Eravamo stati, qualche giorno fa, facili profeti nel pronosticare un ricorso da parte degli integralisti alla carta della sicurezza di fronte all’imminente prospettiva del via libera alla pillola abortiva: un’ora e venti minuti dopo la pubblicazione del post su Bioetica, le agenzie rilanciavano le dichiarazioni del sottosegretario Roccella su un dossier della Exelgyn (la casa produttrice della RU-486) che riportava una serie di decessi seguiti all’assunzione di mifepristone, il principio attivo alla base della pillola abortiva. Poco dopo un’altra agenzia citava un documento redatto da Assuntina Morresi, consulente della Roccella, che – trasgredendo a quanto pare un accordo di riservatezza stipulato con la Exelgyn – scriveva fra l’altro:
Dal 28 dicembre 1988 al 28 febbraio 2009 sono riportati 29 decessi a seguito di mifepristone. Non è possibile calcolare il numero dei pazienti esposti, perché le dosi utilizzate per le diverse indicazioni sono variabili. Dodici decessi sono a seguito di ‘uso compassionevole’ e diciassette a seguito di aborto medico, confermando tutte le segnalazioni risultate dalle inchieste giornalistiche, ed aumentandone il numero. Come valutare queste «rivelazioni», in particolare per quanto riguarda l’unica informazione autenticamente nuova, cioè quella sui dodici morti in seguito all’uso compassionevole del farmaco?
Cominciamo col dire che quasi nessuno dei 29 decessi è al momento attribuibile con certezza all’effetto del mifepristone. In alcuni casi il rapporto causale è molto probabile; in altri si tratterà verosimilmente di una concomitanza casuale di eventi, in cui solo la tendenza a cadere nella vecchia fallacia del post hoc, ergo propter hoc potrebbe far scorgere qualcosa di più sostanziale. Notiamo in particolare che con «uso compassionevole» di un farmaco si intende l’uso off label – cioè al di fuori degli impieghi approvati ufficialmente – in casi in cui non sono disponibili altri trattamenti; e in effetti il mifepristone è stato sperimentato fra l’altro nel trattamento di alcuni tipi di cancro. Sembra intuitivo che in questi casi la mortalità spontanea sia abbastanza elevata, e che il decesso possa dunque verificarsi in casuale concomitanza con l’assunzione di un farmaco.
Una seconda osservazione riguarda il tentativo più o meno velato di implicare che se i casi mortali noti sono raddoppiati allora è raddoppiata anche la mortalità. Ora, in questi casi la mortalità non va misurata in valori assoluti ma bensì in percentuale: un farmaco che causa 30 morti su 30 somministrazioni è un potente veleno, mentre uno che ne causa 30 su 30 milioni è un prodotto molto sicuro (il rischio zero, ahimè, non esiste). Allora, se vogliamo conteggiare i morti per uso compassionevole assieme agli altri, dovremo anche sommare i trattamenti totali per uso compassionevole a quelli per aborto; ma da questo segue (è algebra elementare) che, a meno che i trattamenti per uso compassionevole non siano in numero molto minore degli altri, la mortalità non raddoppia, neppure approssimativamente; in effetti, se i trattamenti per uso compassionevole fossero più numerosi degli altri (cosa, va ammesso, molto improbabile), la mortalità totale sarebbe diminuita!
Ma in fondo – e veniamo alla terza, fondamentale osservazione – questi discorsi sono oziosi. I rischi di un farmaco sono sempre collegati a una molteplicità di fattori: età e condizioni di salute del paziente, altre patologie presenti, predisposizioni genetiche, modalità di assunzione, dose, interazioni con altri farmaci, etc. etc. Per questo motivo, sommare il rischio della somministrazione del mifepristone a giovani donne sane al rischio della somministrazione a pazienti terminali equivale alla proverbiale somma di mele e arance – e mi scuso se il paragone può apparire irrispettoso per le vittime. Se i rischi per patologie differenti fossero comparabili, ne seguirebbe la conclusione assurda che di ogni farmaco che si fosse dimostrato sicuro per una patologia si potrebbe approvare l’uso off label per qualsiasi altra patologia e per qualsiasi altra classe di pazienti senza bisogno di testarne daccapo la sicurezza. Eppure Morresi & Co., quando pensano che faccia loro comodo, dimostrano di conoscere la distinzione fra i rischi connessi a usi differenti di uno stesso farmaco: sempre a proposito dell’aborto farmacologico, si odono spesso le loro alte strida perché il Cytotec, la prostaglandina che serve a espellere l’embrione dopo l’assunzione del mifepristone, è ufficialmente registrato solo come gastroprotettore, non come abortivo.
Se non sapessimo nulla dei rischi dell’uso del mifepristone come abortivo, allora i rischi legati al suo uso in campi diversi potrebbero forse servire da prima, grossolana indicazione; ma non è questo il caso. In Francia, per dirne una, il mifepristone è usato dal 1988 nell’aborto medico. Dal 1992, da quando cioè viene usato in associazione con misoprostol (cioè Cytotec) o gemeprost (un’altra prostaglandina), perlopiù secondo il protocollo che verrà usato anche in Italia, i trattamenti effettuati sono stati più di un milione; su questi, il numero di vittime è stato esattamente pari a zero. Zero. Ma di questo gli integralisti non amano parlare…
fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale