feb 06

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Leggi la seconda puntata

Ataturk è riuscito ad imporre la laicità e a spianare la strada per la democrazia nel paese sede dell’ultimo califfato perché – come già sottolineato – era “Un leader che non era influenzato da interessi personali, familiari, tribali o settari“, concentrato sul benessere del proprio paese, dotato di carisma e di credibilità, circondato da un gruppo di ufficiali e politici organizzati che credevano in lui. L’esatto contrario di ciò che è accaduto nei paesi arabi finora, dove leader poco carismatici – alle prese con l’integralismo esportato dai paesi confinanti e con le pressioni dell’occidente – erano circondati da élite parassitarie. Come giustamente afferma Seyfi Tashan, presidente del Foreign Policy Institute di Ankara, maggiore think tank di politica estera turco: «Alcuni di questi Paesi hanno avuto dei dittatori che cercavano di imitare Ataturk ma erano corrotti. Bisogna separare l’arabismo dall’Islam, in questo senso la Turchia non è un modello per questi movimenti». Perché? «perché la maggioranza delle forze di opposizione di quei Paesi arabi si ispirano ai Fratelli musulmani, movimento che guarda alla sharia, la legge islamica come fonte primaria del diritto».

Monica Ricci Sargentini sul suo blog pone quindi la domanda: “E voi cosa ne pensate? E’ giusto difendere la secolarità della Costituzione in un Paese in cui il 95% dei cittadini è musulmano?”. Tempo fa un lettore italo-arabo che si professava laico (!) ha risposto a questa domanda scrivendomi che “pensare di vietare le barbe e il niqab in una società al 99% islamica è una strategia fallimentare”. Invece no: fallimentare è ridurre l’Islam a precetti che con la fede c’entrano come i cavoli a merenda, dare per scontato che barbe e niqab siano l’islam, e lasciar fare – se non in nome della fede – allora in nome della “democrazia” e delle “libertà individuali”, rinunciando a difendere la laicità anche con l’imposizione. A tal proposito, è interessante il caso della Tunisia neo-islamista, dove è stata netta la presa di posizione del ministro dell’Interno tunisino, Ali Laarayedh: “Il niqab non esiste nell’Islam e non ha alcuna base referenziale nella nostra religione. Si tratta solo di una interpretazione e di una scelta personale”. Cosi come è stata netta la presa di posizione ufficiale dei presidi delle facoltà di Lettere e Scienze umanistiche delle Università di Sousse, La Manouba, Sfax, Kairouan e 9 Aprile di Tunisi che, con un documento congiunto, hanno riaffermato il loro rifiuto categorico all’uso del niqab. Non facessero cosi – gli islamisti pragmatici e i laici – la Tunisia diventerebbe nel giro di pochissimo un’emirato fondamentalista. Con l’imposizione. E i segnali non mancano.

Ma, ancora una volta, così come la Turchia non è un paese arabo, anche la Tunisia non è l’Egitto: diversi gli interessi strategici in ballo e quindi le interferenze da parte di paesi terzi, diversi i livelli di istruzione raggiunti e – piaccia o meno ai democratici da strapazzo – la radicazione della laicità imposta da Ben Ali. Qualcuno potrebbe dire che ciò che è accaduto e sta accadendo in Egitto non sia da imputare ai giovani rivoluzionari. Che dobbiamo avere maggiore fiducia e sostenere con più forza questi giovani nella loro lotta, recentemente scesi in piazza per gridare slogan anche contro i Fratelli Musulmani, scontrandosi con il loro servizio d’ordine davanti al parlamento. E io mi chiedo: chi dobbiamo sostenere esattamente? Questi non sanno neanche cosa vogliono: gridano slogan contro i Fratelli musulmani eppure vogliono che il potere passi subito dall’esercito al presidente del parlamento che appartiene alla Confraternita (!). E’ vero: non si può accusare l’agnello dei danni provocati dal lupo. Ma il punto è un altro: è nella natura del lupo fare certe cose, quindi se è l’agnello a provocarlo e/o a spianargli la strada, senza essersi organizzato per affrontare le conseguenze di questa provocazione, allora tanto peggio per lui. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. (Fine)

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feb 04

Ne è valsa la pena? Mi riferisco alla cosiddetta “rivoluzione di Piazza Tahrir”, ovviamente. So già che alcuni risponderanno: “Ci vuole tempo, non si può giudicare una rivoluzione dopo appena un anno”, “Bisogna pur cominciare da qualche parte altrimenti saremmo ancora sudditi del Re Sole”, “Si, come no, ai tempi di Mussolini i treni arrivavano in orario”. Però non posso esimermi dal porre questa domanda, perché – se il buongiorno si vede dal mattino – so per certo che l’esito di questa “rivoluzione” sarà – nella migliore delle ipotesi – un nulla di fatto e – nel peggiore – una catastrofe di dimensioni epocali.

Ciò che sta accadendo in Egitto in questi giorni, e ciò che vi è accaduto in questo ultimo anno, più che essere magnificato come “evento clou della Primavera Araba” dovrebbe diventare materia di insegnamento nei centri di studi strategici sotto il titolo “Come non fare una rivoluzione”. D’altronde l’intera faccenda era iniziata con il piede sbagliato: l’avevo affermato ancor prima delle dimissioni di Mubarak mentre media, giornalisti, bloggers e galline varie starnazzavano su quanto fosse meravigliosa questa sollevazione fighetta, fatta di facebook e twitter e di giovanotti anglofoni che studiano all’ università americana del Cairo, tacciando il sottoscritto di “vigliaccheria” e “disonestà intellettuale”…

Il punto è che io sono sempre stato convinto – e alcuni anni fa l’avevo anche scritto – che “i cambiamenti storici sono stati opera paziente e silenziosa di minoranze colte ed organizzate, di lobby e di corporazioni che sono sempre riuscite a ottenere risultati giocando le proprie carte con tutti i protagonisti presenti sulla scena”. Ci volevano pochi minuti per capire che in Egitto, nonostante le apparenze (e le apparenze ingannano) non era in corso nessun cambiamento storico. Perché eravamo, sì, in presenza di una minoranza colta, ma scollata dal paese, dalle sue pulsioni e dalle sue aspettative e – cosa ancora più importante – per niente organizzata. Una minoranza che rappresentava sé stessa e le aspettative dei suoi referenti e finanziatori nel mondo occidentale, per nulla coincidenti con quelli delle masse egiziane.

Questi “fanatici di Twitter”, come ebbe a definirli William Engdhall, hanno fatto la parte assegnata loro nell’accendere la miccia della rivoluzione usando i social media, senza rendersi conto che di fatti stavano dando fuoco alla santabarbara con loro all’interno. O forse erano tranquillizzati dall’idea che, anche se le cose fossero andate male, un visto per l’estero non glielo avrebbe negato nessuno. I fighetti di Tahrir hanno scelto, irresponsabilmente, di entrare in contrapposizione diretta con le forze che hanno sempre governato il paese, esplicitamente o implicitamente: dai militari agli islamisti, passando dai potenti oligarchi. E il bilancio di questo scontro, che non si è ancora concluso, è pessimo: hanno perso le elezioni, hanno dilapidato la simpatia popolare e ora manifestano a vuoto nella speranza (vana) di ripetere l’exploit di un anno fa, lasciandosi dietro una scia interminabile di morti.

Obiettivamente parlando, la strategia della contrapposizione ad oltranza intrapresa dai giovani sta portando il paese sull’orlo del baratro: dal parlamento zeppo di gente impegnata attivamente nella lotta al bikini ai ventimilioni che rischiano la fame in breve periodo, dalla riduzione della riserva di valuta estera all’asta andata deserta dei titoli di stato, dalla scomparsa del turismo alla mancanza di sicurezza. Ora, io credo che una rivoluzione si debba intraprendere se si ha la certezza che prima o poi il paese farà passi avanti, anche se sono da tenere in conto un po’ di contraccolpi fisiologici. Se si ha invece la certezza matematica che smuovendo le acque, di passi indietro il paese ne farà centinaia e che sarà difficile, se non impossibile, recuperare il tempo perduto, pazientare e non fare nulla è molto più saggio che mettere in moto una macchina infernale di cui non si conosce né si può controllare o prevedere il funzionamento. Leggi la seconda puntata.

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feb 04

Leggi la prima puntata

Non si tratta di essere “conservatori” o “reazionari” ma di prendere atto, cinicamente, della realtà:
piaccia o meno ai fanatici della democrazia, se un paese non è economicamente e culturalmente pronto a evolvere democraticamente, lo status quo è il male minore. Dopotutto la democrazia non è una prescrizione medica o una ricetta miracolosa capace di funzionare in qualsiasi contesto. Anzi, a volte può essere persino controproducente. Come giustamente ha scritto un anno fa Lev Grinberg in questo editoriale:

Vorrei tuttavia avvertire gli attivisti democratici in Egitto, e soprattutto i loro seguaci in Medioriente, che la democrazia non è la soluzione a tutti i problemi. Non risolve necessariamente i problemi legati alla povertà e alle disuguaglianze economiche, né i conflitti culturali relativi all’identità comune dei cittadini di una nazione (…) Quando manca l’equilibrio di potere tra le classi, e un’identità nazionale unica e consensuale, l’instaurazione automatica di principi democratici formali può perfino peggiorare le cose”.

“Il sociologo politico Michael Mann ha dimostrato che, in questi casi, la democrazia serve solo ad intensificare le tensioni tra gruppi razziali e etnici, e a questo aggiungerei, nel contesto mediorientale, il conflitto tra gruppi confessionali diversi e fra gli ambiti religiosi e quelli laici“. Proprio quello che sta accadendo in Egitto oggi, con gli scontri tra religiosi e laici, tra musulmani e cristiani, e persino tra tifosi di squadre calcistiche (una novità assoluta per l’Egitto, frutto non di un complotto di chissà chi ma di una percezione sbagliata della democrazia da parte di masse che la intendono come libertà di invadere il campo, aggredire i tifosi dell’altra curva e umiliare le forze dell’ordine). Una situazione che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta e che di fatto sta acuendo le sofferenze della popolazione.

Ma come scrive Grinberg, “Per impedire questi possibili risvolti, bisogna conoscere le peculiari condizioni sociali ed economiche di ogni singolo paese e stabilire non solo formali principi democratici, ma anche altri elementi costituzionali, istituzionali e politici”. Questo è un processo che ha bisogno di tempo, e che non si improvvisa. Come egiziano, che sicuramente conosce le condizioni sociali e culturali del proprio paese meglio di – che ne so – una giornalista occidentale che si improvvisa paladina della democrazia in virtù del fatto che traduce (magari dall’inglese, manco dall’arabo) gli articoli di qualche intellettuale egiziano, sono convinto che la strada per la democrazia e per la laicità in Egitto passi necessariamente attraverso un autoritarismo concentrato sul conseguimento del benessere economico e sull’educazione ai principi stessi della democrazia. Perché, come scrive Grinberg non basta manifestare per la democrazia. Ciò di cui i paesi mediorientali hanno bisogno è il consenso politico sul riconoscimento reciproco dei diritti e della coesistenza”.

Nel caso non si sia capito, sono un convinto assertore del modello kemalista per la transizione verso la democrazia, anche islamica, in Medio Oriente. Ataturk ha imposto le sue riforme laiche con la forza della legge e dei militari, a una società e un clero riluttanti, concentrandosi sulla modernizzazione del paese nello spirito del motto “Yurtta sulh, cihanda sulh”. Fu lui a creare il consenso, politico e di massa, sul concetto di laicità e rispetto reciproco dei diritti individuali. E se oggi la Turchia – retta da un partito dal background islamico – è il modello invocato da tutti gli esperti per un Medio Oriente democratico, laico e prospero, lo dobbiamo proprio all’approccio autoritario e illuminato di Ataturk che ha spianato la strada per una democrazia degna di questo nome. (Continua)

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feb 02

Tempo fa, un lettore di questo blog – di origini italo-arabe – ha scelto di non commentare più da queste parti perché secondo lui io avrei fatto “allarmismo” sulla presa di potere da parte di alcuni movimenti di ispirazione islamista in Egitto.

Secondo questo lettore infatti, questi movimenti sono “pragmatici” (qui un esempio di “pragmatismo”), e quello che scrivo “non è quello che pensano i laici egiziani, a cominciare dallo scrittore Alaa’ Al-Aswani che ammiro moltissimo”.

Ieri, dopo un anno dalla “rivoluzione” egiziana, Al-Aswani si è finalmente svegliato e ha preso atto della situazione:

L‘atteggiamento dei Fratelli Musulmani in parlamento è delicato e decisivo. Devono scegliere tra due opzioni: o rimanere inflessibili bigotti che credono che essi soli rappresentano il vero Islam e che chiunque sia in disaccordo con loro sia dalla parte sbagliata, nel qual caso gli obiettivi della rivoluzione saranno sostituiti con un programma morale, come è successo in Sudan, Afghanistan e Somalia, e invece della creazione di uno Stato equo essi si distrarranno, e distrarranno anche noi, con divieti di film e concerti e persecuzione delle donne che indossano pantaloni o costumi da bagno.(…) oppure la visione della Confraternita e dei salafiti dovrà evolversi in un modo che permetta loro di rispettare quelli che sono in disaccordo con loro e rendersi conto che quello che stanno offrendo è alla fine una interpretazione della religione non La Religione in sè, e che coloro che sono in disaccordo con loro non necessariamente congiurano contro l’Islam o sono ostili nei suoi confronti”.

Insomma: il mio non ero affatto “allarmismo” ma una semplice lettura della realtà. L’opzione del “programma morale” è tuttora in piedi, e preoccupa non poco gli intellettuali laici. Altro che “pragmatici”.

E a dimostrazione di ciò, vi propongo un’altra vignetta egiziana (ne trovate altre due qui e qui): “Accordo concluso tra Fratellanza, Salafiti e i partiti laici e dei giovani rivoluzionari: alla Fratellanza due dicasteri strategici e il ministero dell’istruzione, ai Salafiti un dicastero strategico e il ministero della cultura, e ai partiti laici e ai giovani rivoluzionari uno zaino scolastico e un thermos”.

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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

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gen 31

Secondo Beppe Grillo “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite”. L’uscita ha deluso e sconvolto non poche persone e organizzazioni, che – sbagliando – hanno pensato che Grillo fosse una specie di Messia progressista, salvo poi ritrovarsi bollati come “buonisti senza se e senza ma” (una battuta che mi ricorda pericolosamente il Magdi Allam dei vecchi tempi). Da queste parti invece, ho accolto la pessima uscita per quello che è: l’ennesima conferma di ciò che ho sempre pensato – e scritto negli ultimi anni – di questo pericolosissimo demagogo. Rileggere per credere:

* In un paese in cui i politici sono diventati (pessimi) comici, i comici si improvvisano capi-popolo, oppure vengono investiti dello Spirito Santo. Prendete Beppe Grillo: un giorno pubblica una considerazione intelligente tipo che dall’ “11 settembre 2001, siamo una nazione a rischio attentati islamici. Sono passati più di sei anni e a memoria non si è avuto un solo morto o ferito a causa della Jihad in Italia. Quasi un record. Non si è visto un solo invasato con il turbante o un fanatico con la barba coinvolto in una rapina, in un fatto di sangue, in un assalto in villa”, il giorno dopo chiede di impedire al Ministro degli Esteri d’Alema di parlare ai ragazzi nelle scuole perché ha affermato che “L’Islam per tradizione è tollerante, se non fossimo andati noi a dargli fastidio con le crociate”, e – pensate un po’ – l’ultima crociata è avvenuta nel 1271. Non lo sfiora nemmeno il dubbio, il Beppe nazionale, che qualcuno abbia definito “Crociate” anche le guerre in Iraq e Afghanistan.

* Ma additare solo quella formazione politica come partito xenofobo, quasi a voler assolvere gli altri protagonisti politici, è un’operazione di bassa Lega, visto che negli ultimi anni non solo i partiti della Destra ma anche alcuni esponenti della Sinistra si sono distinti per aver pronunciato espressioni non proprio gentili nei confronti dei cittadini extracomunitari presenti in Italia. Persino comici come Beppe Grillo o “martiri” della televisione come Santoro si sono aggregati al carro, chi con deliranti appelli sui “sacri confini della Patria” (…)

* Sono profondamente convinto che non possiamo confidare nelle folle manipolate da capipopolo più o meno carismatici, come Beppe Grillo. E’ roba da Seconda Guerra Mondiale. (…) Nessuna svolta epocale ha avuto come punto di origine “la massa” – quella su cui punta Beppe Grillo per intenderci – e questo vale anche in questo mondo che si ammanta di democrazia e di voto partecipato.

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gen 27

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gen 25

A dimostrazione di quanto già esposto:

E’ questo il risultato dell’invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell’inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un “Manifesto per i diritti umani in Egitto”, contenente 10 misure-chiave. (…) Ma il partito più forte non ha risposto. Il Partito della libertà e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, è stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista. “Mentre questa settimana s’insediano i primi nuovi parlamentari – ha detto Philip Luther, direttore ad interim di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord – è incoraggiante vedere che così tanti dei principali partiti politici abbiano discusso con Amnesty International e si siano dimostrati pronti a impegnarsi in favore del cambiamento, attraverso il contrasto alla tortura, la tutela dei diritti degli abitanti degli insediamenti precari e la garanzia di processi equi”. “La nostra sfida, tuttavia – ha aggiunto Luther – è preoccupante constatare che un certo numero di partiti ha rifiutato d’impegnarsi in favore dell’uguaglianza dei diritti per le donne. Oltre al fatto che nel nuovo parlamento egiziano le donne sono poche, questo pone alti ostacoli a un ruolo a tutto tondo delle donne nella vita politica egiziana”, ha commentato Luther. “Vogliamo sfidare il nuovo parlamento a cogliere l’opportunità della stesura della nuova costituzione per garantire tutti i diritti a tutte le persone. Le pietre miliari della nuova costituzione dovranno essere la non discriminazione e l’uguaglianza di genere”, ha precisato Luther. (Repubblica)

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gen 19

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gen 17

Essere ottimisti è una bella cosa, ma essere fessi non lo è di certo. Se c’è un cosa che mi ha lasciato spiazzato nella narrativa che molti cosiddetti esperti, giornalisti e bloggers hanno offerto della “Primavera egiziana” (sic) è proprio il fatto che hanno dimostrato di non essere solo degli ingenui ottimisti, ma dei veri e propri fessi. Prima sono partiti in quarta accreditando la presenza di una “opposizione simile a noi”, intesa come “laica e democratica”, individuata in alcune migliaia di giovani borghesi, istruiti e anglofoni nonché muniti di Facebook e Twitter (che nulla hanno a che spartire con gli ottanta e passa milioni di egiziani, gran parte dei quali sono in preda all’analfabetismo e la povertà). Poi sono arrivate le prime elezioni democratiche dell’Egitto che hanno decretato la vittoria schiacciante dei movimenti di ispirazione islamista che oscillano tra l’ambiguità strategica e il letteralismo più fanatico e l’entusiasmo è finalmente rientrato.

A quel punto uno pensava che questi soggetti si sarebbero dati finalmente una svegliata e una conseguente calmata. E invece no: siamo passati dal tambureggiare per i “ragazzi di Tahrir” al tambureggiare per i movimenti islamisti “pragmatici” e “moderati” che si apprestano a governare il paese. Dimenticandosi che fu proprio l’esponente di uno di questi movimenti “moderati” ad affermare, alcuni anni fa: “il giorno in cui prendermo il potere colpiremo gli oppositori con le suole delle scarpe”. Che fu proprio uno di questi movimenti moderati a promuovere, nell’università del cairo, una sfilata di giovani incappucciati e in divisa nera salvo liquidare – non appena è scoppiata la polemica – questa lampante dimostrazione di forza come “uno spettacolo teatrale sulla causa palestinese”. E se queste erano le idee e le azioni dei moderati, figuriamoci quelle dei cugini meno “pragmatici”: per loro la democrazia è una specie di diavoleria occidentale bella e buona, un’invenzione pagana che porta oppressione. Un altro errore, dunque: partire dal presupposto che la democrazia è capace, con il suo solo fascino, di convertire anche i più retrogradi dei fondamentalisti.

Per mesi i su citati esperti ci hanno rotto gli zebedei con l’Egitto che si avviava a diventare un’altra Turchia: laica, moderna ma fiera del suo retaggio culturale islamico. Una chimera che il sottoscritto ha liquidato con una battuta che ha fatto vibrare d’indignazione qualche gallina del web: “non saremmo in grado di gestire un gabinetto “alla turca”, figuriamoci un’omonima democrazia”. Poi ci hanno pensato i Fratelli musulmani a darmi ragione, sconfessando urbi et orbi il primo ministro turco Erdogan e invitandolo a non immischiarsi in “questioni interne” – nonostante la trionfale accoglienza riservatagli inizialmente all’aeroporto – non appena questi ha osato parlare di “laicità dello stato” in un’intervista alla tv egiziana. Quello che non entra in zucca a certe persone è che non è possibile “esportare” i modelli: non era possibile farlo con le armi, e non sarà possibile farlo con Facebook. E che non c’è niente di “offensivo”, “disgustoso”, “triste” e via delirando nel prendere atto della realtà: del fatto che l’Egitto vanta la più alta percentuale di analfabeti del mondo arabo, che milioni di persone ci vivono con pochi dollari al giorno.

L’altro ieri la responsabile delle questioni di genere di un partito islamista moderato ha affermato che “Il fatto che una donna scenda in piazza per reclamare i propri diritti è assolutamente inopportuno. Non ha un marito, un fratello o un figlio che la possa difendere?”. Un commentatore ha giustamente sottolineato che questo è quello che pensano milioni di egiziani. Confermo. Quello che non capisco è perché provi tristezza nel “vedere un egiziano che reputa il suo popolo come una massa di capre deficienti che non sa distinguere cosa è bene e cosa non lo è per il loro paese”. Al di là del fatto che non considero capre i miei compatrioti ma che semplicemente prendo atto della loro immaturità politica e culturale, mi potete spiegare come si fa a fare una democrazia degna di questo nome con un parlamento in cui non sono praticamente rappresentate le donne, cioè la metà o più del paese? Con partiti moderati in cui le responsabili delle questioni di genere fanno le affermazioni sopra riportate? Con partiti meno moderati – che per inciso hanno ottenuto un quarto dei seggi – che sostituiscono nei santini le foto delle candidate, piazzate in fondo alla liste, con immagini del simbolo della lista stessa, di rose, di tende nere e persino dei loro mariti? E – cosa non meno importante – con una maggioranza di cittadini che la pensano come loro?

PS: come sempre, una vignetta egiziana riassume tutto: in mezzo, il futuro presidente islamista dell’Egitto. E – da destra a sinistra: la “first lady” ma anche la “second lady”, la “third lady” e la “fourth lady”.

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gen 17

La responsabile delle “questioni di genere” del partito dei Fratelli Musulmani in Egitto, uscito trionfante dalle recenti elezioni: “Il fatto che una donna scenda in piazza per reclamare i propri diritti è assolutamente inopportuno. Non ha un marito, un fratello o un figlio che la possa difendere?”


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gen 17

Nel corso di un incontro con la stampa che si è tenuto il 22 dicembre scorso in occasione dell’assegnazione del Premio Roma per la Pace e l’Azione Umanitaria, la giovane attivista tunisina Lina Ben Mhenni, candidata al Nobel per la pace, famosa per il suo blog ”A Tunisian Girl”, nel quale ha denunciato la repressione del regime di Ben Ali e documentato gli sviluppi della ”rivoluzione dei gelsomini”, ha affermato che:

“La situazione in Tunisia, vista dall’esterno, potrebbe sembrare migliore rispetto ad alcuni mesi fa, ma non è esattamente cosi‘. La deriva fondamentalista mi spaventa. Secondo la blogger ventisettenne, Ennahda, partito vincitore delle ultime elezioni, si presenta come una coalizione moderata ma basta sentire le dichiarazioni di alcuni suoi rappresentanti che propongono il divieto di adozione o la reintroduzione della poligamia per capire che in Tunisia i diritti della singola persona sono in pericolo. La fuga di Ben Ali non significa la fine di un intero sistema”.

Su Ennahada non saprei dire se la paura sia giustificata o meno. D’altronde non sono tunisino e non seguo la scena politica e i media tunisini assiduamente, concentrato come sono sull’Egitto. Quello che so è che sono stati molto più chiari su ciò che intendono fare col turismo dei loro omologhi egiziani. A preoccuparmi invece – e seriamente – sono i salafiti tunisini, che non si definiscono e non hanno intenzione di essere percepiti come “moderati”: l’11 ottobre hanno dato l’assalto alla sede della tv Nessma perché aveva trasmesso il film franco-iraniano Persepolis, il 29 novembre hanno bloccato l’accesso alla facoltà di lettere dell’università di La Manouba (Tunisi), sequestrando il preside ed impedendo lo svolgimento delle lezioni e degli esami perché il Consiglio di facoltà aveva impedito ad una studentessa di entrare in niqab e il 12 gennaio, a Sejenane, piccola cittadina a 150 km da Tunisi, hanno aperto un tribunale islamico e una prigione, dando la caccia a chi beve alcol.

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gen 15

Tempo fa, un lettore di questo blog non smetteva di ripetere che – una volta arrivati al potere in Egitto – le forze islamiste sarebbero diventate “pragmatiche”, e non avrebbero imposto vincoli al turismo. E io gli risposi: “Certo, basterà trasformare i monumenti archeologici in riserve per soli turisti. E presentarle invece agli egiziani come retaggio dell’idolatria buono solo per gli stranieri”. Siamo sulla buona strada: tutto è bene quel che finisce bene.

(ANSAmed) I salafiti, emersi come seconda forza politica alle elezioni in Egitto, vogliono partecipare alla delegazione istituzionale alla Fiera internazionale del turismo Fitur, ma il governo egiziano si oppone, temendo l’imposizione di un modello di turismo ispirato all’ideologia integralista. E’ quanto riferisce oggi El Mundo, secondo il quale l’affermazione del partito salafita Al Nur alle elezioni in Egitto “ha sollevato incertezza sul modello che i seguaci dell’Islam rigoroso propugnano per il turismo”, una delle principali fonti di entrate per il Paese. Mohamed Nur, il portavoce del partito salafita Al Nur, citato dal quotidiano madrileno, annuncia l’intenzione di partecipare a Fitur, in programma a Madrid dal 18 al 2 gennaio, uno dei principali appuntamenti del settore a livello mondiale, per informare i tour operator sulle proposte turistiche della sua formazione. Mohamed Nur prevede di guidare la delegazione egiziana alla fiera e si è detto disposto a dare conferenze nelle università spagnole per rispondere alle domande sull’ideologia salafita, su quale sarà il futuro delle relazioni economiche fra Egitto e i paesi europei e Israele, ma anche su come si pensa di applicare la ‘sharia’, la legge coranica, a settori come quello del turismo. Da parte sua, il ministro egiziano al ramo, Munir Fajiri Sbdelnur, ha smentito categoricamente la partecipazione di Al Nur alla delegazione che sarà presente a Madrid. “Vi prenderanno parte il ministro, il suo segretario e varie imprese egiziane del settore che esporranno alla fiera”, ha assicurato in dichiarazioni a El Mundo. I rappresentanti del partito salafita, secondo Abdelnur, “Possono andare a Fitur come visitatori, ma non come membri della delegazione ufficiale”. Sullo sfondo della disputa, due visioni distinte su come rilanciare il settore in Egitto, danneggiato dalle rivoluzione che un anno fa ha posto fine al regime di Hosni Mubarak e dalla situazione politica ancora instabile. I salafiti propongono di applicare la ‘sharia’ al turismo, che comporterebbe una segregazione fra i visitatori stranieri e gli egiziani. “Nell’ambito della sharia, rispettiamo la privacy - ha assicurato Nur – Il visitatore straniero potrà godere delle spiagge e del mare in costume, sarà preservata la sua privacy”, ha aggiunto. Ma l’applicazione della legge islamica esige che ci siano spiagge private per i turisti, in maniera da evitare contatti con la popolazione locale. Il che comporterebbe anche una nuova pianificazione dei complessi turistici esistenti nel Paese. Mohamed Nur ha tuttavia sottolineato che i turisti siano comunque tenuti a rispettare i costumi e le tradizioni del Paese musulmano.

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gen 13

Vorrei dimostrare ai miei lettori, con un piccolo esempio pratico e illuminante, la veridicità della mia affermazione circa il fatto che non sono io quello che cambia idee, ma coloro che di volta in volta mi attaccano pretestuosamente.

Molti certamente si ricorderanno che nei primi giorni di agitazione a piazza Tahrir, in Egitto, una blogger si è messa ad accusare il sottoscritto di essere un “mubarakiano”, un “vigliaccio in fuga dal servizio militare” che “odia i giovani della borghesia colta cairota” ecc. Anzi, uno dei primi tweet a commento della rivoluzione (sic) della suddetta blogger era, letteralmente, il seguente: voglio vedere adesso quel coglione di Sherif al Sabaye (http://salamelik.blogspot.com/) come la mette, dopo avere leccato il culo di Mubarak dal suo blog fino a ieri”

L’accusa di aver “leccato il culo” all’ex-presidente si basava praticamente sul nulla: un articolo intitolato “Giù le mani dall’Egitto” risalente ai tempi in cui Bush paventava di esportare la democrazia manu militari in tutto il Medio Oriente (in cui affermavo che: 1) avrei preferito essere governato da Mubarak, che comunque qualche pregio ce l’aveva, e per assurdo persino da suo figlio piuttosto che da un esercito di occupazione e 2) in cui mi chiedevo se i continui inviti a promuovere una democrazia da cui sarebbero usciti vincitori i movimenti fondamentalisti non fossero in realtà parte integrante di un’agenda tesa a promuovere il “disordine creativo” in Egitto). Poi più nulla su Mubarak fin quando non ho scritto una email indignata a Massimo Gramellini de La Stampa (che faceva ironia sul caso Ruby “nipote di Mubarak” finendo poi per offendere gli egiziani e colui che all’epoca – ci piaccia o meno – li rappresentava. Poi Gramellini si è giustamente scusato).

La cosa tragicomica però, oltreché ridicola, che a infervorarsi per la mia prudenza nei confronti dei Fighetti di Tahrir che in seguito sarebbero stati affossati dagli islamisti, fu proprio la blogger che ha salutato quell’articolo scrivendo un articolo intitolato – pensate un po’ – “Giù le mani dall’Egitto” in cui ha affermato testualmente quanto segue: “uno potrebbe dire che “la pensiamo in modo molto simile”. Sarebbe inesatto: qui non si tratta di “pensare” ma di constatare la realtà e riferirla. (…) Da straniera, sono contenta di vedere che il mio sguardo sull’Egitto, pur limitato dalle oggettive difficoltà linguistiche e non in cui mi barcameno, funziona. Ci vedo bene. D’altra parte, parliamo di cose talmente evidenti che due prosciutti interi sugli occhi non basterebbero a nascondercele. Manca, al mio sguardo, il coinvolgimento diretto che si sente nel discorso di Sherif: io non potrei nutrire sentimenti filogovernativi né antigovernativi, rispetto all’Egitto. Non sarebbe il caso e, comunque, la mia stranieraggine me lo impedisce

Eppure proprio quella signora – che si è messa a fare propaganda antigovernativa per settimane, nella convinzione che i Salafiti fossero uno “spauracchio soprattutto ad uso dell’Occidente, visto che prendere per il naso gli egiziani è parecchio più difficile (Già, s’è visto: hanno regalato loro il 25% dei voti) – si è offesa e si è stracciata le vesti, scrivendo lunghissimi articoli in cui mi ha persino dato del “leghista” solo perché le ho ricordato che era appunto una straniera, che non conosceva manco la lingua del paese di cui straparlava. Domanda semplice: visto che la sua “stranieraggine” le impediva di “nutrire sentimenti” di alcuna sorta, perché mai ha cominciato a fare il tifo anti-Mubarak e negli ultimi tempi ha persino attaccato il Consiglio Supremo delle Forze Armate? Ha sposato un egiziano in moschea?

Se pensate che sia finita, vi sbagliate. Perché proprio quella che mi diede del “mubarakiano” scriveva pure quanto segue: “So che Sherif ha qualche ragione quando scrive:“I paesi di tutto il mondo arabo invidiano all’Egitto e al popolo egiziano questo presidente dalla politica moderata. [...] se oggi c’è meno analfabetismo, se ci sono più donne che lavorano, se c’è un sistema sanitario efficiente e quattro linee di metropolitana al Cairo, se l’ondata degli attacchi terroristici si è fermata, lo dobbiamo a Mubarak”. Anzi, la nazionalista più egiziana degli egiziani ci aveva messo pure del suo, aggiungendo: “E a Donna Susan, per quanto riguarda analfabetismo e questione femminile, amatissima moglie del Presidente il cui impegno sociale è molto più antico e, ovviamente, efficace di qualsiasi cosa abbia mai fatto, faccia e farà un’Emma Bonino tanto strombazzata da noi e del tutto ignota agli egiziani. Condivido anche le virgole della fotografia che Sherif fa della situazione in questo paese”.

E meno male. Pensate quali insulti mi sarei beccato alcuni anni dopo se non avesse condiviso “anche le virgole”…

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gen 13

L‘Occidente può accompagnare il risveglio dei paesi arabi stando vicino ai popoli, alla gente, non certo ai governanti; a loro volta gli islamisti non devono scoraggiare il turismo, nei vari paesi, anzi: toglierebbero il lavoro e il futuro ai loro figli (…) Se il turismo dovesse boicottare questi paesi, sarebbe la fine; la gente deve continuare ad andare in vacanza e in viaggio in questi paesi per i quali il turismo è una risorsa fondamentale. E i popoli arabi devono sapere che se allontanano e disprezzano i turisti, la gente non verrà più, e avranno distrutto anche il futuro dei loro figli. Quindi devono operare perché nessuno vada a toccare chi viene da altri paesi o impedire, nel rispetto di tutti, l’industria turistica (…) Non sono un veggente, ma mi preoccupano due cose. la situazione in Siria (…) poi l’Egitto: è diretto da militari, che sapevano benissimo che le elezioni sarebbero state vinte dagli islamici. Bisogna che i giovani egiziani subiscano anche gli islamisti, ma che sappiano come arginarli, che non li lascino da soli a governare; forse, dopo tutto questo nascerà una nuova generazione democratica”. (Ben Jelloun, La Repubblica)

Come sempre, una vignetta egiziana (stavolta di uno dei più noti caricaturisti egiziani) vale più di mille parole. In quella riportata qui, un uomo con le tasche visibilmente vuote – che rappresenta, indossandone la “cupola”, il parlamento egiziano – è incatenato ai mille problemi del paese: disoccupazione, inflazione, inquinamento, povertà ecc. Però grida: “Tutto tranne che il bikini!”. Come se questo fosse il vero problema dell’Egito.

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gen 11

Secondo l’Agenzia centrale per la mobilitazione pubblica e statistica, nel 2011 sono circa 337 mila gli egiziani che hanno perso il proprio lavoro, e il tasso di disoccupazione è salito all’11,9% dall’8,9 del terzo trimestre dello scorso anno fiscale. Almeno 64 milioni di egiziani – su una popolazione di 85 milioni di persone – ricevono già delle sovvenzioni per acquistare riso, lenticchie, olio, zucchero e tè, poiché l’aumento prezzi dei generi alimentari è salito a un ritmo vertiginoso dall’inizio della rivoluzione. “I turisti hanno smesso di venire, le fabbriche stanno chiudendo, e centinaia di migliaia di persone hanno già perso il lavoro”, ha dichiarato Rashad Abdou, professore di economia all’Università del Cairo. Secondo James Rawley, coordinatore delle Nazioni Unite per l’Egitto, il 20% degli egiziani vive al di sotto della soglia della soglia di povertà e un altro 20 per cento rischia di fare la stessa fine nel breve periodo.

Il miliardario egiziano Naguib Sawiris, di religione copta, è stato rinviato ieri a giudizio con l’accusa di oltraggio all’Islam per aver pubblicato sul suo account di Twitter una caricatura islamica dei famosi personaggi della disney Minnie e Topolino. In testa all’accusa figura il noto avvocato, nonché leader della corrente salafita Mamdouh Ismail. La vicenda risale a fine giugno scorso, quando il magnate egiziano Sawiris, conosciuto in Italia perchè presidente della compagnia telefonica Wind, pubblicò sulla sua pagina Twitter la foto di Minnie e Topolino in abiti musulmani. In particolare Topolino con la kefiah e la barba lunga e Minnie con il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi. (…) La vicenda della caricatura passa però in secondo piano se si analizzano l’accusato e l’accusatore, due personaggi in antitesi. Il primo è un esponente della comunità copta ed è uno degli uomini più ricchi dell’Egitto, in quanto proprietario dell’azienda di telecomunicazioni Orascom, la più grande azienda privata del paese. In passato si è espresso molte volte in favore della secolarizzazione dell’Egitto e contro il fondamentalismo, condannando anche l’obbligo di indossare il velo per le donne. Il secondo è invece un musulmano estremista, leader della corrente salafita che predica il ritorno all’islam degli antenati e che giudica con disprezzo “il condizionamento occidentale che ha secolarizzato l’Egitto”.

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gen 09

Cartelli di alcune manifestanti egiziane – rigorosamente in niqab – che invitano a sostenere gli islamisti in Egitto in una fotografia riportata dalla rete araba Alarabiya il 30 novembre scorso: “L’Islam è la soluzione per l’Egitto”. “La democrazia porterà oppressione”, il che è tutto dire

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gen 07

Fossi in te inizierei a chiedermi perchè ultimamente quando vieni nominato, negli ambienti egiziani e arabi, LAICI (ho molti più amici laici che religiosi qui in Italia), si parla di te come una specie di nuovo Allam che ha trovato la via giusta per fare carriera. Un po’ di autocritica non ti farebbe male”. Così recita l’ultimo commento di un lettore di origine italo-giordana che si firma col nick Beduino.

Se è vero quanto sostiene il lettore, e questa è davvero la diceria che gira negli ambienti arabi “laici”, non oso immaginare cosa dicono invece negli ambienti islamisti (o forse si). Eppure non è passato tanto tempo da quando proprio Allam mi definiva un “esponente di un tribunale di inquisizione islamica” solo perché difendevo gli immigrati musulmani dall’indegna campagna di demonizzazione che nega(va) loro non solo i diritti di cittadinanza ma persino quello di pregare in un luogo di culto decente e riconosciuto come tale. Fa davvero ridere, quindi, l’accusa di “voler far carriera” rivolta ad uno che ha rifiutato di salire sul carro dei cosiddetti “moderati” che per anni hanno raccolto prebende andando in televisione ad accreditare la versione dell’imminente pericolo fondamentalista in Occidente…

E’ ancora più sconcertante, però, che questa accusa provenga da arabi “laici” nel momento in cui esprimo preoccupazione per ciò che potrebbe diventare l’Egitto del futuro, dove il pericolo fondamentalista è una realtà e non l’invenzione di un manipolo di arrivisti in cerca di notorietà. Preoccupazione dovuta quando un quarto (dicasi un quarto) del parlamento va a gente che dichiara che le opere di Nagib Mahfuz – il premio Nobel egiziano per la letteratura – promuovono la prostituzione, che le piramidi sono reminiscenze idolatriche, che fare gli auguri di Natale ai cristiani è da considerarsi peccato, che ci vorrebbe una polizia preposta al controllo della morale pubblica e via discorrendo. Persino Carlos Latuff, il vignettista brasiliano filopalestinese che ha alimentato la rivolta contro Mubarak con i suoi disegni ha espresso la sua preoccupazione con la vignetta qui sopra riportata (e anche lui è stato accusato, nonostante il suo sostegno alla rivoluzione e le sue critiche al Consiglio Supremo delle Forze Armate, di essere un “orientalista” e un islamofobo).

