set 30

Da Boccaccio 70. E bevete più latte…

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set 30

Via advert norton.

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set 30

In risposta al susseguirsi delle sempre più numerose incursioni delle milizie del Lord’s Resistence Army, il governo del Sud Sudan ha deciso di armare le proprie milizie di autodifesa con nuove e più efficaci armi da guerra, che andranno a sostituire i machete e le armi da taglio finora utilizzate solo a scopo difensivo nelle aree rurali del sud.
Ex comandanti del SPLM dovrebbero seguire l’addestramento delle milizie alle nuove armi e occuparsi del ritiro delel stesse al termine dell’emergenza, almeno fino alle elezioni del gennaio 2011.

Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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set 30

Secondo fonti informate, il National Congress sudanese si sta muovendo al fine di uscire dalla lista nera dei Paesi canaglia per terrorismo e violazione dei diritti umani, nel tentativo di collaborare in materia di intelligence, specialmente dopo che dallo stesso NCP era arrivata la conferma che effettivamente la secessione del Sudan meridionale è diventata una questione di tempo. Si succedono così nuovi tentativi di apertura e cooperazione con la comunità internazionale, in particolare nel campo del terrorismo e l’espansione della rappresentanza diplomatica, in particolare con i paesi occidentali, un modo per svoltare rispetto alla crisi tra il Presidente e il Tribunale Penale Internazionale. Tra i nuovi propositi del governo sudanese anche quello di trovare nel sostegno internazionale delle alternative economiche, soprattutto agricole e industriali al mancato introito di petrodollari dopo la secessione del Sudan meridionale.
Una delle mosse più accreditate è che i sudanesi vogliano cosnegnare Ahmad Muhammad Harun, terrorista internazionale legato ad Al Qaeda per il quale è stato da tempo spiccato un mandato di arresto internazionale per crimini contro l’umanità proprio in Darfur, Sudan. Harun avrebbe tuttavia già predispsoto l’invio di centinaia di veicoli che trasportano armi pesanti e carri armati, nel sud Kordofan e nuovo allarme e tensioni si sono diffusi in molti siti,soprattutto al confine con il Sudan meridionale.

Il rischio paventato è che Harun, voglia scatenare un nuovo conflitti etnico, soprattutto nella zona di Abyei, e in un certo numero di stati del sud, al confine meridionale dello stato del Kordofan. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

fonte: www.lago-di-bolsena.biz » vai al post originale »

set 30

L’oriunda Suad Sbai, svincolata senza contratto, è tornata tra gli Azzurri: «Nessuno mi ha chiesto di restare, di lasciare o di tornare», in sostanza non la voleva nessuno.

Filippo Facci, Libero

Quando Granata ha detto questa frase (Catone è sempre meglio della Sbai, ndr) io ero ancora in conferenza stampa. Il fatto di essere intervenuto così a caldo non è altro che il segno dell’ostilità che nutre nei miei confronti. Lui e gente come la direttrice del Secolo (Flavia Perina, ndr) che ha detto: finalmente ci siamo liberati della Sbai.
Souad Sbai, Panorama

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set 30

Comunicato stampa

Sono quarant’anni che il Parrelli è conosciuto come luogo di sparizione dei nostri amici animali. Sono oltre quarant’anni che ogni volta che qualcuno prova a chiedere giustizia e verità, si alza una cortina di fumo a proteggere questo luogo di misteri.
Sono tanti gli anni in cui quelli che hanno perso il loro amico, chiedono giustizia.
È ora di dire basta.
Basta con i silenzi.
Basta con le menzogne e con le tante, troppe bugie che non portano a niente.
Vogliamo le verità su quanti animali entrano o escono da questo posto.
Vogliamo sapere il perché del fascicolo dentro un cassetto da parte di un magistrato.
Vogliamo sapere perché la LAI manda in giro ragazzi e ragazze vendendo gadget attraverso una società chiamata SIDOS.
Non vogliamo bugie, non vogliamo menzogne, vogliamo verità.
Per ottenere risposte a queste domande, abbiamo deciso di fare un presidio sabato 2 ottobre dalle ore 9 in VIA DI VALLE BAGNATA (Roma).

Comitato promotore:
Alessandro Verga (verità e giustizia sul Parrelli).
Maria Cristina Norelli (comitato giustizia per Aura).
Silvia Petracca (associazione Diritti in movimento).
Elena Dobici (comitato contro la precarietà città storica).

Per chi fosse interessato qui l’evento su FaceBook.

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set 30


Sarà pure una campagna infame, ma ci dovrebbe essere familiare no («Ci rubano lavoro». L’offesa svizzera 
con quel topo anti italiano, Il Corriere della Sera, 29 settembre 2010)?
Ecco allora un esercizio utile: fa effetto senitirsi dire (o sentir dire a un proprio connazionale, per quanti hanno spirito patriottico) che gli italiani rubano il lavoro? Pensate a tutte le volte che è stato detto dagli italiani.
Bala i ratt. A me sembra quasi uno scherzo, ma spesso mi accade che mi sembrino scherzi affermazioni serissime.

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set 28

Guardava con meraviglia tutte le innovazioni stradali e i manifesti pubblicitari. Ce n’erano alcuni che propagandavano cose che anche lui si ricordava, e degli altri che non capiva proprio a cosa servissero. In molti manifesti c’erano delle belle donne mezze nude, pur essendo la pubblicità quella di un vestito. Squadroni la cosa che gli veniva più in mente di fare guardando quelle figure era di accendersi una sigaretta; ma non ne aveva neanche una e naturalmente era senza soldi.

Da: Silenzio in Emilia, Daniele Benati, Quodlibet.

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set 28

Ho cambiato l’aforisma che compariva sull’intestazione del blog. Prima era “Il mondo va avanti solo grazie a coloro che si oppongono”, attribuito a Goethe. Ora invece campeggia la frase di Orwell, più in armonia con l’immagine dell’arabo impertinente che fa le linguacce: “La libertà di stampa è dire alla gente ciò che non vorrebbe sentirsi dire”. E in linea col nuovo aforisma, vorrei affrontare un tema che mi sta particolarmente a cuore. Ogni tanto, infatti, alcuni miei commentatori (i soliti noti, ovviamente) non resistono alla tentazione di ricordarmi – con un tono tra il saccente e l’ironico – che provengo dall’Egitto, paese dove succede questo e quell’altro, come se fosse una sorta di colpa di cui vergognarsi. C’è persino chi mi chiede provocatoriamente cosa avrei fatto se fossi rimasto o se tornassi in Egitto, come se quest’ultimo fosse una specie di baratro che non offre “vie di salvezza” o prospettive adatte alla mia formazione. Come rispondere a costoro? Conosco il mio paese ovviamente e sono consapevole che vi sono molti problemi strutturali, congeniti ed ereditari che probabilmente non si riusciranno mai a risolvere. A questo punto quindi, uno non può che dare uno sguardo in giro, ai paesi limitrofi, e tutto sommato provare sollievo: poteva andare molto peggio, vista la situazione socio-politico-econonomica globale. Sicuramente il paese ha fatto molti passi in avanti, anche se non pretendo che chi non è in costante contatto con quella realtà li percepisca. Il mio paese viene accusato, nell’ordine, di essere: un paese dove i figli dei politici sono piazzati nei partiti in modo da ereditare le poltrone che i padri tengono saldamente. Dove i politici non rispondono delle proprie azioni o dichiarazioni, perché cooptati dalle segreterie dei partiti. Dove per eliminare i dissenzienti vengono tirati fuori gli scheletri gelosamente custoditi nell’armadio. Dove i manifestanti possono essere, oltre che manganellati, anche torturati. Dove alcuni arrestati possono morire in prigione per le botte ricevute. Dove i telegiornali trasmettono le veline con un contorno di notizie inutili. Dove la costruione dei luoghi di culto della minoranza, invisa dalla maggioranza della popolazione. viene ostacolata con mille cavilli urbanistici. Dove la meritocrazia non esiste, sostituita da parentopoli e corruzione. Dove alcuni quartieri sono sommersi dai rifiuti, tanto che un lettore mi aveva scritto – tempo fa – che provenivo dal Cairo, “notoriamente una fogna a cielo aperto”. Ma siamo proprio sicuri che questo sia il ritratto dell’Egitto?

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set 26

«Che nessuno osi dire che sono stata comprata o che ho fatto tutto per avere qualche poltrona in più. Chi dice questo non mi conosce e non sa la mia storia».

Il ritorno all’ovile di Souad Sbai: lascia Futuro e Libertà e rientra nel PDL. (titolo di Libero)

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set 26


Se Slow Food si limitasse a rappresentare i buongustai non ci sarebbe nulla da ridire: che c’è di male nel voler mangiare e bere bene? Ma se vuole porsi come soluzione alla fame nel mondo e ideologia salvifica, lo scenario cambia.
L’ideologia di Slow Food è il sottotitolo del libro di Luca Simonetti Mangi chi può. Meglio, meno e piano (Mauro Pagliai, pp. 120, euro 8,00), analisi impietosa e divertente di una associazione che è sintomo e interprete della condizione politica e dell’opinione pubblica italiane.

Che rapporto ha Slow Food con il linguaggio?
Ambiguo. È tipico del degrado culturale costruire trappole linguistiche. Faccio un esempio recente: Giorgio Fidenato, agricoltore friulano, decide di piantare mais geneticamente modificato in polemica con il Governo e la Regione (ma sostenuto da una sentenza del Consiglio di Stato e dalla normativa europea). Gli attivisti di Greenpeace gli devastano il campo. Il giorno dopo Slow Food costituisce un Presidio per la Legalità e contemporaneamente elogia l’azione, palesemente illegale, di Greenpeace. “Aspettiamo che il Ministero prenda provvedimenti” avvertono “altrimenti li prenderemo noi”. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, scrive su la Repubblica del 3 agosto un pezzo intitolato Quei campi Ogm in Friuli sono un Far West da fermare, atteggiandosi a tutore della legalità. Fidenato è accusato di essere un cow boy e un delinquente perché non rispetta la legge: ma il Far West è proprio farsi giustizia da soli!

L’ignoranza è una condizione necessaria per sostenere tesi bizzarre, come quella che i fast food sarebbero figli dei tempi attuali e quindi da condannare?
Non sapere o fare finta di non sapere che il cibo “veloce” sia sempre esistito serve a giustificare la condanna della modernità e della tecnica, giudicate di per sé cattive. Slow Food ricostruisce il passato a suo piacimento ignorando la storia e occultando i reali processi di produzione: in un’inesistente età dell’oro tutti avrebbero assaporato i pasti con lentezza e in lieta compagnia, e tutti avrebbero avuto da mangiare. Ma in realtà anche i romani, i cinesi, gli aztechi mangiavano “fast food”, cioè cibi consumati rapidamente e a poco prezzo, e inoltre fino a tempi molto recenti la stragrande maggioranza della popolazione faticava a mettere insieme un pasto decente. Anche se poi fosse vero che i fast food sono innovazioni moderne, non sarebbe questa una ragione sufficiente per condannarli e per ricoprire di ingiurie i loro estimatori, da Slow Food definiti barbari, disumanizzati, stupidi e tristi.
Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.

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set 26

Si comincia bene con il primo articolo di questa proposta di legge oscena e pericolosa. Seguirà, se non mi coglie un malore, un commento più puntuale al riguardo.
(Qui il blog della consulta consultori Roma).

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set 24

Oggi il tribunale federale di Madrid ha respinto le accuse di violazione di copyright contro YouTube. Questa decisione è una grande vittoria per la Rete e le regole adottate per governarla. L’emittente televisiva spagnola Telecinco rivendicava la responsabilità di YouTube per i contenuti in violazione di copyright caricati dagli utenti sulla sua piattaforma.

Il giudice ha respinto la richiesta di Telecinco, facendo notare che YouTube offre ai titolari dei diritti degli strumenti per rimuovere i contenuti in violazione del copyright. Questo significa che è responsabilità del soggetto titolare dei diritti – e non di YouTube – identificare e segnalare a YouTube la presenza sulla piattaforma di contenuti protetti. Questa sentenza conferma la normativa europea, secondo la quale i titolari dei diritti (e non i fornitori di servizi come YouTube) sono nella posizione migliore per sapere se la presenza di un contenuto specifico su una piattaforma di hosting sia legittima o meno, e impone a siti come YouTube la responsabilità di rimuovere contenuti non autorizzati solamente a seguito di notifica da parte del detentore dei diritti.

Questa legge definisce il giusto punto di equilibrio: tutela gli interessi dei detentori di diritti e consente a piattaforme come YouTube di operare, rendendo possibile, ad esempio, a persone con incarichi ufficiali di interagire con il pubblico in modo innovativo, o permettendo la diffusione di informazioni in tempo reale da zone di conflitto.

Questa decisione riflette la saggezza della normativa europea in materia di copyright. Più di 24 ore di video vengono caricate ogni minuto su YouTube. Se i siti Internet dovessero monitorare tutti i video, foto e documenti prima di consentirne la pubblicazione, molti siti famosi – non solo YouTube, ma anche Facebook, Twitter, MySpace ed altri – sarebbero costretti a chiudere.

YouTube e altri siti offrono agli artisti l’opportunità di raggiungere un pubblico sempre più ampio rispetto al passato e di ottenere guadagni da questo. Allo stesso tempo, permettono agli utenti di accedere ad un grande numero di contenuti creativi. Crediamo che lo sviluppo di siti come YouTube sia nel migliore interesse di artisti, editori e utenti, che possono tutti trarre vantaggio dalle opportunità offerte dalle piattaforme di hosting.

YouTube rispetta le leggi sul copyright e desidera garantire che artisti, editori e media companies possano avere successo online. Ecco perché abbiamo creato Content ID: la nostra tecnologia è stata progettata per prevenire le violazioni del copyright e per dare ai titolari dei diritti il controllo sui loro contenuti. E’ sufficiente che il proprietario di un video ne fornisca a YouTube una copia ed indichi cosa fare se il medesimo contenuto viene caricato senza autorizzazione: rimuoverlo, affiancarvi annunci pubblicitari o semplicemente essere informato del fatto che è stato caricato. Più di 1.000 media companies, tra cui Lagardère Active, Channel 4 e Rai in Europa utilizzano Content ID. In Italia, tutte le principali emittenti televisive ad eccezione di una utilizzano questo strumento.

Siamo sempre stati aperti alla collaborazione con i titolari dei diritti e le nostre partnership con loro continuano ad aumentare. Speriamo di poter lavorare con Telecinco in futuro per la tutela del copyright, la diffusione dei contenuti e lo sviluppo di nuove opportunità.

Scritto da: Aaron Ferstman, Head of Communications for YouTube – Europe, Middle East, Africa


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set 22

Un cerchio di tamburi per battere un colpo per la pace in Sudan
Eventi in 14 capitali compresa Roma. Appello ai leader mondiali. Frattini: Italia, Paese garante, manterrà impegni

Migliaia di attivisti di 14 diverse nazioni hanno partecipato oggi a una giornata di attivismo coordinata a livello mondiale per chiedere ai leader che si riuniranno da domani all’Assemblea delle Nazioni Unite di non sottovalutare i conflitti in atto in Sudan, che rischiano di trasformarsi in una nuova guerra civile in vista del referendum per l’indipendenza del Sud Sudan fissato per il gennaio 2011.
‘Italians for Darfur’, tra i promotori dell’iniziativa con Human Rights Watch e Save Darfur Coalition, ha organizzato a Roma, al Circo Massimo, un Drum Circle con il testimonial Tony Esposito.
L’evento è inserito nell’ambito della campagna Sudan365 promossa da una coalizione internazionale di 26 organizzazioni e associazioni impegnate nella difesa e la promozione dei diritti umani.
Dal Kenia alla Gran Bretagna, dall’Italia agli Stati Uniti, dall’Egitto alla Danimarca, gli attivisti di ‘A Beat for peace’ sono scesi contemporaneamente in piazza per manifestare sostenuti da famosi musicisti come Stewart Copeland dei Police, Phil Selway dei Radiohead, Nick Mason dei Pink Floyd, Will Champion dei Coldplay e Tony Esposito per l’Italia.
“Attraverso la nostra azione – ha ricordato Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, nel corso della manifestazione – chiediamo ai leader mondiali di essere più vigili in vista del referendum per l’indipendenza del Sudan meridionale, previsto dal Comprehensive Peace Agreement siglato il 9 gennaio 2005 ponendo fine a una guerra civile durata oltre 20 anni e che ha causato la morte di 2 milioni di civili. Da tempo denunciamo che il percorso verso questo importante appuntamento è irto di insidie – ribadisce la Napoli – e si sta svolgendo in un contesto instabile. Se il Cpa venisse disatteso, un nuovo scontro tra Nord e Sud sarebbe inevitabile e tutti gli accordi presi nel frattempo non sarebbero più validi. In questo contesto è fondamentale l’impegno assunto dal ministro Frattini, che ringraziamo per il messaggio di sostegno che ci ha inviato, il quale ha ribadito che l’Italia continuerà a essere Garante di quell’Accordo ¬– ha concluso la presidente di Italians for Darfur – e farà quanto politicamente e diplomaticamente possibile per scongiurare una recrudescenza del conflitto”.

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE IN SUDAN
(19 settembre 2010)

MESSAGGIO DI SALUTO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI
ON. FRANCO FRATTINI

Desidero innanzitutto esprimere il mio apprezzamento per l’iniziativa di
quest’oggi, che testimonia il vivo interesse che il complesso scenario sudanese
suscita nell’opinione pubblica. Tutti – ciascuno secondo le proprie responsabilità
- sono chiamati a offrire il proprio contributo per costruire la pace e promuovere
il benessere che l’intero popolo sudanese merita.

Dal 2005 il Sudan sta percorrendo la strada dell’attuazione dell’Accordo
Globale di Pace, che ha posto fine alla ventennale guerra civile tra il Nord ed il
Sud del Paese. Un cammino non esente da difficoltà, lungo il quale l’Italia -
testimone dell’Accordo – ha contribuito con il proprio impegno alla promozione
dei processi di riconciliazione nazionale sudanesi. Tra le tappe fondamentali
poste dall’Accordo di pace sul percorso sudanese verso la pacificazione figura la
celebrazione del referendum del prossimo 9 gennaio, quando i cittadini del Sud
Sudan si pronunceranno sull’autodeterminazione. L’adeguata preparazione del
referendum e un suo svolgimento corretto e credibile rappresentano condizioni
essenziali per garantire la pacifica e proficua coabitazione tra Nord e Sud, che
dovranno continuare a coesistere anche dopo il referendum, quale che ne sia
l’esito. In una fase così delicata, l’Italia non intende fare mancare il proprio
tradizionale sostegno per la pace in Sudan. Manterremo dunque il nostro
impegno per favorire, nei fori internazionali e regionali in cui siamo attivi, il
dialogo fra le parti sudanesi affinché esse sciolgano gli attuali nodi nella
preparazione del referendum e procedano in maniera costruttiva nei negoziati
per la definizione degli assetti post-referendari.

Il nostro Paese è tradizionalmente impegnato per lo sviluppo del Sudan. Le
nostre iniziative di cooperazione, sostanziatesi in finanziamenti per 75 milioni di euro nell’ultimo quinquennio, hanno privilegiato in particolare la regione del
Sudan Orientale e del Sud Sudan, focalizzandosi sui settori della salute,
dell’istruzione, dello sviluppo urbano e rurale. In Sudan Orientale ci viene
riconosciuto il ruolo di partner più autorevole per lo sviluppo.

Rimane fermo il nostro sostegno politico e finanziario alla mediazione
internazionale per la soluzione della crisi in Darfur. Di recente abbiamo erogato
1,5 milioni di euro, d’intesa con l’Unione Africana, per il finanziamento del
Panel di alto livello guidato dall’ex Presidente Mbeki con il compito di favorire
l’attuazione dall’Accordo di pace del 2005 e promuovere la soluzione della crisi
darfuriana. Una pace duratura e sostenibile in Darfur non potrà prescindere da
un pieno coinvolgimento della popolazione darfuriana nel processo di
riconciliazione, dal serio impegno per risolvere le cause profonde della crisi e
dal convinto perseguimento della giustizia. A tale proposito, la collaborazione
del Sudan con la Corte Penale Internazionale e il pieno rispetto dei diritti umani
nel Paese rimangono essenziali.

L’Italia sta quindi facendo la propria parte con senso di responsabilità ed
equilibrio, consapevole della serietà delle sfide ma anche delle opportunità che
si dischiuderanno nei prossimi mesi per ridare speranza alla pacifica convivenza
in Sudan.

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set 22

di Alice Elliot

L’assessore romano alla scuola Laura Marsilio, in visita ad una scuola elementare, ha dichiarato che i bambini nati in Italia da genitori stranieri non sono realmente Italiani. A me, sinceramente, è salita un attimo di ansia identitaria. Un genitore italiano basta per essere italiana? Qui c’è poco da scherzare. Qui si parla di me, della mia appartenenza. Qui, se si comincia a misurare l’italianità a seconda dei genitori, potrei avere dei problemi pure io. Perché non solo mio padre non è italiano ma io non sono neppure nata in Italia. Però ci ho vissuto 20 anni – vale? Quanti punti ho nella scala da 0 a 100 dell’italianità pura? L’assessore Marsilio dice che i figli di stranieri in Italia sono stranieri. Mi sono guardata allo specchio e ho pensato – oddio, parlava di me?

Poi, però, ho tirato un sospiro di sollievo. Io non sono di origine straniera straniera. Lo sono solo un pochino, sono solo un pochino straniera, perché mio padre non è Straniero ma straniero, un gioco di maiuscole e minuscole che può cambiare tutta una vita. Del resto l’Inghilterra non è veramente ‘straniera’. Certo è più lontana dall’Italia della Tunisia o dell’Albania però non è straniera straniera. Infatti io ne ho pagato le conseguenze. A me a scuola nessuno poneva domande esotiche e favolose sulle mie origini – non ero molto interessante, e a parte qualche domanda d’aiuto durante i compiti in classe d’Inglese, la mia origine straniera era ignorata. Mi rendeva molto più esotica il fatto che non avessi la televisione a casa. In tutte le altre cose, io, ero italiana. Ma in che modo?

In che modo io sono italiana più dei bambini delle elementari incontrati dalla Marsilio? Come si misura l’italianità? Dall’ “aria che si respira in casa”, rispondono sia la Marsilio che la preside della scuola elementare. Ed ecco che scattano di nuovo in me dubbi d’appartenenza. Come si misura l’aria che si respira a casa? In quale percentuale deve essere italiana l’aria respirata per mettere in circolo nel corpo l’essenza dell’italianità? Perché io son cresciuta in una casa un po’ stramba, e non sono sicura se l’aria che ho respirato negli ultimi 25 anni si possa considerare ‘italiana’. Esiste un rilevamento scientifico? Un rilevatore di qualità offerto dal Ministero dell’Interno per misurare in modo quantitativo di che nazionalità sia l’aria di una casa? Quanti punti mi toglie nella scala d’italianità il fatto che tra le mura della casa della mia infanzia non circolasse solo l’italiano? Del resto ora l’inglese va di moda, ma sicuramente i signori misuratori d’identità converranno che la popolarità dell’inglese è solo il risultato di giochi di potere e moderno colonialismo linguistico e che quindi il fatto che questa lingua contaminasse l’aria della mia casa debba togliere molti punti alla misura della mia italianità. O siamo così meschini che chiudiamo un occhio quando la lingua altra che contamina la nostra è quella del più forte, del colonizzatore? Certo che no.

Quanti punti toglie alla mia italianità il fatto che tornassi ogni anno, per tutta la mia infanzia ed adolescenza, al mio paese d’origine? Perché, se ho capito bene, è così che dovrei considerare l’Inghilterra. Così vale per i bambini in fila per entrare in classe che ha incontrato la Marsilio, quindi immagino valga così anche per me. Poco importa se i miei mi han portato via dal mio paese natale che avevo 3 settimane, se ho frequentato l’asilo, la materna, le elementari, le medie, le superiori in Italia, se i miei ‘ritorni’ all’isola britannica li ho sempre considerati vacanza. Poco importa se in Inghilterra sorridevano al mio accento italiano e se sono sempre stata vista dai miei parenti là come la nipote italiana. Secondo le leggi astratte delle appartenenze, un bimbo con genitori marocchini portato in Italia a tre settimane d’età è marocchino e quando e se torna in Marocco d’estate torna ‘al suo paese d’origine’. Questo, a rigor di logica, dovrebbe valere anche per me.

