apr 29

Il Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir esce vincitore dalle elezioni nazionali in Sudan: con il 68,2% dei voti si riconferma alla guida di un Paese del cui dramma egli stesso è artefice.
Seppure corrotte da intimidazioni, brogli,estorsioni del voto, boicottaggi, le elezioni in Sudan restano comunque una prima conquista per un popolo chiamato alle urne dopo 25 anni di dittatura incondizionata, ma nella sostanza, l’assetto politico del Paese, per ora, non cambia.
Al Sud, il leader del movimento Sudan People Liberation Movement, Salva Kiir, ha ottenuto quasi un pleibiscito con il 93% dei voti.
Ma a Khartoum si conferma la tendenza segregazionista del governo, con la conferma di Musa Hilal, uno dei più importanti leader janjaweed, le milizie della morte, al parlamento nazionale, nonostante i suoi crimini siano stati riconosciuti dalla comunità internazionale.
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apr 29


È avvenuto molto raramente, negli ultimi anni, che un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) si discostasse dalla più feroce intransigenza integralista. Uno di questi casi è recentissimo, e riguarda il parere espresso dal CNB sui cosiddetti «donatori samaritani», ovverosia persone viventi che donano organi o parti di organi (reni e fegato) a malati che non sono loro parenti o amici. Malgrado che la legge già permetta questo tipo di trapianto, la Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva chiesto l’opinione del Comitato, dopo che notizie di stampa su persone che avevano chiesto di poter effettuare questo tipo di donazione avevano sollevato le proteste di una parte del mondo integralista.
Il parere, al momento, non è ancora disponibile sul sito del CNB, ma si sa già che è stato positivo (pur se con qualche limitazione, su cui eventualmente torneremo). Si assiste dunque in questi giorni allo spettacolo inedito di integralisti che criticano il CNB: per esempio Francesco D’Agostino, che del Comitato è stato a lungo presidente, («Il rischio di corrompere la nobiltà della donazione d’organi», Avvenire, 25 aprile 2010, p. 2). Ma qui voglio soffermarmi sulle critiche espresse nel comunicato stampa del 23 aprile emesso dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica, diretto da Adriano Pessina (che verosimilmente ha scritto o ispirato la nota), dove si legge fra l’altro:
La mutilazione del benefattore anonimo stravolge in realtà il significato stesso della donazione di organi da vivente, ammessa, in via eccezionale, laddove esistano relazioni parentali ed affettive. Il concetto di dono, infatti, comporta per sua natura la relazione da persona a persona ed è dettato solo da motivazioni gravissime ed eccezionali. È interessante notare il linguaggio emotivamente carico con cui si esprime la nota: «mutilazione» è un termine impreciso per il trapianto di rene, che non causa di norma una perdita di funzionalità al donatore vivente, e decisamente sbagliato nel caso del trapianto di fegato, in cui al donatore viene sottratto un lobo dell’organo, che poi si rigenera in breve tempo fino a raggiungere di nuovo le dimensioni originali.
Incomprensibile è poi quello che si dice del concetto di dono: sembra evidente, anche se non è specificato, che ci si stia riferendo in particolare al dono di organo, visto che esistono ovviamente anche doni fatti per motivazioni leggere e ordinarie; ma in ogni caso rimane il fatto che il concetto di dono è inseparabile da quello di gratuità, e che tanto più stretti sono i legami – come appunto quelli familiari – che ci avvincono a una persona tanto meno gratuito dovrà essere considerato un atto come quello di cui qui parliamo. In effetti, a ben vedere, il vero problema si ha con la donazione di organi fra congiunti, dove è possibile che si creino situazioni di pressione psicologica da parte di altri familiari (il caso tipico è quello di genitori che inducono un figlio a donare a un altro figlio) che i medici possono avere difficoltà a individuare e gestire, e dove comunque a predominare sarà il desiderio – ovviamente più che legittimo – di non perdere un congiunto. Controllare la gratuità delle motivazioni di un donatore samaritano è invece un compito banale: basta fare in modo che il donatore non sappia in anticipo a chi andrà il suo organo.
Ma soprattutto avallare questa impostazione, dal punto di vista antropologico e culturale, significa fare propria l’idea che il corpo sia un semplice composto di parti e non l’espressione dell’identità personale. […] Risulta inoltre inquietante la sottesa concettualizzazione di una soggettività totalmente “spiritualizzata” che qui emerge. Mentre, da un lato, si pensa al corpo come a un rivestimento assolutamente neutrale rispetto all’identità personale, dall’altro, dietro la veste, che si vuole immacolata, della donazione, non ci si interroga sui vissuti complessi e magmatici di persone autorizzate da un comitato nazionale di etica a pensarsi in modo dualistico. Anche qui non è facile capire di cosa stia parlando la nota. Più in particolare, quando afferma che il corpo è parte inscindibile dell’identità personale, cosa intende con quest’ultima espressione? Si riferisce forse al problema della continuità dell’Io, di cosa fa sì che si possa dire, per esempio, che noi siamo la stessa persona che eravamo a cinque anni di età? I filosofi si sono posti effettivamente il quesito di che ruolo abbia il corpo nella persistenza di una stessa persona attraverso il tempo: se per esempio fossimo sottoposti a un trapianto di cervello la nostra identità personale continuerebbe nel nuovo corpo in cui si trova adesso il nostro cervello, o rimarrebbe nel vecchio corpo (se questo è stato dotato a sua volta di un nuovo cervello)? Le risposte variano, ma che io sappia nessuno ha mai sostenuto seriamente che sottraendo al corpo un organo o una parte non indispensabili alla vita si interrompa la continuità della persona. In caso contrario dovremmo pensare che anche facendosi togliere le tonsille un individuo perderebbe la propria identità, il che sembra decisamente assurdo.
Per identità personale si può indicare anche la somma delle proprietà che fanno di noi quello che siamo, e che possono variare nel tempo; in questo senso, diverso dal primo, si può dire che siamo persone differenti da come eravamo a cinque anni, essendo variati i nostri gusti, le nostre conoscenze e anche il nostro corpo. Non c’è dubbio che in questo senso una persona che abbia donato un suo organo sia diversa da come era in precedenza; ma risulta impossibile comprendere perché ciò dovrebbe essere considerato a priori un male, visto anche che la trasformazione è, sia nel caso della donazione di rene sia in quella di fegato, quasi impercettibile, e scompare di fronte a cambiamenti più radicali, come cambiare fede politica o religiosa o sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica.
Queste considerazioni sono del tutto indipendenti da una visione dualistica o monistica della persona umana; è comunque sorprendente vedere un’istituzione cattolica accusare altri di fomentare una visione dualistica, dopo che per duemila anni il cristianesimo ha fatto propria e propagandato una concezione antropologica che, almeno nelle sue accezioni popolari, ha sempre operato una divisione assai netta fra anima e corpo.

La nota del Centro di Bioetica è significativa anche per quello che non dice, forse di più che per quello che dice. Mentre ci si interroga freddamente sui «vissuti complessi e magmatici» dei donatori, insultando persone generose che fino a prova contraria vogliono semplicemente fare dono di sé (e qui viene inevitabilmente in mente la frase evangelica delle perle e dei porci…), non una parola viene spesa per le vite umane che potrebbero essere salvate se si accettassero – ripeto: come già prevede la legge – questo tipo di donazioni. L’Ideologia della Vita, come tutte le ideologie, privilegia l’astratto a danno del concreto, la purezza del «punto di vista antropologico e culturale» più delle sofferenze dei malati, e rivela infine in questo modo il suo vero volto di ennesima Ideologia della Morte.

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apr 27

Brand building in a recession: Richard Murray from D&AD on Vimeo.

Richard Murray, Founding Partner, Williams Murray Hamm, speaks at the D&AD breakfast event: “Brand Building in a recession: How Creativity can give you the edge”

Video segnalato da 180/360/720.

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apr 27


Io l’avevo consigliato a Gianni Gennari di prendersi una vacanza dalla scrittura; ma Gianni non mi ascolta, ed ecco i risultati («Confusioni, sfide e diversità di lunghe file», Avvenire, 24 aprile 2010, p. 35):
“Corsera” (10/4, p. 15): Emilia Costantini riporta, forse con qualche allegria, Liliana Cavani sulla condizione della donna nella società, e la nota regista accusa la Chiesa cattolica con secco argomento: «Basti dire che uno dei comandamenti recita così: non desiderare la donna d’altri. Non c’è un comandamento che dica non desiderare l’uomo di altre»! Tu ricordi che nella Bibbia il testo di quel comandamento non è così e la questione storica è complessa, legata alla lunga disputa sulle immagini nel secondo comando, non più presente nel Catechismo. Qualche informazione, prima delle solite accuse alla Chiesa, sarebbe utile. In persone stimate per cultura e onestà la confusione spiace ancor più. Tu, a differenza di Gianni Gennari, ricordi invece che il testo di quel comandamento è proprio così, e per essere sicuro te lo vai a cercare sull’ultima edizione della Bibbia della Cei (la Conferenza Episcopale Italiana, che sarebbe in pratica anche l’editore del giornale su cui scrive Gennari) del 2008. Del Decalogo esistono nella Bibbia due versioni: la prima si trova in Esodo 20,2-17, la seconda in Deuteronomio 5,6-21. In Esodo 20,17, dunque, il comandamento recita così:
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo In Deuteronomio 5,21 leggiamo:
Non desidererai la moglie del tuo prossimo. Non bramerai la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (p. 553), infine, il nono comandamento ha precisamente la forma in cui lo cita Liliana Cavani: «Non desiderare la donna d’altri» (in ebraico la parola ’isshah significa sia «donna» sia «moglie»). Ma allora cosa diavolo sta dicendo Gennari? E perché tira in ballo il secondo comandamento?
Il problema nasce dal fatto che nell’originale ebraico il Decalogo non è numerato, e che i comandamenti possono essere divisi in modo differente. Alcune delle tradizioni religiose che si basano sull’Antico Testamento, come le Chiese Ortodosse e alcune Chiese Riformate, separano il comandamento «Non avrai altri dèi di fronte a me» da «Non ti farai idolo né immagine alcuna»; ma allora, per fare tornare i conti, debbono unificare i comandamenti riguardo al desiderio della donna e della roba d’altri. Altri, come la Chiesa Cattolica e i Luterani, unificano i primi due comandamenti, e mettono in un comandamento a parte, il nono (basandosi sulla versione del Deuteronomio piuttosto che su quella dell’Esodo) la proibizione di desiderare la donna d’altri (su Wikipedia si può trovare un utile specchietto riassuntivo). L’enfasi posta sul comandamento di non farsi immagini è servita ad alcune Chiese Riformate per condannare l’uso che delle immagini sacre si fa nella Chiesa Cattolica (che infatti, nella versione del Decalogo presente nel Catechismo, glissa prudentemente su questa proibizione).
Se si volesse a tutti i costi dare un senso alla tirata di Gianni Gennari, bisognerebbe concludere che il polemista di Avvenire ha scambiato il Decalogo di Ortodossi e Riformati con quello della Chiesa Cattolica (anche così però le cose non tornerebbero molto, perché il testo è sì diviso in modo diverso, ma il contenuto è identico: sempre di «non desiderare la donna d’altri» si parla). In ogni caso, non posso che reiterare il mio invito: che Gennari si prenda una lunga vacanza. Ne ha urgente, urgente bisogno.

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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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apr 25

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apr 25

TRUPPE DI KHARTOUM SI PREPARANO AD ATTACCARE
COMMISSIONE RINVIA ANNUNCIO RISULTATI VOTO

Sviluppi politici con tensioni di intensita’ e durata non ancora
chiare stanno caratterizzando la fase successiva alle prime
elezioni multipartitiche tenutesi in Sudan dal 1986, dopo
la proclamazione della vittoria del presidente uscente Omar
Al Bashir, con il 90% circa dichiarato dei consensi.
Mentre ancora non ci sono dati sulle spoglio delle schede
per le legislative e per gli Stati federati.
Nonostante il giudizio sostanzialmente positivo di
osservatori stranieri, come l’americano Jimmy Carter e il suo
team, altri sostengono che le consultazioni siano state
organizzate dal regime per consolidarsi e per proteggere lo
stesso Bashir dal rischio di una condanna internazionale per
crimini di guerra e contro l’umanita’. Sono le accuse che la
Corte Penale Internazionale (Cpi) ha formulato contro di lui nel
febbraio 2009 per la sanguinosa guerra civile in corso in Darfur
dal febbraio 2003.
Un accordo per una gestione congiunta e senza scosse della
situazione politica in Sudan fino al referendum di
autodeterminazione del Sud, previsto nel 2011 in base all’
accordo globale di pace (Cpa) firmato nel 2005, e’ stato
annunciato dal primo vicepresidente sudanese, Ali Osman Taha,
dopo un suo imprevisto viaggio proprio nel Sud, a Juba, e un
altrettanto inaspettato colloquio con il vicepresidente
responsabile dell’area, l’ex capo ribelle Salva Kiir Mayardit.
Ma non ci sono ancora garanzie reali che questo accordo assicuri
la stabilita’ desiderata.
Dopo la comunicazione dell’intesa, alcune formazioni di
opposizione hanno subito dichiarato di non essere d’accordo sui
risultati proclamati dalla Commissione Elettorale Nazionale
(Nec), chiedendo che le elezioni siano annullate e ripetute,
oppure contestandone i dati. Al punto che Osman Mirghani, capo
del consistente partito dei Democratici Unionisti (DdUP), ha
subito fatto dichiarazioni polemiche ed e’ partito con i suoi
figli per il Cairo e, come destinazione finale, l’Arabia
Saudita, per il piccolo pellegrinaggio islamico (Omra). La sua
protesta ha particolare significato politico perche’ Mirghani e’
anche capo della potente setta religiosa Khatmyyah, che ha
moltissimi seguaci, sia nel centro che nell’est del Paese.
”L’unica strada per un accordo politico globale – ha sostenuto
con toni molto vivaci durante una tesa conferenza stampa in
aeroporto – e’ quella di rifare le elezioni a tutti i livelli”,
cioe’ quelle presidenziali, quelle per il parlamento nazionale e
per i parlamenti dei singoli stati federali, quelle delle
rappresentanze femminili nei parlamenti e quelle dei
governatori.
Un’altra polemica si e’ sviluppata a proposito del candidato
governatore dello stato del Blue Nile, dove il capo del partito
degli ex ribelli sudisti, il Movimento per la Liberazione del
Popolo Sudanese (Splm), Malik Agar, ha reso noto che la
commissione elettorale lo ha dato vincente con 107.000 voti
rispetto al candidato del partito del presidente Bashir
(97.000). ”Gli stati del Blue Nile e del Kordofan con la nostra
vittoria rappresentano una linea rossa non valicabile”, ha
tuonato il vicepresidente del partito, Yassir Arman, nello
stesso momento in cui il suo capo, Salva Kiir, usciva dall’
incontro d’intesa con il vicepresidente, Ali Osman Taha.
Per dirimere la contesa nel Blue Nile, una delegazione della
Commissione Elettorale Nazionale si e’ precipitata nella
capitale di quello stato, Ed Damazine, ed ha avuto un incontro
di mediazione con i componenti della commissione elettorale
locale. E le tensioni, sempre più alte, rischiano di trasformarsi
in un nuovo e più intenso conflitto.
Non a caso, malgrado l’accordo di pace, le truppe del Sudan
sarebbero pronte a sferrare un attacco nella regione del Darfur.
Almeno questo è quanto ha detto all’AFP un portavoce del
gruppo ribelle Movimento per la giustizia e l’uguaglianza,
sostenendo che i carri armati e le truppe governative si
stanno gia’ muovendo verso le roccaforti dei ribelli.
Il governo di Karthoum aveva firmato a Doha lo scorso
febbraio una bozza di accordo di pace con il Movimento che
era stata salutata dalla comunita’ internazionale come un
significativo passo avanti per la sicurezza nel Darfur dopo
sette anni di guerra. Ma i successivi colloqui non ha
prodotto gli effetti sperati e la data del 15 marzo, nella
quale si sarebbero dovute siglare nuove intese, e’ passata
senza che si arrivasse ad un accordo.
I ribelli avevano anche chiesto un rinvio delle prime
elezioni multipartitiche in Sudan, che si sono tenute dall’11
al 15 aprile scorsi e i cui risultati ufficiali non sono
ancora noti.
Il Darfur, regione desertica del Sudan grande come la
Francia, e’ martoriata da una guerra civile che dura ormai
dal 2003 e che secondo i dati dell’Onu ha causato 300 mila
morti ed oltre 2,7 milioni di sfollati. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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apr 25

È nel complesso piuttosto scialbo l’articolo che Lucetta Scaraffia ha dedicato l’altro ieri alla «sconfitta» del femminismo («Il femminismo s’è infranto sulla maternità», Il Riformista, 22 aprile 2010, p. 17); ma verso la fine riaccende improvvisamente l’attenzione del lettore.
Certo, è difficile per donne che hanno fatto dell’aborto un diritto sul quale si fonderebbe la cittadinanza femminile, passare poi a chiedere aiuti per la maternità: dal punto di vista ideologico la contraddizione è evidente, e infatti non è mai avvenuto. Lasciamo da parte l’impossibile verifica empirica della tesi (come fa la Scaraffia a sapere che nessuna sostenitrice del diritto di abortire ha mai chiesto aiuti alla maternità?); lasciamo stare anche la difformità dei due diritti, per come si sono configurati storicamente nel nostro paese (diritto negativo – l’aborto legalizzato – e al tempo stesso positivo – l’aborto gratuito – il primo; diritto solo positivo il secondo). Quello che colpisce è che per la Scaraffia chi vuole l’aborto non può volere al tempo stesso i bambini; il concetto di maternità responsabile – che pure non sembrerebbe estraneo alle lotte femministe del passato – le sembra sconosciuto. Certo, l’aborto sarà anche uno strumento per chi (del tutto legittimamente) non vuole o non può avere figli; ma com’è possibile ignorare che esso sia anche – e soprattutto – uno strumento per chi di figli ne vuole un certo numero, in un certo tempo, a certe condizioni?
Proseguendo nella lettura la sorpresa aumenta:
Come è difficile per chi ha difeso a oltranza la rivoluzione sessuale – e quindi la possibilità anche per le donne di comportarsi con la libertà degli uomini, facendo anche di questo uno dei fulcri dell’ideologia della liberazione – passare poi a criticare le donne seminude che compaiono a tutte le ore sullo schermo televisivo. E a ben vedere, nonostante i tentativi di farlo, da questo punto di vista è contraddittorio anche criticare le donne-tangente, le veline che finiscono nel letto di Berlusconi: l’unica cosa che fa orrore, sembra, è che si tratti di Berlusconi… è difficile criticare il contesto in cui questo avviene se non c’è il nemico numero uno di mezzo. In fondo, si tratta di libere scelte, di libera disponibilità del proprio corpo, corredata ovviamente dall’uso di moderni anticoncezionali e, nel caso, di ricorso all’aborto… Davvero le femministe e chi «ha difeso a oltranza la rivoluzione sessuale» si contraddirebbero a criticare veline ed escort? Vendersi al potente di turno è una novità generata dalla liberazione sessuale? È frutto dell’eguaglianza finalmente conquistata? Quanti maschi conosce la Scaraffia che per salire a posizioni di potere sono stati costretti (o si sono costretti) a prostituirsi? Ma soprattutto: come fa l’illustre editorialista a pensare che chi ha rivendicato o rivendica la possibilità di vivere liberamente la propria sessualità debba essere al tempo stesso indifferente a ogni altro valore – per esempio che le posizioni di responsabilità vanno assegnate in base al merito e non alla capacità di seduzione?
C’è in effetti un meccanismo comune alla base delle opinioni che la Scaraffia esprime in questo articolo: chi è per l’aborto, e quindi per la possibilità di non far nascere un figlio, sarebbe per ciò stesso sempre contrario a far nascere un bambino; chi è a favore di una sessualità vissuta senza eccessivi pudori sarebbe per ciò stesso sempre entusiasta per qualsiasi uso del proprio corpo si possa fare. Con la stessa logica si potrebbe dimostrare che i gastronomi sono a favore dell’obesità e che chi chiede il porto d’armi è a favore della rapina a mano armata.
Alla fine viene un atroce sospetto: non sarà che il femminismo in Italia è fallito perché a suo tempo ha imbarcato anche donne come Lucetta Scaraffia?

