropologica che, almeno nelle sue accezioni popolari, ha sempre operato una divisione assai netta fra anima e corpo.
La nota del Centro di Bioetica è significativa anche per quello che non dice, forse di più che per quello che dice. Mentre ci si interroga freddamente sui «vissuti complessi e magmatici» dei donatori, insultando persone generose che fino a prova contraria vogliono semplicemente fare dono di sé (e qui viene inevitabilmente in mente la frase evangelica delle perle e dei porci…), non una parola viene spesa per le vite umane che potrebbero essere salvate se si accettassero – ripeto: come già prevede la legge – questo tipo di donazioni. L’Ideologia della Vita, come tutte le ideologie, privilegia l’astratto a danno del concreto, la purezza del «punto di vista antropologico e culturale» più delle sofferenze dei malati, e rivela infine in questo modo il suo vero volto di ennesima Ideologia della Morte.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale