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È uno dei vanti della modernità: grazie ai progressi della medicina, delle tecniche di conservazione dei cibi e di trattamento delle acque reflue etc., viviamo più a lungo dei nostri predecessori; sempre più a lungo. Negli Stati Uniti, per esempio, la speranza di vita alla nascita era di 45,6 anni nel 1907, di 66,4 nel 1957 e di 75,5 nel 2007. I nemici della modernità non possono negare queste cifre; hanno tentato quindi di screditarle con un argomento che si sente ripetere spesso. La speranza di vita, sostengono, è aumentata più che altro a causa della diminuzione della mortalità infantile (cioè del numero di bambini minori di un anno morti per ogni mille nati vivi), che sempre negli Stati Uniti era di 99,9 nel 1907, 26,3 nel 1957 e 6,8 nel 2007. Non è dunque che nel 1907 la gente cadesse morta a frotte prima di arrivare a 46 anni; piuttosto, per chi superava lo scoglio dell’alta mortalità infantile, che faceva abbassare la media, la durata della vita residua era paragonabile alla nostra, che è poi ancora quella biblica: «settanta sono gli anni della nostra vita (ottanta per i più robusti)».
Già dal punto di vista dei valori in gioco questo argomento è criticabile: la sconfitta quasi totale della mortalità infantile è una conquista immensa, che ha cancellato lo strazio di chi vedeva buona parte dei propri figli morire. (Se ricordo bene, ho visto usare l’argomento in questione anche da alcuni integralisti, per i quali curiosamente la vita dei bambini minori di un anno sembrava non costituire un bene così fondamentale: si vede che per loro vale più quella degli embrioni…) Ma c’è di più: l’argomento è sbagliato anche di fatto, come ci aiuta a capire John Hawks sul suo blog («Human lifespans have not been constant for the last 2000 years», John Hawks Weblog, 25 agosto 2009):
Well, it’s just not true. You can see for yourself easily with a little reading. For example, a free article (PDF) by John Bongaarts and Griffith Feeney reviews the concepts and provides convenient summary figures of mortality rates by age in the U.S. for 1950 and 1995. Age-specific mortality rates have declined across the adult lifespan. A smaller fraction of adults die at 20, at 30, at 40, at 50, and so on across the lifespan. As a result, we live longer on average. Reductions in juvenile and infant mortality also contribute to increased life expectancy at birth, but the same trend is evident if we consider life expectancy at 15, 20, 30, or even 80. We live longer now than in the past.
What about 2000 years ago? […] there’s no doubt that Romans, Egyptians, and Greeks were dropping dead at age 30, 40, 50 and 60 – at much higher age-specific mortality rates than today […] if human lifespan had really not changed in 2000 years, then 35-year-olds shouldn’t have left their skeletons very often in the Roman catacombs. Unfortunately (for them), we find those 35-year-old bodies. A rough estimate (gleaned from tomb inscriptions that give ages) is that half of Romans who lived to age 15 – and therefore escaped juvenile mortality – were dead before age 45.
[…]
In every way we can measure, human lifespans are longer today than in the immediate past, and longer today than they were 2000 years ago. Infant and juvenile mortality do make a difference – especially if we use “life expectancy at birth” as the statistic – but age-specific mortality rates in adults really have reduced substantially.
That’s a good thing! Più empiricamente, ricordo di aver letto anni fa l’epistolario di Emily Dickinson, che copriva grosso modo il periodo a cavallo del 1850: quel che colpiva di più era la sequenza inarrestabile, angosciante, terribile di morti – morti non solo di infanti o di anziani, ma di giovani adulti. Morti a cui avrebbe posto fine solo l’installazione di una moderna rete fognaria: uno di quei ritrovati bassamente materialistici che i nemici della modernità usano così spesso deridere.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale





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