feb 04

El-Fashir si prepara all’arrivo del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, che giungerà nella città del Nord Darfur per inaugurare a giorni il “Darfur regional Authority”, come previsto dagli accordi di Doha, siglati tra il governo sudanese e alcuni gruppi minori del largo fronte ribelle del Darfur. Il JEM, il cui leader storico Khalil Ibrahim è stato ucciso lo scorso 25 dicembre dalle forze sudanesi, ha ribadito la sua contrarietà agli accordi, definiti una farsa dal nuovo comandante Gibril Ibrahim.Alla cerimonia parteciperà anche il presidente ciadiano Idriss Deby e l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari. I tre erano già stati immortalati pochi giorni fa a una festosa cerimonia nuziale in Ciad, sollevando l’indignazione delle maggiori organizzazioni internazionali per i diritti umani, e riaprendo la questione della necessità di riformare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ormai ridotto a un colosso di funzionari zelanti e corposi uffici stampa.Nella capitale del Nord Darfur arriveranno anche rappresentanti dell’Unione Europea, della Lega Araba e dell’Unione Africana. Quest’ultima ha già fatto trapelare la volontà di interrogare la Corte Penale Internazionale circa la possibilità di immunità in favore del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, ricercato internazionale per crimini contro l’umanità.www.italiansfordarfur.it

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feb 04

Non è molta la strada che separa El Fasher da Zam Zam. A tratti un rivolo di asfalto, un po’ di sterrato, un paio di check point dell’esercito localizzati lungo il percorso, ed ecco che si materializza pian piano, con quella lentezza immobile che solo l’Africa conserva come dono ma anche come maledizione, un altro genere di paesaggio. Ammassi di rifiuti costituiscono barriera e protezione per le capanne di paglia disseminate lungo i lati della strada. Donne, uomini e bambini in groppa agli asini trasportano la legna che certamente gli servirà per accendere un piccolo fuoco, unico strumento attraverso il quale potranno prepararsi un pasto. Carrettini trainati da asini stanchi anch’essi del tanto dolore trascinano uomini soli, donne afflitte, bambini affamati. Zam Zam appare all’improvviso. Non te ne rendi conto mentre il camioncino di Relief International si muove veloce, in netto contrasto con tutto quello che c’è intorno. Sembra un colpo di flash mal riuscito in una fotografia scattata all’imbrunire. Zam Zam Unamid ti avvisa che sei nei pressi del campo. Zam Zam restaurant/Zam Zam Rest: meticolosamente riservato ai militari e obbligatoriamente vietato ai civili, quelli che per mangiare dipendono dalle organizzazioni umanitarie presenti nel campo. Sabbia ovunque. Sabbia densa, bianca, a volte rossa, sporca, maledetta sabbia che ti entra dappertutto. Il cancello della clinica di Relief International si apre e già arriva il primo flusso umano. Donne belle, alte, altezzosamente avanzano portando a spalla i loro bambini bisognosi di cure e di cibo. Io sono là, ferma, immobile, incredula di quel che sta scorrendo sotto i miei occhi. Sconvolta di quel che si consuma in Darfur ogni giorno, osservo quel che si muove intorno a me senza riuscire a pensare. No, non articolavo nessun genere di riflessione. Si era creato un vuoto, un abisso incolmabile, tra ciò che si definiva al mio sguardo e ciò che si muoveva con violenza sottile nella mia anima. Strane cose accadono da queste parti del mondo. Non solo intorno a te, addosso alla gente, ma anche dentro te, e si incastrano come ferite che con cura meticolosa, forse, un giorno potrai lentamente guarire. Da una grata una mano anziana, rugata dal sole e dalla vita, distribuisce blister di medicine e piccole bottiglie di paracetamolo. Malaria, diarrea, infezioni acute respiratorie, meningite, morbillo. Bambini malati. Di primo mattino, la capanna riservata all’accettazione si riempie a vista d’occhio. Dignitosamente adagiati su stuoie, gli sfollati interni di Zam Zam, aspettano il proprio turno, rinfrancati dalla possibilità di ricevere assistenza. Ogni tanto un pianto di qualche bimbo a cui il medico ha appena fatto la puntura per le vaccinazioni delle prime malattie dell’infanzia. Molti altri, invece, non sono stati così fortunati da essere immunizzati, e così arrivano al campo malati e probabilmente riusciranno a guarire. C’era una donna seduta ai piedi di un albero che allattava il suo piccolo coprendosi il seno con un velo rosa. Il bambino non riusciva a tenere la testa dritta, la buttava ripetutamente all’indietro. Quel bambino ha sette mesi, ma ha anche la malaria. C’era un’altra donna. Molto giovane. Bellissima. Sconvolta si muoveva senza riuscire a rendersi conto di dove andare e di cosa fare. Urlava lamentandosi. Portava il suo bambino, anche lui di pochi mesi, credo affetto da gravi infezioni alle vie respiratorie. Quella donna cercava aiuto. Le avevano dato delle medicine e un flacone di antipiretico. Non le avevano però spiegato in che posologia dare quelle medicine al suo bambino. Forse non si erano resi conto che era sordomuta. Non aveva capito niente, per questo urlava disperata.
 Il Bollettino made in ONU riporta quanto accaduto oggi in Darfur:
-  Il 31 gennaio 2012 in Nord Darfur nella zona di Kutum Rural & Fata Burno, Kutum Guba Area, un padre e suo figlio, stando a quel che si dice, sono state vittime di una sparatoria all’interno del loro negozio da parte di due uomini armati vestiti in uniforma militare. Gli assassini hanno ucciso l’uomo e suo figlio perchè si erano rifiutati di collaborare al tentativo di rapina.
- Oggi, 2 Febbraio 2012 in Sud Darfur, Graida Abulala IDPs, alle 15:00 ora locale, è divampato un incendio all’interno del campo. Circa 80 capanne sono state distrutte completamente, mentre al 60 hanno subito danni parziali che tuttavia le rendono inagibili alla popolazione. La causa dell’incendio è sconosciuta.
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feb 04

Mi chiamo Abdulwahab Suleiman Amhed e vengo da un posto molto lontano, il Darfur.Dal 2007 sono in Italia, ma mai mi sarei immaginato di dover lasciare la mia terra e venire in Italia. Grazie a mio padre, però, ho potuto salvarmi.In Darfur, infatti, sono già otto anni che si combatte: moltissime sono le vittime, ancora si continua a morire.La differenza più grande, tra il mio Paese e qui, è la musica.Quando ero in darfur non potevo sentire la musica, solo tanta paura e la voce delle armi. Prima della guerra si sentiva tanta musica però.Dal 2005 ho frequentato la scuola superiore e la leva obbligatoria. Ero minorenne. Nel campo eravamo tanti darfuriani, di tutte le etnie, ma anche arabi, e facevamo tutti parte dell’esercito sudanese.Ci facevano tante lezioni, ti entravano dentro al cuore. Mi hanno obbligato a imparare a fare la guerra, a come uccidere gli altri.
Lì abbiamo capito che il vero problema era chi ci governava. Bashir voleva dividere le persone.Siamo uniti, arabi, fur, zaghawa, però il governo ci costringe a lottare, a dividerci. Al campo di addestramento militare eravamo tantissimi gruppi, moltissimi minorenni di 13 14 anni mandati a fare il militare.
Importante è far studiare i bambini.Ciò che può far cambiare il corso della guerra è, infatti, studiare.Bisogna salvare i bambini. I vecchi fra un pò muoiono, ma ciò che può cambiare nel futuro del Paese è legato al nostro futuro: se studieremo potremo cambiare tante cose.Mi piacerebbe che venissero aperte tante scuole, che tanti bambini soldato si salvassero.Quando arrivai a Roma nel 2007, avevo detto a mio padre che avrei voluto studiare, ma per diversi motivi non ci sono riuscito fino a quando sono andato a Trento. Lì ho iniziato gli studi in un istituto professionale.Ho scoperto anche il piacere di fare teatro. Non cambierà nulla nella mia vita, forse, il teatro, ma spero di poterlo continuare a fare.Il mio pensiero ogni giorno va alla mia donna, ancora in Sudan. Voglio studiare e lavorare, qualsiasi lavoro, per offrire a lei e ai miei figli che verranno una vita nuova e dignitosa. Ma non è facile trovare lavoro, anche in Italia. Se mai questo non dovesse accadere, tornerò in Sudan, a sfidare il mio destino.
*pubblicato su MPNEWS.it in Gentes, racconti dal mondowww.italiansfordarfur.it

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gen 31

L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, è stato fotografato a un ricevimento insieme a Omar Hassan al Bashir, su cui pende un mandato di arresto internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità, in Chad.La cosa in sè desta sconcerto e scalpore, ancor di più se contestualizzata. Gambari e Bashir presenziavano al matrimonio della figlia del leader dei famigerati janjaweed, Musa Hilal, con Idriss Deby, presidente ciadiano.Ibrahim Gambari è a capo della commissione congiunta per la pace in Darfur.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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gen 25

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gen 25

L’esercito sudanese ferma l’avanzata dei ribelli verso Khartoum a suon di bombe. I gruppi armati del Darfur che da questa estate hanno intensificato le rappresaglie contro il governo del Sudan, in risposta ai raid aerei nello Stato del Sud Kordofan confinante con la regione occidentale del paese e il Sud Sudan, hanno denunciato che negli attacchi sono stati coinvolti numerosi civili.
Il portavoce delle Forze armate ha smentito la notizia precisando all’agenzia Suna che “i militari hanno compiuto negli ultimi giorni una vasta operazione che ha permesso di scacciare i ribelli dall’area sotto il controllo governativo”. Nonostante il tentativo di ridimensionare l’azione della ribellione darfuriana, il nervosismo degli esponenti dell’esecutivo guidato da Omar Hassan al Bashir è palese. La tensione crescente non gli ha però impedito di procedere con l’istituzione di due nuovi Stati e la nomina dei rispettivi governatori.
I cambiamenti sono inquadrati nell’ambito dell’attuazione del Documento di Doha per la pace in Darfur (Ddpd) firmato dal governo sudanese e dall’ex gruppo ribelle Movimento di liberazione e giustizia (Ljm), nel tentativo di porre fine agli otto anni di conflitto nella regione. La “raccomandazione” di dividere il territorio occidentale del Sudan in cinque aree distinte era stata avanzata per la prima volta nel 2008, all’avvio del tavolo delle trattative in Qatar che si è concluso con la conferenza internazionale di Doha del luglio 2011 con l’approvazione all’unanimità dell’accordo.
Con il primo decreto Bashir ha sollevato dai propri incarichi i governatori del Darfur meridionale e occidentale, rispettivamente Abdul Hamid Kasha Musa e Al-Sharati Gaffar Abdul Hakam. Con un atto successivo sono stati istituiti gli Stati del Darfur orientale e centrale, affidando a Kasha il governatorato del primo e nominando Yusif Tibin, ex ministro delle Infrastrutture del Sudan, governatore del secondo. Alla guida del Darfur occidentale al posto di Abdul Hakam è stato indicato Haydar Koma, uno dei leader del Jlm di etnia Zagawa.
Unico ad aver mantenuto la propria posizione il governatore del Nord Darfur, Osman Yusif Kibir. Tra le nuove nomine spicca quella di Hamad Ismail Abdul Karim a governatore del Sud Darfur. Karim fino a poche settimane prima era stato uno dei leader del Popular congress party, il più importante partito di opposizione e sostenitore dei movimenti ribelli in Darfur.
I cambiamenti voluti da Khartoum hanno ulteriormente inasprito i contrasti tra le parti in conflitto. A dare voce alle critiche del Movimento di liberazione del Sudan uno dei capi storici della rivolta, Minni Minawi. In un’intervista a Radio Dabanga, Minawi ha confermato “l’impossibilità di negoziare sulla base dell’accordo di Doha” e ha ribadito che “l’Slm e gli altri movimenti uniti sotto la bandiera del Fronte rivoluzionario del Sudan prenderanno in considerazione solo una soluzione complessiva che riguardi tutto il paese e non soltanto il Darfur”.
Minawi ha anche chiarito che la fine delle ostilità potrà essere raggiunta solo con la caduta di Bashir e con la formazione di un governo di transizione che traghetti il Sudan verso le elezioni presidenziali. In sostanza, i ribelli non deporranno le armi fino a quando non riusciranno a rovesciare il regime sudanese. In sintesi, le violenze e gli scontri sono destinati a proseguire.
A fronte dell’instabilità in Darfur e negli Stati del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, dove si nega l’autorizzazione agli aiuti umanitari alle popolazioni coinvolte negli scontri, il governo sudanese ha chiesto alle Nazioni Unite il ridimensionamento della missione ibrida di peacekeeping dispiegata nel paese nel 2008.
Il rappresentante sudanese all’Onu, l’ambasciatore Daffa-Alla Elhag Ali Osman, avvalendosi di un rapporto sulla situazione in Darfur ha riferito che gli scontri tra l’esercito governativo e i ribelli si sono interrotti dopo la firma del documento di Doha per la pace in Darfur del 14 luglio 2011. Ha però omesso che solo un gruppo minoritario aveva sottoscritto il “cessate il fuoco”.
Daffa-Alla ha sottolineato che “la riduzione della missione più grande mai schierata finora dal Palazzo di vetro permetterà alle Nazioni Unite di risparmiare oltre due miliardi di dollari, risorse economiche che potrebbero essere assegnate ai progetti di sviluppo nella regione”.
Autorizzata da una risoluzione votata il 31 luglio 2007, l’Unamid, un contingente composto da caschi blu e militari dell’Unione Africana, doveva dispiegare 26 mila uomini, di cui 25.987 militari. Ma a quattro anni e mezzo sono arrivati in Sudan poco più di 22 mila unità tra militari, polizia e personale civile e le dotazioni non sono mai state adeguate alle esigenze di sicurezza e al mandato della missione di proteggere i civili e facilitare la fornitura di assistenza umanitaria agli sfollati nei campi profughi.
Nell’ultimo anno il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha cercato di ampliare il raggio d’azione di Unamid chiedendo un coordinamento con le altre missioni Onu presenti nel paese, ad Abyei e in Sud Sudan. Ma Khartoum si è sempre opposta a qualsiasi estensione delle attività dei caschi blu, arrivando a minacciare di cacciarli dal Darfur.
Sin dall’inizio il Sudan ha imposto forti restrizioni ai movimenti delle pattuglie dei peacekeeper e ha sempre negato l’uso di elicotteri tattici in grado di rendere davvero efficace la loro azione. Ora ne chiede il ridimensionamento: nulla di nuovo sotto il cielo di Khartoum.
* articolo pubblicato su Limes il 23 gennaio 2012 Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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gen 15

Saranno le aziende statunitensi ad armare l’esercito sud sudanese, dopo la modifica delle regole di embargo politiche ed economiche degli USA nei confronti di Khartoum, in favore del neonato Stato africano.
Un passo, a firma Obama, che “rafforzerà la sicurezza degli Stati Uniti e promuoverà la pace nel mondo” (cit. Reuters).
La Cina e la Russia, principali fornitori del Sudan, apriranno la stagione dei saldi?Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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gen 11

L’indipendenza del Sud Sudan sta già cambiando il modo di vivere nella ricca Khartoum e accende le speranze per una nuova primavera araba nella capitale. In realtà, a parte i proclami del principale oppositore politico di Bashir, Hassan al Turabi, gli esperti escludono vi siano le possibilità, in Sudan, di una ribellione ampia e partecipata come quella realizzatasi in tutto il Nord Africa. Ma la tensione sociale, in un Paese in cui già sono vigenti leggi contro la libera informazione, in contrasto con la Costituzione che la sancisce, cresce.I proventi dalla vendita del greggio che prima giungevano a Khartoum e la abbellivano con palazzi e ristoranti alla moda, ora si fermano, per i due terzi,  in Sud Sudan. Aumenta così l’inflazione e con essa i prezzi dei prodotti di base e di quelli di lusso, inasprendo anche i già difficili rapporti con il nuovo vicino di casa. L’uccisione del principale leader ribelle, inoltre, pur segnando un grande successo per le forze governative, riserva in realtà molte incognite, la più temuta delle quali è la riorganizzazione del fronte ribelle in Darfur e Kordofan.Un’occasione propizia per rilanciare proclami anti-autoritari contro il Presidente dittatore. Ma che a farlo siano  gli stessi che ne hanno partecipato la presa del potere, il movimento islamista di Hassan al Turabi, non dà spazio a molte speranze.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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gen 07

Gli sfollati del Darfur al campo profughi di Kalma non ricevono alimenti  e farmaci a sufficienza. Nonostante il World Food Programma abbia in Sudan uno dei suoi più grandi progetti di aiuto alimentare al mondo, il numero delle razioni alimentari distribuite, ultimamente, si è notevolmente ridotto, inducendo la popolazione ad atti di violenza e saccheggio delle risorse disponibili.
Le forze di sicurezza governative avrebbero, infatti, limitato fortemente i movimenti degli operatori umanitari intorno a Nyala, a causa dello spostamento di numerosi convogli di uomini e mezzi armati, non regolari, subito dopo l’uccisione del leader del JEM, Khalil Ibrahim.

Approfondisci: Un morto e sei feriti per una scodella di sorgo in Darfur. Ma Khartoum si fa ricca con petrolio e cereali.

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gen 07

Che la questione siriana sia ormai fuori controllo e abbia travalicato di gran lunga i confini regionali è sotto gli occhi di tutti. Dalla comunità internazionale, in primis Stati Uniti e Francia, è stato chiesto a Bashar Assad di fare un passo indietro. Ma il presidente – dittatore non sembra intenzionato ad assecondare tali richieste e la situazione rischia di precipitare, fino ad arrivare a una possibile risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per tentare di scongiurare un intervento del Palazzo di vetro che possa degenerare in un’azione militare, è scesa in campo la Lega Araba sulla cui mediazione e sull’invio di una delegazione di osservatori in Siria sono stati però sollevati non pochi dubbi. Sono in pochi a scommettere sul reale impegno dei paesi ‘amici’ di Damasco a voler fermare la violenta repressione di Assad nei confronti dei manifestanti. E mettendo un generale sudanese con stretti legami con il presidente del Sudan Omar Hassan al Bashir, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur, non hanno fatto altro che alimentare tale interrogativo. Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, 63enne con trascorsi militari non sempre limpidi, guida una missione di monitoraggio composta da 150 persone, i cui primi 50 membri sono già in Siria dal 26 dicembre. Obiettivo degli osservatori, assicurarsi che siano ritirate le forze di sicurezza dalle città siriane in rivolta, garantire la scarcerazione dei prigionieri politici e permettere che si possano svolgere liberamente le dimostrazioni anti governative.Al-Dabi divenne capo dell’intelligence militare del Sudan nel 1989, anno in cui Bashir prese il potere con un colpo di stato. La sua carriera è continuata con l’incarico di direttore dell’agenzia di spionaggio estero del Sudan ed è stato vice comandante delle forze armate sudanesi per le operazioni militari tra il 1996 e il 1999. Da quell’anno ha rivestito incarichi di grande rilevanza connessi al Darfur e alla crisi che ha toccato il suo apice nel 2003, quando gli oppositori al regime di Khartoum, imbracciarono le armi e attaccarono l’aeroporto militare della Capitale. L’ultima posizione ricoperta prima di assumere la guida della delegazione araba in Siria è stata quella di coordinatore tra Khartoum e le forze di pace internazionali inviate in Sudan dopo l’inizio del conflitto. Come c’era da attendersi, la missione di al-Dabi non ha preso il via sotto i miglior auspici. Dopo aver visitato la città di Homs, teatro di numerose uccisioni da parte delle forze governative, il generale ha dichiarato alla BBC che “a parte un po ‘di confusione in alcuni quartieri, non c’era niente di spaventoso da segnalare”. Peccato che le violenze nei confronti dei dimostranti sono continuate anche in presenza degli osservatori.Almeno 50 persone sono state uccise dal 31 dicembre ad oggi dai cecchini del governo, ha rilevato il portavoce del Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland sottolineando che la Siria è “ben lungi dal compiere azioni distensive in grado di ‘soddisfare’ gli impegni assunti con la Lega Araba”. Le più importanti organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno manifestato grande preoccupazione per la composizione della squadra inviata a Damasco. La delegazione, secondo gli attivisti, è costituita da “burocrati con inadeguata preparazione e scarsa esperienza”, personalità poco adatte a scoprire e denunciare gli abusi o ad ottenere l’accesso ai siti militari dove i prigionieri potrebbero essere detenuti. Insomma l’atteggiamento dei delegati sembra essere “See No Evil, Hear No Evil”, se il male non si vede…
* Articolo apparso il 5 dicembre 2012 su Articolo21Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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gen 05

Khalil Ibrahim, leader carismatico e indiscusso del Justice and equaliment movement, il principale gruppo armato del Darfur, è stato ucciso dall’esercito del Sudan nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 2011 in un attacco a circa 440 miglia ad ovest di Khartoum, nei dintorni di Wad Banda nello stato del Nord Kordofan. Il raid ha causato la morte di altre 30 persone.
La colpa più grave del capo della ribellione darfuriana, che ha fatto scattare quella che è apparsa come una vera e propria esecuzione a colpi di bombe, è l’ideazione di un’offensiva contro il quartier generale del potere sudanese. Migliaia di guerriglieri sarebbero in marcia per sferrare un attacco simile a quello del 2008 alle porte di Omdurman, città satellite della capitale.
La morte di Ibrahim rappresenta una grave battuta d’arresto per la rivolta (attiva da nove anni) al regime guidato dal presidente Omar Hassan al Bashir. Il Jem, da tempo il movimento meglio organizzato della regione occidentale del Sudan, non ha mai accettato di sottoscrivere accordi di pace che non contemplassero l’affermazione della giustizia per il popolo del Darfur e una serie di compensazioni per chi, oltre alla casa, nel conflitto avesse perso familiari e subito violenze e abusi.
Questa contrapposizione dura, che ha portato alla mancata firma del documento finale del tavolo di confronto promosso dall’Unione Africana a Doha, in Qatar, è culminata con la ripresa degli scontri nel maggio 2010. Il cessate il fuoco raggiunto faticosamente nel febbraio dello stesso anno, dopo una lunga fase di colloqui che per la prima volta aveva visto seduti allo stesso tavolo governo e ribelli, è stato violato pochi mesi dopo.
Senza l’appoggio del movimento di Ibrahim ogni accordo di pace raggiunto da Khartoum con i gruppi minori non ha mai goduto di grande credibilità.
Nonostante il conflitto non sia più ad alta intensità dal 2006, il Jem ha continuato a contrapporsi alle Forze armate sudanesi con sporadici combattimenti, nonostante la presenza della missione ibrida Nazioni Unite e Unione africana impegnata in operazioni di peacekeeping dal 2008.
Khalil Ibrahim, pupillo dell’islamista Hassan al Tourabi, ispiratore della ‘repubblica islamica’ poi trasformata in regime militare da Bashir, ha fatto parte del Fronte nazionale islamico che prese il potere in un incruento colpo di Stato nel 1989.
Ministro di Stato per il Darfur, ma lontano dal potere centrale, stanco della continua marginalizzazione delle etnie africane nella regione occidentale del Sudan, Ibrahim si unì a un gruppo di dissidenti che pubblicò nel 2000 il “Libro Nero”, una pungente denuncia del predominio arabo nella politica e nella gestione delle risorse nel paese – precluse a detta del fronte di opposizione agli abitanti ‘neri’ di quelle aree.
Quell’azione di contrasto politico fu il preludio allo scoppio della guerra, nel febbraio del 2003.
Dopo l’attacco alla capitale che costo la vita a oltre 200 persone tra militari e civili – per il quale era stato condannato a morte dalla Corte penale del Sudan che l’aveva giudicato in contumacia – il leader del Jem aveva cercato rifugio nella vicina Libia sotto la protezione di Muammar Gheddafi. All’indomani della caduta del Colonnello, Ibrahim è rientarto in Sudan e ha stretto un’alleanza con il Sudan liberation army, guidato da Wahid al Nur e Minni Minnawi, per ridare vigore all’azione della rivolta e per rovesciare il governo di Bashir.
La sua eliminazione è apparsa agli analisti delle questioni sudanesi come un messaggio diretto a tutti i ribelli a riprendere, rimosso il principale ‘ostacolo’, il tavolo delle trattative per raggiungere una soluzione pacifica nell’interesse del paese. Senza più spargimenti di sangue. Che tale messaggio venga recepito, appare alquanto improbabile.

*Articolo pubblicato su Limes il 3 gennaio 2012
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dic 28

Khalil Ibrahim, leader del maggiore movimento ribelle del Darfur, che solo pochi giorni prima aveva annunciato un nuovo attacco imminente alla capitale sudanese dopo quello del 2008, è stato ucciso dalle forze armate sudanesi. La notizia, dapprima diramata il 25 dicembre da Khartoum, è stata oggi confermata dal JEM, che piange la scomparsa del medico cinquantaquattrenne, morto-secondo la versione dei ribelli-in un bombardamento aereo il 23 dicembre alle 3.00 del mattino. Cosa cambierà nel futuro del Paese? [video aljazeera]
Ideologicamente legato al leader del Fronte Nazionale Islamico, Hassan al Turabi, Ibrahim svoltò verso una netta opposizione al regime con la pubblicazione dello storico Black Book nel 2000, nel quale venivano descritte ampiamente le discriminazioni dell’ élite araba al governo verso la maggioranza della popolazione sudanese, di origine africana. Il suo tentativo di unificare i movimenti ribelli non ha però mai avuto successo, a causa delle divisioni interne al fronte ribelle, ma anche al suo orientamento islamista. Il mese scorso, tuttavia, aveva siglato un accordo con il Sudan People Liberation Movement del Sud Sudan per formare un fronte unico nazionale di opposizione al regime di Khartoum.Nel 2008 attaccò la capitale, prima volta dei movimenti ribelli sudanesi. Lasciò sul campo 200 tra soldati e civili, ma aprì la strada a nuove trattative di pace per il Darfur con i gruppi ribelli minori, sebbene di esito incerto.Sostenuto dal Chad, dove il Jem aveva il campo base, e da Gheddafi, Khalil Ibrahim perse prima il sostegno del Chad e poi quello del leader libico, destituito dai rivoltosi. La sua uccisione è il triste epilogo di una storia di sogni, ribellione e armi, molte armi. 
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dic 26

Vi ricordiamo che abbiamo tempo fino al 17 gennaio per sottoscrivere l’appello alle istituzioni sudanesi contro la pena di morte in Sudan. Anche di questo si parlerà il 27 Dicembre al Teatro San Genesio a Roma, ore 21.00, tra calde note musicali, per non dimenticare.

Scrivi un tuo messaggio personale, in Italiano, Inglese o Arabo, al seguente indirizzo: info@italiansfordarfur.it oppure copia e incolla il seguente testo e invialo a info@italiansfordarfur.it , oggetto ”APPELLO”entro il 10 gennaio.
Provvederemo noi stessi a inviare il tuo testo, con la tua firma, (tramite fax o posta) all’Ufficio del Presidente del Sudan, al Ministero della Giustizia e al Ministro degli Interni sudanesi.

Aggiungi la tua voce: APPELLO CONTRO LA PENA DI MORTE
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dic 26

lllBuon NataleFeliz NavidadMerry Crhistmas Idah Sidan Wa Sabah Jadidah Joyeux Noel - Fröhliche WeihnachtenmmmFelice anno nuovo – Happy new year – Bonne annéeFirma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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dic 26

Uno dei leader del fronte ribelle del Darfur, Khalil Ibrahim, e’ stato ucciso ieri dall’esercito sudanese. La notizia è stata diffusa dall’agenzia di stampa officiale Suna.
Il fondatore del Jem (Justice and equality movement) avebbe perso la vita nel corso di violenti combattimenti ad ovest di Wad Banda, vicino la frontiera col Nord Darfur, ma al momento la notizia non è stata confermata dai ribelli, né da fonti non governative.
Avendo conosciuto personalmente Khalil Ibrahim, la notizia della sua morte mi addolora particolarmente. Non era la belva sanguinaria che il regime di Bashir voleva far credere fosse. Certo anche lui con i suoi uomini si è sporcato le mani di sangue in questa sporca guerra che si combatte da oltre otto anni, coinvolgendo spesso bambini e ragazzini indifesi. Ma, almeno, combatteva per un sogno: la libertà e la fiustizia per la sua gente.
Addio Khalil…Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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dic 20

Ieri 18 dicembre è stata formalizzata la nascita della Joint Commission (JC), che dovrebbe vigilare sull’effettiva attuazione del cessate-il-fuoco permanente e assicurare nuove misure di sicurezza, secondo quanto previsto dal “Documento per la Pace in Darfur” (DDPD) siglato a Doha tra gruppi di ribelli e il governo di Khartoum.La commissione ne affiancherà un’altra, sempre sul cessate il fuoco, combinando la propria attività di supervisione a quella di forum politico tra le parti coinvolte (GOS e LJM). Ibrahim Gambari, rappresentante speciale dell’UNAMID, verrà accompagnato da un rappresentate dello Stato del Qatar, dove per due anni si sono svolte le trattative, della Lega Araba e dell’Unione Europea, nonchè osservatori cinesi, canadesi e norvegesi.
Secondo il rapporto presentato all’insediamento della commissione, nonostante permangano condizioni di palese insicurezza, si è registrata una notevole diminuzione degli scontri tra forze governative e forze ribelli non firmatarie dell’accordo.Non è la prima volta che abbiamo assistito all’insediamento di nuove strutture di controllo e sviluppo della sicurezza in Darfur.Si rileva, intorno a crisi umanitarie di immane tragedia, un grande dispendio di forze e risorse, che sembrano però, difficilmente, giungere ad atti risolutivi e pacificatori. Un percorso difficile, ma anche tanti interessi in gioco. Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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dic 18

Esultiamo per la liberazione di Francesco Azzarà, l’operatore di Emergency sequestrato il 14 agosto scorso a Nyala. Esultanza che segue il nostro impegno per tenere alta l’attenzione sull’intera vicenda in questi mesi.Per festeggiare la sua liberazione, giovedì 27 dicembre, ore 21.00 al Teatro san Genesio a Roma, Italians for Darfur vi invita al “Concerto per il Darfur e Francesco Azzarà: per festeggiare e ricordare”.
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dic 16

Ciao a tutti,il mio nome è Paola. Da adesso e per i prossimi mesi leggerete i miei post in diretta (per quel che potrò..condizioni e agevolazioni permettendo) dal Darfur. Tra qualche settimana i miei piedi solcheranno questa terra martoriata e devastata dall’inumano agire quotidiano di barbarie e atrocità. Starò in Darfur, in particolare nel campo per sfollati interni (IDPs è la sigla che userò per identificarli nei miei post) dal nome ZamZam Camp situato a circa 15 chilometri da El Fashir, capitale del Nord Darfur. Il mio compito sarà fornire assistenza quotidiana alle vittime più indifese di questa tragedia umanitaria che prende il nome Darfur: i bambini. Non posso ancora raccontarvi nulla del Darfur in quanto sono ancora in Italia, ma a breve il capitolo si aprirà.Intanto, poichè credo che le tragedie dimenticate sono tante e troppe, inizio col lasciarvi una testimonianza seppur breve che viene da un altro luogo del mondo dove sono stata di recente e dove ho appreso con triste violenza di quel che si consuma ogni giorno tra quegli ulivi: vi parlo della Striscia di Gaza.Dopo che la polvere di Mubarak è stata apparentemente spezzata via dal vento della rivoluzione egiziana, si è palesata una qualche possibilità di entrare a Gaza tramite il Valico di Rafah; e così è stato…dopo anni di desideri e di voglia d guardare negli occhi quelle anime di cui leggevo dolore e disperazione, ce l’ho fatta e sono entrata a Gaza. Inutile dirvi che è stata una gioia e una commozione inenarrabile riuscire a solcare quella terra devastata dai crateri che Piombo Fuso ha lasciato e che l’occupazione militare quotidiana continuano a strangolare. Ma la gente di Gaza resiste ogni giorno. La loro sopravvivenza è faccia della stessa medaglia della loro battaglia quotidiana: i contadini provano con tutte le loro forze, a dispetto dei cecchini, a coltivare le loro terre nell’inferno della buffer zone; i pescatori continuano, a dispetto della marina militare israeliana che sperona le loro navi a raccogliere i frutti che quel mare buono continua a dargli. Le donne continuano a mettere al mondo e crescere i loro figli, unica arma a disposizione per urlare che Gaza e la Palestina tutta esiste e continua e continuerà a resistere.A Gaza tutto ha un altro odore, un altro sapore, un altro colore… la luna a Gaza è più bella e più grande. La luna è la compagna delle notti insonni che i bombardamenti rendono atroci. Le luci delle bombe vorrebbero offuscare quella luna, ma non ci riescono, lei è sempre là più luminosa e più bella che mai. A Gaza la spiaggia è una distesa di sabbia bianca inumidita da quelle onde leggere di quel mare che lascia un odore che ti riempie le narici e che ti si appiccica addosso. I veli delle donne salutano il cielo al tramonto e ridipingono i volti dei fratelli e dei compagni che ogni giorno vengono assassinati ingiustamente, figli di crudeli atrocità.La lotta per una Palestina libera è una lotta che lega a doppio filo tutte le lotte del pianeta. Il Darfur e la sua gente camminano a braccetto con la Palestina. La mia voce e i miei racconti proveranno a dar voce a chi non ne ha tanta da poter urlare la propria disperazione a farla arrivare fin qui dalle tende in cui sono costretti a restare. Il campo è una grande prigione dove le radici, le famiglie, il senso di comunità fanno fatica a restare in piedi, predomina la violenza che ogni giorno continua a consumarsi. In Darfur, credo, che gli occhi al mattino si aprono dopo aver temuto per una lunga notte..dopo che la paura del buio, degli spari, dei fucili, del fuoco, delle violenze, delle urla, dei massacri, lasciano spazio ad un pò di luce che sembra solo una lampada al neon che il secondino di turno accende al prigioniero chiuso in isolamento. Il campo è un grande assembramento di anime isolate dalle loro radici, comunità, affetti, trame quotidiane di una vita vissuta per alcuni e ancora abbondantemente da vivere per molti altri e altre.Sto solo lentamente immaginando lo scenario a cui i miei occhi dovranno abituarsi.A presto… e in ricordo di Vittorio, ucciso a Gaza, ho deciso di intitolare i miei post Dal Darfur, restiamo umani… perchè dovunque e comunque rimanere umani è l’unica arma per combattere tutte le guerre e tutte le atrocità.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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dic 10