Eppure, come scrive Tariq Ramadan, è difficile “valutare cosa stia realmente accadendo in Egitto, tutte le ipotesi restano possibili; il risultato è imprevedibile”. Motivo per cui continuo a non capire la fiducia di molti cosiddetti laici nel fatto che l’Egitto non si trasformerà in una brutta copia di qualche satrapia teocratica della penisola arabica, con l’aggravante dell’assenza dei petrodollari e pertanto ancora più chiusa. L’unica certezza che abbiamo al momento è che le forze laiche, liberali, progressiste e i giovani che hanno rovesciato Mubarak contano politicamente come un due di picche. La palla è tutta nel campo islamista dove però non sono chiare le alleanze: ancora oggi non si sa se i Fratelli musulmani si alleeranno con i Salafiti o meno. Se manterranno la loro promessa di mettere in pratica un’agenda riformista o meno. Lo dice Tariq Ramadan, non io. Motivo in più per tenere alta la soglia di attenzione e premere affinché il riformismo abbia la meglio sul letteralismo.

Ci ho riflettuto bene, quindi, nel tentativo di fare “autocritica”, come consigliato dall’amico Beduino. Poi mi sono reso conto che non sono io che devo fare autocritica ma quelli che di volta in volta mi criticano. Io sono sempre stato dalla parte dei diritti. Il fatto che alcuni musulmani abbiano interpretato la mia posizione a favore del diritto di una comunità di professare il proprio credo in un luogo di culto dignitoso come una specie di guerra santa tesa a glorificare la causa dell’Islam, e che alcuni islamofobi l’abbiano invece percepita come un tentativo di invasione portato avanti da un Fratello musulmano è un problema loro, non mio.

Per lo stesso motivo, il fatto che alcuni percepiscano ora la mia preoccupazione per ciò che sta succedendo in Egitto, dove non passa giorno senza che i movimenti di ispirazione islamista facciano una dichiarazione che scuote un’economia già provata o che metta a rischio i delicati equilibri geopolitici, venga inteso da alcuni musulmani come una specie di crociata allamesca avente fini personali e che gli islamofobi la ritengano invece la prova provata della correttezza delle loro idee, ebbene anche questo è un problema loro, non mio. Leggi la seconda puntata.

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gen 07

Leggi la prima puntata.

Se proprio devo fare un po’ di autocritica, allora ammetto di non aver espresso abbastanza frequentemente la mia avversione all’interpretazione letteralista e retrograde della fede islamica. In realtà era costretto a farlo, visto che in giro c’erano molte altre persone che avanzavano queste critiche in un modo fin troppo strumentale e per altri fini. Per paura di essere accomunato a costoro, e per non buttare benzina sul fuoco dell’islamofobia, mi sono quindi autocensurato. Mea culpa. Ora però che vedo con i miei occhi il mio paese di origine correre il rischio di piombare nel Medioevo (e nemmeno quello arabo, che era un’età dell’oro), non ho intenzione di stare zitto.

Anche se la mia “autocensura” ha permesso a molti islamofobi di dipingermi come una specie di quinta colonna dell’ “invasione islamica”, le mie idee sono sempre state le stesse. Sono i lettori – islamisti o islamofobi che siano – che, di volta in volta, facevano finta di non aver capito bene quanto scrivevo perché non gli conveniva. D’altronde non ho cominciato a criticare il niqab in questi giorni. L’ho fatto nel 2003, appena inaugurato il blog. Eppure solo adesso una zelante fustigatrice si è sentita in dovere di dirmi che “ci hai deluso come fratello”. Allo stesso modo non sono stato scettico sulle conseguenze delle libere elezioni in Egitto solo nei giorni in cui traballava il governo di Mubarak, ma dal 2005, quando scrissi un articolo intitolato “giù le mani dall’Egitto” in cui anticipavo ciò di cui ha scritto Michael Scheuer, già ufficiale della CIA, pochi giorni fa: “la follia di un governo federale (statunitense, ndr) che si batte per la democrazia laica in tutto il mondo islamico, in tal modo rafforzando gli islamisti”.

Non a caso in quell’articolo scrissi testualmente quanto segue: “Che fine farebbe l’Egitto all’ombra delle tanto acclamate “elezioni libere”? Si dovrà riconoscere ufficialmente l’organizzazione dei Fratelli musulmani, tanto per far un esempio. Peccato che sia stata demonizzata dagli stessi personaggi che sollecitano le riforme democratiche. Nascerebbe una miriade di partiti di ispirazione islamica – da quelli moderati a quelli intrasigenti – che farebbero man bassa della quasi totalità dei voti. E non è che la loro politica nei confronti degli Stati Uniti o di Israele cambierebbe. Come minimo, si assisterà ad un notevole regresso nelle relazioni diplomatiche egiziano-statunitensi ed egiziano-israeliane. A volte non si capisce se questi individui (quelli che stanno alla Casa Bianca o sul libro paga della stessa) siano consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, spesso in contraddizione tra di esse. Viene il sospetto che non siano altro che agitatori professionisti che vorrebbero, come dice il proverbio egiziano, “il funerale per battersi il petto fino alla sazietà” ['Ayez ganaza w yeshba' fiha latm, n.d.r.]“.