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apr 25

Un commento interessante di Persio Tincani (Matrimonio omosessuale, se il codice civile prevale sulla Costituzione, Micromega):
La vicenda del matrimonio omosessuale in Corte costituzionale si è conclusa nel modo che in molti prevedevano, cioè con un sostanziale rigetto delle questioni di costituzionalità rimesse dalla corte d’appello di Trento e dal tribunale di Venezia. Che la decisione fosse, in questo senso, prevedibile non ha, però, nulla a che vedere con la questione in sé (il matrimonio omosessuale è compatibile con la Costituzione?) e molto a che vedere con il fatto che non dobbiamo fingerci vergini, del tipo di quelle convinte che ci sia sempre un giudice a Berlino. Che la Corte avrebbe respinto le questioni, insomma, eravamo più o meno tutti ragionevolmente certi, tanto i favorevoli al matrimonio omosessuale, ovvero la stragrande maggioranza dei giuristi italiani, quanto la minoranza dei giuristi contrari.

Tutti o quasi tutti, infatti, consideravano assai improbabile che la Corte avrebbe deciso nel senso dell’ammissibilità del matrimonio omosessuale, in quanto la questione è stata caricata (non importa adesso quanto ciò sia stato fatto ad arte) di un significato politico pressoché esclusivo, che ha finito per far passare nelle retrovie il fatto che si tratti, come ogni altra questione posta di fronte alla Consulta, di una faccenda di leggi e di diritto.

Al di là delle argomentazioni sostenute da ciascuno per la tesi della fondatezza o dell’infondatezza dei particolari rilievi di costituzionalità presenti nei due atti con i quali le corti hanno posto la questione di fronte alla Consulta, e ancor di più al di là degli argomenti che ciascuno adduce per l’ammissibilità o per l’inammissibilità del matrimonio omosessuale nel nostro ordinamento, nessuno avrebbe scommesso sul fatto che una parola definitiva sarebbe stata pronunciata dalla Corte in merito.

Ciò che stupisce, quindi, non è che la Corte abbia dichiarato non fondate le questioni di costituzionalità, ma il modo in cui lo ha fatto, cioè con una sentenza, la n.138 2010 (15 aprile), assai criticabile, sia sotto il profilo della tecnica giuridica, sia sotto il profilo della mera coerenza argomentativa. I passaggi argomentativi fallaci o discutibili della sentenza sono molti. Qui mi limito a segnalarne uno.Continua.

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apr 25

Beach Cow
Qualche giorno fa un articolo di Susanna Tamaro ha avviato un dibattito sul femminismo e sulle libertà delle donne. Non voglio affrontare il dibattito per intero o provare a rispondere alla questione se oggi le donne siano più o meno libere di un tempo oppure quanto siano libere.
Ma voglio commentare il pezzo di due nostre vecchie conoscenze: Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, La libertà femminile e il fallimento delle istituzioni, Il Corriere della Sera, 21 aprile 2010. Sottotitolo: Negli altri Paesi d’Europa i movimenti libertari hanno coinvolto larghe fasce della popolazioni, in Italia no.
Le autrici sembrano contente del fatto cheNegli altri paesi d’Europa i movimenti libertari hanno coinvolto larghe fasce della popolazioni, attraversato partiti e istituzioni, ammodernato mentalità, pratiche politiche, e anche legislazioni che sono state sentite e attuate.
Continuano elencando le conquiste che, nonostante questo non sia accaduto in Italia, le donne italiane hanno ottenuto: dalla legge sui salari ai congedi parentali (pur nella loro imperfetta applicazione) ai profondi cambiamenti delle mentalità.
Le leggi hanno funzionato solo in parte, eppure in altri e decisivi livelli dell’esistenza femminile avvenivano cambiamenti radicali che hanno innovato gli stili di vita di tutti, uomini donne e bambini. Famiglie allargate, libertà di scelte sulla salute, percorsi spirituali, imprenditoria femminile, formazione, difesa della scuola, integrazione degli stranieri, volontariato, cura della terra e dell’ambiente sono tutti settori della vita individuale e sociale dove la libertà è misurabile ed è superiore a quella di vent’anni fa. L’hanno allargata e coltivata le donne, senza leggi che lo comandassero, e si è trasformata in un vantaggio per tutti.Condivisibile o no la loro interpretazione. Ma ancora non è questo il punto. La questione è la posizione di Di Pietro e Tavella nei confronti della legge 40 e soprattutto del referendum che ne è seguito.
Come può conciliarsi la legge 40 con la libertà delle donne? Una legge che le tratta come povere sceme perché decide al posto loro e elenca molti divieti, ingiustificati e ingiustificabili. Ma la posizione di Di Pietro e Tavella è molto lontana. In Madri Selvagge (qui la mia recensione al libro) descrivono le tecniche di riproduzione assistita come «una galleria di orrori, [...] storie di donne che subiscono ogni sorta di tortura pur di avere figli» (pp. 6-7). Avvertono il pericolo di non riconoscere il nemico patriarcale insito nella separazione tra riproduzione e corpo femminile (p. 7), ricordano la definizione delle biotecnologie come olocausto per le donne (p. 8), denunciano la congiura maschile volta a prendere il controllo della riproduzione riducendo il corpo femminile a ‘carne da riproduzione’ (p. 8). Paragonano la procreazione assistita alla lotta armata: entrambe renderebbero vittime le donne. Esprimono il proprio sospetto verso la legge 40 in nome dell’inimicizia per le leggi sul corpo delle donne: ma viene da domandare a Di Pietro e Tavella, esiste forse una legge che invade tanto il corpo delle donne quanto la legge sulla procreazione medicalmente assistita? Una legge tanto paternalista? Illiberale?
Quanto scrivevano nella lettera in cui spiegavano le ragioni dell’astensionismo al referendum suddetto (che non raggiunse il quorum) rende ancora meglio il profilo delle due femminste libertarie. Io non capisco come una legge che tratta le donne come incapaci di capire e di decidere e impone loro sofferenze evitabili possa essere difesa.
E in effetti non compare nell’elenco delle conquiste. Lo avevano anticipato però:
ci rassegniamo temporaneamente alla legge 40 perché, sia pure attraverso un percorso che non condividiamo, è cauta quanto noi siamo caute e limita pratiche che ci inquietano.Capito? Loro non condividono e sono inquiete. Noi ci teniamo la legge 40.

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apr 23



Fonte immagine: Bright Ideas Group.

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apr 23

Io possiedo parole, le parole sono un capitale fluido.
Mi bastano pochi errori per ritornare povero.

Da Quaderno proibito, Alba De Céspedes.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

apr 23

Elena ci segnala l’articolo apparso in prima pagina su Internazionale:
“Almeno 50 civili sono morti e 55 sono rimasti feriti in scontri armati nel Darfur meridionale,in Sudan, scoppiati probabilmente dopo un furto di bestiame. Secondo le autorità locali la situazione è tornata sotto controllo. Nel frattempo, la Commissione elettorale nazionale ha annunciato che i risultati delle elezioni, la cui pubblicazione era inizialmente prevista per oggi, non saranno disponibili prima della prossima settimana”.
L’agenzia MISNA riferisce, invece, nuovi scontri tra reparti di fanteria sudanese e ribelli, nel Jebel Marra. All’avvicinarsi della stagione secca, aumentano le tensioni nell’area: da settimane, secondo una nota delle Nazioni Unite, circa 100.000 persone non sarebbero più raggiunte dagli aiuti alimentari. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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apr 23

renzo bossi, ariano.

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apr 23

L’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini”. Scritto nel 1948, questo principio è oggi perfettamente applicabile ad Internet – uno dei più importanti strumenti per la libertà di espressione nel mondo. Tuttavia il controllo esercitato dai Governi sulla rete sta crescendo rapidamente: dal blocco completo al filtraggio dei siti, ai provvedimenti giudiziari che limitano l’accesso ad alcune informazioni, fino alle misure legislative che obbligano le aziende a controllare i propri contenuti.
Non è quindi una sorpresa il fatto che Google, come altre aziende del settore tecnologico e delle telecomunicazioni, riceva regolarmente dalle autorità governative richieste di rimozione di contenuti dai propri servizi. Naturalmente molte di queste richieste sono assolutamente legittime, come quelle mirate alla rimozione di materiale pedopornografico. Riceviamo inoltre regolarmente, da parte delle Autorità competenti, richieste relative ai dati personali degli utenti. Anche in questo caso, la stragrande maggioranza di queste richieste è fondata e queste informazioni sono necessarie per il legittimo svolgimento di inchieste giudiziarie. Tuttavia, i dati relativi a queste attività non sono stati finora resi disponibili su larga scala. Crediamo che una maggiore trasparenza porterà a ridurre i rischi di censura.

Per questo lanciamo oggi il Government Requests tool, che permette di fornire a tutti le informazioni relative alle richieste di rimozione di contenuti o di dati personali degli utenti che riceviamo dalle autorità governative di tutto il mondo. Per questo lancio, stiamo utilizzando dati relativi al periodo Luglio-Dicembre 2009, e prevediamo per il futuro di aggiornarli con cadenza semestrale. Leggete questo post per sapere di più sui nostri principi riguardanti la libertà di espressione e i contenuti controversi sulla rete.

Stiamo già cercando di agire con la maggiore trasparenza legalmente possibile per quanto riguarda le richieste dei Governi. Quando possibile, informiamo gli utenti sulle richieste che potrebbero riguardarli direttamente. Se rimuoviamo un contenuto nei risultati delle ricerche, lo segnaliamo apertamente agli utenti. Le cifre che oggi condividiamo portano questa trasparenza un passo più avanti e riflettono il numero totale di richieste ricevute, suddivise per giurisdizione. Inoltre, condividiamo la quantità di richieste di rimozione di contenuti alle quali non ci conformiamo, e sebbene non ci risulti al momento possibile fornire maggiori dettagli utili sulla nostra osservanza di richieste relative ai dati degli utenti, è nostra volontà farlo in futuro.

Nel più ampio contesto del nostro impegno nei confronti della Global Network Initiative, abbiamo già sottoscritto i principi e le prassi che governano la privacy e la libera espressione. Nello spirito di tali principi, ci auguriamo che questo nostro strumento aiuti a far luce sulla vastità e la portata delle richieste di rimozione di contenuti e di trasferimento dati che ci pervengono dai Governi di tutto il mondo. Speriamo inoltre che tale strumento rappresenti solo il primo passo verso una maggiore trasparenza di tutte le aziende del settore tecnologico e delle telecomunicazioni per quanto riguarda queste attività.

Scritto da: David Drummond, Senior Vice-President, Corporate Development and Chief Legal Officer



fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

apr 23

Beach Cow
Qualche giorno fa un articolo di Susanna Tamaro ha avviato un dibattito sul femminismo e sulle libertà delle donne. Non voglio affrontare il dibattito per intero o provare a rispondere alla questione se oggi le donne siano più o meno libere di un tempo oppure quanto siano libere.
Ma voglio commentare il pezzo di due nostre vecchie conoscenze: Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, La libertà femminile e il fallimento delle istituzioni, Il Corriere della Sera, 21 aprile 2010. Sottotitolo: Negli altri Paesi d’Europa i movimenti libertari hanno coinvolto larghe fasce della popolazioni, in Italia no.
Le autrici sembrano contente del fatto cheNegli altri paesi d’Europa i movimenti libertari hanno coinvolto larghe fasce della popolazioni, attraversato partiti e istituzioni, ammodernato mentalità, pratiche politiche, e anche legislazioni che sono state sentite e attuate.
Continuano elencando le conquiste che, nonostante questo non sia accaduto in Italia, le donne italiane hanno ottenuto: dalla legge sui salari ai congedi parentali (pur nella loro imperfetta applicazione) ai profondi cambiamenti delle mentalità.
Le leggi hanno funzionato solo in parte, eppure in altri e decisivi livelli dell’esistenza femminile avvenivano cambiamenti radicali che hanno innovato gli stili di vita di tutti, uomini donne e bambini. Famiglie allargate, libertà di scelte sulla salute, percorsi spirituali, imprenditoria femminile, formazione, difesa della scuola, integrazione degli stranieri, volontariato, cura della terra e dell’ambiente sono tutti settori della vita individuale e sociale dove la libertà è misurabile ed è superiore a quella di vent’anni fa. L’hanno allargata e coltivata le donne, senza leggi che lo comandassero, e si è trasformata in un vantaggio per tutti.Condivisibile o no la loro interpretazione. Ma ancora non è questo il punto. La questione è la posizione di Di Pietro e Tavella nei confronti della legge 40 e soprattutto del referendum che ne è seguito.
Come può conciliarsi la legge 40 con la libertà delle donne? Una legge che le tratta come povere sceme perché decide al posto loro e elenca molti divieti, ingiustificati e ingiustificabili. Ma la posizione di Di Pietro e Tavella è molto lontana. In Madri Selvagge (qui la mia recensione al libro) descrivono le tecniche di riproduzione assistita come «una galleria di orrori, [...] storie di donne che subiscono ogni sorta di tortura pur di avere figli» (pp. 6-7). Avvertono il pericolo di non riconoscere il nemico patriarcale insito nella separazione tra riproduzione e corpo femminile (p. 7), ricordano la definizione delle biotecnologie come olocausto per le donne (p. 8), denunciano la congiura maschile volta a prendere il controllo della riproduzione riducendo il corpo femminile a ‘carne da riproduzione’ (p. 8). Paragonano la procreazione assistita alla lotta armata: entrambe renderebbero vittime le donne. Esprimono il proprio sospetto verso la legge 40 in nome dell’inimicizia per le leggi sul corpo delle donne: ma viene da domandare a Di Pietro e Tavella, esiste forse una legge che invade tanto il corpo delle donne quanto la legge sulla procreazione medicalmente assistita? Una legge tanto paternalista? Illiberale?
Quanto scrivevano nella lettera in cui spiegavano le ragioni dell’astensionismo al referendum suddetto (che non raggiunse il quorum) rende ancora meglio il profilo delle due femminste libertarie. Io non capisco come una legge che tratta le donne come incapaci di capire e di decidere e impone loro sofferenze evitabili possa essere difesa.
E in effetti non compare nell’elenco delle conquiste. Lo avevano anticipato però:
ci rassegniamo temporaneamente alla legge 40 perché, sia pure attraverso un percorso che non condividiamo, è cauta quanto noi siamo caute e limita pratiche che ci inquietano.Capito? Loro non condividono e sono inquiete. Noi ci teniamo la legge 40.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