Gentili sostenitori e sostenitrici di Italians for Darfur Onlus,
A questo indirizzo, il nuovo bollettino di aggiornamento dell’appello per i minori del Darfur, promosso pochi mesi fa da Italians for Darfur: tre su quattro minori sono stati salvati dalla pena di morte, grazie al clamore mediatico suscitato dal vostro sostegno all’iniziativa (oltre 20.000 sottoscrizioni in pochi giorni).Altre sette persone stanno per essere condannate a morte, abbiamo tempo fino al 17 gennaio per inviare il nostro messaggio contro la pena di morte. Grazie a chi vorrà sostenerci, anche scaricando e diffondendo il nuovo bollettino di informazione a questo indirizzo.
Il silenzio è la peggiore condanna per chi ha conosciuto il fragore assordante delle bombe.
Il Darfur, in Italia, non sembra interessare quasi nessuno. Senza di noi, non abbiamo dubbi, gli oltre 2 milioni di sfollati, che ancora vivono nei campi profughi in condizioni inumane, non avrebbero, in Italia, alcuna voce.Lo si capisce dal ridotto numero di notizie che vengono diffuse, da quanto difficile sia trovare spazio e autorizzazioni per eventi e manifestazioni pubbliche, dalla diffidenza di chi ignora ancora cosa sia il Darfur. Ricerche del settore hanno sancito il ruolo fondamentale della associazione Italians for Darfur nel campo della informazione italiana in difesa dei diritti umani in Sudan; iniziative locali e internazionali sono state portate avanti con successo, collaborazioni con associazioni di darfuri e rifugiati hanno permesso di portare a conoscenza del grande pubblico problematiche e iniziative altrimenti ignorate, sostenendole ove possibile con le donazioni che in questi anni siamo riusciti a raccogliere, seppur con grande difficoltà.
Siamo unici, in Italia, a portare avanti campagne di lobbying e advocacy per il Sudan, e in particolare per il Darfur.
In un momento in cui l’attenzione pubblica è rivolta altrove, oggi più che mai, noi vi chiediamo un piccolo contributo, affinchè le voci dei rifugiati in Italia e dei profughi in Sudan non rimangano inascoltate.Solo insieme possiamo tenere alta l’attenzione su un dramma che sembra non avere fine.
PS: Leggi qui la brochure della “Campagna Soci 2012” e scegli un regalo solidale. Vi preghiamo di leggerla e inoltrarla alle vostre conoscenze, oppure accedete al nostro sito http://www.italiansfordarfur.it.Firma l’appello on-line di Italians for Darfur!
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dic 08

Venerdì, la Corte Penale Internazionale ha spiccato un mandato d’arresto internazionale per il Ministro della Difesa sudanese, Abdelrahim Mohammed Hussein per crimini contro l’umanità e crimini di guerra perpetuati in Darfur. 

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