Quanti punti di italianità mi dà il fatto che a casa mia si festeggi il Natale con i tortellini? Ma quanti punti poi mi toglie il fatto che attorno al tavolo del pranzo di Natale ci sia seduto non solo un Inglese, mio padre, ma pure un Cinese, mio zio, il marito di mia zia, la sorella di mia madre? Certo l’aria che respiro fin da bambina non si può definire esattamente italiana. O forse sì? Del resto mentre si mangia si parla solo italiano perché questa è la lingua che tutti capiamo, e mio zio è in realtà cittadino italiano. Dal punto di vista burocratico, l’unico straniero a quel tavolo è mio padre. Che però mangia più tortellini di mia madre (cittadina italiana con genitori italiani e nonni italiani). Mi confondo sempre, quando si utilizza la parola cultura – cosa si intende per ‘cultura italiana’? Cantare l’inno? Essere bianchi? Andare in chiesa? Parlare italiano? Pagare le tasse? Non pagarle? Avere la madre casalinga? Avere la madre lavoratrice? Essere cattolici o almeno cristiani o a seconda del momento storico pure ebrei o pure atei ma comunque non musulmani? Essere italiani vuol dire non essere musulmani? Mangiare i tortellini vale? Essere precari? Mammoni? Mafiosi?

Sicuramente la cittadinanza non basta. La Marsilio non parla della cittadinanza dei bambini in fila fuori dalle elementari ma della loro ‘cultura’, della loro ‘origine’ –e probabilmente la sua scelta è stata azzeccata, avrebbe potuto creare delle incomprensioni se avesse parlato solo di bambini non cittadini italiani. Perché alcuni di quei bambini in fila per entrare in classe, etichettati dalla Marsilio come ‘stranieri’, probabilmente sono effettivamente cittadini italiani, figli di cittadini italiani. Per evitare disguidi, per evitare che questi bambini, cittadini italiani, si sentissero in un qualche modo esclusi dal suo discorso e non si sentissero abbastanza stranieri, la Marsilio ha sottolineato che “non è solo un fatto anagrafico, ma un fatto di cultura”. E ha ragione, la signora Marsilio, a dirlo a bambini di 6 anni, nei primi giorni di inserimento a scuola: che sia ben chiaro, nelle loro teste, che sono diversi da tutti gli altri. Nel caso in cui si confondessero o solo provassero un sentimento di appartenenza al Paese, alla città, alla scuola, al quartiere, le cose sono da subito messe in chiaro. E’ evidente dunque che anche la mia cittadinanza non basta come sicurezza, come prova della mia italianità – il discorso della Marsilio suggerisce che ci sono cittadini più cittadini di altri, più italiani di altri, con il passaporto più rosso degli altri. Date le mie circostanze, il mio passaporto di che rosso è?

Se alcuni di quei bambini ‘stranieri’ della scuola elementare erano cittadini italiani, altri non lo erano, perché i loro genitori non possiedono la cittadinanza. Come mio padre, del resto. Che cosa, dunque, mi rende più italiana di questi bambini? Forse il fatto di non dover fare la fila periodicamente in questura per richiedere il permesso di soggiornare un altro anno nella mia casa, nella mia città, nel Paese in cui sono cresciuta? Forse il fatto che, quando ho compiuto diciotto anni, non ho dovuto presentare una motivazione ‘valida’ per rimanere in Italia e non rischiare di diventare clandestina? Ma questa non è una questione di ‘cultura’, questa differenza tra me e quei bambini dipende solo dal fatto che possiedo i documenti giusti, che mi è andata bene con la burocrazia. E, se qui quello che conta e’ la cultura e non la burocrazia, l’appartenenza e non l’anagrafe, cosa mi rende, realmente, più italiana di una ragazza arrivata a tre settimane d’età dal Marocco? O da un ragazzo nato in Italia da genitori che un tempo vivevano in Tunisia?

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che la mia ‘origine’ è più ‘europea’ della loro. Quando si parla di “aria italiana respirata in casa” però, siamo veramente sicuri che l’aria inglese si avvicini di più all’aria italiana rispetto all’ ‘aria albanese’, all’ ‘aria marocchina’, all’ ‘aria cinese’? L’aria marocchina respirata in casa da bambini figli di Marocchini ‘inquina’ l’aria italiana che i bambini respirano più dell’aria inglese, americana, austriaca, svizzera respirata da bambini figli di inglesi, americani, austriaci, svizzeri che nascono e crescono in Italia? Forse il Ministero dell’Interno dovrebbe veramente distribuire degli efficaci rilevatori della qualità dell’aria ad ogni casa, roulotte, tenda in Italia. Così tutti potremmo dormire sonni più tranquilli. Perché finalmente sapremmo esattamente chi è italiano puro e chi no, chi è italiano solo per un terzo, chi per quattro quinti, chi per sette noni.

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set 22

Caro Gianfranco (…) per costruire una grande forza nazionale, legalitaria, Repubblicana e Costituzionale, dobbiamo far si che i mezzi siano all’altezza dei fini: allora va bene il sostegno al programma votato dagli elettori, ma riempiamo immediatamente di contenuto politico il senso delle “mani libere su tutto il resto” che abbiamo rivendicato. Serve immediatamente una rigorosa norma anticorruzione, e non è più rinviabile la concessione di diritti pieni di cittadinanza a tanti bambini e ragazzi nati in Italia da genitori regolarmente qui residenti e che si sentono, e sono, “nuovi italiani”

Fabio Granata, deputato finiano, in un editoriale pubblicato su Farefuturo

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set 22

Dietro le affermazioni e le prese di posizione del sottoscritto c’è solo la fame di visibilità, denaro e carriera politica. Non te ne sei accorto, Specchio servo delle mie brame? Se ne sono accorti invece alcuni miei intelligentissimi lettori: “Lo so che come molti altri qui in Italia vorresti essere candidato di un qualsiasi partito e fare carriera politica, non ci vuole la palla di cristallo, dopodichè finirai col vivere con i nostri soldi e NON risponderai mai alle nostre domande. Mi sembra logico che una persona normale, sottoposta a queste sevizie quotidiane, prefererirebbe andarsene in paesi in cui può condividere e in fratellanza e in comunanza di idee. Solo una ragione lo costringerebbe a rimanere. Azzardo ipotesi: denaro? visibilità? politica?”. Ed ecco quindi svelato il segreto: non si possono intraprendere certe battaglie senza ottenere qualcosa in cambio, mica si campa di soli ideali. Mica si fanno certe affermazioni solo per passione o spinti dalla preoccupazione per il futuro. E’ in effetti noto a tutti che di questi tempi a finire sulle prime pagine dei quotidiani, a pubblicare libri con le più importanti case editrici, ad essere candidati e ricevere valanghe di voti sono quelli che difendono il diritto dei musulmani a costruire moschee, quelli che auspicano il voto e la cittadinanza agli immigrati, quelli che tifano per una società multietnica, tipo il sottoscritto. Basta leggere gli editoriali del Corriere della Sera, ascoltare gli interventi dei politici nazionali e locali, guardare i risultati delle elezioni in giro per l’Europa per rendersene conto: ho la strada spianata. D’altronde i musulmani controllano tutto ormai: i negozi di kebab, le pizzerie, le macellerie. Se decidessero di scioperare gli italiani morirebbero tutti di fame. Non mi meraviglia quindi il fatto che in una grande città del nord – come afferma una mia informatissima lettrice – un assessore si sia persino “segretamente convertito all’Islam per non perdere la poltrona”. E’ noto a tutti, infatti, che c’è un Gran Muftì, nascosto in qualche caverna nei dintorni di Kabul, che stila le liste dei candidati politici nelle varie città italiane (Roccacannuccia inclusa) e che decide il posto in lista o in giunta in base alla loro fedeltà alla causa islamica. E’ ovvio che ad un musulmano doc – anche se sprovvisto di cittadinanza e diritti politici – sarà invece riservato un posto di riguardo, tipo la presidenza del Senato o della Camera… Poveretti, quelli che vogliono chiudere le moschee ed espellere gli immigrati. Loro non possono ambire alle poltrone all’Europarlamento e al parlamento. Non possono diventare firme importanti dei quotidiani nazionali e ospiti fissi nelle trasmissioni di maggiore ascolto. Non possono pubblicare libri e incassare gettoni di presenza, diritti editoriali e finanziamenti pubblici oltre ai pingui stipendi. Non c’è nemmeno speranza che ottengano una piccola scorta da esibire come status symbol. Io invece tutte ste cose le ho già: non appena ho capito che i musulmani piacevano all’opinione pubblica, mi sono messo al lavoro. Invece loro sono degli sfigati, rosi dall’invidia nei confronti di chi si fa paladino dell’imbastardimento della società italiana. Eppure la soluzione sarebbe cosi semplice, basterebbe cambiare casacca e fare il salto della quaglia. Non è poi cosi difficile, in un paese dalla memoria corta. Basterebbe che si accodassero a noi e alle nostre popolarissime posizioni, che ci raggiungessero nelle affollatissime manifestazioni pro-moschee, che ci applaudissero insieme alle folle oceaniche che vanno in visibilio non appena ne annunciamo la costruzione, che dessero i loro contributi ai nostri best-seller a favore del multiculturalismo, della cittadinanza breve e del diritto di voto agli immigrati. Io non capisco proprio perché non ci arrivano, questi qua. Perché non capiscono che se il clima generale è pro-immigrazione e pro-musulmani basta davvero poco per fare tanti soldini e gran carrieroni? Sono proprio tonti. O forse degli idealisti. Io, invece, si che sono un gran furbetto. Tiè!

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set 20

Le moschee diventeranno un elemento consueto nel paesaggio tedesco. Sono certa di una cosa: il nostro Paese continuerà a trasformarsi e l’integrazione è un dovere per una società che accoglie gli immigrati
Angela Merkel, intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung

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set 20

Ogni tanto, qualche deficiente (nel senso di colui a cui manca qualcosa) mi rivolge la seguente domanda: “Se questo paese è razzista e xenofobo, che ci fai qui? Perché non ti togli dalle balle e vai, chenessò, in Afghanistan?”. La domanda presuppone che si risponda negando categoricamente che questo sia un paese razzista e xenofobo, dando quindi manforte al deficiente in questione nel minimizzare e ridimensionare l’entità del problema e permettendogli di croggiolarsi nella sua supposta superiorità oppure che si risponda affermando invece che questo è un paese razzista e xenofobo, prestando il fianco ad accuse di alto tradimento e mancata integrazione. La risposta a questa domanda, invece, è molto più semplice e al contempo preoccupante: questo non è un paese razzista, ma rischia fortemente di diventarlo. Lo dimostra la domanda stessa che sottintende “se non ti piace come gira qui, vattene” o – in altre parole – o ti adegui e accetti tutto in nome di ciò che “la gente” pensa sia giusto, oppure te ne vai. Non ti è permesso di dire come la pensi, se non è in linea con ciò che pensa “la massa”. Poi questi custodi della Democrazia liberale hanno anche la faccia tosta di rinfacciarti che tu, invece, provieni da un paese dove questi diritti (non si capisce quali) “non sono garantiti”.
L’altro giorno proprio uno di questi deficienti riportava le parole di un tal Sarazzin che afferma che: “Gli immigrati musulmani, sempre più numerosi in Germania e nel resto d´Europa, hanno ben meno capacità e volontà d´integrarsi di altri gruppi, sono meno istruiti e meno operosi, costano al welfare alle cui spese spesso vivono, portano una mentalità retrograda. Tra qualche decennio, visto che si moltiplicano veloci, saranno più numerosi dei tedeschi e degli altri europei doc, e sarà la fine. Intanto con questo processo la Germania sta già diventando più povera e più stupida”. Conclusione (del deficiente): “I fighetti del politicamente corretto si stanno stracciando le vesti e stanno gridando al crucifige, ma la GENTE ritiene le parole di Sarrazin vere dalla prima all’ultima”. Quando ho umilmente fatto notare che la GENTE, sempre in Germania, riteneva vere – dalla prima all’ultima – anche le parole di Hitler che affermava che gli ebrei, in aumento come i ratti, avevano meno volontà d’integrarsi, campavano succhiando il sangue tedesco e rischiavano di imbastardire la società del Reich rendendola più povera e stupida, apriti cielo!
Un altro commentatore infatti, non meno deficiente, ha aggiunto che, ecco qui “la profonda differenza fra europei e arabi: l’impermeabilità alla nostra storia, l’averla letta e basta. E’ un abisso che non si può colmare con letture. Eì parte integrante dell’essere europeo” perché lui sì che non può “sentire o leggere il nome di Hilter senza provare un brivido”. E grazie. Vale poco, il brivido, se non si smette di far passare come pagliacciate e buffonate folcloristiche i pericolosissimi segnali di disprezzo per la patria e la bandiera, i tentativi di inculcare persino nei più piccini la fedeltà a simboli e colori che sono sinonimo di razzismo e odio per l’altro. Era divertente e faceva ridere persino gli ebrei, Hitler. Poi si è visto come è finita. Io preferirei che invece di provare un brivido nel leggere il nome di Hitler, quel deficiente provasse vergogna per le dichiarazioni e le azioni di molti suoi connazionali, inclusi quelli che rivestono posizioni di responsabilità e prestigio che da Hitler non hanno imparato nulla. O forse troppo. Perché il brivido sentito nel leggere il nome di Hitler vale come un due di picche, se non si è in grado di attualizzarlo e scorgere – in mille segnali – la direzione nazionalsocialista già imboccata dalla “gente” guidata da alcuni personaggi senza scrupoli che continuano a buttare benzina e soffiare sul fuoco incuranti delle conseguenze.
Eggià, le conseguenze. Quante volte alcuni commentatori – deficienti pure loro – mi hanno ricordato, come se non lo sapessi, che cosa succederà il giorno in cui “gli italiani si sveglieranno”. E invece lo so benissimo, quello che succederà. Succederà come è successo in Etiopia, dopo l’attentato del 1937 a Graziani. La più forsennata caccia al negro che l’Etiopia avesse mai visto. E uno dei testimoni, A. Dordoni, raccontò: “Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un colpo in tutta la guerra e che ora rivelava rancori e una carica di violenza insospettabili”. Figuriamoci, quindi, cosa farebbero oggi, questi rispettabili commercianti, autisti e funzionari. Dopo oltre un decennio di manifesto rancore e violenza nei confronti degli immigrati: quelli che rubano il lavoro, le donne, le case popolari, i posti all’asilo e chi più ne ha più ne metta. No, l’Italia non è un paese razzista. Ma ha tutte le carte in regola, a cominciare da quelle storiche, affinché diventi il prossimo teatro di un pogrom o di un genocidio europeo nel XXI secolo, dopo la Bosnia. E siccome “l’unico modo perché il male trionfi è che le persone di buona volontà stiano in silenzio”, io non ho la minima intenzione di stare zitto. Nè tanto meno di andarmene.

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set 18

Son curiosissimo e spero che non ci siano rotture di scatole dell’ultimo minuto a distogliermi. Questa Radio Venerdì 17 creata da mizio, kttb e doubleb mi stuzzica sia per la forma sia per la promessa di contenuto. Ore 17 on line. A buon intenditor…

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