Le mie previsioni si sono avverate tutte: l’agenda democratica statunitense ha portato all’anarchia e i laici che hanno rovesciato Mubarak sono stati democraticamente estromessi. Al potere stanno andando movimenti di ispirazione religiosa di cui non conosciamo le intenzioni semplicemente perché sono ambigui e contradittori. Ma i segnali lanciati da quelli più intrasigenti non possono che destare preoccupazione. Su tutti i fronti: dal turismo alla pace regionale, quello che prospettano preannuncia una catastrofe. E meno male che gli esperti denoantri annunciavano le meraviglie democratiche della “generazione facebook” salvo poi parlare di “sorpresa salafita” a elezioni finite. Ora bisogna solo vedere se la fase due delle mie previsioni si concretizzerà: rottura dei rapporti diplomatici e confronto armato con Israele, il che per l’Egitto sarebbe un disastro di dimensioni epiche. Intanto Israele si sta già attrezzando per l’eventualità militarmente, economicamente e politicamente. L’Egitto sta giocando col fuoco. E non c’è affatto da rallegrarsi. (Fine)

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gen 05

Due versioni contrastanti sul ruolo delle forze islamiste in Egitto. In ogni caso, una vignetta egiziana vale sempre più di mille parole (sull’uomo che fa da sgabello è scritto “La rivoluzione”): tanto per illustrare cosa pensano i laici in Egitto, in questo periodo. Un sentito ringraziamento ai Fighetti di Tahrir

Non è facile valutare cosa stia realmente accadendo in Egitto. Dopo i primi risultati delle elezioni, tutte le ipotesi restano possibili; il risultato è imprevedibile. I due partiti islamici – il partito “Libertà e Giustizia” che rappresenta i Fratelli Musulmani, e Al-Nour che rappresenta i salafiti – sono emersi come le principali forze politiche in Egitto, suscitando interrogativi sulla natura del futuro Stato. Le cose si stanno evolvendo rapidamente, e molti elementi sono sorprendenti, poco chiari e perfino sconosciuti: è difficile identificare non solo i protagonisti, ma anche le nuove alleanze che stanno prendendo forma in questa svolta storica.

In meno di sei mesi, il movimento salafita ha completamente cambiato le sue posizioni ideologiche e religiose nei confronti della “democrazia”. I suoi leader avevano ripetuto per anni che la “democrazia” non era islamica, che era perfino “kufr” (un rifiuto dell’Islam), e che i veri musulmani non dovevano prendere parte alle elezioni – o alla politica in generale – essendo l’intero sistema corrotto nelle sue stesse fondamenta. Poi, improvvisamente i salafiti hanno creato un partito, hanno iniziato ad essere attivi in tutto il paese, producendo volantini e opuscoli, e invitando il popolo a votare per loro o, in alternativa, almeno per la Fratellanza Musulmana. Il loro voltafaccia di 180 gradi è stato tanto rapido quanto sorprendente e curioso.

(…) Al-Nour potrebbe essere uno strumento per indebolire l’influenza e il potere della Fratellanza Musulmana, spingendola a stringere alleanze rischiose. Se i Fratelli Musulmani sceglieranno di concludere un patto con i letteralisti, perderanno rapidamente la propria credibilità e si porranno in contrasto con la loro dichiarata agenda riformista. Se decideranno di tenersi lontani dai salafiti, non avranno altra alternativa che quella di prendere in considerazione un’alleanza con altre forze politiche (che sono molto deboli) e soprattutto con i militari, che rimangono molto potenti. (…) in ogni caso, queste forze (islamiste, ndr) hanno ancora molto da dimostrare; nessuno sa se manterranno le loro promesse quando saranno al potere.

(Tariq Ramadan, Gulf News)

Non fidarsi degli islamisti, non mantengono mai le promesse che fanno’‘: è un avvertimento, accompagnato da un’accurata disamina delle ragioni della vittoria dei partiti dei Fratelli Musulmani e dei salafiti (specie di Al Nour) al primo turno delle elezioni legislative in Egitto, oltre che del fallimento elettorale del movimento di piazza Tahrir, che Iman Bibars, attivista dei diritti umani, rivolge tanto ai suoi connazionali che agli osservatori esterni parlando con l’ANSA.

“I Fratelli Musulmani si dicono ‘moderati di centro’, ma e’ una definizione che non significa nulla - sostiene - la loro strategia è quella di conquistare il potere, passo per passo. Il problema è che non hanno una visione politica, nè una economica, nè propongono politiche sociali. In tanti anni non hanno creato un’impresa che creasse posti di lavoro per i giovani, e quello che hanno raggiunto è soltanto frutto delle attività caritatevoli che hanno svolto, grazie all’aiuto di fondi spesso provenienti dall’Arabia Saudita, o donazioni di sostenitori arabi”. Per i salafiti il discorso è molto simile, con la differenza, dice Iman, che ”i Fratelli sono più astuti e non si rivelano subito per quello che effettivamente vogliono: il potere puro e semplice”.

(…) Il movimento dei giovani e meno giovani di Tahrir – ”un momento di eccezionale vitalità esploso contro le frustrazioni di decenni, non aveva tessuto ideologico nè politico e voleva soltanto la caduta di Mubarak, che non ha retto perchè era fragile, e le soluzioni per tenerlo in piedi erano prive di fantasia e intelligenza”. Per il futuro Bibars teme che il danno peggiore di un regime islamista possa venire dall’imposizione ”di un sistema educativo che renderà tutti ignoranti e con una cultura monotematica a sfondo religioso, senza scambi con l’esterno”.

(Iman Bibars, Ansa Med)

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gen 05

Scritto su questo blog il 2 settembre 2011:

“Se ci sono “posizioni insostenibili” su Gheddafi in giro in questo momento di certo non sono le mie – visto che, non essendo un voltagabbana, la mia opinione sul Fratello Colonello non è cambiata – ma quelle dei signori che non hanno esitato a scaricare il leader libico foraggiando e finanziando, grazie ad un sequestro indiscriminato sia dei soldi del governo libico che di quelli di Gheddafi, una guerra civile che ha trasformato una della capitali con il reddito pro-capite più alto della regione in una città sull’orlo di una crisi umanitaria. E non è detto che la guerra civile si concluda in fretta o che non si trasformi – una volta sparito dalla scena il Colonello – in un regolamento di conti all’afghana tra le varie fazioni che già ora si scannano tra di loro”.

Ora leggo sulla Reuters

Passati oltre due mesi dalla cattura e dalla morte di Gheddafi, i nuovi governanti libici stanno ancora cercando di affermare la propria autorità, mentre i leader delle milizie rivali rifiutano di cedere il controllo dei loro combattenti e di deporre le armi. “Ora ci troviamo tra due opzioni amare”, ha detto ieri sera Jalil a una folla a Bengasi. “Affrontiamo con severità queste violazioni (gli scontri tra le milizie) e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile“. “Se non c’è sicurezza, non ci sarà legge, né sviluppo né elezioni”, ha detto Jalil. Le milizie, messe in piedi da decine di diverse città e da diversi gruppi politici, sono state alla testa della guerra contro il regime di Gheddafi, col sostegno aereo della Nato, e ora sono riluttanti ad abbandonare il campo e sciogliersi.

Oh yeah! Avanza la democrazia…

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