feb 06

Agli occhi di osservatori distratti, quello che sta accadendo nel mondo è la solita ruota di eventi che sembrano ricadere nella casistica della normale storia dell’umanità. Ci sono sempre state tragedie e sciagure, c’è sempre stato l’inverno con la sua neve, il caro prezzi, la corsa all’oro e la crisi economica. C’è sempre stato un governo privo di polso e senso dello Stato e anche interessi privati nella gestione della spesa pubblica. Perché allora meravigliarsi più di tanto?

Perché tutto questo ha raggiunto livelli molto più estremi. L’ondata di freddo che ha colpito l’Europa ha dimostrato la forza cinica degli eventi naturali (o artificiali?) e l’incapacità dell’uomo di essere superiore a qualcosa che non può gestire direttamente, nonostante la propria fantomatica evoluzione e il progresso raggiunto nel corso degli anni. Qualcosa ci sta chiaramente indicando la degenerazione dei sistemi fino al loro collasso e implosione. Non siamo più in grado di gestire le piccole cose, figuriamoci eventi di portata europea.

I padroni stanno perpetrando il loro programma con il bene placido dei governi fantoccio da loro gestiti. La Grecia sta per entrare nella zona default molto più velocemente di quanto sembri e anche una ulteriore manovra economica sottoscritta dal fondo monetario internazionale o dal drago, non servirà a salvarla dal baratro.

In Italia nonostante la parvenza di risanamento tutto si sta svolgendo secondo le direttive dei padroni. Il governo è assente su tutti i fronti, sembra quasi che non esista proprio un governo. In genere di fronte a situazioni di emergenza il ministro dell’interno o il capo del governo mettono la loro faccia e impapocchiano qualche parola davanti ai giornalisti. Invece nessuno sa dove siano finiti, è come se questi servetti non siano ne umani, ne italiani, come se vivessero in hotel e stessero solo pensando alla “crisi” e niente altro passi per la loro testa. Come se rastrellare gli ultimi spiccioli dalle tasche dei mega evasori che non arrivano a fine mese, sia il loro unico scopo di vita. Nessuna dichiarazione, nessuna presa di posizione, nessun senso civico, sembrano robot a contratto che devono solo eseguire gli ordini impartiti da altri. Peccato che gli Stati sono fatti di carte, burocrati e leggine ad hoc, ma anche di uomini che ogni giorno si alzano e cercano di portare a casa il pane per i propri figli, cercano di elevarsi ad una condizione migliore pur non avendo esempi da seguire fra le file di chi dovrebbe rappresentare una guida.

Siamo alla degenerazione totale, siamo al prologo di una nuova grande guerra, l’ultima di questa umanità che sarà molto difficile da affrontare anche per noi comodi sul divano a vedere la partita, perché prima o poi anche noi che stiamo qui al “sicuro” verremo messi nelle condizioni di chi si vede cadere le bombe in testa da anni e senza motivo. Forse a quel punto cominceremo a porci qualche domanda…o forse ancora aspetteremo che qualche yankee venga a “liberarci” (o colonizzarci?) per la seconda volta!

fonte: freenfo.blogspot.com » Vai al post originale





feb 06

Leggi la prima puntata
Leggi la seconda puntata

Ataturk è riuscito ad imporre la laicità e a spianare la strada per la democrazia nel paese sede dell’ultimo califfato perché – come già sottolineato – era “Un leader che non era influenzato da interessi personali, familiari, tribali o settari“, concentrato sul benessere del proprio paese, dotato di carisma e di credibilità, circondato da un gruppo di ufficiali e politici organizzati che credevano in lui. L’esatto contrario di ciò che è accaduto nei paesi arabi finora, dove leader poco carismatici – alle prese con l’integralismo esportato dai paesi confinanti e con le pressioni dell’occidente – erano circondati da élite parassitarie. Come giustamente afferma Seyfi Tashan, presidente del Foreign Policy Institute di Ankara, maggiore think tank di politica estera turco: «Alcuni di questi Paesi hanno avuto dei dittatori che cercavano di imitare Ataturk ma erano corrotti. Bisogna separare l’arabismo dall’Islam, in questo senso la Turchia non è un modello per questi movimenti». Perché? «perché la maggioranza delle forze di opposizione di quei Paesi arabi si ispirano ai Fratelli musulmani, movimento che guarda alla sharia, la legge islamica come fonte primaria del diritto».

Monica Ricci Sargentini sul suo blog pone quindi la domanda: “E voi cosa ne pensate? E’ giusto difendere la secolarità della Costituzione in un Paese in cui il 95% dei cittadini è musulmano?”. Tempo fa un lettore italo-arabo che si professava laico (!) ha risposto a questa domanda scrivendomi che “pensare di vietare le barbe e il niqab in una società al 99% islamica è una strategia fallimentare”. Invece no: fallimentare è ridurre l’Islam a precetti che con la fede c’entrano come i cavoli a merenda, dare per scontato che barbe e niqab siano l’islam, e lasciar fare – se non in nome della fede – allora in nome della “democrazia” e delle “libertà individuali”, rinunciando a difendere la laicità anche con l’imposizione. A tal proposito, è interessante il caso della Tunisia neo-islamista, dove è stata netta la presa di posizione del ministro dell’Interno tunisino, Ali Laarayedh: “Il niqab non esiste nell’Islam e non ha alcuna base referenziale nella nostra religione. Si tratta solo di una interpretazione e di una scelta personale”. Cosi come è stata netta la presa di posizione ufficiale dei presidi delle facoltà di Lettere e Scienze umanistiche delle Università di Sousse, La Manouba, Sfax, Kairouan e 9 Aprile di Tunisi che, con un documento congiunto, hanno riaffermato il loro rifiuto categorico all’uso del niqab. Non facessero cosi – gli islamisti pragmatici e i laici – la Tunisia diventerebbe nel giro di pochissimo un’emirato fondamentalista. Con l’imposizione. E i segnali non mancano.

Ma, ancora una volta, così come la Turchia non è un paese arabo, anche la Tunisia non è l’Egitto: diversi gli interessi strategici in ballo e quindi le interferenze da parte di paesi terzi, diversi i livelli di istruzione raggiunti e – piaccia o meno ai democratici da strapazzo – la radicazione della laicità imposta da Ben Ali. Qualcuno potrebbe dire che ciò che è accaduto e sta accadendo in Egitto non sia da imputare ai giovani rivoluzionari. Che dobbiamo avere maggiore fiducia e sostenere con più forza questi giovani nella loro lotta, recentemente scesi in piazza per gridare slogan anche contro i Fratelli Musulmani, scontrandosi con il loro servizio d’ordine davanti al parlamento. E io mi chiedo: chi dobbiamo sostenere esattamente? Questi non sanno neanche cosa vogliono: gridano slogan contro i Fratelli musulmani eppure vogliono che il potere passi subito dall’esercito al presidente del parlamento che appartiene alla Confraternita (!). E’ vero: non si può accusare l’agnello dei danni provocati dal lupo. Ma il punto è un altro: è nella natura del lupo fare certe cose, quindi se è l’agnello a provocarlo e/o a spianargli la strada, senza essersi organizzato per affrontare le conseguenze di questa provocazione, allora tanto peggio per lui. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. (Fine)

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feb 04

Mi chiamo Abdulwahab Suleiman Amhed e vengo da un posto molto lontano, il Darfur.Dal 2007 sono in Italia, ma mai mi sarei immaginato di dover lasciare la mia terra e venire in Italia. Grazie a mio padre, però, ho potuto salvarmi.In Darfur, infatti, sono già otto anni che si combatte: moltissime sono le vittime, ancora si continua a morire.La differenza più grande, tra il mio Paese e qui, è la musica.Quando ero in darfur non potevo sentire la musica, solo tanta paura e la voce delle armi. Prima della guerra si sentiva tanta musica però.Dal 2005 ho frequentato la scuola superiore e la leva obbligatoria. Ero minorenne. Nel campo eravamo tanti darfuriani, di tutte le etnie, ma anche arabi, e facevamo tutti parte dell’esercito sudanese.Ci facevano tante lezioni, ti entravano dentro al cuore. Mi hanno obbligato a imparare a fare la guerra, a come uccidere gli altri.
Lì abbiamo capito che il vero problema era chi ci governava. Bashir voleva dividere le persone.Siamo uniti, arabi, fur, zaghawa, però il governo ci costringe a lottare, a dividerci. Al campo di addestramento militare eravamo tantissimi gruppi, moltissimi minorenni di 13 14 anni mandati a fare il militare.
Importante è far studiare i bambini.Ciò che può far cambiare il corso della guerra è, infatti, studiare.Bisogna salvare i bambini. I vecchi fra un pò muoiono, ma ciò che può cambiare nel futuro del Paese è legato al nostro futuro: se studieremo potremo cambiare tante cose.Mi piacerebbe che venissero aperte tante scuole, che tanti bambini soldato si salvassero.Quando arrivai a Roma nel 2007, avevo detto a mio padre che avrei voluto studiare, ma per diversi motivi non ci sono riuscito fino a quando sono andato a Trento. Lì ho iniziato gli studi in un istituto professionale.Ho scoperto anche il piacere di fare teatro. Non cambierà nulla nella mia vita, forse, il teatro, ma spero di poterlo continuare a fare.Il mio pensiero ogni giorno va alla mia donna, ancora in Sudan. Voglio studiare e lavorare, qualsiasi lavoro, per offrire a lei e ai miei figli che verranno una vita nuova e dignitosa. Ma non è facile trovare lavoro, anche in Italia. Se mai questo non dovesse accadere, tornerò in Sudan, a sfidare il mio destino.
*pubblicato su MPNEWS.it in Gentes, racconti dal mondowww.italiansfordarfur.it

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feb 04

Non è molta la strada che separa El Fasher da Zam Zam. A tratti un rivolo di asfalto, un po’ di sterrato, un paio di check point dell’esercito localizzati lungo il percorso, ed ecco che si materializza pian piano, con quella lentezza immobile che solo l’Africa conserva come dono ma anche come maledizione, un altro genere di paesaggio. Ammassi di rifiuti costituiscono barriera e protezione per le capanne di paglia disseminate lungo i lati della strada. Donne, uomini e bambini in groppa agli asini trasportano la legna che certamente gli servirà per accendere un piccolo fuoco, unico strumento attraverso il quale potranno prepararsi un pasto. Carrettini trainati da asini stanchi anch’essi del tanto dolore trascinano uomini soli, donne afflitte, bambini affamati. Zam Zam appare all’improvviso. Non te ne rendi conto mentre il camioncino di Relief International si muove veloce, in netto contrasto con tutto quello che c’è intorno. Sembra un colpo di flash mal riuscito in una fotografia scattata all’imbrunire. Zam Zam Unamid ti avvisa che sei nei pressi del campo. Zam Zam restaurant/Zam Zam Rest: meticolosamente riservato ai militari e obbligatoriamente vietato ai civili, quelli che per mangiare dipendono dalle organizzazioni umanitarie presenti nel campo. Sabbia ovunque. Sabbia densa, bianca, a volte rossa, sporca, maledetta sabbia che ti entra dappertutto. Il cancello della clinica di Relief International si apre e già arriva il primo flusso umano. Donne belle, alte, altezzosamente avanzano portando a spalla i loro bambini bisognosi di cure e di cibo. Io sono là, ferma, immobile, incredula di quel che sta scorrendo sotto i miei occhi. Sconvolta di quel che si consuma in Darfur ogni giorno, osservo quel che si muove intorno a me senza riuscire a pensare. No, non articolavo nessun genere di riflessione. Si era creato un vuoto, un abisso incolmabile, tra ciò che si definiva al mio sguardo e ciò che si muoveva con violenza sottile nella mia anima. Strane cose accadono da queste parti del mondo. Non solo intorno a te, addosso alla gente, ma anche dentro te, e si incastrano come ferite che con cura meticolosa, forse, un giorno potrai lentamente guarire. Da una grata una mano anziana, rugata dal sole e dalla vita, distribuisce blister di medicine e piccole bottiglie di paracetamolo. Malaria, diarrea, infezioni acute respiratorie, meningite, morbillo. Bambini malati. Di primo mattino, la capanna riservata all’accettazione si riempie a vista d’occhio. Dignitosamente adagiati su stuoie, gli sfollati interni di Zam Zam, aspettano il proprio turno, rinfrancati dalla possibilità di ricevere assistenza. Ogni tanto un pianto di qualche bimbo a cui il medico ha appena fatto la puntura per le vaccinazioni delle prime malattie dell’infanzia. Molti altri, invece, non sono stati così fortunati da essere immunizzati, e così arrivano al campo malati e probabilmente riusciranno a guarire. C’era una donna seduta ai piedi di un albero che allattava il suo piccolo coprendosi il seno con un velo rosa. Il bambino non riusciva a tenere la testa dritta, la buttava ripetutamente all’indietro. Quel bambino ha sette mesi, ma ha anche la malaria. C’era un’altra donna. Molto giovane. Bellissima. Sconvolta si muoveva senza riuscire a rendersi conto di dove andare e di cosa fare. Urlava lamentandosi. Portava il suo bambino, anche lui di pochi mesi, credo affetto da gravi infezioni alle vie respiratorie. Quella donna cercava aiuto. Le avevano dato delle medicine e un flacone di antipiretico. Non le avevano però spiegato in che posologia dare quelle medicine al suo bambino. Forse non si erano resi conto che era sordomuta. Non aveva capito niente, per questo urlava disperata.
 Il Bollettino made in ONU riporta quanto accaduto oggi in Darfur:
-  Il 31 gennaio 2012 in Nord Darfur nella zona di Kutum Rural & Fata Burno, Kutum Guba Area, un padre e suo figlio, stando a quel che si dice, sono state vittime di una sparatoria all’interno del loro negozio da parte di due uomini armati vestiti in uniforma militare. Gli assassini hanno ucciso l’uomo e suo figlio perchè si erano rifiutati di collaborare al tentativo di rapina.
- Oggi, 2 Febbraio 2012 in Sud Darfur, Graida Abulala IDPs, alle 15:00 ora locale, è divampato un incendio all’interno del campo. Circa 80 capanne sono state distrutte completamente, mentre al 60 hanno subito danni parziali che tuttavia le rendono inagibili alla popolazione. La causa dell’incendio è sconosciuta.
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Feb 06

Questo piccolo isolotto del Lago di Bolsena è ciò che resta, come quello bisentino, del cono eruttivo del vulcano sottostante l'attuale lago. Esso dista appena un chilometro dalla costa del lago ed è incredibilmente diverso dal compagno. I suoi dieci ettari ospitano una comunità vegetale pressochè integra e apparentemente molto più selvatica, quasi tropicale. Le sponde sono popolate da numerose colonie di uccelli acquatici e al di fuori delle specie vegetali ed animali l'isola non è attualmente popolata.
Sicuramente visitato dagli etruschi, forse anche dai romani, l'isola è storicamente famosa per la detenzione di due incredibili donne: Cristina, martire e patrona di Bolsena, fu relegata sull'isola da papa Urbano IV affinchè rinnegasse la sua forte fede cristiana; Amalasunta, regina degli Ostrogoti, dal carattere deciso e diplomatico si inimicò i Goti e tramite un complotto di questi col famigliare Teodato fu dapprima imprigionata nell'isola e quindi uccisa nel 535 d.C.
L'isola ha storicamente attratto l'attenzione sia dei nativi dei borghi limitrofi (a questa epoca risale la chiesa di S. Stefano del IX sec.) dei Viterbesi, dei signori di Bisenzio e del papato. Sotto la chiesa l'isola ha vissuto il periodo di massimo splendore. A partire dal XVII secolo, sotto il ducato di Castro l'isola fu progressivamente abbandonata, le strutture smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione di Marta. Attualmente l'isola vi è una residenza Privata e non è visitabile.

fonte: www.lago-di-bolsena.biz » vai al post originale »

feb 04

El-Fashir si prepara all’arrivo del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, che giungerà nella città del Nord Darfur per inaugurare a giorni il “Darfur regional Authority”, come previsto dagli accordi di Doha, siglati tra il governo sudanese e alcuni gruppi minori del largo fronte ribelle del Darfur. Il JEM, il cui leader storico Khalil Ibrahim è stato ucciso lo scorso 25 dicembre dalle forze sudanesi, ha ribadito la sua contrarietà agli accordi, definiti una farsa dal nuovo comandante Gibril Ibrahim.Alla cerimonia parteciperà anche il presidente ciadiano Idriss Deby e l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari. I tre erano già stati immortalati pochi giorni fa a una festosa cerimonia nuziale in Ciad, sollevando l’indignazione delle maggiori organizzazioni internazionali per i diritti umani, e riaprendo la questione della necessità di riformare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ormai ridotto a un colosso di funzionari zelanti e corposi uffici stampa.Nella capitale del Nord Darfur arriveranno anche rappresentanti dell’Unione Europea, della Lega Araba e dell’Unione Africana. Quest’ultima ha già fatto trapelare la volontà di interrogare la Corte Penale Internazionale circa la possibilità di immunità in favore del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, ricercato internazionale per crimini contro l’umanità.www.italiansfordarfur.it

fonte: www.italianblogsfordarfur.it » Vai al post originale

feb 04

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Non si tratta di essere “conservatori” o “reazionari” ma di prendere atto, cinicamente, della realtà:
piaccia o meno ai fanatici della democrazia, se un paese non è economicamente e culturalmente pronto a evolvere democraticamente, lo status quo è il male minore. Dopotutto la democrazia non è una prescrizione medica o una ricetta miracolosa capace di funzionare in qualsiasi contesto. Anzi, a volte può essere persino controproducente. Come giustamente ha scritto un anno fa Lev Grinberg in questo editoriale:

Vorrei tuttavia avvertire gli attivisti democratici in Egitto, e soprattutto i loro seguaci in Medioriente, che la democrazia non è la soluzione a tutti i problemi. Non risolve necessariamente i problemi legati alla povertà e alle disuguaglianze economiche, né i conflitti culturali relativi all’identità comune dei cittadini di una nazione (…) Quando manca l’equilibrio di potere tra le classi, e un’identità nazionale unica e consensuale, l’instaurazione automatica di principi democratici formali può perfino peggiorare le cose”.

“Il sociologo politico Michael Mann ha dimostrato che, in questi casi, la democrazia serve solo ad intensificare le tensioni tra gruppi razziali e etnici, e a questo aggiungerei, nel contesto mediorientale, il conflitto tra gruppi confessionali diversi e fra gli ambiti religiosi e quelli laici“. Proprio quello che sta accadendo in Egitto oggi, con gli scontri tra religiosi e laici, tra musulmani e cristiani, e persino tra tifosi di squadre calcistiche (una novità assoluta per l’Egitto, frutto non di un complotto di chissà chi ma di una percezione sbagliata della democrazia da parte di masse che la intendono come libertà di invadere il campo, aggredire i tifosi dell’altra curva e umiliare le forze dell’ordine). Una situazione che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta e che di fatto sta acuendo le sofferenze della popolazione.

Ma come scrive Grinberg, “Per impedire questi possibili risvolti, bisogna conoscere le peculiari condizioni sociali ed economiche di ogni singolo paese e stabilire non solo formali principi democratici, ma anche altri elementi costituzionali, istituzionali e politici”. Questo è un processo che ha bisogno di tempo, e che non si improvvisa. Come egiziano, che sicuramente conosce le condizioni sociali e culturali del proprio paese meglio di – che ne so – una giornalista occidentale che si improvvisa paladina della democrazia in virtù del fatto che traduce (magari dall’inglese, manco dall’arabo) gli articoli di qualche intellettuale egiziano, sono convinto che la strada per la democrazia e per la laicità in Egitto passi necessariamente attraverso un autoritarismo concentrato sul conseguimento del benessere economico e sull’educazione ai principi stessi della democrazia. Perché, come scrive Grinberg non basta manifestare per la democrazia. Ciò di cui i paesi mediorientali hanno bisogno è il consenso politico sul riconoscimento reciproco dei diritti e della coesistenza”.

Nel caso non si sia capito, sono un convinto assertore del modello kemalista per la transizione verso la democrazia, anche islamica, in Medio Oriente. Ataturk ha imposto le sue riforme laiche con la forza della legge e dei militari, a una società e un clero riluttanti, concentrandosi sulla modernizzazione del paese nello spirito del motto “Yurtta sulh, cihanda sulh”. Fu lui a creare il consenso, politico e di massa, sul concetto di laicità e rispetto reciproco dei diritti individuali. E se oggi la Turchia – retta da un partito dal background islamico – è il modello invocato da tutti gli esperti per un Medio Oriente democratico, laico e prospero, lo dobbiamo proprio all’approccio autoritario e illuminato di Ataturk che ha spianato la strada per una democrazia degna di questo nome. (Continua)

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

feb 04

Ne è valsa la pena? Mi riferisco alla cosiddetta “rivoluzione di Piazza Tahrir”, ovviamente. So già che alcuni risponderanno: “Ci vuole tempo, non si può giudicare una rivoluzione dopo appena un anno”, “Bisogna pur cominciare da qualche parte altrimenti saremmo ancora sudditi del Re Sole”, “Si, come no, ai tempi di Mussolini i treni arrivavano in orario”. Però non posso esimermi dal porre questa domanda, perché – se il buongiorno si vede dal mattino – so per certo che l’esito di questa “rivoluzione” sarà – nella migliore delle ipotesi – un nulla di fatto e – nel peggiore – una catastrofe di dimensioni epocali.

Ciò che sta accadendo in Egitto in questi giorni, e ciò che vi è accaduto in questo ultimo anno, più che essere magnificato come “evento clou della Primavera Araba” dovrebbe diventare materia di insegnamento nei centri di studi strategici sotto il titolo “Come non fare una rivoluzione”. D’altronde l’intera faccenda era iniziata con il piede sbagliato: l’avevo affermato ancor prima delle dimissioni di Mubarak mentre media, giornalisti, bloggers e galline varie starnazzavano su quanto fosse meravigliosa questa sollevazione fighetta, fatta di facebook e twitter e di giovanotti anglofoni che studiano all’ università americana del Cairo, tacciando il sottoscritto di “vigliaccheria” e “disonestà intellettuale”…

Il punto è che io sono sempre stato convinto – e alcuni anni fa l’avevo anche scritto – che “i cambiamenti storici sono stati opera paziente e silenziosa di minoranze colte ed organizzate, di lobby e di corporazioni che sono sempre riuscite a ottenere risultati giocando le proprie carte con tutti i protagonisti presenti sulla scena”. Ci volevano pochi minuti per capire che in Egitto, nonostante le apparenze (e le apparenze ingannano) non era in corso nessun cambiamento storico. Perché eravamo, sì, in presenza di una minoranza colta, ma scollata dal paese, dalle sue pulsioni e dalle sue aspettative e – cosa ancora più importante – per niente organizzata. Una minoranza che rappresentava sé stessa e le aspettative dei suoi referenti e finanziatori nel mondo occidentale, per nulla coincidenti con quelli delle masse egiziane.

Questi “fanatici di Twitter”, come ebbe a definirli William Engdhall, hanno fatto la parte assegnata loro nell’accendere la miccia della rivoluzione usando i social media, senza rendersi conto che di fatti stavano dando fuoco alla santabarbara con loro all’interno. O forse erano tranquillizzati dall’idea che, anche se le cose fossero andate male, un visto per l’estero non glielo avrebbe negato nessuno. I fighetti di Tahrir hanno scelto, irresponsabilmente, di entrare in contrapposizione diretta con le forze che hanno sempre governato il paese, esplicitamente o implicitamente: dai militari agli islamisti, passando dai potenti oligarchi. E il bilancio di questo scontro, che non si è ancora concluso, è pessimo: hanno perso le elezioni, hanno dilapidato la simpatia popolare e ora manifestano a vuoto nella speranza (vana) di ripetere l’exploit di un anno fa, lasciandosi dietro una scia interminabile di morti.

Obiettivamente parlando, la strategia della contrapposizione ad oltranza intrapresa dai giovani sta portando il paese sull’orlo del baratro: dal parlamento zeppo di gente impegnata attivamente nella lotta al bikini ai ventimilioni che rischiano la fame in breve periodo, dalla riduzione della riserva di valuta estera all’asta andata deserta dei titoli di stato, dalla scomparsa del turismo alla mancanza di sicurezza. Ora, io credo che una rivoluzione si debba intraprendere se si ha la certezza che prima o poi il paese farà passi avanti, anche se sono da tenere in conto un po’ di contraccolpi fisiologici. Se si ha invece la certezza matematica che smuovendo le acque, di passi indietro il paese ne farà centinaia e che sarà difficile, se non impossibile, recuperare il tempo perduto, pazientare e non fare nulla è molto più saggio che mettere in moto una macchina infernale di cui non si conosce né si può controllare o prevedere il funzionamento. Leggi la seconda puntata.

fonte: salamelik.blogspot.com » Vai al post originale

feb 04

Traduzione dal post di Matt Cutts


Nel costante tentativo di darvi accesso a siti web di alta qualità attraverso i risultati di ricerca, abbiamo introdotto una modifica algoritmica che riguarda la struttura della pagina web e la quantità di contenuti visualizzati sulla pagina a seguito di un clic.

Come già citato in precedenza, abbiamo ricevuto lamentele da parte di utenti che, facendo clic su un risultato di ricerca, una volta all’interno del sito non erano in grado di trovare facilmente il contenuto desiderato, restando quindi insoddisfatti dell’esperienza.
Gli utenti vogliono trovare subito il contenuto e non dover scorrere la pagina tra un sacco di annunci. Pertanto, questa modifica potrebbe riguardare i siti che non hanno molto contenuto “above the fold”.

Un utente sarà insoddisfatto se visita un sito che a prima vista non presenta alcun contenuto o dedica gran parte dello spazio iniziale a degli annunci pubblicitari. Ora siti di questo genere potrebbero non ottenere un buon posizionamento come in passato.

Siamo consapevoli che l’inserimento di annunci above the fold sia una pratica comune di molti siti web; questi annunci spesso hanno un buon rendimento e consentono ai publisher di monetizzare i contenuti online.
Questa modifica all’algoritmo non riguarda infatti i siti che pubblicano annunci above the fold con moderazione, ma principalmente i siti che sovraccaricano eccessivamente la parte superiore della pagina con annunci o che rendono difficile l’individuazione di contenuti originali all’interno della pagina.

Questo miglioramento algoritmico influisce sui siti che presentano pochi contenuti visibili above the fold o che sacrificano i contenuti pertinenti da grandi blocchi di annunci e inciderà su meno dell’1% delle ricerche globali. Ciò significa che su meno di una ricerca su 100, un utente comune potrebbe notare un nuovo ordine dei risultati di ricerca.

Se ritieni che il tuo sito web sia stato interessato dalla modifica all’algoritmo relativa alla struttura delle pagine, cerca di valutare come viene utilizzato lo spazio above the fold nelle pagine del sito e verifica se i contenuti nella pagina sono coperti o difficilmente raggiungibili dagli utenti. A tale scopo, puoi utilizzare il nostro strumento Browser Size, oltre a tanti altri strumenti per vedere come verrebbe visualizzato il tuo sito web con diverse risoluzioni dello schermo.

Se decidi di aggiornare la struttura delle pagine, l’algoritmo riporterà automaticamente le modifiche quando eseguiremo di nuovo la scansione ed elaboreremo un numero sufficiente di pagine del sito per valutarne le modifiche.
Il tempo necessario dipende da molti fattori, tra cui il numero di pagine e l’efficacia con cui Googlebot può eseguire la scansione dei contenuti.
Per un normale sito web, potrebbero occorrere diverse settimane per scansionare il contenuto e processare un numero di pagine sufficiente a rilevare le modifiche apportate sulla struttura delle pagine.

In generale il nostro consiglio per i publisher è di concentrarsi sul miglioramento dell’esperienza degli utenti sui loro siti web e non soffermarsi su specifiche modifiche all’algoritmo.

Quella che abbiamo introdotto è soltanto una delle oltre 500 migliorie che prevediamo di implementare per la ricerca quest’anno.
Come sempre, vi invitiamo a pubblicare i vostri feedback e le vostre domande nel nostro Forum di assistenza per i webmaster.



Scritto da: Matt Cutts, Distinguished Engineer


fonte: googleitalia.blogspot.com » Vai al post originale

feb 04

Il dolore è la nostra guida, senza di esso non riusciremmo ad ascoltare il nostro corpo ed il nostro bambino.
Non è facile, occorre abbandonarsi, fidarsi di sé e delle capacità del futuro neonato; significa perdersi, toccare i limiti, per poi ritrovarsi, crescere ed accogliere un altro ruolo che è quello di “madre”.

Si dice che il miglior massaggio che si possa ricevere nella vita sia durante il passaggio
nel canale da parto materno.

Sono solo due chicche di un documento del Servizio sanitario regionale della Emilia Romagna (Corso di preparazione al parto).
Paola Banovaz ne scrive qui.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale

feb 04



Il 14 febbraio 2012 si svolgerà la conferenza Il caso Eluana Englaro: tra volontà e libertà, dalle 16 alle 19, presso la Sala Principi D’Acaja del Rettorato dell’Università di Torino in Via Po 17 (piano terra). Interverranno Beppino Englaro, Maurizio Mori, Cinzia Gori, Amato De Monte, Eleonora Artesio, modera Elena Nave.

fonte: bioetiche.blogspot.com » Vai al post originale