
Ci sono due fotografie-simbolo del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. O sarebbe più giusto dire “gettati”, visto il contenuto delle stesse. Una è quella della piccola vietnamita che fugge nuda dopo il bombardamento del suo villaggio, l’altra è quella del bambino del Ghetto di Varsavia.
Le braccia alzate, la visiera dell’enorme cappello che non riesce a coprire il suo sguardo. Gli occhi che ci restituiscono stupore e rassegnazione, più che paura. Un cappotto che stride con le ginocchia nude, ma servirà a salvargli la vita. Le luci e le ombre del bianco e nero, sapientemente dosate tra desolazione e follia a trasformare uno scatto in icona.
Il Ghetto di Varsavia venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ‘ 43. Il venti aprile era il compleanno del Fuhrer e Himmler decise di fargli questo impegnativo regalo.
Il bambino si chiama Tsvi Nussbaum, e la foto è stata scattata mentre un tedesco urlava: “Alza le mani!”, e un altro diceva: ” E’ un bambino rimasto solo, tanto varrebbe fucilarlo subito”. I Nussbaum, tornati da qualche anno dalla Palestina, vivevano nella campagna polacca. La madre di Tsvi parlava bene il tedesco e andava spesso al comando della Gestapo ad intercedere a favore della comunità. Ma un giorno si accalora troppo, e l’ufficiale che la sta ad ascoltare con aria annoiata, estrae la pistola da un cassetto della scrivania e le spara. Poche ore dopo viene ucciso anche il padre, forse dallo stesso uomo.
Una donna porta con se Tsvi e lo nasconde a Varsavia. Il bambino non rivedrà mai più i nonni e il fratello: dopo alcuni giorni, gli ebrei saranno caricati sui camion, pensando di venir rimpatriati in Palestina. Ma ad attenderli ci sono due treni, uno per Auschwitz, l’altro per Bergen Belsen. Tsvi, salvato da uno zio che si finge il padre, salirà sul secondo. Del lager non ricorda molto: gli è rimasta un’idiosincrasia per le bucce di patate e per i vestiti a righe. E’ terrorizzato dai cani, e, ancor oggi, ha l’abitudine di conservare un pezzo di pane per l’indomani.
Fu liberato da un sergente americano, arrivato mentre gli ufficiali tedeschi si strappavano le mostrine per sembrare semplici soldati e organizzavano il trasferimento dei prigionieri.
Il resto è una vita come quella di tanti: l’arrivo a New York, una laurea in medicina, il matrimonio e quattro figlie.
L’identità della foto è stata a lungo contestata, ma Tsvi dice sicuro: “Anche se non posso provarlo, e ormai non ha più importanza, il bambino sono io: io non ho dimenticato! ”
fonte: lapennachegraffia.blogspot.com » Vai al post originale