apr 23


Andrea Nicolotti recensisce per L’Indice dei libri del meseL’ostensione val bene una bufala, anzi due», aprile 2010) i due volumi di Barbara Frale pubblicati nel 2009 dalla casa editrice il Mulino a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro (La sindone di Gesù Nazareno e I Templari e la sindone di Cristo). Il giudizio è severo:
Il lettore che non voglia fermarsi a una superficiale lettura dei pochi dati oggettivi si imbatterà in una serie di gravi forzature: la manipolazione delle fonti (come nel caso di un manoscritto medievale, la cui trascrizione è stata adulterata, o di una citazione di Nicola Mesarite, riportata in una scorretta traduzione “filo-sindonica”), la falsificazione o invenzione dei documenti (è il caso di una fonte araba, del tutto stravolta), le difficoltà linguistiche e filologiche (ignoranza dell’alfabeto e della grammatica ebraica, ad esempio), le mere ipotesi via via tramutate in certezze e la frequente imprecisione dei riferimenti bibliografici, che tradisce con evidenza il ricorso a citazioni di seconda o terza mano. Il disturbante accumularsi di altri errori fattuali (nomi, date ed eventi) sembra essere, a questo punto, il problema minore. È triste che un editore prestigioso come Il Mulino si sia prestato a un’operazione di questo genere. La Sindone è un falso medievale, come è stato dimostrato al di ogni ragionevole dubbio – ma non, ahimè, al di là di ogni dubbio irragionevole.
(Per saperne di più sulla Sindone e sui libri di Barbara Frale consiglio vivamente questo sito.)

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

apr 21

Un’ottima sintesi del classico The copywriter’s handbook di Bob Bly, preparata da Colin Post.

The Copywriter’s HandbookView more presentations from Colin Post.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

apr 21

Presentazione di Gareth Kay maledettamente interessante e stimolante.

The brief in the post digital ageView more presentations from garethk.

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

apr 21

fonte: creativeclassics.blogspot.com » Vai al post originale

apr 21

(City) C’è rimasta molto male la ragazzina di 13 anni che ieri mattina a Cascine del Riccio, alle porte di Firenze, si è vista rifiutare il giornaletto per il quale aveva raggranellato i soldi. E c’è rimasto ancora peggio il padre di lei, che è andato a chiedere spiegazioni e ha ricevuto in cambio una spruzzata di spray urticante. L’edicolante che lo ha aggredito, una 58enne, è stata denunciata per porto abusivo di armi. E viene da chiedersi se la reazione della donna sarebbe stata la stessa, se padre e figlia non fossero stati egiziani.

La colpa della ragazzina è stata voler pagare il giornaletto con 15 monete da 10 centesimi, che aveva messo da parte. L’edicolante – a differenza di molti negozianti sempre a caccia di spiccioli – non le ha volute. Per altro è illegale rifiutarsi di vendere un simile prodotto a un cliente che ha i soldi per comprarlo. La bimba, allora, ha raccontato quanto era appena successo a suo padre, un egiziano di 43 anni. L’uomo è andato a chiedere le ragione del rifiuto alla donna. Che però ha tirato fuori una bomboletta di spray urticante, risultata non conforme alle normative vigenti, e ha diretto il getto verso di lui. Lo ha colpito al viso, per fortuna senza raggiungerlo agli occhi., e l’uomo se l’è cavata con un’irritazione alla pelle.

La giornalaia si è giustificata con la polizia dicendo che, quando ha visto l’uomo andarle incontro, ha ”temuto il peggio”: tanto è diffusa l’idea (razzista) degli immigrati come pericolosi criminali. È stato un passante a chiamare sia il 118 che il 113.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale